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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

Il maggiordomo di Colombo – Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliSilvio Berlusconi ci raggiunse nell’albergo di Sofia il pomeriggio della vigilia del debutto contro il Vitocha. Io stavo dormendo. Strano, perché in genere non mi riposavo mai dopo pranzo e perché avrei avuto più di una ragione per perdere il sonno, almeno di pomeriggio. Per esempio, l’emozione dell’esordio nella Coppa che avevo sognato fin da bambino e l’assenza di tre colonne della squadra, una per reparto: Baresi, Ancelotti, Gullit.
Ma le amichevoli estive contro club di prestigio mi avevano trasmesso una grande tranquillità, mi avevano confermato che la squadra aveva assimilato bene i nostri princìpi di gioco. E quando hai un gioco, puoi dormire sonni tranquilli anche senza giocatori.
Forse non erano altrettanto serene le tre spie del Vitocha che ci avevano visti segnare tre gol al Real Madrid. «E senza Van Basten…» continuavano a ripetere tra loro.

Mi svegliarono e scesi a salutare Berlusconi che mi accolse sorridendo: «Proprio come il principe di Condé che dormiva prima della battaglia…»
E come i francesi a Rocroi, anche noi vincemmo, nel modo esatto profetizzato da Gullit alla vigilia chiacchierando con i giornalisti: «I compagni segnano un gol nel primo tempo, poi entro io a chiudere il conto».
Il gol lo mise a segno Virdis al 18’. Al 70’ Pietro Paolo lasciò il posto a Ruud che impiegò cinque minuti per andare a rete.
Dominammo dall’inizio alla fine, più di quanto dica il risultato. I bulgari furono completamente sorpresi dal nostro pressing. Costacurta, che era un ragazzino di 22 anni, sostituì bene Franco Baresi. Rijkaard, il migliore, giocò una partita stupenda.
Metodiev, l’allenatore del Vitocha, fu impressionato dalla prova di Colombo, in conferenza lo indicò addirittura come il migliore in campo, perché Angelo, oltre a essere stato una delle anime del pressing che ci aveva messo in tasca la partita, aveva servito anche i cross per i due gol.
Un giorno il buon Ciccio Graziani mi chiese: «Ma cosa gli avete fatto a quel ragazzo? Quando giocava con me all’Udinese, se andavo sul primo palo, Colombo crossava sul secondo. Se andavo sul secondo, crossava sul primo. Se andavo su tutti e due, crossava fuori…»
Non gli avevamo fatto niente. Aveva fatto tutto da solo, grazie alla sua voglia di migliorarsi e alla sua disponibilità al sacrificio. Ogni giorno si fermava a eseguire esercizi tecnici con Italo Galbiati e anche i suoi cross, con il tempo, sono andati a posto. Idee e lavoro. Non si scappa, torniamo sempre lì.
Galbiati è stato una figura importante. Non era soltanto un mio collaboratore di campo, parlava con i giocatori, smussava le situazioni più spigolose. Un diplomatico di esperienza e buon senso. Non ci sarebbe stato quel Milan se anche fuori dal campo non avessimo fatto squadra e non avessimo condiviso la stessa idea. Dal presidente Berlusconi all’ultimo magazziniere, tutti hanno recitato la loro parte alla perfezione, nel rispetto del ruolo: i dottori Monti e Tavana; lo psicologo che serviva più a me che ai giocatori; il team manager Taveggia; il povero Susini, responsabile della comunicazione.
E naturalmente Adriano Galliani, uno dei migliori dirigenti nella storia del calcio mondiale. Appassionato, geniale, mai invadente, anche se conosceva benissimo il gioco.
Ricordo a Tokyo, dopo il gol di Evani all’ultimo minuto nella finale della Coppa Intercontinentale contro il Medellín. Vedo un uomo in cappotto che entra in campo e corre fino a centrocampo. Penso sia un invasore, invece è Galliani…

Angelo Colombo è stato una pedina fondamentale del mio Milan. Aveva una corsa infinita e molta intelligenza: sapeva dove e come correre, anche senza palla. Dava un aiuto determinante alla difesa ed era prezioso in fase di attacco. Grazie alla sua copertura e ai suoi movimenti negli spazi, i compagni tecnicamente più dotati di lui potevano esprimersi al meglio. Per questo, in spogliatoio si cantava spesso: «Vola, Colombo, vola!»
Quando si celebrò il centenario del Real Madrid, mi assegnarono il compito di formare e allenare la squadra del Resto del Mondo. Appena incrociai Gordillo, il terzino sinistro, che si scontrava sempre con lui sulla fascia, gli svelai: «Mi sono portato Colombo». Impallidì: «Eh, no, basta Colombo…»
Che battaglie quei due splendidi corridori… Angelo Colombo non era un talento assoluto, non era un fenomeno che alzava gli ascolti in prima serata, infatti, nel periodo in cui si discuteva sull’arrivo di Borghi al Milan, Berlusconi me lo rinfacciò in qualche modo: «Non ho speso cento miliardi per vedere giocare Colombo…» Gli risposi: «Finché l’allenatore sarò io, chi merita di giocare, gioca».
Poi però il presidente probabilmente capì che a risplendere in prima serata doveva essere la squadra, non i singoli giocatori e Colombo contribuiva alla bellezza del Milan non meno degli altri. Infatti quando nel ’90 andai a comunicargli la necessità di cedere Angelo, Berlusconi cercò di farmi cambiare idea.
Avevo chiamato Colombo nel mio ufficio e gli avevo parlato chiaro: «Angelo, così non va bene. Se il tuo impegno e il tuo rendimento sono questi, non puoi più restare al Milan».
Con grande onestà, Angelo mi aveva risposto: «Mister, io sono andato al di là del sogno. Mi sento svuotato. Ha ragione, non riesco più a dare ciò che davo prima. Non ho più stimoli».
Andai a riferirlo a Berlusconi che cercò di prendere tempo: «Aspettiamo, diamogli qualche mese. Magari si riprende. È sempre stato importante per noi».
Un paio di mesi più tardi tornai dal presidente: «Mi spiace, non è cambiato nulla. Dobbiamo cedere Colombo».
Berlusconi provò ancora a mediare, io lo fermai e gli chiesi: «Mi dia una definizione di Angelo Colombo». Il presidente ci pensò un attimo, poi rispose pescando dal ciclismo: «Un gregario».
«Bene», conclusi, «ho telefonato ad Angelo, perché dovevo parlargli. Ha risposto il maggiordomo: “Il padrone non è in casa”. Lei ha mai visto un gregario con il maggiordomo?»
Berlusconi autorizzò la cessione e gli feci prendere anche dei bei soldi, perché il Bari ce lo pagò bene. Io, per onestà, dissi a Salvemini, allora allenatore della squadra pugliese, com’era andata con lui, ma gli vollero pagare comunque un biennale da 750 milioni a stagione.

Il debutto era andato bene.
Avevo vinto la mia prima partita in Coppa dei Campioni, ma a giudicare dal commento sul giornale di bordo, molto scientifico e pacato, non dovevo essermi emozionato più di tanto: «Buon risultato. Partita buona in fase difensiva e appena sufficiente in fase offensiva. Da migliorare: smarcamento collettivo dei giocatori e movimenti di copertura».
Molto più emozionato di me sembrava Silvio Berlusconi che tirò fuori una metafora interessante, ispirata da una delle sue passioni preferite: «Abbiamo cominciato a tirare la gonna dell’Europa. Auguriamoci di vederla presto negli occhi».
A quel punto la partita di ritorno a San Siro sembrava una formalità, invece una serie di coincidenze sfortunate cambiò lo scenario in modo incredibile.
Innanzitutto la Patria mi aveva precettato quattro uomini per l’Olimpica di Seul: Colombo, Tassotti, Evani e Virdis. Mezza squadra titolare.
Il 20 settembre durante l’allenamento, Gullit stramazzò a terra urlando senza che nessuno l’avesse toccato: distorsione della caviglia. Un mese di gesso.
Mi mancava sempre Ancelotti, Costacurta e Maldini avevano dei problemi e Van Basten era tornato in Olanda per una serie di cure.
Definirla emergenza era un eufemismo. Infatti il 21 settembre, sul campo neutro di Bergamo, con una squadra piena di giovani non andammo oltre il pareggio contro il Verona di Bagnoli: vantaggio di Caniggia, pareggio di Baresi. E il 29 perdemmo 1-0 contro il Torino per colpa di un rigore di Bresciani: eliminati dalla Coppa Italia. Si qualificò il Verona. L’ho detto che mi porta sfiga…
Feci scattare l’allarme. Chiesi alla società di muoversi presso l’Uefa per far spostare la partita di ritorno con i bulgari in modo da poter recuperare qualche giocatore. Dal 6 all’8 ottobre, almeno. E lanciai un segnale di pericolo attraverso i giornali in modo che arrivasse anche nello spogliatoio di Milanello: «Abbiamo segnato due gol al Vitocha a Sofia, ma possiamo benissimo prenderne tre a San Siro».
Trascuravo un piccolo particolare. Tra i nostri reduci, anche se acciaccato, c’era un centravanti di nome Marco Van Basten.

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan

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