
Letture RossoNere
La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò
In pressing sullo scudetto – Nascita ed educazione del mio Milan
(Arrigo Sacchi)
Non fu semplice imporre la mia cultura del lavoro.
I giocatori arrivavano in genere un quarto d’ora prima dell’inizio dell’allenamento e venti minuti dopo la fine erano già spariti da Milanello. Mi dava fastidio che non si alzassero in piedi quando si presentava il presidente Berlusconi in visita. Questione di educazione. Eravamo a casa sua.
Dopo le prime settimane, ci furono anche faccia a faccia ad alta tensione. Una volta in spogliatoio guardai tutti negli occhi: «Io sarò anche un signor nessuno, come scrivono i giornali, ma non è che negli ultimi anni voi abbiate vinto molto più di me. E se continuerete ad allenarvi come state facendo, vincerete anche meno».
Ero un signor nessuno, ma avevo alle spalle quattordici anni di gavetta, dalla Seconda categoria alla serie B, senza saltare uno scalino e senza essere mai esonerato, neppure all’Alfonsine dove i cinque allenatori precedenti erano stati cacciati e tre dei cinque picchiati.
Ma devo precisare che non avevo davanti giocatori prevenuti. Li avevo trovati in quasi tutte le squadre in cui ero stato, ma al Milan no. Scettici, semmai, ma non prevenuti.
Uno dei più scettici, all’inizio, era Franco Baresi, ma non perché gli dessi le videocassette di Signorini da studiare, come ha favoleggiato qualcuno.
La storia nacque probabilmente dalla partita del Parma che mostrai a tutti a Milanello, prima dell’esordio in campionato. Dovevamo affrontare il Pisa che aveva vinto il campionato di B e che noi a maggio avevamo sconfitto 2-0. Mostrai alla squadra come lo avevo battuto, grazie al pressing, soprattutto.
La lezione valeva per tutti, non solo per Baresi. E naturalmente non diedi mai videocassette di Mussi e Bianchi da studiare a Tassotti e Maldini. Anzi, a Mauro lo dissi subito: «Guarda che io ho molta fiducia in te».
Il Tasso, romano dalla battuta alla Trilussa sempre in canna, mi rispose: «L’ho capito, mister. Altrimenti da Parma non si sarebbe portato due terzini, ma quattro…»
In realtà, io ero arrivato al Milan convinto di far giocare Paolo Maldini a destra, per sfruttare il suo piede migliore. Ma dopo una sola partita di prova, cambiai idea e la coppia di terzini, Tassotti-Maldini, si impose presto come soluzione definitiva.
Non fu semplice all’inizio educare una diversa cultura del lavoro e dei comportamenti, ma neppure trasmettere le nuove idee tattiche.
A me non piace parlare di rivoluzione. Quando mi presentano come un rivoluzionario, mi viene sempre da precisare: «Guardate che i veri rivoluzionari sono tutti gli altri. Com’è nato il calcio? Come un gioco di squadra e di attacco. Gli altri lo hanno trasformato in un gioco individuale e difensivo. Io resto fedele alle origini. Sono il primo dei conservatori».
Però capivo che in un calcio profondamente legato alla tradizione italiana, chiedere a una squadra di difendersi correndo in avanti e imporre un pressing collettivo per novanta minuti con undici giocatori sempre connessi, suonava come una rivoluzione. Da qui lo scetticismo iniziale di alcuni, come Baresi o Van Basten, chiamati a cambiare radicalmente le loro abitudini di gioco.
Il pressing era la trave che reggeva il tutto. Costacurta lo avrebbe ammesso in una intervista: «Cosa pensai dopo il primo allenamento di Sacchi? Questo dura due mesi».
La scommessa sarebbe stata vinta o persa lì, nel veloce e corretto apprendimento di un’idea che in realtà era elementare, l’uovo di Colombo: più recuperi la palla vicino alla porta degli avversari, più crescono le possibilità di fare gol. Ma per farlo la squadra dev’essere organizzata e sincronizzata: corta, stretta e compatta. Sempre. Un pressing fatto bene è risparmio di energie perché di scatti brevi puoi farne mille a partita, di scatti da trenta metri molto meno. In un sistema del genere, un centrocampista come Ancelotti, con il 20 per cento in meno di funzionalità alle gambe, poteva governare il gioco agevolmente, mentre avrebbe fatto molta più fatica a coprire spazi ampi.
Il pressing poi aumenta l’autostima perché ti fa sentire protagonista anche senza la palla. L’avversario, invece di comandare, è costretto a fare quello che vuoi tu, quello che gli concedi, a spostarsi in base ai tuoi movimenti.
Ogni movimento doveva essere sincronizzato e ogni giocatore doveva muoversi in sintonia con il compagno. Un esempio: se Donadoni partiva da destra e si spostava ad attaccare in posizione di trequartista, quando perdevamo palla, non doveva tornare al posto d’origine percorrendo tutta la diagonale. Non sarebbe mai arrivato in tempo. Arretrava verticalmente a centrocampo, un percorso molto più breve, come quello che eseguiva Colombo spostandosi in orizzontale per coprire la fascia al posto di Donadoni.
Il gioco a zona è un sistema di sincronie del genere, di uomini che scalano al momento giusto, dieci giocatori in continuo movimento con la stessa logica, uniti fra loro da un filo invisibile che è il gioco.
Ce l’ha insegnato Giulio Cesare con la formazione a testuggine quanto sia importante restare compatti in battaglia. Con 50.000 soldati ha conquistato la Gallia. Restare in tanti vicini al pallone, offre due vantaggi evidenti: quando ce l’abbiamo noi, chi lo porta ha più alternative di passaggio; quando ce l’hanno gli altri, sarà più facile recuperarlo.
Tanti critici mi hanno rinfacciato il pressing come una diavoleria difensiva, ma è esattamente il contrario: prima recupero il pallone, prima posso attaccare; e, soprattutto, più lontano lo recupero dalla mia porta, meno possibilità avranno gli avversari di farmi gol. Dalle mie parti si dice: «Se hai il beccamorto in casa, significa che c’è anche il morto». Se ti ritiri a difenderti nella tua area di rigore, è facile che il pallone prima o poi ti finisca in rete, se al contrario vai a recuperarlo nell’area degli avversari, è più facile che finisca nella loro, di rete.
Ho perfezionato negli anni l’idea del pressing, che ho assorbito ammirando la meravigliosa lezione degli olandesi, ma io sono stato aggressivo fin dalla prima ora, già nel Fusignano, in Seconda categoria.
Gli anni trascorsi alle giovanili del Cesena sono stati un periodo di studio molto importante che hanno preparato la sperimentazione al Rimini e al Parma, nelle serie inferiori.
Ricordo una volta contro il Modena, allenavo il Rimini. Gianluca Gaudenzi, che nel ’90 sarebbe arrivato al Milan, entrò sul terzino destro, era in ritardo e lo stese, allora si buttò sul primo centrale e stese anche quello, rincorse la palla e stese pure il secondo centrale… Alla terza vittima, il pubblico cominciò a urlare: «Fermati! Fermati!» Indemoniato da pressing…
Giunto a Milano, capii subito di aver trovato la terra promessa, il luogo ideale per insegnare il mio calcio. Nei primi tempi raggiungevo piazzale Lotto in auto e, mentre aspettavo il pullman che mi avrebbe portato a Milanello, osservavo la gente che camminava.
Avevano tutti un passo svelto, perfino gli anziani. Andavano tutti di fretta. I milanesi hanno il pressing nel sangue. Insegnarlo a Roma sarebbe stato molto più complicato.
Per educare pressing e intensità feci costruire una gabbia a Milanello.
Era un campetto 40x25 con pareti alte 2-3 metri e una rete sopra. Sembrava di essere a Sing Sing. Invece di fare ripetute sui 200 metri, organizzavo partitelle di tre minuti tra due squadre composte da un portiere e tre giocatori. Aggressione continua, il pallone non usciva mai, era sempre in gioco. Mi ero procurato una scaletta e li incitavo seduto là sopra con il megafono.
«Ho saputo che Arrigo non urla più, ora usa il megafono», disse un giorno mia moglie a Tassotti. «Ora urla nel megafono», precisò il Tasso.
Dovevo costringerli a tenere un ritmo alto, a far salire le pulsazioni a 160-170 per ottenere un allenamento lattacido ed esercitare l’intensità agonistica. Non avevamo ancora i cardiofrequenzimetri, misuravamo le pulsazioni manualmente. Se restavano sulle 110-120, li sottoponevo alle ripetute, così nelle partitelle successive si sarebbero impegnati di più.
Una volta successe quello che avrei dovuto aspettarmi.
Ogni tre minuti, le squadre si avvicendavano in campo. Dopo trenta secondi dall’inizio dell’ultima partita, un giocatore si fece male e dovette smettere. Non c’era nessuno per sostituirlo. Allora scesi dalla scaletta, posai il megafono ed entrai in campo per tappare il buco. Alla prima palla che mi arrivò tra i piedi, i tre avversari entrarono tutti e tre in scivolata. Non avessi saltato, ci avrei lasciato le caviglie e forse anche qualcos’altro…
Una volta venne ad allenarsi con noi Diego Abatantuono, grande milanista. Per sua sfortuna capitò a Milanello in un pomeriggio mentre stavamo allenando il pressing. «Com’è andata?» gli chiesero poi i giornalisti. «Ora so come si sente una pallina in un flipper», rispose.
Nell’educazione e nell’applicazione del pressing, Ruud Gullit, che era un atleta formidabile, è stato fondamentale. Quando partiva lui a caccia, si trascinava dietro la squadra. Avanzava irresistibile come un temporale e ricopriva tutto il campo. La sua potenza era uno spettacolo, sembrava che gli avversari si ritirassero spaventati.
Il Milan lo aveva acquistato per farne un libero. Lo avevano visto in quel ruolo al Trofeo Gamper di Barcellona, con la maglia del PSV Eindhoven.
Gli olandesi avevano un’interpretazione particolare del ruolo, diversa dalla nostra. Prevedevano dei marcatori e lasciavano al libero piena autonomia di manovra. Ruud faceva partire lanci poderosi di sessanta metri e, quando si sganciava, attraversava il campo con un’accelerazione irresistibile, elegante come un veliero. Per questo il Milan se n’era innamorato.
Io invece lo avevo visto giocare, benissimo, all’ala destra in un torneo a Utrecht, quando allenavo i giovani della Fiorentina. E all’inizio al Milan lo schierai proprio all’ala destra, anche perché un libero ce l’avevo già e si chiamava Franco Baresi.
Ma Ruud è stato fondamentale al di là del discorso tattico.
Rijkaard non c’era ancora, Van Basten è rimasto fuori a lungo. Tutta la mia prima stagione al Milan è stata figlia di Gullit. Non era il migliore tecnicamente, anzi, aveva due piedi normali, infatti quando a Milanello si giocava a calcio-tennis, tutti volevano stare con Lantignotti e pochi con Ruud… Ma la storia l’ha fatta Gullit non Lantignotti, perché la tecnica di gioco conta molto di più di quella individuale e, nel cuore di una partita, al centro della squadra, i piedi di Ruud diventavano magicamente i migliori, grazie all’intelligenza con cui si muoveva e con cui si connetteva con i compagni, grazie alla perfetta gestione degli spazi e dei tempi.
E poi aveva il carisma e la personalità del grande campione che faceva sentire tutti più forti, come il capo indiano in battaglia. Ha permesso alla squadra di crescere e di guadagnare convinzione. Ruud è stato il nostro coraggio. Segnò il gol del 2 a 1 al Pisa alla prima giornata di campionato e in tutte le partite chiave è sempre stato protagonista, compreso il famoso scontro diretto al San Paolo che ci diede il sorpasso-scudetto sul Napoli.
Il gol nel debutto di Pisa lo segnò di testa con una potenza che la metà dei giocatori italiani non saprebbero esprimere con i piedi. Era agosto, faceva caldissimo.
A fine partita il presidente del Pisa, Romeo Anconetani, passò davanti al nostro spogliatoio, la porta era socchiusa e vide Ruud che era completamente nudo.
Strillò: «Anche noi al Pisa abbiamo fenomeni del genere!»
Si riferiva a Paul Elliott, difensore inglese che giocava sempre con bermuda da ciclista sotto ai calzoncini. Ramaccioni, che era curioso come una portinaia, andò a informarsi e scoprì che i bermuda servivano a Elliott per coprire la poderosa virilità perché gli slip, per quanto XXXXXL, non ci riuscivano…
Più tardi, in sala stampa, Anconetani dichiarò: «Il Milan è una grande squadra. Gullit? Un mostro in tutto!» I giornalisti non potevano sapere a cosa si riferisse.
Alla seconda giornata di campionato perdemmo in casa contro la Fiorentina del giovane Baggio che segnò un gol spettacolare. Van Basten criticò il nostro gioco.
Troppo facile. Lui era un campione, io un signor nessuno. Il giorno dopo i quotidiani titolarono: Van Basten boccia Sacchi, Van Basten attacca Sacchi e cose del genere.
La domenica successiva a Cesena lo portai in panchina con il numero 16. Gli spiegai: «Così, visto che ne sai tanto di calcio, potrai darmi dei buoni consigli».
Doveva capire che la leadership ce l’aveva la società e io ero un uomo della società.
L’autorità la puoi ottenere in due modi: con la persuasione o con la percussione. Con Marco ogni tanto usavo la percussione.
Caratterialmente Van Basten non era forte come Gullit e su tante cose andava convinto. Per esempio, lui era abituato ad andare in profondità per poi venire incontro alla palla. Io gli spiegavo: «Marco, in Italia è meglio fare il contrario: parti vicino al pallone e poi attacca la profondità, altrimenti metti troppo a disposizione le caviglie».
Morale: alla quinta giornata andammo a Marassi, Vierchowod gli entrò sul tendine d’Achille e restò fuori quattro mesi.
Un giorno entrò nel mio ufficio di Milanello e lasciò un foglietto sulla scrivania. C’era scritto: «Mister, oggi ci lascia fare una partitella libera?»
Non sopportava le esercitazioni a tema che a me servivano per riprodurre situazioni di gioco, allenare il pressing, soprattutto, e per correggere gli errori della partita precedente: se avevamo lanciato troppo, facevo partitelle con palla rasoterra; se l’avevamo portata troppo, ordinavo i due tocchi; se avevamo sfruttato poco le fasce, mettevo l’obbligo del cross…
Ripeteva: «Mister, io così non posso improvvisare». «Non è vero, Marco», gli spiegavo. «Io così simulo le diverse situazioni di una partita in modo che tu possa usare la giusta improvvisazione. Non giochi a tennis, tu pratichi uno sport di squadra. Mettiamo che l’improvvisazione ti suggerisca di dribblare quando c’è un compagno libero davanti al portiere, immagina che ti suggerisca di andare sul primo palo, quando c’è già un altro attaccante…»
Diceva bene Bertolt Brecht: «Senza un copione, può esserci solo improvvisazione e pressappochismo». Vale per il calcio, come per il teatro.
Martellavo Marco sul pressing, gli mostravo disegni pieni di frecce: «Vedi? Se quando perdiamo palla, tu ti metti qui e attacchi l’avversario che imposta, oppure qui, sulla possibile linea di passaggio, resti in posizione attiva, connesso con i compagni, che sono la tua forza. Altrimenti io gioco con un uomo in meno».
Spiegava sempre Brecht: «Anche gli attori più affermati hanno bisogno di altri attori per esprimere le proprie qualità».
Un giorno, dopo una partita, Berlusconi e Galliani scesero in spogliatoio per salutarmi. Passò Angelo Colombo e gli feci i complimenti.
Galliani si sorprese: «Ma se non ha toccato la palla…» «Sì, ma, grazie ai suoi movimenti, tanti compagni hanno potuto fare cose importanti», risposi.
La sinergia era un valore fondante di quel Milan: condividere un’idea che permette al singolo di arrivare dove individualmente non sarebbe mai arrivato. Senza quei compagni Van Basten non avrebbe mai vinto tre Palloni d’oro.
Non è stato facile all’inizio e non ce l’avrei fatta senza due interventi formidabili di Silvio Berlusconi. Il sostegno che aveva trovato Kovács all’Ajax dal suo presidente, lo trovai anch’io. Anch’io ero arrivato in una grande società.
Il primo intervento fu dopo la sconfitta di Lecce contro l’Espanyol, 2-0, che ci sarebbe costata l’eliminazione dalla Coppa Uefa: 21 ottobre 1987. Si scatenarono le polemiche, i giornali parlavano del mio licenziamento, pochi credevano che avrei mangiato il mio primo panettone milanese.
Berlusconi si presentò in spogliatoio e disse alla squadra poche parole secche: «Noi ci fidiamo del nostro allenatore. Chi si fida come noi resta, chi non si fida può andarsene». Un vero leader deve parlare così, chiaro e conciso.
La domenica successiva, sesta giornata, vincemmo a Verona e per la prima volta intravidi il mio Milan. Il pieno recupero di Evani fu una liberazione, mi consentiva finalmente di realizzare le idee che avevo in testa.
Avevo cominciato con il 4-3-3, il modulo che avevo adottato a Parma: Ancelotti mediano destro, come faceva alla Roma; centrale Bortolazzi; mediano sinistro Donadoni. In attacco, Gullit ala destra, Van Basten centrale e a sinistra alternavo Virdis, che l’anno prima era stato il capocannoniere della squadra, e Massaro che però non mi convinceva.
Evani, reduce da un infortunio importante, era sempre entrato dalla panchina, a Verona partì titolare e formò il quadrilatero dello scudetto con Colombo, Ancelotti e Donadoni. Gullit scalava in attacco con Virdis, dal momento che la settimana precedente a Marassi avevamo perso Van Basten. Ecco il mio 4-4-2.
Il 29 novembre a Empoli, anche se facemmo solo 0-0, ero ancora più convinto, tanto che dichiarai: «Ho visto la squadra che può vincere il campionato». Un giornalista ironizzò: «Sacchi è l’allenatore del futuro, nel senso che lo scudetto lo vincerà nel Duemila». Invece l’avrei vinto pochi mesi dopo.
A Milanello l’aria era cambiata. I giocatori arrivavano molto prima e tanti, a fine allenamento, si fermavano spontaneamente a fare lavori di tecnica individuale con Italo Galbiati. Nessuno restava più seduto quando entrava il presidente.
Una settimana alleggerii i carichi di lavoro perché avevo visto la squadra stanca. Franco Baresi venne a dirmi: «Mister, se non alleniamo i movimenti difensivi, rischiamo di perdere gli automatismi». Lui, uno dei più scettici della prima ora…
Davvero eravamo sulla strada giusta, la sfida stava diventando collettiva. Come ha scritto Ancelotti nel suo libro: «Arrigo era così convinto che alla fine ci ha convinti tutti».
Eppure, dopo la sconfitta a tavolino con la Roma, quando eravamo settimi in classifica, i giornali cominciarono a chiedersi chi avrebbe allenato il Milan nella stagione successiva, dando per scontato che non sarei stato io.
Berlusconi stette al gioco e convocò quotidiani e televisioni anticipando: «Sabato mattina vi rivelerò il nome del prossimo allenatore del Milan».
Giornalisti e telecamere riempirono la Sala del caminetto di Milanello e il presidente, ancora una volta secco e sintetico, annunciò: «Il prossimo allenatore del Milan sarà Arrigo Sacchi».
In precedenza mi aveva legittimato e dato forza davanti alla squadra, ora lo aveva fatto davanti al resto d’Italia.
La domenica successiva vincemmo il derby. All’autogol decisivo di Ferri feci un balzo tale che mi strappai i gemelli del polpaccio. Era il 20 dicembre, il mio primo panettone milanese l’avevo raggiunto.
Il 3 gennaio schiantammo il Napoli in quella che ancora oggi considero una delle partite più belle di tutto il nostro ciclo.
Segnò subito Careca, poi ci scatenammo: Colombo, Virdis, Gullit, Donadoni, pali, occasioni a raffica. Pressing e attacchi continui per novanta minuti, con un’intensità pazzesca. Gullit incontenibile. Quel giorno il Milan offrì la prima vera rappresentazione del calcio di dominio e bellezza che avevo in testa fin da bambino.
In tribuna c’era Van Basten, rientrato dalle cure in Olanda. Era da un po’ che non ci vedeva allo stadio. Rimase impressionato. Venne a dirmi: «Mister, non credevo che la squadra potesse cambiare così in quattro mesi». Un altro scettico che si stava convertendo…
La domenica successiva battemmo anche la Juve, mettemmo in fila cinque vittorie e cominciammo a volare alla rincorsa del Napoli.
Van Basten tornò in campo alla 25a giornata, contro l’Empoli. Segnò un gol bellissimo, con un volteggio elegante da cigno. Alla 26a vincemmo il derby con una prestazione all’altezza di Milan-Napoli. Il 2-0 non spiega il nostro dominio assoluto, l’Inter non riusciva a uscire dalla sua area, appena metteva il naso fuori, le saltavamo addosso. Uno spettacolo. Gullit giocò un’altra partita mostruosa.
Più del risultato rende l’idea una battuta di Spillo Altobelli all’arbitro dopo l’intervallo: «Li conti bene stavolta, nel primo tempo erano quindici…» Eravamo pronti per lo scontro diretto del San Paolo.
Li attaccammo subito e passammo in vantaggio con Virdis, ma il pareggio su punizione di Maradona alla fine del primo tempo ci tagliò le gambe. Entrai nello spogliatoio e trovai tutti avviliti, con la faccia tra le mani.
Restai in silenzio per sette minuti, come facevo sempre, poi annunciai: «Sono così sicuro che vinceremo la partita che inserisco un altro attaccante».
Fermai Donadoni e mandai in campo Van Basten al fianco di Virdis, che segnò il secondo gol, con Gullit trequartista, la posizione che amava tanto e che non gli facevo mai ricoprire. Ruud giocò un partitone, Marco segnò il terzo gol. Era il sorpasso-scudetto.
Il San Paolo applaudì la nostra bellezza confermando la sua straordinaria cultura sportiva. Si complimentò anche Maradona che era un nostro grande ammiratore, infatti avrebbe cercato di portarmi a Napoli. Per convincermi giurava: «Mister, con me e Careca lei partirà sempre da 1-0».
Diego non era il prototipo del mio giocatore ideale. Aveva delle controindicazioni, ma ogni regola ha la sua eccezione. Mi avessero messo a disposizione Maradona, ci avrei lavorato volentieri… Non era Borghi.
Milan campione d’Italia al primo tentativo. Mica male per un signor nessuno…
Avrei disputato la Coppa dei Campioni, il trofeo dei miei sogni.
Studiai immediatamente due mosse per attaccarlo.
Prima: una serie di test di prestigio da distribuire tra il finale della stagione in corso e l’inizio di quella successiva. Pensavo a una specie di Coppa dei Campioni amichevole contro club di nobile tradizione per abituare i miei giocatori alle sfide importanti e agli stadi prestigiosi di cui nessuno aveva esperienza, a parte i due olandesi.
Seconda mossa: chiedere l’acquisto di un difensore di spessore internazionale, che aiutasse Baresi nell’impostazione. L’avevo individuato, era un altro olandese, di proprietà dello Sporting Lisbona, che aveva giocato l’ultima stagione in prestito al Real Saragozza, in Spagna. Si chiamava Frank Rijkaard.
Il problema è che il Milan ce l’aveva già in casa il terzo straniero e a sceglierlo era stato Silvio Berlusconi in persona: l’argentino Claudio Borghi.
Problema non da poco. Non l’avessi risolto, non avrei vinto la Coppa dei Campioni.
Questo mi era più che chiaro. Ma avevo una strategia. Non tattica, strategia.
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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan
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