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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

Borghi o Rijkaard? – La scelta chiave del terzo straniero

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliAvevo scoperto Rijkaard studiando le videocassette di Van Basten. Nell’estate del mio passaggio al Milan, guardavo le partite dell’Ajax per imparare le caratteristiche del mio futuro centravanti e l’attenzione mi cadeva sempre su quel difensore solido, che impostava il gioco con intelligenza e che si sganciava spesso in percussione. Lo tenni d’occhio. Più lo vedevo giocare, più lo desideravo per il mio Milan.
Chiesi informazioni anche a Gullit e Van Basten ed entrambi me ne parlarono con entusiasmo e stima, senza muovere la minima riserva sul suo conto. Non erano stati altrettanto generosi con Aron Winter, che non giudicavano di alta qualità, e Dennis Bergkamp, cui non riconoscevano un cuore da leone.
Il problema, come dicevo, era che il terzo straniero, ammesso dalla stagione 1988-89, il Milan l’aveva già acquistato: Claudio Borghi, attaccante dell’Argentinos Juniors che aveva conteso alla Juve la Coppa Intercontinentale nel dicembre ’85.
La finale di Tokyo, che Borghi giocò da protagonista, fece innamorare tre presidenti: Agnelli della Juventus, Berlusconi del Milan e Mantovani della Sampdoria. Tutti volevano «il nuovo Maradona» che Michel Platini aveva definito addirittura il «Picasso del calcio».
Berlusconi bruciò la concorrenza e pochi mesi dopo Tokyo aveva già concluso l’acquisto, lasciando il giocatore all’Argentinos Juniors. Le frontiere italiane per il terzo straniero però restarono chiuse e nell’estate dell’87, quando io giunsi al Milan, Borghi andò in prestito al Como, dove non riuscì a convincere né Agroppi né Burgnich che si avvicendarono sulla panchina e gli fecero giocare sette partite in due.
In quel periodo difficile, Berlusconi, con grande sensibilità, gli telefonava spesso, gli faceva coraggio e lo spronava a tenere duro ripetendogli che presto sarebbe sbarcato al Milan dove avrebbe raccolto molte soddisfazioni.
Borghi arrivò a Milanello già in aprile e cominciò ad allenarsi con Pincolini. Era come se non l’avesse mai fatto.
Io non ricordo se mi fece per davvero quella domanda che gli attribuiscono («Mister, perché correre per tanti chilometri se il campo è lungo solo cento metri?»), ma avrebbe potuto. La sua cultura del lavoro era molto lontana dalla nostra.
E ancora di più lo erano i suoi princìpi di gioco. Ripeto: per me un vero calciatore deve giocare con la squadra e per la squadra, a tutto campo e a tutto tempo. Borghi giocava solo per la palla.
Di tutte le attitudini che volevo riconoscere in un giocatore, non ne aveva neppure una. E poi ero andato a studiarmeli i numeri del «nuovo Maradona». In 56 partite aveva segnato 4 gol. Il «vecchio Maradona», alla sua età, ne aveva già fatti 260.
Ma intanto, in primavera, Borghi era già a Milanello e Berlusconi dava per scontato che ci sarebbe rimasto anche per la stagione successiva, mentre io ormai avevo scelto Rijkaard. Presto avrei dovuto parlargliene. Nel frattempo gli strappai una promessa.
Mancavano poche giornate alla fine del campionato, il Napoli di Maradona aveva ancora quattro punti di vantaggio su di noi. Pensare di sorpassarlo, all’epoca, sembrava un’utopia. Berlusconi era in compagnia di Bettino Craxi, che fece in qualche modo da garante alla scommessa: «Presidente, se io vinco lo scudetto, lei non prende Borghi. Facciamo un patto?»
In realtà non sono sicuro che lui abbia risposto «Sì», ma di sicuro io la domanda gliela feci.
In maggio giocammo le due amichevoli di lusso che avevo organizzato per festeggiare lo scudetto, ma soprattutto per preparare la squadra al clima della prossima Coppa dei Campioni.
La prima la disputammo all’Old Trafford, il 17 maggio. Battemmo il Manchester United per 3-2: Borghi segnò due gol e fece un assist splendido d’esterno per Van Basten che si procurò il rigore realizzato da Virdis. Cinque minuti dopo il secondo gol, lo tolsi dal campo… Ma naturalmente a Berlusconi bastava e avanzava quello che aveva visto.
Dopo la partita era raggiante: «Arrigo, farà giocare Borghi titolare anche contro il Real Madrid?» «No, presidente», risposi in fretta. «Devo far ruotare tutti i giocatori.»
Due giorni più tardi, il 19 maggio, a San Siro, Borghi entrò nel secondo tempo, con il Real in vantaggio grazie a un gol di Míchel. L’argentino segnò il gol del pareggio e poi Gullit firmò il 2-1. Adriano Galliani aveva la mia stessa faccia terrea: «E adesso?»
E adesso era un bel guaio, perché Galliani, che ha sempre cercato di aiutarmi in tutti i modi ed è stato un protagonista assoluto, insostituibile, nei nostri trionfi, aveva già trovato l’accordo con lo Sporting Lisbona per Rijkaard. Lo aveva bloccato. Dubito che Berlusconi lo sapesse…
Non solo. Io avevo spedito Natale Bianchedi, il mio più fido osservatore, a studiare Frank a Saragozza per due settimane. Gli avevo ordinato: «Non seguire solo gli allenamenti. Informati su come si comporta fuori dal campo, dove mangia e cosa mangia». Per me il giudizio sull’uomo ha sempre preceduto quello sul giocatore.
La relazione di Natale, come quelle di Gullit e Van Basten, era stata eccellente. Frank era il nostro uomo. Conclusione di Adriano Galliani: «Stavolta il presidente ci licenzia tutti e tre…»

Il 24 maggio volai con Ariedo Braida, il nostro direttore sportivo, a vedere Olanda-Bulgaria, amichevole che precedeva l’Europeo di Germania. Rijkaard giocò in difesa, come lo immaginavo nel mio Milan. Volevo affiancare a Baresi un altro difensore che lo aiutasse a impostare l’azione, perché pretendevo undici giocatori in costante posizione attiva, anche il portiere. Costacurta non è mai stato solo uno stopper, ha sempre partecipato alla costruzione.
In Italia invece i difensori non erano abituati a fare calcio. Solo a distruggerlo. Il calcio di ogni nazione è dettato dalla sua storia e dalla sua cultura.
Noi abbiamo vinto una sola guerra, facendo catenaccio sul Piave e ripartendo in contropiede. Per il resto, le abbiamo sempre prese e siamo sempre scappati spaventati da questo o da quel dominatore.
La Spagna, che ha governato ovunque, ha di conseguenza un calcio più ambizioso. Quello inglese è coraggioso perché gli inglesi difendevano la loro quotidianità anche quando i tedeschi li ricoprivano di bombe.
Il giorno dopo l’amichevole dell’Olanda, ci spostammo a Stoccarda dove si disputava la finale di Coppa dei Campioni tra PSV Eindhoven, l’ex squadra di Gullit, e il Benfica, che avevo visto a Torino da militare.
Io e Ariedo respirammo con orgoglio l’atmosfera della manifestazione più prestigiosa, che presto avremmo affrontato da protagonisti. Come potevamo immaginare che la finale successiva l’avremmo vissuta in campo?
La partita però fu deludente, tra due squadre che aspettavano più che osare e finì con gli olandesi vittoriosi ai rigori.
Rientrati in albergo, trovai un messaggio della segretaria di Berlusconi: il presidente voleva incontrarmi il giorno seguente.
Il momento della decisione era arrivato: Borghi o Rijkaard?

Prese la parola Berlusconi: «Caro Arrigo, come non mi sono sbagliato a scommettere su di lei, sono sicuro di non sbagliarmi a scommettere su Borghi. Sono certo che lei lo trasformerà in un vero campione all’interno di un grande Milan».
Risposi: «Presidente, io mi considero un suo amico, prima che il suo allenatore. Mi creda: se prendiamo Borghi, ci perdiamo tutti. Io, lei e il Milan. Se lei ha deciso di tenerlo, io non posso più restare. Per una ragione semplice: la squadra smetterebbe di seguirmi. Sì, perché i giocatori hanno creduto ai miei valori, al mio calcio e mi sono venuti dietro fino a vincere uno scudetto insperato. Ma Borghi non possiede neppure uno di quei valori e se i giocatori, che mi hanno seguito fino a qui, mi dicessero: “Mister, allora lei per un anno ci ha presi in giro”, avrebbero soltanto ragione. Non posso restare, per coerenza. Vada avanti senza di me. Ma, le ripeto, io sono un suo amico e, per la gratitudine che le devo, le prometto che non andrò da nessuna parte e resterò fermo almeno un anno». Ne avevo bisogno.
Al Parma in B avevo firmato per un solo anno annunciando che poi avrei smesso di allenare. Era già da tre o quattro anni che pensavo di farlo, per lo stress. Mi trascinavo una brutta gastrite. Poi però era arrivato il Milan e mi era sembrato doveroso proseguire per un altro anno almeno. Le tensioni della serie A e di un campionato sulle montagne russe, tra rischio esonero iniziale e trionfo finale, avevano ulteriormente peggiorato il mal di stomaco che era ormai prossimo all’ulcera. Rudy Tavana, medico del Milan, mi prescrisse una cura a base di Famodil e Tavor.
Non potevo mollare prima di affrontare almeno una volta la Coppa dei Campioni, quella dei miei sogni, ma quando andai a trattare il rinnovo con Galliani, pretesi un anno solo, anche se loro volevano farmi firmare per tre.
L’anno prima avevo firmato in bianco, ora, che avevo vinto lo scudetto, chiesi il raddoppio secco e nessuno ebbe da ridire.
Berlusconi provò ancora a convincermi sulle qualità di Borghi, poi rilanciò: «D’accordo. Prenderò un altro allenatore, ma lei resta al Milan come amministratore delegato per cinque anni». Il presidente non lascia mai andare via uno che ha vinto…
Risposi: «La ringrazio, ma dopo quindici anni non sono ancora convinto di saper fare bene l’allenatore, figuriamoci l’amministratore delegato, mestiere che non ho mai fatto…» Alla fine si arrese e decise di tenere me e non Borghi.
Fedele Confalonieri commentò: «Sacchi, in tutta la mia vita non ho mai visto Berlusconi ricevere tanti no in una volta sola…»
Era il 26 maggio. Il presidente, subito dopo il nostro incontro, volò a Ravenna per trattare l’acquisto della Standa con Raul Gardini. Carlo Sama, che conoscevo fin da ragazzo – avevamo anche giocato a calcio insieme – mi raccontò che Berlusconi disse a Gardini: «Cerchiamo di metterci d’accordo in fretta perché di romagnoli che rompono le scatole ne ho già uno al Milan…»
A Milano intanto Galliani attendeva l’ok del presidente per volare a Lisbona e chiudere l’affare con lo Sporting. La risposta, attesa per le sei di sera, arrivò alle due di notte.
Adriano e Braida si imbarcarono su un jet privato diretto in Portogallo e il giorno seguente erano negli uffici dello Sporting a firmare il contratto. Ma nel bel mezzo delle operazioni gli ultrà, inferociti per la cessione di Frank, sfondarono la porta e cominciarono a picchiare i dirigenti portoghesi.
Galliani e Braida si rifugiarono in un bagno e si chiusero dentro, con il contratto firmato. Ariedo lo blindò infilandoselo nelle mutande. Sgattaiolati fuori dagli uffici dello Sporting, informarono subito Berlusconi della buona riuscita della missione. Il presidente, spaventato dall’epilogo burrascoso, si limitò a consigliare per telefono: «Mettetevi in salvo!»
Il 15 giugno ero in tribuna a Düsseldorf per seguire Olanda-Inghilterra, partita valida per la fase a gironi del Campionato Europeo.
Osservavo i miei tre giocatori, ma tenevo d’occhio anche Gary Lineker, perché, nel caso Van Basten non si fosse ripreso completamente dall’infortunio della stagione precedente, avremmo ripiegato sul centravanti inglese. A fine partita, l’ipotesi era già superata.
L’Olanda vinse 3-1 e i gol li segnò tutti Marco, il primo, un gioiello, su assist di Gullit.
Entusiasta, telefonai subito a Berlusconi per raccontargli cosa aveva combinato il nostro centravanti che disputò un torneo strepitoso, rifinito con quel gol indimenticabile alla Russia: destro al volo quasi dalla bandierina che gli mise in tasca il Pallone d’oro. Anche Gullit e Rijkaard giocarono alla grande e trascinarono l’Olanda al titolo continentale.
Il Milan avrebbe dato l’assalto alla Coppa dei Campioni, che attendeva da vent’anni esatti, con tre freschi campioni d’Europa. E io non ero meno carico di loro.

Claudio Borghi, dopo una breve e triste parentesi in Svizzera, si rassegnò a tornare in Sudamerica dove completò una carriera anonima. Un solo gol in Nazionale. Non era il nuovo Maradona. Falso allarme.
È diventato invece un buon allenatore. Per ironia della sorte in patria qualcuno l’ha ribattezzato «il nuovo Sacchi», anche se per la stazza ricorda più Ramaccioni.
Non troppo tempo fa, Berlusconi mi ha chiesto: «Oggi lo prenderebbe Borghi?» Io gli avrò anche detto tanti no quella volta, ma lui non si è mai arreso.

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero

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