
Letture RossoNere
La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò
Io, Baudo e la Carrà – Alla corte di Berlusconi
(Arrigo Sacchi)
La prima volta che parlai a Silvio Berlusconi indossava una camicia a maniche corte e a righine strette. Era il 3 agosto del 1986. L’amichevole d’inizio stagione con il suo primo Milan, quello degli elicotteri, era un premio per il mio Parma che era salito in B dopo aver vinto il campionato.
Il primo tempo terminò 0-0, giocammo meglio noi. Nella stagione precedente avevamo subìto tre sole reti in casa, non era facile farci gol.
Nel secondo tempo le sostituzioni alterarono i valori e il Milan vinse 2-0: la prima rete la segnò Virdis, la seconda Franco Baresi dal dischetto a due minuti dal termine. Sbagliammo anche un calcio di rigore.
Berlusconi scese negli spogliatoi del Tardini per complimentarsi e promise: «La seguirò». Ai giornalisti poi aggiunse: «Stimo tanto Sacchi, ha costruito una zona intelligente. Sono contento di avergli dato il nostro Bortolazzi perché lì potrà crescere bene».
Ma la soddisfazione per la prestazione se la portò via il grave incidente a Davide Zannoni che in uno scontro con Tassotti si ruppe i legamenti del ginocchio. A Ginko Monti, medico del Milan, bastò un’occhiata: «Si è spaccato tutto».
Ero affezionato a quel ragazzo. Lo avevo fatto debuttare in C a Rimini. Ce ne eravamo andati insieme: lui al Cagliari, dove non fece bene, io alle giovanili della Fiorentina perché mi avevano venduto Zoratto. Tornato a Rimini un paio di stagioni più tardi, richiamai anche Zannoni che finì capocannoniere da mediano e poi me lo portai al Parma. Fu uno dei protagonisti della promozione in B.
Oltre al dolore, ci toccò la rabbia perché gli ospedali di Parma erano al minimo dell’attività per le vacanze e non eravamo riusciti a trovare un posto per fare subito gli esami a Davide, che era rientrato con noi nel ritiro di Tizzano.
Berlusconi lo venne a sapere e qualche giorno più tardi, insieme agli auguri di pronta guarigione, gli fece recapitare una Fiat Uno.
Il sorteggio di Coppa Italia ci infilò proprio nel girone del Milan. A un mese esatto di distanza dall’amichevole del Tardini, il 3 settembre, ci trovavamo di nuovo davanti alla squadra di Liedholm, questa volta a San Siro.
Il giorno prima, il mio amico Giuseppe Nuvoli, dottore in Economia e Commercio, uno dei più irriducibili milanisti di Fusignano, mi consigliò: «Arrigo, portati l’ombrello che domani piovono gol…» Gli risposi serio: «Beppe, guarda che domani io vado a vincere a San Siro».
Il presidente del Parma, Ernesto Ceresini, non condivideva il mio ottimismo. La pensava come Giuseppe Nuvoli. Mi prese da parte e mi confidò: «Senti, Arrigo, siamo in piena campagna abbonamenti. Se ne prendiamo 5 o 6 dal Milan, spegniamo l’entusiasmo. Cerca di limitare i danni».
Dopo nove minuti di gioco passammo in vantaggio con Fontolan, che aveva 20 anni. Piovani ne aveva 18, Melli 16. Non ci presero più.
Riccardo Sogliano, il d.s. del Parma, mi ha raccontato dopo che per tutto il secondo tempo il presidente Ceresini gli si era attaccato al braccio e continuava a ripetere: «Ma perché Arrigo non toglie una punta? Perché non toglie una punta?» Voleva portare a casa il risultato, pensava agli abbonamenti…
Io la punta la tolsi, ma per metterne un’altra. E il risultato lo portammo a casa lo stesso. I miei ragazzini espugnarono San Siro che alla fine ci applaudì e fischiò il Milan.
Adriano Galliani in sala stampa lanciò un appello ai tifosi: «Vi abbiamo dato tanto, ora chiediamo un po’ di pazienza».
In estate i rossoneri avevano comprato campioni come Donadoni, Galderisi, Dario Bonetti, Massaro…
Silvio Berlusconi venne di nuovo a cercarmi in spogliatoio per farmi i complimenti: «La seguirò anche in campionato. Trovare le motivazioni contro il Milan a San Siro è facile. Vedremo contro avversari di serie B domenica dopo domenica…»
Vincemmo il girone di qualificazione di Coppa Italia davanti ai rossoneri, che tutti indicavano come protagonisti di una stagione vincente.
Niente male per il Parma appena salito dalla C. Ceresini poteva essere più che soddisfatto per i suoi abbonamenti.
Non contento di tutti questi incroci, il caso pensò bene di accoppiarmi al Milan anche per gli ottavi di finale: partita d’andata a San Siro.
Ricordo la delusione del povero Gianluca Signorini alla notizia del sorteggio. Gli chiesi il perché. «Perché mi vedevo già nonno a raccontare ai nipotini di quella volta che avevo vinto a San Siro contro il Milan», mi rispose. «Ma se stavolta perdiamo male, roviniamo anche la prima impresa. I miracoli non si ripetono, mister…» «Non sempre, Gianluca. Ma a volte sì», precisai.
Infatti il 25 febbraio 1987 battemmo un’altra volta il Milan in casa sua, ancora per 1-0, ma questa volta il gol lo segnammo alla fine. Lo realizzò Bortolazzi all’82’. Quella sera probabilmente Berlusconi era un po’ meno convinto di aver fatto bene a prestarcelo.
Faceva freddo, lo stadio era quasi deserto, non più di 15.000 tifosi delusi. Il Milan era stato sconfitto ancora da una neopromossa in serie B. Al ritorno, per lo 0-0 che ci avrebbe qualificati, ci sarebbe già stato Capello in panchina. Eppure quel gran signore di Nils Liedholm venne a cercarmi in spogliatoio per congratularsi e stringermi la mano. I complimenti di Berlusconi arrivarono a mezzo stampa: «Sacchi ha costruito una squadra simpatica e frizzante».
Ai giornalisti confidò la preoccupazione per l’apertura al terzo straniero che sembrava in bilico: «Noi siamo in imbarazzo con Borghi».
Il Milan infatti aveva già acquistato l’attaccante dell’Argentinos Juniors da affiancare a Gullit e Van Basten per la stagione successiva. Presto Borghi avrebbe messo in imbarazzo anche me.
Meno di un mese più tardi, ricordo bene, era il venerdì prima di Messina-Parma del 15 marzo, mi telefonò Ettore Rognoni, figlio del conte Alberto, presidente fondatore del Cesena, editore del «Guerin Sportivo», dirigente federale, grande uomo di calcio. Ettore, che conoscevo bene da anni, lavorava a Mediaset: «Berlusconi vuole vederti lunedì». Pensai che volesse parlarmi di Fontolan, Melli e dei miei giovani giocatori.
Il lunedì successivo Ettore però mi richiamò per annunciarmi che l’appuntamento saltava perché, causa neve e maltempo, l’elicottero di Berlusconi non poteva lasciare St. Moritz. L’incontro era rimandato alla settimana successiva dal momento che mercoledì e giovedì il presidente sarebbe volato a Roma per chiudere i contratti con Pippo Baudo e Raffaella Carrà.
«Va bene», dissi. «Però, per evitare equivoci, nel caso Berlusconi avesse in mente di parlarmi da possibile allenatore del Milan, sappiate che io venerdì prossimo parlerò con una società di serie A e ci sono buone probabilità che si trovi l’accordo.» Non svelai il nome del club: era la Fiorentina. Poco dopo Rognoni mi richiamò: «Domani sera hai impegni?»
Martedì sera varcavo il cancello della Villa San Martino, ad Arcore, sull’auto di Ettore Rognoni. Mi attendevano Silvio Berlusconi e Adriano Galliani.
Cenai seduto di fronte al presidente. Parlammo di calcio dalle 8 di sera alle 2 e mezza del mattino. Mi colpirono la sua passione, il suo entusiasmo, la sua cultura. Mi fece subito sentire a mio agio. Dopo poche parole, ebbi la sensazione nitida, forte, di conoscere quell’uomo da una vita. Mi accorsi fin dal primo istante che avevamo l’anima fatta della stessa pasta, che eravamo nati per sognare in grande.
Mi chiesero di rinviare l’incontro con la società di serie A. Accettai. Ma la mattina successiva ci ripensai. Nella notte mi era venuta una crisi di coscienza. Richiamai Ettore e gli spiegai: «Non posso fare questa figuraccia. Io venerdì vado dove devo andare e rispetto l’impegno preso».
Provò a farmi cambiare idea: «Ma sei pazzo? Non puoi buttare via un’occasione del genere! Al 90 per cento sei il nuovo allenatore del Milan!» Ringraziai, ma ormai avevo preso la mia decisione.
A quel punto, per me, l’ipotesi Milan era morta e sepolta per sempre. Non ci pensavo più.
Andai a Parma a dirigere l’allenamento del mattino e quello del pomeriggio. Allora non c’erano i telefonini. Rientrato a casa, mia moglie mi riferì che Ettore mi aveva cercato quattro o cinque volte. Gli telefonai, mi chiese: «Domani sei libero? Ti riporto a Milano».
Il giorno seguente, giovedì, non trovai Silvio Berlusconi, che era a Roma da Baudo e la Carrà, ma tutto lo Stato Maggiore Fininvest in gran parata: suo fratello Paolo, Galliani, Confalonieri, Foscale, Dell’Utri…
Fui impressionato da quello schieramento che dimostrava l’ostinata volontà di convincermi e quindi indirettamente la fiducia nel mio lavoro.
Mi arresi. «O siete dei pazzi o siete dei geni», conclusi. «Datemi il contratto che lo firmo in bianco.»
Sinceramente non mi aspettavo che in quel bianco avrebbero scritto una cifra inferiore a quella che prendevo al Parma. Evidentemente erano dei pazzi molto intelligenti.
Finito l’incontro, telefonai subito a Ranieri Pontello, proprietario della Fiorentina, e gli comunicai che non mi sarei presentato all’appuntamento perché avevo appena firmato per un’altra società di serie A, senza dirgli quale. Mi scusai come potevo e lo ringraziai con tutto il cuore per la grande stima che mi aveva dimostrato.
Il conte mi disse: «Guardi, Sacchi, se la società che ha scelto è superiore alla Fiorentina, sono contento e non ho rimpianti: significa che avevo visto giusto a puntare su di lei. Se invece è inferiore, mi dispiace». «Credo sia superiore», risposi. «Non abbia rimpianti.»
Per non perdere tempo, mi presentai ai giocatori del Milan prima ancora di vederli. Scrissi loro una lettera che conteneva i miei saluti, i miei princìpi fondamentali e alcuni consigli per le vacanze, compreso un programma di lavoro che avrebbero dovuto svolgere prima di presentarsi al raduno.
A Vincenzo Pincolini, il preparatore atletico che mi aveva seguito, consigliai: «Togli il 20 per cento dei carichi che facevamo al Parma, altrimenti questi si spaventano subito…»
Ma credo che la maggior parte dei giocatori, ricevuta la lettera, sospettarono comunque di essere finiti nelle mani di un pazzo… O, perlomeno, si preoccuparono.
Avevo scritto: «Inviando con la presente lettera sinceri auguri di buone vacanze, approfitto per ricordare alcune norme di corretto e normale comportamento che, seguite durante tutto il periodo di riposo, potrebbero rendere più facile l’inizio dell’attività prevista per il raduno pre-campionato. Per quanto riguarda gli allenamenti, è auspicabile che nessuno faccia, prima di tutto, vita troppo sedentaria. Soprattutto fino al 10-12 luglio qualche partita a tennis, parecchio nuoto, camminate e leggero footing potrebbero benissimo risolvere tanti problemi mentre per le ultime due settimane pre-ritiro sarebbe certamente meglio seguire, almeno indicativamente, in modo organico il programma che prevede tre sedute settimanali (che è qui allegato). Approfittare di questi periodi di riposo per ricorrere a sabbiature o fanghi termali (sempre se c’è stato un consiglio del medico) sarebbe un altro modo intelligente di utilizzare convenientemente le vacanza. Da un punto di vista del riposo e dell’alimentazione il buon senso dovrebbe essere indicazione più che utile. Al di là di questo, buona norma è fare seguire a un pasto un po’ troppo abbondante pasti più frugali e meno ricchi. Il riposo riveste inoltre grande importanza. Cercare sempre di riposare almeno 8 ore per non fare della vacanza un momento di ulteriore stress. Ricordandoci che arrivare al ritiro affaticati o addirittura sottopeso sarebbe il peggior modo di iniziare l’attività».
Questo il programma di lavoro indicato per le tre settimane che precedevano il raduno.
Prima seduta settimanale: 10’ stretching-15’ corsa continua-4 volte balzi quintupli alternati dx e sn-4 volte balzi decupli alternati dx e sn-10’ addominali-10x100 m in leggera progressione + parte laterale del campo in souplesse (velocità 50-70%)
Seconda seduta settimanale: 10’ stretching-6 volte 20 m skip (corsa ginocchia ben alte)-3 volte 50 m (mezzo campo di calcio) a balzi alternati-20’ corsa a ritmo alterno (2’ lenti più 1’ a ritmo superiore)
Terza seduta settimanale: 10’ stretching-10’ per muscolatura addominale-6x10 richiami ginocchia al petto-10x100 m in leggera progressione (velocità 50-70%)-15’ corsa continua a ritmo leggermente crescente
Sul mercato entrai invece con piede più tenero.
Il Milan aveva già acquistato Gullit e Van Basten, due ottimi giocatori, ma che fino ad allora avevano vinto solo in Olanda, a parte la Coppa delle Coppe che Marco aveva conquistato con l’Ajax quando era già stato ceduto a Berlusconi.
Di mio ci aggiunsi tre giocatori che sarebbero diventati fondamentali nel nostro ciclo: Carlo Ancelotti, Angelo Colombo e Alberico «Chicco» Evani.
La storia di Carletto è nota. Io ero d’accordo con Galliani per prenderlo, la Roma era d’accordo a darcelo convinta di rifilarci «una sòla», come si dice nella Capitale. Berlusconi, che sapeva dei tre menischi e dei due crociati operati, non voleva mettersi in casa un giocatore con il 20 per cento di invalidità certificata. Gli telefonai a St. Moritz e gli spiegai: «Mi preoccuperei se il 20 per cento fosse stato alla testa, ma è solo alle gambe. Siamo fortunati. Io ho bisogno di un cervello in mezzo al campo». Poi calai l’asso: «Se me lo prende, vinco lo scudetto. Sicuro». Me lo prese. Perché gli avevo dimostrato il coraggio di sognare, credo.
Il Milan stava cedendo all’Udinese il centrocampista Andrea Manzo, un bel ragazzo fidanzato con Dorina Vaccaroni, schermitrice olimpionica. Consigliai di far entrare nell’affare Angelo Colombo, appena retrocesso, e lo portammo a casa.
Trattenni Chicco Evani che aveva già fatto le valigie, destinazione Genoa. Liedholm lo faceva giocare terzino sinistro, io avevo in testa per lui una certa idea.
Infine mi portai Roberto Mussi e Walter Bianchi dal Parma insieme con Mario Bortolazzi che rientrava dal prestito.
Il Milan stava trattando Francini del Torino per sei miliardi. Io proposi: «Con due miliardi, di terzini ve ne porto un paio». A Berlusconi stavolta promisi: «Le assicuro che Mussi arriverà in Nazionale». Quando diventai c.t. e lo convocai in azzurro, il presidente mi telefonò: «Aveva ragione. Però così non vale…»
Riassumendo, non potevano certo rinfacciarmi un mercato di grandi pretese.
Gullit e Van Basten li avevano acquistati loro. Io avevo portato un centrocampista con un menisco su quattro, un esterno sul piede di partenza, un mediano retrocesso in B e tre ragazzi saliti dalla seconda serie. E questo, nonostante dovessi rinforzare una squadra che nel campionato precedente era finita al quinto posto.
Ma, come avevo imparato fin dalla prima ora, grazie ad Alfredo Belletti, mio ex prof di latino, sapevo bene che le idee e il lavoro avrebbero deciso il mio destino, molto più dei singoli giocatori. Era sempre stato così e lo sarebbe stato anche a Milano.
«Idee» voleva dire: riuscire a trasmettere nel modo più chiaro e più veloce possibile i miei princìpi di gioco. «Lavoro» significava ottenere il massimo della professionalità e dell’impegno in allenamento e in partita, educando generosità e sacrificio.
È proprio per questa seconda ragione che mi ero portato da Parma un ragazzo come Walter Bianchi.
Lo conoscevo fin dai tempi di Cesena, dove io dirigevo il settore giovanile e lui giocava tra i ragazzi, non ancora il Primavera. Me lo ricordo un giorno con delle scarpe di tela ai piedi, tutte consumate, e un montgomerino striminzito. Nevicava. Lo fermai e gli chiesi con garbo: «Walter, che lavoro fa tuo papà?» Mi spiegò che era orfano, aveva due fratelli e sua mamma, che era bidella, ma non di ruolo, faceva anche i lavori nelle case.
In società avevamo da parte un po’ di soldi e glieli regalammo. La sera stessa sua madre mi telefonò tutta preoccupata: «Appena ho visto quei soldi, ho chiesto a mio figlio: “Cos’hai combinato, Walter?”» La tranquillizzai: «Signora, suo figlio se li è meritati tutti. Non ha combinato niente di male». Gli regalai anche due cappotti.
Con Bianchi, a Cesena, vinsi il campionato nazionale Primavera. Me lo portai a Rimini, poi lui andò a Brescia, dove non fece bene, io lo ripresi a Rimini, lo portai al Parma e poi al Milan. Era un professionista straordinario, un ragazzo di una generosità unica, sempre con il sorriso sulle labbra.
Per questo lo chiamai a Milanello. Volevo che i miei nuovi giocatori vedessero ogni giorno a quale livello di professionalità si può arrivare. Walter doveva essere un esempio per tutti, l’esemplificazione di ciò che pretendevo sul lavoro.
Lo feci debuttare in serie A alla prima giornata contro il Pisa. Alla seconda contro la Fiorentina era titolare con Mussi. Poi, in due anni con noi, raccolse altre tre sole presenze in campionato. Ma il suo compito lo ha svolto alla perfezione. Quello che doveva darci, ce lo ha dato. Walter Bianchi è stato un mattone prezioso nella costruzione del mio grande Milan.
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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi
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