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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

Il Real di Zagonari – Le mie prime Coppe dei Campioni

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliLorenzo Zagonari puntava sul fatto che gli spettasse di diritto la prima bocciata e che all’avversario tremasse la mano. Perciò scommise un milione di lire a partita con ottimismo. Biliardo, specialità goriziana. Ne perse diciotto di fila. Evidentemente all’avversario non era tremata la mano.
Considerando che nel 1968 mio padre aveva acquistato un appartamento a Milano Marittima per sei milioni, si deduce che Lorenzo si era bruciato tre appartamenti da Riviera in una volta sola.
Galassi, l’avversario, che tra l’altro ha costruito la casa in cui abito, era una gran faccia tosta. Quando Zagonari si arrese alla diciottesima sconfitta, propose: «Facciamone un’altra. Non sono mica convinto di essere più bravo di te».
Se Fusignano passò da una civiltà agricola a una industriale è anche perché tanti figli di proprietari terrieri benestanti, come Lorenzo Zagonari, se l’erano spassata alla grande e a un certo punto intuirono che, se non avessero investito in un’attività produttiva, avrebbero consumato in fretta il patrimonio di famiglia.
Lorenzo, per esempio, convinse il padre a mettersi in società e a vendere quattro poderi per acquistare una fabbrica. Due poderi in realtà gli servirono per coprire i debiti di gioco, gli altri due per avviare l’attività industriale.
Sono partito da Lorenzo Zagonari perché la mia lunga storia con la Coppa dei Campioni è cominciata in casa sua. È davanti al suo televisore che ho iniziato a innamorarmi del calcio che avrei amato per tutta la vita e a riempirmi gli occhi del mitico Real Madrid.

Nel 1954 la televisione era ancora sperimentale. A Fusignano ce l’avevano due sole famiglie e una delle due era quella di Lorenzo Zagonari che abitava a un chilometro da casa mia. Avevo 8 anni, si disputava il campionato del mondo in Svizzera. Io tifavo per la grande Ungheria, maestra di palleggio.
A quei tempi in Romagna la rivalità tra comunisti e cattolici era particolarmente accesa, pensate ai film di Peppone e Don Camillo. Mia mamma mi chiedeva sconcertata: «Perché stai per l’Ungheria che lì ci sono i comunisti?»
Quell’estate andai in vacanza a San Mauro Mare – tra Cesenatico e Bellaria – con i miei zii di Lecco, Hotel Pieroni. Un giorno non mi trovavano più. Ero sparito. Mio padre aveva notato che in un bar del paese c’era uno dei primi televisori e sospettò: «Per me è andato lì». Aveva ragione.
Mi avevano messo seduto su un tavolino, come su un trono, davanti a tutti. Giocava l’Uruguay. Ammiravo la potenza atletica di un paio di giganti di colore e la grinta di capitan Obdulio Varela, «El Negro Jefe». Ma il mio calcio era un altro. Amavo già le squadre che volevano dominare e incantare con la bellezza, non con la forza.
Il Real Madrid, che vinse le prime cinque Coppe dei Campioni, usciva dal televisore di Lorenzo Zagonari con un fascino irresistibile, mi spalancava gli occhi. Era uno spettacolo vedere tutti quei fuoriclasse che attaccavano sempre e onoravano l’anima del calcio, nato come gioco offensivo e ridotto poi a difensivo. Ricordo poco la finale con la Fiorentina del ’57, molto di più quella vinta sul Milan di Schiaffino e Liedholm nel ’58.
Osservare Di Stefano mi entusiasmava, aveva il dono dell’ubiquità. E poi il colonnello Puskás… Un giorno chiesi a Di Stefano come fosse Puskás, mi rispose: «Era più pericoloso lui a trenta metri dalla porta che un calciatore normale a cinque». Gento giocava così largo che il suo vero marcatore era il guardalinee. Lanciava avanti la palla, scattava velocissimo, imprendibile, e dribblava anche la bandierina. Una volta l’ho accompagnato a Milano, Gento. Simpatico.
Da bambino amavo il Real Madrid, l’Ungheria, il Brasile. Da ragazzo diventai pazzo per l’Ajax perché capivo che aveva fatto un balzo nel futuro. Come quando vincemmo noi la Coppa dei Campioni e «L’équipe» scrisse: «Visto questo Milan, il calcio non sarà mai più come prima». Si apriva un’epoca nuova.

L’Ajax era uno spettacolo da vertigini. C’era solo un problema: in televisione era quasi impossibile seguirlo perché facevano le inquadrature strette e invece la marea olandese si rovesciava su tutto il campo. Ogni volta rischiavo di cadere dalla sedia perché mi sporgevo per cercare di sbirciare la parte di campo che non si vedeva. Se oggi soffro di cervicale è anche un po’ colpa dell’Ajax che mi torceva il collo.
Johan Cruijff era un giocatore fantastico, senza controindicazioni. Per me un calciatore è grande a queste condizioni: gioca con la squadra, per la squadra, a tutto campo e a tutto tempo. Cruijff era così, aveva tutto.
Gullit, per esempio, non sapeva tenere collegata la squadra come Johan, per questo non lo mettevo trequartista, anche se lo desiderava tanto. Gli preferivo Donadoni, che non segnava molti gol, ma in quella posizione era la tessera giusta del puzzle.
Quando l’Ajax saliva in pressing e perdeva palla, il primo a correre all’indietro era proprio Cruijff perché era il più veloce e risparmiava lo sforzo di voltarsi ai compagni che avanzavano.
Erano grandi i giocatori, ma lo era anche la società. Un esempio.
L’Ajax ha avuto due signori allenatori: Rinus Michels e Stefan Kovács. Quando arrivò il romeno Kovács, gli olandesi, che avevano un po’ la puzza sotto il naso, come avrei scoperto con Van Basten, cominciarono a mugugnare. Cruijff e Neeskens, il capitano, andarono a parlarne al presidente dell’Ajax.
Il presidente li accolse e chiese loro: «Avete problemi in famiglia? La macchina non funziona? Volete parlare del contratto? No? E allora perché siete qui?» «Per parlare della squadra», spiegarono i due. «Mi spiace, di quella dovete parlare solo con il vostro allenatore. Buona giornata, signori.»
Anche gli olandesi onoravano l’anima del calcio, nato come sport di squadra e poi ridotto a gioco individuale. Quell’Ajax giocava un calcio di dominio e bellezza, voleva vincere con merito, coltivava i valori. Come avremmo fatto noi. Con una differenza: loro puntavano di più sulla tecnica, noi sul movimento. Eravamo costretti a farlo.
Io avevo solo Donadoni, Gullit e Van Basten che saltavano l’uomo con facilità. Evani non sempre ci riusciva, Colombo neppure, Ancelotti men che meno con quelle gambe martoriate… Dovevamo crearci lo spazio con un movimento intelligente e collettivo.

Iniziai ad allenare nel 1973, nel bel mezzo della rivoluzione olandese. Avevo 27 anni e da tempo mi era chiaro che non sarei mai diventato un calciatore professionista. Da piccolo facevo l’ala, poi mi spostarono mediano, poi terzino, poi fuori. Una progressione poco gloriosa. I miei amici mi chiamavano Angelillo, ma solo perché ero tifoso dell’Inter per contrapposizione a mio fratello maggiore, Gilberto, milanista.
Grande attaccante, Angelillo. Nell’anno dei 33 gol gliene vidi fare uno meraviglioso a Bologna. Mio padre, che era di Mandello Lario, mi portava spesso a vedere il Lecco, in cui giocavano Pasinato, Lindskog, Di Giacomo, Clerici e anche Italo Galbiati, che avrebbe lavorato con me al Milan. Una volta andammo a vedere la Juve a Vicenza. Era in vantaggio di un gol. Al novantesimo Maraschi scagliò un gran tiro dal limite e, mentre il pallone era in volo, l’arbitro fischiò la fine della partita. La palla s’infilò all’incrocio. Lo stadio diventò una bolgia di rabbia. Quel giorno cominciai a perdere un po’ di simpatia per la Juventus.
Padre lecchese, madre romagnola. Sono figlio di due tensioni contrarie.
Da mio padre Augusto, uomo del Nord dalla solida cultura del lavoro, ho imparato il senso del dovere e l’assoluta intransigenza che richiede un impegno preso. Era socio di due fabbriche di scarpe, usciva di casa alle sette di mattina, rientrava solo per pranzare e, dopo cena, lavorava ancora fino alle due di notte.
Io collaboravo al cineforum di Fusignano. La prima pellicola che abbiamo proiettato è stata La corazzata Potëmkin. Quando ho cominciato ad allenare, non ho più visto un film. Mi sembrava di rubare tempo al mio lavoro.
Per ventisette anni ho dato al calcio tutto me stesso. Lo stress è stato un valore aggiunto, fattore di crescita, ma alla lunga mi ha svuotato. Nel 2001, dopo una vittoria a Verona con il Parma, quando mi sono accorto di non provare nessun sentimento di gioia, ho capito di non avere più dentro nulla e ho smesso. Mi sono spaventato. Sono andato da uno psichiatra a chiedere se fosse normale quel vuoto di sentimenti e mi rispose: «Non sono stati normali i ventisette anni che ha vissuto prima».
Da mia madre Lucia ho ereditato la passione, l’energia, i sogni e quel pizzico di follia tipico delle terre di Romagna. Paolo Maldini mi ha definito «un visionario», che è un termine gentile per darmi del matto… Come fece Roberto Baggio a Usa ’94 picchiettandosi una tempia. Dalle parti di Imola costruirono due manicomi. Dicono che i romagnoli che vivono da quelle parti, tra Imola, Lugo e Fusignano, ne abbiano risentito.
Io credo che per raggiungere obiettivi importanti servano sogni, un po’ di follia e soprattutto tanto, tanto lavoro. Io avevo già tutto nel sangue, grazie alla mia anima doppia.
Gianni Brera un giorno scrisse di me: «I mezzo sangue sono i più pericolosi».
È stato un buon giocatore, mio padre. Paolo Mazza, che lo aveva allenato alla Portuense, a Ferrara, dove papà si era arruolato nei Siluranti, se lo portò alla Spal.
Anni dopo, papà gli telefonò per chiedergli di darmi un’occhiata, così feci un provino alla Spal e Mazza confermò di essere un raffinato intenditore di calcio, ignorandomi.

Il primo problema che mi trovai ad affrontare da allenatore fu quello del libero. Non ce l’avevo. Dirigente del Fusignano, in Seconda categoria, era Alfredo Belletti, mio antico insegnante di latino, ex partigiano, bibliotecario, animatore del cineforum, un genio. Ha scritto un tomo poderoso di 1226 pagine sulla storia del nostro paese. E l’hanno fermato, altrimenti sarebbe andato avanti. «Fusignano ha 8000 abitanti. Se dovevi scrivere la storia di Milano, ti veniva fuori una Treccani», gli dicevo sempre.
Belletti, per venticinque anni, ha organizzato i convegni corelliani e ha fatto arrivare in paese Abbado, Barenboim, Muti e i più prestigiosi direttori d’orchestra del mondo, perché Arcangelo Corelli, maestro della musica barocca, è nato a Fusignano.
Gli spiegai: «Alfredo, ho bisogno un libero». «Ah, sì? E che numero dai al libero?» mi chiese. «Il numero 6.»
Entrò in spogliatoio e uscì con la maglia numero 6: «Tieni. Ora con le idee e il lavoro costruiscitelo il libero». Mi fece capire in un lampo che non c’era una lira da spendere.
Idee e lavoro. Alla furbizia avevo smesso di credere da bambino, quando avevo 10 anni.
Mio padre mi portò a fare il giro dei nostri clienti all’estero. Esportavamo il 90 per cento delle scarpe che producevamo: Germania, Austria, Olanda…
Dalle nostre parti si parlava sempre dei tedeschi come di crucchi un po’ duri e lenti a capire, mentre noi italiani eravamo quelli furbi. Durante quel giro io però notavo che i lavori più umili li facevano gli italiani, gli spagnoli e i turchi, mentre quasi tutti i tedeschi circolavano in Mercedes. Allora chiesi: «Scusa, papà, ma non eravamo noi i furbi e loro i crucchi?»
Così a 10 anni decisi una volta per tutte che la furbizia non paga e iniziai a fidarmi solo delle idee e del lavoro.

Le Coppe dei Campioni della Grande Inter le festeggiai da tifoso, ma senza la gioia e l’esaltazione che mi diedero quelle del Real Madrid e dell’Ajax, proprio perché erano state conquistate con un calcio fatto più di furbizia che di bellezza.
Helenio Herrera, arrivato all’Inter, cominciò a giocare con il sistema puro, che significava schierare un centromediano, due terzini, due mediani, che tra l’altro erano Bolchi e Zaglio, quindi molto offensivi, un’ala destra, un’ala sinistra, due mezzali, una delle quali proprio Angelillo, attaccante, e il centravanti Firmani.
Nelle prime partite l’Inter giocò in questo modo coraggioso e diede spettacolo, vincendo e segnando gol a grappoli. Io andai a vederla a Padova, contro il Padova di Rocco che aveva difensori terribili come Scagnellato e Blason. Uno ti stendeva e l’altro ti finiva. A centrocampo giocava un argentino molto bravo, Rosa. In attacco avevano Mariani, ala destra molto veloce, e Brighenti centravanti da combattimento.
Dopo dieci minuti di gioco, l’Inter andò in vantaggio e poi continuò ad attaccare. Il Padova avrà superato la metà campo cinque volte, ma segnò due gol e colpì un palo… Il giorno dopo Brera e il resto della stampa si scagliarono contro il povero Herrera. Lo accusarono di essere un minus habens, un ingenuo, di non conoscere la tattica.
Ma che cos’è la tattica? È l’attesa dell’errore dell’avversario per approfittarne.

Il Mago, che era uomo di mondo, disse: ah, sì? Questo volete? Allora vi accontento io…
A novembre comprò Balleri dal Torino e lo schierò venti metri dietro. Più tardi s’inventò quell’idea geniale di Facchetti terzino che difendeva attaccando. Giocatore meraviglioso, Giacinto, sarebbe stato l’ideale per il mio Milan. Ambidestro, tiro forte, bravo di testa… Segnava così tanti gol che Brera, al culmine della sua esaltazione, chiese a Herrera di schierarlo in attacco. Ero in tribuna a Bologna quando Facchetti giocò ala sinistra. Non toccò palla.
Logico. La sua forza era il tempismo perfetto negli inserimenti, come dimostrò con la splendida cavalcata di settanta metri che lo portò in gol contro il Liverpool a San Siro.
Quell’Inter vinceva grazie alle prodezze dei singoli. Tagnin studiava la foto di Di Stefano che gli aveva dato Herrera e poi andava a cercarlo in tutte le zone del campo, anche quando usciva a dissetarsi.
Non era più il Mago del Barcellona, si era adeguato, era diventato italianista, come sarebbe successo a Sven Eriksson e a quasi tutti gli allenatori stranieri sbarcati da noi. Hanno provato a normalizzare anche me, ma non ci sono riusciti.
Come ho detto, da tifoso festeggiai le due Coppe dei Campioni dell’Inter con grande gioia, certo, ma senza l’entusiasmo dell’ammirazione. Ero già molto esigente, pretendevo il coraggio, il dominio, la bellezza. Più delle vittorie della mia Inter, mi esaltava il gioco del Real, ma anche quello del Benfica pur sconfitto dal Milan nella finale di Wembley del ’63. Me lo ha ricordato di recente Altafini: «Noi stavamo tutti là dietro, poi partivamo in contropiede…» Anche quando il Benfica, dal quarto d’ora del secondo tempo, era rimasto in dieci per un’entrata dura di Gino Pivatelli su Coluna.

Tre mesi dopo essere diventato campione d’Europa, Pivatelli mi allenava al Baracca Lugo. Le poche volte che mi fece giocare, appena stoppavo la palla, urlava: «Passala a Pollini! Passala a Pollini! Passala a Pollini!» Una volta gli chiesi: «Scusi, mister, ma se Pollini resta a casa, io cosa faccio?»
Quale autostima può avere un giocatore estromesso dalla costruzione del gioco?
Per questo nelle mie squadre avrei preteso sempre undici giocatori in posizione attiva.

Andai a vedere il Benfica contro la Juve, mentre svolgevo il militare a Torino. Ero di guardia all’ospedale, reparto psichiatrico. Un plotone di scalcagnati. Al presentat’arm del mattino uno arrivava in ciabatte, l’altro in calzoncini… Un giorno il capitano s’infuriò e ordinò: «Stasera non esce nessuno!» Perché noi andavamo in giro per la città ogni sera.
Ma non potevo perdermi la semifinale di Coppa dei Campioni, l’emozione dal vivo della manifestazione che più amavo. Ero andato a vedermi anche gli allenamenti delle due squadre… Lo spiegai al colonnello, che era tifoso juventino e mi suggerì: «Tranquillo, Arrigo, passa da casa mia e ti faccio uscire da lì».
Eusebio segnò e il Benfica imperversò perché la Juve teneva Bercellino e Coramini piantati dietro e si trovò in costante inferiorità contro una squadra che costruiva con tutti i suoi uomini. Da una parte la tattica, cioè l’attesa dell’errore dell’avversario, dall’altra la strategia, cioè un piano d’azione, portato a termine.

Vent’anni dopo quella notte torinese, nel 1988, mettevo piede nella manifestazione che avevo amato da una vita, a cominciare dalla televisione di Lorenzo Zagonari: la competizione più prestigiosa, quella che incorona i Palloni d’oro e fa ricchi i club.
L’avrei affrontata con la fame di dominio e di bellezza, con i valori che mi avevano trasmesso Real Madrid e Ajax. Con strategia, non con tattica. Con la forza delle idee e del lavoro, come mi aveva insegnato Alfredo, il bibliotecario corelliano. Il mio Milan non avrebbe fatto il furbo, perché andando in giro con mio padre a vendere scarpe avevo imparato presto che la furbizia non paga.
La prima volta che il presidente Silvio Berlusconi mi parlò da nuovo allenatore del Milan, mi commissionò una squadra in grado di «conquistare il mondo».
Non gli feci notare che nel campionato precedente il Milan si era classificato solo quinto e aveva avuto bisogno di uno spareggio per entrare in Coppa Uefa. Non mostrai scetticismo o ironia come i più davanti alle ambizioni del presidente.
M’illuminai pensando: «Finalmente un bel progetto! È da quindici anni che mi chiedono solo la salvezza…» A Berlusconi risposi: «Presidente, io e lei crediamo nel grande sogno. Ora non ci resta che convincere la squadra e far diventare il nostro sogno una sfida collettiva».
Ma prima di avventurarci nel giardino proibito della Coppa dei Campioni, sarà bene ricordare come sono arrivato al Milan.

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni

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