
Letture RossoNere
La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò
Una lezione sprecata – L’eredità di quel Milan trent’anni dopo
(Arrigo Sacchi)
Qualche anno fa, quando ero coordinatore tecnico delle Nazionali giovanili, mi trovai a seguire Italia-Danimarca Under 21 insieme a Costacurta. Vinsero gli azzurri, ma la Danimarca giocò benissimo. Billy mi disse: «Ci hanno copiati in tutto il mondo, tranne che in Italia». Aveva ragione. A trent’anni dalla nostra prima Coppa dei Campioni, non è rimasto quasi nulla della lezione di quel Milan che invece ha fatto crescere tante scuole calcistiche nel mondo. Dopo la finale di Barcellona, «L’équipe» scrisse: «Il calcio non potrà più essere lo stesso». Per noi è rimasto lo stesso.
La Spagna è la nazione che ha messo a frutto la lezione nel modo migliore. Ma loro partivano da una posizione di grande vantaggio, perché avevano dato al calcio una definizione precisa, condivisa, che noi ancora oggi non abbiamo. Per gli spagnoli il calcio è uno spettacolo sportivo che esprime bellezza attraverso la tecnica.
Avevano già una base positiva. Consideravano il gioco un divertimento, una gioia. Noi siamo rimasti nell’arena dei Romani con il pollice verso. Il coro più popolare nei nostri stadi è «Devi morire!» Il motto più fortunato: nulla è più importante del risultato. Il mio Atlético Madrid è stato contestato dopo una vittoria sul Celta Vigo che era primo in classifica, perché avevamo giocato male. In Italia non succederebbe mai. Il risultato basta e avanza.
Vincemmo 2-0 con il Pescara, ma senza merito, uscii dal campo arrabbiato. Galliani provò a consolarmi: «Dai, Arrigo, una volta si potrà vincere senza giocare bene…» «No», risposi. «Neppure una volta, perché poi ci abituiamo.»
Alla Spagna però mancava la tecnica collettiva e organizzavano la fase difensiva in modo approssimativo. Hanno posto rimedio con il pressing e applicando bene i princìpi di gioco del mio Milan. Quando hanno cominciato a costruire grandi squadre con i grandi giocatori che già avevano, sono arrivati i risultati importanti e si sono aperti cicli vincenti.
Santi, che è stato mio giocatore nell’Atlético Madrid ed è diventato poi c.t. nelle giovanili spagnole, un giorno lo riconobbe: «Il tuo Milan ci ha aiutato tanto a crescere».
Come quel Milan ha sviluppato nel modo migliore la lezione dell’Ajax degli anni Settanta, così il Barcellona di Guardiola ha interpretato al massimo livello la nostra.
Mi sarebbe piaciuto affrontare quel Barcellona con il mio Milan… Sarebbe stato uno spettacolo, una gara a superarsi con le idee e con il lavoro, non con la tattica, attaccando sempre. Pep ha migliorato il livello di tutti i campionati in cui ha allenato.
Ma non è cresciuta solo la Spagna. Fino al 2014, per esempio, battevamo sempre le giovanili dell’Inghilterra. A volte sembravano squadre sprovvedute. Ricordo una volta a Pescara che presero gol da rimessa del portiere. Oggi presentano Nazionali fortissime, che giocano in modo spettacolare, offensivo. Gli inglesi hanno studiato, lavorato e sono cresciuti. E così tante altre scuole. Germania, Belgio, Francia, Svizzera…
Molti hanno modificato geneticamente la propria tradizione per restare al passo con i tempi, perché in un mondo così veloce, senza evoluzione continua, rischi di diventare vecchio in un anno. Devi cambiare anche se le cose vanno bene, come raccomandava l’economista Peter Drucker: «Se una cosa funziona, correggila».
Noi invece siamo rimasti fermi, anche se le cose non funzionavano.
In quel 1989 avevamo tre squadre nelle finali delle tre Coppe europee e ne abbiamo vinte due. In questo secolo solamente le due Champions di Ancelotti con il Milan e quella di Mourinho con l’Inter, mentre la Spagna, in diciannove anni, ha portato a casa 18 trofei. Ci hanno lasciato indietro e non c’entrano solo i fatturati.
C’entra la resistenza al cambiamento, dovuta al fatto che abbiamo una visione corta. Siamo più vicini al pessimismo che all’ottimismo e il pessimismo inibisce totalmente l’emisfero destro del cervello, adibito alla creatività. Il futuro ci spaventa.
Dopo i Romani, siamo sempre scappati e ci siamo sempre difesi. Abbiamo accettato un calcio figlio della nostra Storia e non ci siamo mai sforzati di cambiarlo. Resistenza sul Piave e contropiede. Mai una guerra all’attacco. Perché il calcio, come ha spiegato George Bernard Shaw, è l’arte di comprimere la Storia universale in novanta minuti.
Abbiamo conquistato la nostra prima Coppa dei Campioni nel 1989, l’anno del crollo del Muro di Berlino. Quel Milan ha abbattuto le barriere, ha liberato il gioco dai lacci della tradizione, i difensori sono scappati fuori, tutti hanno cominciato a correre in avanti, abbiamo riempito il campo.
Interpretiamo il calcio come la vita: pensiamo che la furbizia sia un valore, che le conoscenze contino di più della conoscenza, che il privilegio sia il diritto di chi può. Siamo un popolo servile che corre sempre in aiuto del potente. Siamo il Paese più corrotto e più disonesto d’Europa.
Naturale ritrovarsi poi un calcio fatto di scorciatoie e di furberie tattiche.
All’Europeo del 2000, Pelé mi disse: «Avete bravi giocatori, ma non giocate a calcio». Incontrai Andy Roxburgh, ex direttore tecnico dell’Uefa, su un volo da Bruxelles. Mi confidò la sua preoccupazione: «Se l’Italia vince questo Europeo, il calcio torna indietro di trent’anni».
Io non mi sono mai sentito un cittadino di serie B. Sono nato in un paesino di 8000 abitanti, però a Fusignano avevamo 50 fabbriche e 8 banche. Arrivavano da tutta Europa per fare affari con noi e quando viaggiavo con mio padre soffrivo a sentire come ci riassumevano: spaghetti, pizza, mafia e catenaccio.
Ho concepito sempre e solo un calcio di dominio e valori, fin da quando mi regalarono il primo pallone a 8 anni. All’epoca era una rarità e i miei amici venivano da me a giocare. Un giorno si presentarono dei ragazzi più grandi e finì che se lo passarono solo tra di loro. Non mi ero divertito. Fu una conquista definitiva: per divertirti a calcio devi avere il pallone tra i piedi. Anche per crescere, perché se il pallone ce l’hai tu, sei costretto a farti venire delle idee per sfruttarlo al meglio e intanto alleni di più la tua abilità tecnica. Una squadra che ha ottenuto il 60 per cento di possesso palla ha imparato il doppio degli avversari in quella partita.
Da piccolo seguivo tutti gli sportivi che andavano all’attacco. Nel ciclismo stavo con Coppi, Charly Gaul, Bahamontes… Nel tennis mi esaltavo per Laver, mentre Merlo mi faceva piangere.
Sentivo dire dal più prestigioso dei giornalisti sportivi che gli italiani non potevano permettersi certe prestazioni atletiche perché i nostri antenati si erano nutriti di polenta quando in altre nazioni mangiavano la carne. Non avevo le conoscenze per ribattere, però vedevo Pamich e Dordoni che vincevano ori olimpici nella marcia, Benvenuti e De Piccoli che facevano altrettanto nella boxe, i nostri atleti di lotta greco-romana che dominavano, e nella mia ignoranza mi domandavo: possibile che solo questi campioni abbiano mangiato bistecche?
Così, diventato allenatore, fin dal primo giorno, ho cercato di insegnare un calcio che fosse dominio e bellezza, un calcio di valori che avesse una strategia coraggiosa da portare a termine e non scorciatoie tattiche fondate sulle debolezze dell’avversario. L’ho sempre pensata come Sun Tzu, generale e filosofo cinese: la strategia sconfigge sempre la tattica; la tattica senza strategia è già in odore di sconfitta; la strategia senza tattica percorre una strada più lunga, ma arriva sempre alla vittoria.
Quando si parla di calcio, io non riesco a pensare se non in grande. Anche a me piaceva vincere, ma non mi bastava. Volevo farlo attraverso la bellezza e il merito, essere cioè un degno vincitore. Nell’edizione successiva della Coppa dei Campioni, quella 1989-90, incontrammo il Bayern Monaco in semifinale. Vincemmo l’andata per 1-0 a San Siro, al ritorno ci sarebbe bastato il pareggio. Ci mancavano Gullit, Donadoni e Ancelotti. Alla fine del primo tempo le statistiche dicevano: tiri in porta Bayern: 1; tiri in porta Milan: 11. Avevamo inseguito la bellezza comunque. I valori sono tutto, anche nel rapporto con le persone.
Un giorno Ancelotti venne a dirmi: «Ho dato la mano a Tanzi per allenare il Parma, ma poi ho parlato con Galliani e credo che andrò al Milan. Cosa ne pensi, Arrigo?» Gli risposi: «Penso che hai una soluzione sola: tagliarti la mano. Se l’hai data a Tanzi, devi andare a Parma».
Il mio Milan possedeva un valore fondamentale: l’emozione senza limiti con la quale viveva il calcio in ogni singolo allenamento e in ogni partita. Erano professionisti fantastici, non necessariamente amici. Da noi non c’era quell’empatia, quella goliardia che vedevi alla Samp di Vialli e Mancini. Van Basten e Rijkaard, per esempio, abitavano nello stesso condominio e io chiedevo sempre: «Ma perché non venite mai a Milanello con la stessa auto?»
Qualcuno si frequentava anche fuori dal campo, ma perlopiù quel Milan era composto da splendidi professionisti che arrivavano, davano il massimo in allenamento e poi tornavano alla propria vita.
In campo però erano diventati un’orchestra perfetta, ognuno aveva accordato il suo talento e i suoi movimenti con quelli dei compagni, perché il calcio è musica. A casa conservo con orgoglio una dedica del grande Riccardo Muti: «Ad Arrigo, maestro di sinfonia calcistica».
Il calcio, nato come sport collettivo e offensivo, non potrà mai essere ridotto a espressione individuale. Eppure molti la pensano così. Acquistano giocatori per migliorare la squadra e invece la direzione è quella contraria: è la squadra che migliora il singolo.
Quando Baresi sollevò quella prima Coppa dei Campioni aveva già 29 anni. Nessuno in quel Milan ne aveva mai vinta una. Nessuno aveva vinto Palloni d’oro. Da noi Van Basten ne vinse tre, Gullit uno. Franco arrivò secondo. Un anno riempimmo il podio, ne piazzammo 5 tra i primi 10. È stato il Milan a migliorarli, a farli diventare grandi. Sono stati i valori, le idee, il lavoro.
A mia moglie ho già dettato l’epitaffio che voglio sulla mia tomba: «Ha passato la vita a migliorarsi e a migliorare gli altri».
In Italia invece si continua a pensare al calcio come a uno sport individuale. Lo dimostrano anche le riprese televisive, ridotte sempre al giocatore che porta la palla. Ne ho discusso anche con un regista televisivo: «Fammi vedere il campo ogni tanto! Allarga quell’immagine! Cosa me ne faccio dei primi piani? Non è cinema questo, è calcio!»
Come quella volta al Real Madrid, quando il presidente Florentino Pérez gongolava vedendo le ragazzine che impazzivano attorno a Beckham e Figo e mi chiese: «Visto, Arrigo, quanta allegria i nostri tifosi?» Risposi: «Sì, ci mancano solo Johnny Depp e George Clooney… Speriamo che i tifosi siano allegri anche domani al Bernabeu».
Una sera, al secondo anno di Milan, andai a cena con Giovanna al ristorante A’ Riccione. Era la settimana di un Milan-Napoli. In una tavolata accanto sedevano Gianni Brera e alcuni giornalisti sportivi.
Un giornalista venne a salutarci e rivelò: «Stiamo giocando a indovinare chi marcherà Maradona domenica prossima…» «Chi lo marcherà per voi?» domandai. Mi spiegò che erano saltati fuori nomi diversi di difensori e di centrocampisti. Quando si allontanò, Giovanna mi domandò: «Scusa, ma tu non giochi a zona?»
Preciso che a mia moglie il calcio non piace e non interessa più di tanto. Nei primi mesi milanesi non ha mai messo piede in uno stadio. Abitavamo in zona San Siro, accanto all’ippodromo.
Un giorno le chiesi: «Scusa, Giovanna, ogni domenica vedi migliaia di persone che entrano là dentro. Non ti viene la curiosità di andare a vedere cosa succede?»
Seguì qualche partita allo stadio, poi decise che non ne valeva la pena, però l’idea di zona, dopo due anni, le era entrata in testa a differenza di tanti addetti ai lavori che continuavano a leggere il calcio come una battaglia individuale.
Tempo fa mi telefonò Guardiola e mi chiese: «Arrigo, ho intenzione di portare Ibrahimovic´ a Barcellona. Cosa pensi?» «Penso che sbagli», risposi. «È un grande talento, ma ha tutte le controindicazioni che non vorrei mai vedere in un mio giocatore: individualismo, protagonismo, egocentrismo, avidità.» «Ma io gli chiederei solo poche cose al servizio della squadra», spiegò Pep. «Sarebbe come tagliare i capelli a Sansone», conclusi. L’avventura di Ibrahimovic´ al Barcellona non andò benissimo.
Nel giovane Ajax di Ten Hag, al contrario, ho riconosciuto tutti i valori che dovrebbero animare una grande squadra: storia, innovazione, entusiasmo, passione, generosità, cultura, bellezza, organizzazione, bel gioco. Io tifo sempre per le squadre per cui ho lavorato, ma in Ajax-Real Madrid sono stato contento che abbiano vinto gli olandesi, perché hanno giocato meglio, hanno meritato di più. Mi hanno divertito.
Oggi sembra impossibile che possa nascere una squadra del genere in Italia. Non per mancanza di talenti, ma di cultura. Dove non c’è cultura, non c’è neppure critica stimolante e di conseguenza non c’è crescita.
Un giorno il gallese Mark Hughes, ex fortissimo centravanti, ora bravo allenatore, mi disse: «Che una squadra come il tuo Milan sia nata in Italia, mi sembra assurdo. Un vero miracolo. Perché se il campo da calcio fosse lungo due chilometri, sappiamo dove trovare gli italiani: là in fondo, negli ultimi venti metri, a difendersi».
Perché possa nascere un altro Milan come il mio, servono alcuni ingredienti indispensabili: un club di nobile tradizione; una proprietà ambiziosa che pensi in grande; un allenatore che pretenda di vincere attraverso la bellezza e i valori, capace di trasmettere passione e conoscenze; giocatori di talento disposti a migliorare e a lavorare al servizio del collettivo. E poi servono pazienza e fede per far crescere il progetto.
Io mi ritengo un privilegiato. Ho sempre trovato la pazienza di cui avevo bisogno. Al Milan, ma anche all’inizio della mia carriera che poteva finire prima ancora di cominciare…
Al Fusignano, in Seconda categoria, giocai sei amichevoli pre-stagionali e le persi tutte e sei. I dirigenti si riunirono per decidere la mia sorte. Prevalse questo punto di vista: «Arrigo in fondo non ci costa niente. Diamogli ancora un po’ di tempo…»
Alla prima giornata andammo a giocare a Sant’Alberto, contro la squadra costruita per vincere la competizione. Avevano comprato da noi il giocatore più forte che se ne era andato volentieri perché il Fusignano non pagava gli stipendi. Vincemmo noi 2-0 e poi vincemmo anche il campionato.
Oggi in Italia c’è un club che, più degli altri, avrebbe i mezzi e le strutture per costruire una squadra in grado di aprire un ciclo vincente in Europa: la Juventus. È una grandissima società, con i migliori giocatori, con il fatturato più importante, con un tecnico di valore, ma le darei un consiglio: provi a fare un passo avanti per unire merito, bellezza e vittoria, come hanno fatto il 90% dei club plurivittoriosi in Champions. Sono fermi al motto degli Agnelli: «Vincere non è la cosa più importante. È l’unica che conta».
Il fatto che abbia vinto così poco a livello internazionale, pur essendo stata la squadra che più ha rappresentato l’Italia all’estero, dovrebbe farla riflettere e capire che questa non è la strada giusta per il trionfo.
Dovessi far giocare oggi il mio Milan, lo ritoccherei: ancora più corto, più pressing, aumenterei il palleggio e il possesso, anche se noi sapevamo già fare il tiki-taka… Contro la Juve mandammo in gol Mannari dopo 28 passaggi… Quel Milan, anche senza ritocchi, nel panorama del nostro pallone, resterebbe ancora una squadra moderna. Purtroppo, mi verrebbe da aggiungere.
Mi chiedono ogni tanto se, con l’evoluzione tecnica del calcio, un giocatore come Colombo oggi troverebbe spazio. Sì, Angelo Colombo, con la sua sapienza, oggi sarebbe titolare ovunque.
Per fortuna però qualcuno che batte strade diverse e che prova ad allinearsi con il futuro c’è anche da noi. Allenatori come Sarri, Gasperini, Giampaolo e De Zerbi cercano la bellezza del gioco e un calcio di dominio, ma anche il c.t. Mancini sta costruendo una Nazionale giovane e ambiziosa che attacca con coraggio e non si ferma al risultato. A ruota vengono gli orecchianti che ci provano, ma senza convinzione e nozioni. Bisogna studiare, progredire, evolversi insieme ai tempi.
Aveva ragione Muhammad Alì: «Se un uomo a 50 anni vede il mondo come lo vedeva a 20, ha sprecato trent’anni».
Il calcio italiano ha sprecato trent’anni. Da quella Coppa dei Campioni del 1989 non ha imparato nulla, a differenza del resto del mondo. Se non si aggiornerà in fretta, continuerà a inseguire trofei su una cyclette, come faccio io nella mia palestrina di Fusignano: pedala, pedala, ma non li raggiunge mai. Con l’amaro in bocca.
FINE
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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan - «Mister, il bambino trema…»/Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan - Il fischio del Trap/Andata ottavi: Werder Brema-Milan - Ha ragione il Tasso/Ritorno quarti: Milan-Werder Brema - Gli incubi di Maldini/Andata semifinale: Real Madrid-Milan - Nuovo Milan Paradiso/Ritorno semifinale: Milan-Real Madrid - Giocare bene/Verso la finale di Barcellona - La finale atto secondo/24 maggio 1989, Barcellona - Miele e gioielli/I giorni di festa - Una lezione sprecata/L’eredità di quel Milan trent’anni dopo
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