
Letture RossoNere
La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò
Champagne, offre Van Basten – Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia
(Arrigo Sacchi)
Van Basten era una persona dal carattere particolare, meteoropatica, un grande giocatore che io non avrei cambiato neppure con il migliore dell’era moderna, Ronaldo il Fenomeno, perché aveva delle controindicazioni. Con Van Basten ci voleva pazienza, non sempre ne ho avuta, ma non aveva controindicazioni.
Era un bravo ragazzo e un campione eccezionale dal talento unico. All’inizio mi sforzavo di fargli capire che noi italiani non avevamo l’anello al naso. Se aveva male a un callo, andava da un podologo olandese. Se aveva mal di denti, andava da un dentista olandese. Se doveva tagliarsi i capelli, andava da un barbiere olandese. Gli ripetevo: «Guarda, Marco, che mentre noi vincevamo i Mondiali, voi eravate ancora sott’acqua».
Alla fine si è convinto, anche perché è al Milan che è diventato Van Basten. Tre Palloni d’oro in Olanda non li aveva mai vinti.
Una volta, rientrato dalla Nazionale, mi confidò: «Mister, il Milan gioca meglio dell’Olanda e qui mi diverto di più».
Un’altra volta, in ritiro a Milanello, guardammo insieme un Pescara-Napoli per televisione. Il Pescara di Galeone mise sotto assedio il Napoli che non riusciva a uscire dalla propria difesa e a raggiungere le punte. Gli chiesi: «Marco, ti sarebbe piaciuto giocare nel Napoli di Maradona?» Rispose: «Se giocano così, sarei scappato presto…»
C’è voluto tempo e ci sono volute parecchie casse di champagne per vincere la sua diffidenza e il suo snobismo all’olandese, ma alla fine è diventato uno dei più convinti della causa perché ha capito che il nostro gioco lo faceva grande.
Uno come Rijkaard avrebbe fatto bene anche in un altro club italiano che avrebbe sfruttato comunque la sua potenza atletica, ma Van Basten non avrebbe trovato altrove una squadra costruita per attaccare sempre, per restare corta e compatta dalle sue parti, pronta a rifornirlo in continuazione.
Lo champagne? Ne scommettevano una cassa alla volta. Lo provocavo: «Marco, io schiero quattro difensori, tu forma una squadra di dieci giocatori, il portiere non vi serve. Dateci solo il vantaggio di poter rinviare la palla oltre la metà campo, voi dovrete andare a recuperarla. Se in un quarto d’ora riuscite a farci un gol, avete vinto voi».
Volevo dimostrargli che quattro giocatori organizzati sono più forti di dieci che improvvisano. Attaccavano, attaccavano e non segnavano mai. Se avessi preteso per davvero tutte le casse di champagne che ho vinto a Van Basten, starei bevendo ancora adesso.
L’ho sfidato anche a braccio di ferro. Nessuno riuscì a piegare l’altro. Gli venne il sospetto che io non avessi forzato al massimo. E infatti era così. Avevo braccia forti, ben allenate. Di bicipiti arrivavo a sollevare 90 chili. Una volta sfidai Davids a chi si tirava su più volte alla sbarra con un braccio solo: finì 10 pari.
Ho dovuto urlare mille volte nel megafono e fargli mille disegnini per insegnare a Marco la posizione giusta nel pressing, per fargli capire che, finita la nostra azione, non doveva fermarsi a riposare su un binario morto, ma doveva restare in posizione attiva, in agguato su una linea di passaggio o a caccia del pallone.
Ma quando la lezione gli è entrata in testa e ha maturato la piena convinzione del suo valore, Marco è diventato uno spettacolo anche nel pressing.
Oggi tutti ricordano le corse in avanti di Baresi che portava su la linea difensiva aprendo le braccia come un aeroplano o Gullit che correva incontro al pallone, furioso, con le trecce al vento. Pochi ricordano la cattiveria con cui Marco attaccava un avversario in pressing, la reattività, lo scatto breve e secco con cui gli saltava addosso. Io me li ricordo bene. Era un piranha.
Non troppo tempo fa, a cena con Rijkaard, Marco confessò: «Frank, dovremmo fare un monumento a Sacchi che ci ha insegnato il pressing».
Da allenatore ha poi compreso ancora di più la lezione e ha dato una lettura diversa alle incomprensioni che ci avevano fatto discutere spesso all’inizio.
Quando lasciai il Milan, feci un discorso alla squadra. Non è vero che dissi: «Senza di me non vincerete più», come qualcuno ha scritto. Dissi una cosa diversa: «Potrete vincere ancora, ma non in questo modo. Non con il nostro stile». L’orgoglio di una squadra non sono solo i trofei, è anche la sua riconoscibilità, il suo modo di essere unico, il suo stile, appunto. E poi aggiunsi: «Con quello che avete imparato, ormai siete dei professori. Potrete diventare tutti dei bravi allenatori». Da quella squadra sono usciti tre c.t. (Donadoni, Rijkaard, Van Basten) e due allenatori che hanno vinto la Champions League (Ancelotti, Rijkaard). Per diventare un bravo allenatore però le conoscenze non bastano. Servono anche passione e professionalità. Gullit, per esempio, non aveva passione. Naturalmente sono molto legato ad Ancelotti, che ha iniziato ad allenare al mio fianco, ma devo dire che nelle squadre di Van Basten ho visto sempre il mio calcio, fatto bene.
Un giorno, quando era c.t. dell’Olanda, mi confidò: «Mister, ora che sono passato dall’altra parte, ho capito quanti problemi le ho creato». Gli risposi: «Marco, se ti può consolare, sappi che me ne hai risolti anche tanti».
Per esempio, la notte del 6 ottobre 1988 contro il Vitocha di Sofia, in una partita che affrontavamo con qualche preoccupazione per le tante assenze.
Dopo un quarto d’ora Van Basten aveva già segnato due volte: la prima di sinistro su sponda area di Virdis, la seconda su assist di Donadoni dopo un ottimo recupero in pressing nella metà campo dei bulgari. Il pressing è la chiave di tutto…
Terzo gol di rapina sottoporta e quarto sigillo di Marco a pochi minuti dal termine, di testa, in tuffo, con un volo da cigno. Per non farsi mancare nulla, Van Basten aveva servito anche l’assist per il gol di Virdis: 5-2.
Sull’onda dell’entusiasmo, Marco annunciò ai giornalisti: «Voglio il Pallone d’oro di Gullit».
Con l’Europeo da protagonista che si era appena lasciato alle spalle, era già a buon punto del cammino. Giocò una grande gara anche Donadoni.
A San Siro c’erano più di 50.000 spettatori, per una sfida che, al di là delle mie preoccupazioni, si era già conclusa nella gara d’andata a Sofia. La gente ormai veniva allo stadio per il puro piacere di vederci giocare, come si va a teatro. E questa consapevolezza mi dava più soddisfazione della qualificazione agli ottavi di finale.
Sulla Smemoranda grigia annotai: «Ottima partita, ben giocata, con passaggi e molto movimento senza palla. Abbiamo subìto due gol perché abbiamo rallentato. A volte la squadra non è corta come dovrebbe».
Il presidente Berlusconi, ragionando sul sorteggio con la stampa, si augurò di evitare il Real Madrid: «Troppo presto, è la rivale più degna per una grande finale. Le altre squadre vanno bene tutte».
Pescammo la Stella Rossa di Belgrado, formazione ricca di talento e di orgoglio, che infatti un paio di anni più tardi sarebbe diventata campione d’Europa. Avversario impegnativo, soprattutto nell’imponente e caldissimo Marakana. Nei sedicesimi di finale, gli jugoslavi si erano divertiti eliminando gli irlandesi del Dundalk con un complessivo 8-0.
Ma prima dovevamo concentrarci sul campionato che finalmente stava per partire dopo l’Olimpiade coreana. Portavamo lo scudetto sul petto.
Debuttammo a San Siro il 19 ottobre con una larga vittoria sulla Fiorentina: 4-0. Tre gol di Virdis e uno di Donadoni. Questa volta Van Basten non segnò e diede la colpa a suo padre. «Quando Joop viene a vedermi, non faccio mai gol…»
Non tutto però filò liscio come dice il risultato, infatti sul diario di bordo registrai: «Vittoria importante anche se la squadra ha giocato con poca lucidità, velocità e intensità. Squadra annebbiata nella mente e nelle gambe. Solo alcune individualità hanno giocato al massimo». Non sembra che abbiamo vinto 4-0…
Ma, come dicevo, quando la squadra aveva fatto un buon risultato, era soddisfatta e di conseguenza più ricettiva e creativa, io pestavo duro con le critiche per mostrare dove e come potevano migliorare.
Intuivo che la squadra, al di là del risultato rotondo, avesse dei problemi. Mi era apparsa stanca, appannata, e infatti, dopo la vittoria a Pescara per 3-1, giocammo una brutta partita in casa contro la Lazio, in quello che doveva essere anche la prova generale per la Stella Rossa. Il test per Gullit, che debuttava in campionato e che proposi da titolare dopo i tanti infortuni, fu ancora più negativo. Arrancò per un’oretta, poi lo tolsi.
Lui stesso, a fine partita, confessò alla stampa: «Sono al 10 per cento». Di fatto si chiamava fuori dalla partita di tre giorni dopo contro la Stella Rossa, almeno come titolare.
Il diario di bordo registrò tutta la mia preoccupazione: «Buon risultato, per come abbiamo giocato. Una squadra meno brava avrebbe potuto perdere. Stiamo pagando un rilassamento grande, causato forse dalla convinzione che si possa ottenere tanto con poco. Questo rilassamento non ci consente di realizzare il nostro gioco e di mettere in evidenza le nostre qualità. Inconsciamente molti pensano alla Coppa dei Campioni». C’è precarietà nel successo. Se tu vinci, ma non sei abituato a vincere, vai incontro a due rischi pericolosi: sentirti invincibile e sentirti sazio. Chi non ha dimestichezza con il successo, fatica a trovare il giusto equilibrio. Non bisogna dimenticare che in quella squadra, c’erano giovanotti che stavano al Milan da otto-nove anni e avevano vinto poco. Anch’io avevo vinto poco, ma per me erano tutte cose nuove, eccitanti, io arrivavo dalla C e dalla B, a me non potevano mancare le motivazioni.
Il fatto di affrontare per la prima volta una competizione prestigiosa come la Coppa dei Campioni, certamente ci toglieva qualcosa in campionato. Quell’avvicinamento sofferto e preoccupato alla prima partita con la Stella Rossa si concluse nel peggiore dei modi: l’infortunio alla vigilia di Chicco Evani, che, come ho già spiegato, era tanta parte del nostro equilibrio tattico.
I presagi negativi purtroppo si materializzarono in una partita difficile, dura.
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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia
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