letture rossonere

 

A domani!

Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (4)

 

Capitoli precedenti: presentazione - 1 - 2 - 3

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carlo petriniNella primavera del '67 diventò chiaro che il Genoa non sarebbe riuscito a ritornare in serie A. Prima ancora che il Campionato finisse, il nostro allenatore venne esonerato (lo sostituì Paolo Tabanelli). Ci restai molto male, perché Ghezzi aveva sempre creduto in me e io gli dovevo molta gratitudine. E se i risultati sul campo non arrivavano non era certo per colpa sua. Appena Ghezzi andò via la pratica delle punture si interruppe, nessuno di noi giocatori ne fece parola al nuovo allenatore.
La tifoseria genoana si rassegnò al fallimento dell'obiettivo: calmata dall'esonero del capro espiatorio Ghezzi, perdonò la squadra e ricominciò a farci sentire il suo calore. Il capo della tifoseria, Pippo Spagnolo, una sera mi presentò Silvana, una ricca donna bruna di 37 anni. Lei abitava in un bell'appartamento di Sestri Ponente, e la prima volta che mi ci portò, mentre guidavo la mia Mini blu, mi sbottonò la patta e cominciò a succhiarmi l'uccello.
Con Silvana cominciai una storia fatta di scopate, ma durò solo qualche settimana, perché lei a un certo punto disse che mi amava e che era disposta a pagarmi se accettavo di vivere con lei. Ricordo che quella volta mi rivestii in fretta e scappai a gambe levate.

Un altro tifoso genoano ci aveva messo a disposizione un piccolo appartamento in città, vicino a corso Europa, che io e altri giocatori del Genoa (erano quasi tutti sposati) usavamo per andarci a scopare con le ragazze che ci capitava di rimorchiare.
Dato che per la serie A non avevamo più speranze e il Campionato si avvicinava alla fine, in quell'appartamento noi giocatori genoani cominciammo un tale via vai che serviva un vigile per regolare il traffico.
Eravamo una decina, a turno portavamo in quell'appartamento-scannatoio tifose, amiche, ammiratrici.
Poi, al campo, durante gli allenamenti, ci raccontavamo tutto quello che avevamo fatto, senza dimenticare neanche un particolare (anzi, a volte ne inventavamo qualcuno).
Nello scannatoio io ci portavo anche una tipa diciottenne che abitava di fronte a casa mia. Lei era fidanzata con un ragazzo meridionale, era vergine e voleva restarlo fino al matrimonio: così mi permetteva solo di metterglielo in bocca o nel culo.
In quel periodo imparai a memoria che il sesso e le bugie andavano a braccetto, che i calciatori sposati mettevano le corna alle loro mogli almeno una volta alla settimana. E che però quella era un'altra delle faccende di noi giocatori che all'esterno non si dovevano sapere.

Mancato l'obiettivo-promozione, a fine Campionato l'incarico di allenatore del Genoa venne dato a Livio Fongaro. Fongaro era un veneto ruspante che ci faceva morire dal ridere con il suo italiano da analfa-beta: «Se le nostre palle avrebbero incrociato. .», oppure diceva: «Senza sfiga avessimo potuto vincere».
Mi confermarono centravanti titolare di un Genoa che affrontava il nuovo torneo 1967-68 con l'obbligo dichiarato di ritornare in serie A. Nella formazione-tipo insieme a me c'erano Grosso, Caocci, Colombo, Ferrari F., Bassi, Rivara, Mascheroni, Derlin, Locatelli e Ferrari E.
L'inizio del nuovo Campionato fu ancora pessimo, come il precedente. Così la dirigenza della società decise di sostituire anche Fongaro con un nuovo allenatore, Campatelli, un ex giocatore dell'Inter e della Nazionale che come tecnico era molto preparato.
Il cambio dell'allenatore, però, non cambiò i risultati, per cui nel giro di poche partite il Genoa si ritrovò a fondo classifica, in lotta per non retrocedere in serie C. Una situazione insopportabile, per la società e per la tifoseria, tantopiù che i "nemici" sampdoriani se la cavavano bene nel massimo Campionato. E un vero incubo per noi giocatori, che vedevamo allontanarsi, o addirittura svanire, i nostri sogni di gloria e di soldi. Prima che per la società e per i tifosi, infatti, la retrocessione in serie C era il terrore di noi giocatori: né io né i miei compagni potevamo neanche immaginare di finire in terza serie. Bisognava trovare un rimedio, a tutti i costi.

Ricominciammo con i pareggi combinati, e riprovammo con il Padova: la squadra veneta ci doveva restituire il punto che ci aveva rubato "per sbaglio" l'anno prima. Prima di entrare in campo il nostro allenatore ci confermò l'accordo pareggio. Nel secondo tempo il risultato era fermo sull'1 a 1, e tutti sapevamo che doveva finire così: ma all'improvviso, un mio tiraccio da lontano finì per sbaglio nella rete del Padova. Restai di stucco: i compagni di squadra mi saltarono addosso fingendo di esultare, in realtà mi riempirono di insulti. Per fortuna il Padova subito dopo riuscì a pareggiare con un rigore inventato dall'arbitro.
In un'altra partita di quell'anno - non ricordo con precisione quale - ci fu un'altra situazione del genere, un pareggio concordato, un gol fatto per sbaglio, e un pareggio ottenuto grazie all'arbitro, il quale evidentemente era al corrente dell'accordo perché al momento di riprendere il gioco ci disse: «Adesso cercate di rispettare i patti, perché io non vi aiuto più».
Con il nuovo anno cominciò il girone di ritorno, ma la situazione per il Genoa restava la stessa: non c'era verso di allontanarsi dalla zona pericolosa di fondo-classifica, sembrava che su di noi ci fosse una maledizione.

Oggi non sono in grado di descrivere la sensazione che provai nella primavera del '68 - era il mese di aprile - quando vidi il primo numero del mensile dei tifosi genoani "Genoa Club". In copertina c'era una mia foto con il titolo «Carlo Petrini, il simbolo di un'epoca nuova».
All'interno del giornale altro titolone, «Petrini: l'esplosione gioiosa dell'uomo-calciatore», e un lungo articolo firmato da Nino Gotta. In mezzo alle solite esagerazioni e invenzioni tipiche dei giornalisti, venivo definito «un giovane calciatore che non può fallire un futuro importante. Ha classe, puntiglio, decisione nel tiro, potenza, stile», e venivo descritto come «un marcantonio che spopola, anche fra le ragazzine».
L'articolo diceva che ero «al Genoa da sette anni e quindi in sette anni in molti abbiamo fatto l'abitudine a lui e lo pensiamo più vecchio di quello che in effetti non sia» e concludeva: «Petrini in questo periodo sta esplodendo, è nel momento gioioso della sua esplosione di uomo-calciatore. In campo si batte come un leone, difende ogni palla, e tira. Petrini - il ventenne Petrini - viene fuori adesso, e ha tutte le caratteristiche per diventare quel grosso personaggio che tutta Genova genoana attende dopo la partenza del povero Gigi Meroni».

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Fragile (Marco van Basten). I capitoli: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 - 33 - 34 - 35 - 36 - 37 - 38 - 39 - 40 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60 - 61 - 62 - 63 - 64 - 65 - 66 - 67 - epilogo

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