
A domani!
Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (5)
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Domenica 2 giugno ci aspettava una partita molto delicata, contro il Verona di Nils Liedholm. L'incontro si sarebbe giocato in campo neutro, a Ferrara (il campo dei veronesi era squalificato), ma questo non bastava a renderci tranquilli. I nostri avversari si chiamavano Bui, Maddè, Traspedini: loro si stavano giocando la promozione in serie A, mentre noi rischiavamo seriamente la retrocessione in C. Era una partita decisiva, e noi la giocavamo sull'orlo del burrone.
Quel giorno, nel primo pomeriggio, appena arrivammo negli spogliatoi, qualcuno dello staff medico genoano portò un piccolo recipiente di vetro, una bottiglietta simile a quella dell'Orangina. Conteneva un liquido chiaro, attraversato da striature giallorosse. L'allenatore disse che era destinato a cinque di noi, scelti in base ai ruoli in campo. Fra i cinque c'ero anch'io. «Per l'antidoping non c'è nessun problema», disse ancora Campatelli, e ci spiegò come avremmo dovuto fare se fossimo stati sorteggiati per l'esame.
Capimmo che si trattava di qualcosa di molto più pesante delle "punture" di Ghezzi del precedente Campionato, ma nessuno di noi cinque prescelti fiatò: rifiutare sarebbe stato da vigliacchi, era una specie di sacrificio che facevamo anche nell'interesse della squadra, della società e dei tifosi. Lo facevamo anche per un interesse personale, certo: a me in quel periodo mi tenevano d'occhio il Milan, la Juventus e altre grandi squadre di serie A, in campo dovevo mettermi in mostra a tutti i costi. Io non sarei affondato insieme al Genoa, non volevo riprovare il sapore dell'aringa, e neanche volevo che mia madre tornasse a fare la cameriera.
Sdraiati sul lettino a culo all'aria, ci fecero la puntura, un solo ago per tutti e cinque, dopo ogni iniezione la siringa veniva riempita col liquido della boccetta aspirato attraverso l'ago infilato nel tappo di gomma. Poi noi cinque facemmo gli esercizi di riscaldamento con lentezza, come ci aveva raccomandato l'allenatore. Negli stretti corridoi dello stadio di Ferrara, ricordo che a un certo punto cominciò a lievitarmi dentro un'energia bestiale, mi sembrava di scoppiare; avevo l'impressione di essere un gigante, con la testa che toccava il soffitto alto almeno 3 metri.
In campo fu come se il mio corpo e la mia energia non avessero più limiti, idem per i miei quattro compagni. Sembravamo cinque indemoniati, un quintetto di invasati con le facce stravolte. A un certo punto, verso la fine della partita, una densa bava verdina cominciò a schiumarmi dalla bocca. Il nostro stato di esaltazione era evidente, e sono sicuro che lo videro tutti, avversari e spettatori. Fatto sta che, soprattutto per la superprestazione di noi cinque dopati, la partita finì in parità, un risultato più utile al Genoa che al Verona.
Rimaneva da superare lo scoglio del controllo antidoping, ma per quello eravamo attrezzati bene. Prima della partita l'urina "pulita" di alcuni dei giocatori genoani che stavano in panchina era stata messa dentro cinque perette da clistere; il massaggiatore aveva poi nascosto quelle perette in una doppia tasca dentro i nostri accappatoi, con la punta che da una fessura sporgeva dall'interno dell'indumento: bastava una leggera pressione e dal beccuccio della peretta usciva l'urina "pulita" che riempiva il flacone dell'antidoping. Un'operazione facile facile, anche perché nella saletta dell'antidoping non c'era nessun tipo di controllo.
Quella partita Verona-Genoa fu solo l'inizio. Era sempre più vicino il pericolo che alla fine del torneo fossero necessari gli spareggi per stabilire le squadre che sarebbero retrocesse in C, per cui l'operazione di dopaggio venne ripetuta varie volte. Partite da Superman, e dopo, quando ci capitava il sorteggio antidoping, con la peretta di urina "pulita" nell'accappatoio mettevamo tutto a posto.
Gli unici problemi arrivavano nel dopo-partita. Noi dopati non riuscivamo a fermarci, invece di essere stremati dalla stanchezza continuavamo a muoverci come degli indemoniati, non riuscivamo a starcene seduti, non potevamo avere il controllo del nostro corpo che continuava ad avere un'energia bestiale.
Poi, all'improvviso, ci piombava addosso una stanchezza terribile, preceduta da un gonfiore della lingua che ci impediva di chiudere bene la bocca. A quel punto, sdraiati a letto, a pezzi, ci mettevamo a bere litri e litri di latte per disintossicarci.
Dopo, noi dopati ci sentivamo perfino orgogliosi di quello che avevamo fatto, gli stessi compagni di squadra ci trattavano con una cordialità particolare. Ma della faccenda non si parlava mai, neppure fra di noi, neanche una parola: l'omertà era assoluta.
Di solito ci allenavamo in campetti periferici. A giugno, alla vigilia degli spareggi, il Genoa ottenne il permesso di svolgere l'allenamento all'interno dello stadio di Marassi, dietro la porta della gradinata sud.
A un certo punto il massaggiatore disse a Emmerich Tarabocchia (il nostro portiere di riserva) di seguirlo negli spogliatoi un momento, doveva fargli assaggiare un vino speciale. Emmerich era un profugo istriano, di famiglia poverissima; gli era rimasta addosso una tale fame che a volte, a tavola, mangiava con le mani e si ficcava in gola il cibo come se avesse paura che gli altri potessero rubarglielo.
Quando Emmerich tornò in campo pensammo che si fosse ubriacato. Aveva la faccia stravolta, si muoveva a scatti. A un tratto diventò una furia: cominciò a correre come un matto, si arrampicava sulla rete, aveva reazioni esagerate a qualunque stimolo, era fuori di sé. Poi, dopo un contrasto aereo, piombò a terra come un sacco vuoto, e restò immobile con le pupille rivolte all'indietro, la faccia da cadavere. Noi ci spaventammo: lo portammo a braccio negli spogliatoi con molta cautela, non dava segni di vita.
Per fortuna dopo un po' Emmerich riprese conoscenza. Ci disse che aveva bevuto un bicchiere di vino bianco nel quale era stata messa della "roba nuova".
Era stato un altro "esperimento" in vista delle successive partite di spareggio. Come Emmerich, eravamo tutti ragazzi affamati, e lui in quel momento ci sembrò un vero eroe: aveva rischiato per tutti noi, per il bene della squadra.
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