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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

La finale – Atto primo

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliDurante la riunione tecnica della vigilia, apro il giornale e leggo ai giocatori qualche riga dell’articolo di Gianni Brera che dice più o meno: «Il Milan affronterà i maestri del palleggio dell’Est. Dovrà aspettarli e uccellarli in contropiede». Usa proprio il termine «uccellare», che gli è caro. Un neologismo recuperato dal Boccaccio e tradotto dal francese oiseleur, mi hanno spiegato.
Io è da due anni che sto insegnando alla squadra a fare esattamente il contrario, però chiedo ai ragazzi: «Questo è il consiglio che ci dà il più autorevole giornalista sportivo italiano. Dobbiamo ascoltarlo?»
Si alza in piedi Ruud Gullit e risponde: «Noi domani li attacchiamo dal primo minuto finché ce la facciamo».
Bene. I due anni di insegnamento sono arrivati al cuore.

Il giorno dopo impieghiamo quasi un’ora a percorrere il breve tratto che porta dal nostro albergo al Camp Nou. Le Ramblas e tutte le strade di Barcellona sono state invase da una marea rossonera: 90.000 tifosi sbarcati da ogni parte per sostenerci. Un centinaio di aerei, 700 pullman, 5000 automobili, una nave… In tutta la sua storia il calcio non ha mai messo in scena un esodo del genere. Il regime di Ceausescu non ha lasciato uscire dalla Romania i sostenitori della Steaua Bucarest, perciò tutti i biglietti sono finiti a noi.
Il nostro pullman avanza tra la folla a passo d’uomo, come una rompighiaccio. La polizia a cavallo ci apre la strada a fatica mollando manganellate terrificanti. I tifosi urlano, cantano, si sbracciano, tirano manate sulle fiancate, una ragazza nel delirio si apre la camicetta e mostra tutto.
Perfino Virdis, che solitamente in pullman legge sempre un libro, è costretto a guardare fuori dal finestrino. Uno spettacolo indimenticabile.
Baresi mi chiede: «Mister, chi lo spiega a tutta questa gente se perdiamo?» Gli rispondo: «Franco, tu pensa solo che vinciamo».
Questa è la nostra partita. Siamo più forti. Non possiamo perdere.

Sciolti da qualche parte in questo mare di folla, ci sono anche i miei amici di Fusignano, partiti in pullmino dal Bar dei Repubblicani. C’è anche Alfredo Belletti, mio maestro di scuola e di vita. È arrivato a Barcellona alla vigilia con lo spazzolino, il dentifricio e un paio di mutande dentro a un sacchetto di plastica della Coop. Ha trovato una stanza solo al lussuoso Princesa Sofia che gli è costata 650.000 lire a notte. Gli amici gli hanno detto: «Alfredo, posa la roba che andiamo sulle Ramblas». Ha risposto: «Avì mica capì. Non avete capito: per ammortizzare la spesa io mi metto a letto subito e non so neanche se vengo domani alla partita…»
Silvio Berlusconi ci raggiunge nella zona degli spogliatoi, all’interno del Camp Nou. Gli racconto dell’incredibile viaggio in pullman che abbiamo fatto: «Avrebbe dovuto essere a bordo con noi, presidente…»
È incantato dalle strutture dello stadio.
Gli chiedo: «Lo sa che qui sotto c’è perfino una cappella?» «Davvero? Dove?»
Sparisce, torna e riferisce: «Arrigo, ho pregato. E ho spiegato al Padreterno che quelli della Steaua sono tutti comunisti. Starà con noi».

I ragazzi sono seduti con lo sguardo tra le scarpe, concentrati. Mancano pochi minuti all’inizio della finale. Il peso della responsabilità e della storia cala improvvisamente sulle loro anime. Passo e tocco la testa di ognuno di loro.
Usciamo. Lo spettacolo dello stadio pieno zeppo è meraviglioso, da brividi. Muri di uomini che salgono fino in cielo. Tutto il mondo ci sta guardando. Indossiamo la maglia bianca. Ad Ancelotti ho assegnato il numero 11 così sembra più veloce…
Evani ha recuperato dall’infortunio, ma non è ancora al massimo della condizione, perciò ho confermato la formazione che ha sconfitto il Real Madrid in semifinale, con Carlo sulla fascia sinistra.
Si era preoccupato della scelta. Gli ho spiegato: «Tranquillo, avrai sempre due o tre compagni accanto, dovrai muoverti solo in spazi minimi». Con la sua intelligenza di gioco e il perfetto tempismo sapevo che non avrebbe avuto problemi. Una volta Maradona mi disse: «Da voi diventa veloce anche Ancelotti». Precisai: «Non è veloce. Arriva prima».
L’arbitro, il tedesco Tritschler, fischia l’inizio della finale in una bolgia incredibile. Battono loro. Gli saltiamo addosso subito. Attacchiamo fin dal primo secondo, come ha promesso Ruud. Non aspettiamo, non uccelliamo.
Sto giocandomi la Coppa dei Campioni che sognavo da bambino davanti al televisore di Lorenzo Zagonari.

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo

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