
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": sconfiggeremo la Stronza
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Non ero un dopato quando giocavo. Facevo iniezioni di corteccia surrenale, come tutti, ma era una cosa lecita. Si poteva. Secondo certi medici si doveva. «Serve per riprendersi dalla fatica» ci raccontavano, e in effetti la stanchezza passava. Oggi sono leggermente rincoglionito, ma lo stato di bollitura dipende solo dall’età, dal vagare ininterrottamente con il pensiero dal Milan al Real Madrid, alla Roma, al Chelsea, alla Nazionale della Costa d’Avorio. Ecco perché, ogni volta che un calciatore malato di SLA viene allo scoperto, mi dà enormemente fastidio sentir dire che è tutta colpa di quello che girava negli spogliatoi. Ma che ne sanno? Perché non si informano prima di parlare? Tutti medici senza laurea. Mi arrabbio e si arrabbiava anche Stefano Borgonovo, la persona per cui ho deciso di scrivere questo libro. Lui, sì, malato di SLA «ma non malato di doping» come ripeteva spesso. Ha combattuto contro il suo nemico e contro l’ignoranza della gente, e una fondazione porta il suo nome.
Dalla voglia di aiutarlo è nata questa autobiografia. I miei compensi vanno alla ricerca, perché i tifosi vogliono sapere tutto di me, ma io voglio conoscere tutto di questa malattia, una cosa in particolare: il modo per sconfiggere la Stronza, come la chiamava Stefano. Che ha vissuto nell’ombra per due anni durante i quali non voleva farsi vedere perché si vergognava. Ma poi ha capito: la vita è bella e va difesa. Si deve lottare per lei. E noi al fianco di Stefano.
Nell’ambiente circolava voce che Borgonovo avesse qualche problema. Era una voce insistente, però non si sapeva nulla di certo. Lui si è fatto vivo solo quando se l’è sentita: «Amici miei, non sto benissimo. Ma una cosa la voglio dire: la Stronza mi ha già fatto abbastanza male, ora basta». Prima aveva contattato Galliani per organizzare un’amichevole a Firenze tra Milan e Fiorentina (le sue due ex squadre), poi si era fatto intervistare da Sky, mettendoci la faccia. Ha fatto un passo enorme. Non era facile per chi si trovava nelle sue condizioni: una mente lucidissima ma con segni evidenti addosso: «Eccomi, signori. Sono Stefano Borgonovo. E voglio vincere».
La Grande Sfida è partita da lì, dal campo, dalle lacrime di Ruud Gullit e dal mio senso di impotenza. Ho visto Stefano in carrozzella e mi sono sentito in difficoltà perché non sapevo esattamente cosa dirgli e come comportarmi. Non lo incontravo da molti anni, e mai avrei pensato di ritrovarlo così. Piangevamo tutti ma lui rideva, ed è stato quello che ha abbattuto le barriere e i pregiudizi.
A ripensarci oggi, abbiamo fatto la figura dei cretini: aveva bisogno di sostegno e noi abbiamo tirato fuori i fazzoletti. Era paradossale che fosse Stefano a fare coraggio a noi, e non viceversa. Il cervello andava a duemila all’ora, ci superava tutti, e infatti quella sera all’Artemio Franchi ci aveva anche già doppiati: noi pensavamo “non è possibile che si sia ammalato”, lui “è possibile trovare una cura”.
A quel punto ero ancora scosso, in verità anche un po’ in imbarazzo. Poi, una volta tornato a Milano, Mauro Tassotti e Filippo Galli mi hanno raccontato di avergli parlato: «Carletto, Stefano ha chiesto se andiamo a trovarlo». Allora mi sono fatto coraggio e mi sono messo in macchina, diretto verso casa sua, a Giussano. Ero preoccupato: avevo paura di restare fermo davanti a lui, di non riuscire a dire niente, di bloccarmi. Invece sono entrato nella sua stanza e mi sono trovato subito bene, a mio agio. Stefano dialogava attraverso la voce di un computer. Parlava con gli occhi, in tutti i sensi. Li muoveva per andare a cercare su un display le lettere con cui formare parole e frasi. Ma bastava guardarli per capire tante cose: per prima, che lui era più vivo di tutti noi messi insieme. Dire che gli occhi sono lo specchio dell’anima è riduttivo, nel suo caso erano la chiave per uscire dalla prigione. Due bagliori di speranza.
La prima cosa che mi ha detto è stata: «…ti ricordi di quella volta in Nazionale?».
«No, Stefano.»
Ha iniziato a scrivere un aneddoto e, parola dopo parola, ho cominciato a capire come sarebbe finito per me quel racconto: malissimo.
«Carletto, non ti viene proprio in mente la figuraccia che hai fatto?»
Ecco, c’eravamo. Purtroppo.
«Eravamo in ritiro a Trigoria, io, te e Roberto Baggio nella stessa stanza. Era estate, faceva caldo, stavamo raccontando le barzellette e a un certo punto hai voluto esagerare. Hai aperto la finestra e ti sei tolto la maglia, con la corrente dritta nella schiena. Non c’era l’aria condizionata…»
«Alt, Stefano, smettila. Lasciamo perdere.»
«No, no, andiamo avanti. Ti ho detto che c’era umidità, che ti saresti ammalato, ma tu hai risposto che eri de fero. Così, alla romana, de fero. Ridevamo e scherzavamo.»
A qualcuno verrebbe da chiedersi che cosa ci fosse di male in quel gesto, e infatti anch’io (ahimè!) l’ho chiesto a Stefano: «Alla mattina ti sei svegliato con quaranta di febbre e le placche in gola. Io e Baggio siamo venuti in camera da te per chiedere come stava l’uomo de fero. Ma tu ci hai tirato addosso una scarpa. E te ne sei andato dal ritiro, perché eri un rottame».
A quel punto mi sono sentito un vero pirla, per due motivi. Primo: quel giorno a Trigoria avevo dimostrato di esserlo. Secondo: lo ero stato anche la prima volta che avevo visto Stefano malato perché avevo pensato potesse essere in qualche modo diverso da me. E, invece, non ci avevo capito niente. Da giocatore era pigro, non lavorava con intensità, ma poi era diventato un combattente. Un soldato che non mollava mai. Voleva vincere sempre e comunque.
Avevo un blocco nei confronti di Stefano e lui me l’ha fatto superare. A me, come a molti altri: a tutti i suoi amici. E poi a Kaká e a David Beckham, che ho portato a casa sua. Stefano li aveva voluti incontrare di persona per spiegare loro la situazione, perché aveva in testa l’idea che tutti potessero fare qualcosa per lui: aiutare la ricerca per trovare una soluzione al suo problema, e poi dare una mano alle famiglie dei malati, dal momento che i costi delle cure e dell’assistenza molto spesso sono proibitivi. Di Beckham, Stefano aveva già l’autografo, su una maglia dell’Inghilterra che gli aveva fatto avere Capello. Di Kaká, una grande stima.
A tutti diceva sempre la stessa cosa: «So che ce la farò, ma non da solo. Ho bisogno di una squadra. Più siamo e meglio è».
Io ci sono, posso fare l’allenatore. Stefano mi piace pensarlo in attacco. La Stronza in porta, dall’altra parte. Prenderà gol. Vinceremo.
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