
Letture RossoNere
La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò
L’Europa si accorge di noi – Amichevoli di lusso a inizio stagione
(Arrigo Sacchi)
La squadra si radunò al PalaTrussardi come l’anno prima e come l’anno prima Silvio Berlusconi era assente. Venivamo da una stagione vincente, qualcuno pensò bene di riproporre lo stesso copione, per scaramanzia.
Cesare Cadeo, persona gentilissima e appassionata, purtroppo scomparsa di recente, presentò il nuovo Milan davanti a diecimila tifosi entusiasti che cantavano: «Campioni! Campioni!» C’era una folla incredibile nonostante il caldo torrido di un sabato estivo e la città fosse deserta: era il 23 di luglio. Una bambina di 5 anni mi regalò un braccialetto rosso e nero.
Quel giorno si radunavano anche altre grandi. La «Gazzetta dello Sport» pubblicò in prima pagina il confronto: non ci fu partita. Ad accogliere l’Inter si erano presentati in tremila, per la Juve in mille. Sono sempre stato orgoglioso di questo tipo di rilievi, non meno dei trofei vinti: aumentare la gente che segue le mie squadre.
Cominciai al Fusignano che c’erano 30 spettatori, quando me ne andai ce n’erano 400. E così al Bellaria, a Rimini, a Parma… Arrivato al Milan si contavano 30.000 abbonati, l’anno dopo erano diventati 60.000, il doppio.
È per questo che facciamo calcio, per divertire la gente. Vincere non sarà mai la sola cosa che conta.
Un giorno Marco Van Basten venne a dirmi: «Mister, fatichiamo troppo. Io non mi diverto». Gli spiegai: «Marco, non ho mai visto nessuno raggiungere traguardi importanti senza faticare e poi tu dovresti divertirti per la proprietà transitiva: osservando quanto si divertono gli spettatori grazie alla nostra fatica».
Dopo l’evento pranzammo al ristorante Ribot, vicino all’Ippodromo di San Siro, dove posai con i tre olandesi e chiacchierai con i giornalisti. Misi subito le mani avanti: «Guardate che l’ultima volta che il Milan ha vinto due scudetti di fila è successo ottant’anni fa…» E ricordai qual era stato il punto di partenza: «Se un anno fa vi avessi detto che avremmo giocato con il quadrilatero Colombo, Ancelotti, Donadoni ed Evani e avremmo vinto lo scudetto, mi avreste preso per matto».
A Rijkaard chiesero se conoscesse Gianni Rivera sperando di coglierlo in castagna com’era accaduto con Gullit, ma l’avevamo educato bene e raccontò di averlo visto da bambino nella finale di Coppa dei Campioni del ’69 contro l’Ajax.
Frank era la grande novità della stagione, l’unica, di fatto. Per il resto eravamo gli stessi dello scudetto, a parte Viviani arrivato dal Como e i due portieri di riserva; Pinato e Antonioli. Ne avevamo presi due perché non sapevamo quale scegliere.
Al pomeriggio salimmo a Milanello, dove padre Massimo Camisasca ci diede la benedizione e svolgemmo il primo allenamento che diresse Pincolini, il preparatore atletico, perché io mi ero infortunato giocando una partitella al mare con Bagni e Cabrini. Il giorno dopo venne una tromba d’aria a Milanello che mise in fuga i tifosi, ma noi ci allenammo lo stesso. Anche nella storia antica le grandi imprese venivano preannunciate spesso da eventi atmosferici speciali…
Una sera guardai la registrazione di un paio di nostre partite assieme a Rijkaard: Milan-Napoli 4-1, quella che aveva incantato Van Basten, e Milan-Inter 2-0, quella che aveva scioccato Altobelli. Le migliori della stagione precedente.
Frank rimase incantato da due giocatori in particolare: Gullit e Ancelotti. Commentò: «Fate un pressing bellissimo… Mi divertirò. Non ho mai visto Ruud correre così tanto in Olanda senza il pallone. E poi, scusi, perché mi avete preso se un professore a centrocampo ce l’avete già?» Si riferiva ad Ancelotti.
In realtà, come ho detto, lo avevo voluto pensando di schierarlo in difesa, per aumentare la qualità nell’impostazione dell’azione.
Precisiamo, dei miei difensori io ero più che soddisfatto. Nel campionato precedente avevamo subìto 14 gol, di cui 2 a tavolino, quindi solo 12 effettivi. Quasi la metà di quelli presi nella stagione precedente. Eppure gli uomini erano gli stessi, anzi io giocavo con Filippo Galli che con Liedholm faceva la riserva di Bonetti, titolare in Nazionale. La differenza è che ora difendevamo e attaccavamo tutti insieme.
Rijkaard poteva darmi più qualità nella costruzione dal basso, ma mi accorsi subito che interpretava il ruolo all’olandese, cioè badando più al duello fisico con l’avversario che alle sincronie con i compagni.
Le gerarchie di interesse di un giocatore per me devono essere: compagno, palla e solo per ultimo l’avversario. Per gli olandesi invece il corpo a corpo è la priorità. Ma così la squadra faticava a muoversi come un organismo solo.
Non capitava solamente agli olandesi. Se in Nazionale non chiamai quasi mai ottimi difensori come Bergomi e Ferrara era proprio per questa ragione, perché avevano come riferimento più l’avversario che i compagni.
Ai difensori io mostravo spesso le quattro dita di una mano aperta, tenendo il pollice schiacciato contro il palmo, e spiegavo: «Voi siete le dita di una stessa mano. Vedete? Tra un dito e l’altro può passare il pallone, ma se io le chiudo non passa più e non passa più neppure se un dito avanza per aggredire e gli altri tre si stringono alle sue spalle».
A centrocampo invece Rijkaard sarebbe diventato uno dei principali motivi di salute di tutto l’organismo, l’equilibratore perfetto, che dettava i tempi e governava gli spazi. Prezioso nella copertura della difesa e nell’appoggio all’attacco, avrebbe anche segnato gol decisivi. Un giocatore completo, un’enciclopedia.
Già alla prima amichevole della stagione, a Brescia, il 31 luglio, impressionò tutti per personalità e ordine, compreso Berlusconi che confidò ai giornalisti: «Era il giocatore che ci mancava». Vero. Lui, non Borghi.
Quell’amichevole però la perdemmo 2-1 perché avevo schierato pochi titolari e, soprattutto, perché al mattino li avevo ammazzati, come testimonia il menù di lavoro registrato sul diario di bordo: 11 contro 0, esercitazione di squadra per mettere a punto il movimento coordinato di ciascun giocatore - corsa continua - 10’ di skip e partenze - 5’ ostacoli all’italiana - 5’ 9 contro 9 nella gabbia - 10’ partita a tutto campo, 11 contro 11, con esercitazioni di pressing, zona, contrattacchi veloci, punizioni e corner - 15’ 2x1200 m, velocità 4’30’’ al km, recupero 2’30’’ - corsa in salita
In effetti, alla sera in partita avevano il pieno diritto alla stanchezza…
Annotavo tutto quello che facevamo, giorno per giorno, su una Smemoranda dal formato più grande di quelle tradizionali. L’agenda dell’88 aveva la copertina grigia e le pagine a quadretti. Scrivevo molto fitto per farci stare più informazioni e riflessioni. Registravo il tipo di esercizi, i carichi di lavoro di ogni allenamento, facevo i disegnini dei movimenti provati e valutavo l’impegno della squadra. Per le partite invece scrivevo un commento, segnalavo le cose più riuscite e quelle da mettere a posto, davo un giudizio e a volte i voti ai giocatori.
Non scrivevo sempre in forma di diario, spesso usavo la seconda persona, perché le cose che annotavo poi diventavano un discorso in spogliatoio. Rileggevo davanti alla squadra anche le annotazioni più dure. Anzi, soprattutto le più dure, per trasmettere una scossa e innescare la reazione.
Ogni quaderno, che conservo gelosamente nel mio studio, è la scatola nera di una stagione, il romanzo del nostro lavoro e dei nostri sentimenti, racconta come volò il mio Milan quell’anno, giorno per giorno.
Dopo la sconfitta di Brescia scrissi: «Abbiamo fatto un tuffo nella nuova realtà. Sono finiti i tempi dei festeggiamenti. Quest’anno cercheranno tutti di aggredirci. Ma il Milan deve aggredire, non dev’essere aggredito». Poi annunciai le cose da migliorare: «Pressing, velocità, smarcamenti individuali e collettivi».
Sugli smarcamenti collettivi, i giocatori andavano giù di testa… Voleva dire che se uno incrociava da sinistra, l’altro doveva incrociare da destra; se un attaccante veniva incontro l’altro doveva attaccare la profondità. Pretendevo che ognuno restasse attivo anche senza palla e che con il suo movimento creasse spazi e possibilità. Su questo punto, specie all’inizio, li martellavo come un pazzo.
Ancora dopo Brescia: «Migliorare la capacità di giudizio, per esempio lanciare o portare palla». A Baresi dicevo sempre: «Franco, sappi che ogni volta che fai un lancio lungo, mi dai un dispiacere». Volevo che la palla salisse con un’armonia di squadra. Annotai anche: «Turnover necessario, anche a costo di fare brutte figure».
Come infatti successe alla prima uscita, ma io dovevo pensare al Vitocha Sofia, primo avversario in Coppa dei Campioni, non al Brescia.
I giornali parlarono di «beffa» perché avevo nascosto tanti titolari e ci criticarono parecchio, tanto che annotai sulla Smemo: «Stampa: reazioni esagerate».
Ma c’era da capirli, molti avevano ingoiato dei bei rospi nella stagione precedente. Non gli sembrava vero di vederci perdere già alla prima uscita. Li tranquillizzai: «Non sono Don Chisciotte. A Parma saremo più veri».
In realtà non facemmo bene neppure a Parma, anche perché al mattino il Pinco li aveva torchiati per due ore con scatti in salita. Avevo conosciuto Vincenzo Pincolini proprio a Parma.
Io non avevo mai avuto un preparatore atletico, avevo sempre curato la preparazione di persona. Solo al primo anno a Rimini mi aveva aiutato Paolo Baffoni, che poi avrebbe lavorato con Zaccheroni anche al Milan. Quando invece ritornai al Rimini, mi appoggiavo a un preparatore che si prendeva cura solo del recupero degli infortunati. Arrivato a Parma dissi subito: «Non mi serve il preparatore atletico. Faccio io». Sogliano rispose: «Come vuoi. Noi ne abbiamo uno bravo. Se credi, usalo».
Dopo una settimana, mi resi conto che il Pinco sapeva dieci volte le cose che sapevo io. Tentennò a lungo prima di seguirmi al Milan, perché insegnava a scuola. «Bella fiducia che hai in me, Vincenzo…» gli dissi.
Ma lo capivo. Gli avevo spiegato che al Milan avrei firmato per un anno solo, perché intendevo smettere di allenare e giustamente ci pensò due volte prima di lasciare un posto di lavoro sicuro.
Alla fine decise di mettersi in aspettativa come insegnante, mi seguì a Milano, vincemmo lo scudetto e tirò avanti come preparatore atletico. Il patriarca del mestiere, un maestro, un’autorità, un amico.
L’amichevole di Parma finì 1-1, il 7 agosto a Verona andò ancora peggio: perdemmo 1-0 con gol di Troglio.
Verona mi ha sempre portato sfiga… Annotai sul diario di bordo: «Brutta partita. Leggeri progressi nell’impegno. Squadra lunga, poco intensa. Marchiamo poco e siamo lenti».
E ci credo… Mi verrebbe da dire leggendo sulla Smemoranda l’allenamento del mattino.
10’ 11 contro 0 - 10’ partitella con le mani, 8 contro 8 su campo 30x40 m. Perché il vero problema non è mai tecnico, ma di idea, di movimento corretto. Se ti allarghi, quando devi stringere, lo fai con le mani come con i piedi. 10’ nella gabbia, esercitazione di pressing 6 contro 6. Dieci minuti di attacco continuo al pallone che non esce mai sono un inferno che dura un’eternità. Non bastasse, alla fine dell’allenamento, piazzammo il colpo di grazia: 10 volte 6x100 m. Un bel programmino…
I giornalisti, che non conoscevano i nostri carichi di lavoro, valutarono solo risultato e prestazione. Le critiche a questo punto divennero robuste e la preoccupazione generale più diffusa. In fondo, mancava solo un mese esatto all’esordio in Coppa dei Campioni.
Berlusconi fiutò l’aria e mi telefonò dalle Bermuda: «Non si lasci condizionare, Arrigo. Lavori tranquillo e tiri avanti per la sua strada».
In realtà quelle amichevoli furono soltanto tappe di avvicinamento e di preparazione alle partite più importanti del pre-campionato che avevo studiato in funzione della Coppa dei Campioni, per abituarci al clima europeo, attraverso test internazionali con club di grande spessore e grande tradizione. Anche perché il campionato quell’anno sarebbe iniziato più tardi, il 19 ottobre, a causa dell’Olimpiade di Seul, e quindi non potevo contare su partite ufficiali, psicologicamente più allenanti, per preparare il debutto in Coppa del 7 settembre contro il Vitocha Sofia.
Nel giro di pochi giorni, dal 13 al 17 agosto, affrontammo Bayern Monaco, Tottenham e PSV Eindhoven, campione d’Europa in carica. E il primo settembre andammo a far visita al Real Madrid nel suo salotto, per il Trofeo Bernabeu.
Cominciammo il 13 agosto 1988 con il Bayern Monaco, al Torneo Internazionale di Wembley, sul campo dove un quarto di secolo prima il Milan aveva vinto la sua prima Coppa dei Campioni. Per noi, che volevamo ricollegare il passato glorioso del club al presente, quel passaggio aveva quasi il valore di una macumba.
Vincemmo 1-0 grazie a un gol di Virdis. Van Basten avrebbe potuto infierire, ma sbagliò un gol clamoroso e alla fine si giustificò alla sua maniera: «Non mi piace fare piangere la gente».
Giocammo molto bene, i cronisti inglesi mi rincorrevano per chiedermi come mai e io provavo a spiegare: «Sì, siamo italiani, ma giochiamo per divertire».
Che soddisfazione… Il pubblico inglese applaudiva, capiva tutto. L’Europa cominciava a scoprire che stavamo raccontando una storia completamente diversa.
Diario di bordo: «Buona partita, grande organizzazione. Buona prestazione individuale di tutti. Grande esperienza. Da migliorare…»
Era la mia strategia. Quando la squadra aveva fatto bene e quindi era più ottimista e più ricettiva, insistevo sulle cose da fare per migliorare.
«Da migliorare conclusioni, assist, contrattacchi rapidi, uno-due, uno viene e uno va, incroci.»
Il giorno seguente battemmo 2-0 il Tottenham con gol di Virdis e Van Basten. Non potevo ancora schierare Gullit, infortunato. Sull’onda dell’entusiasmo annunciai alla stampa: «Questa sarà la stagione di Marco Van Basten».
Telefonai a Berlusconi e, prima ancora di dirgli il risultato, lo informai: «Presidente, siamo usciti ancora da Wembley tra gli applausi!» Neanche a lui interessava una vittoria senza merito, senza valori e senza bellezza. Diario di bordo: «Buona partita, squadra brava, il futuro può diventare ottimo».
Sulla pagina del 17 agosto, PSV Eindhoven-Milan, ho scritto di più: «Buon primo tempo: pressing e fuorigioco e marcature a pressione e a scalare. Buoni ed efficaci i contrattacchi. Bene l’organizzazione, a livello individuale, buone prestazioni di tutti, eccetto Costacurta, Colombo e Virdis. Secondo tempo non buono, squadra lunga, poco organizzata, pressing inesistente…»
Battevo sempre sul pressing. Era la chiave di tutto. «Pochi incroci e sbagliati. Marcature blande.» Alla fine, i compiti per casa… «Mussi: fare uno-due, colpi di testa e tiri. Costacurta: lavorare sul fuorigioco, sulle marcature a scalare e sui lanci. Rijkaard: conclusioni. Donadoni: incroci e conclusioni. Van Basten: posizione nel pressing.»
Il PSV era il campione d’Europa in carica e non perdeva in casa da otto anni. Rijkaard, che veniva dall’Ajax e godeva più di tutti, continuava a ripeterlo nelle interviste. I giornali olandesi titolarono: Lezione di calcio.
Gullit saltò anche quella partita e nelle settimane successive le sue assenze, il suo tribolato inizio di stagione, cominciarono a diventare un caso. Si trascinava piccoli acciacchi, caviglia, ginocchio, ma la verità di fondo è che nel primo anno non lo buttava giù neppure un treno, al secondo bastava un soffio e si fermava per un dolorino. Pensava troppo alle donne. Era sempre infortunato.
Nel primo anno avevo avuto soltanto uno scontro duro con Ruud. Era rientrato da una partita con l’Olanda al giovedì, si era allenato bene e tirai un sospiro di sollievo, perché in genere quando tornavano a casa per le Nazionali i giocatori trovavano sempre il modo di divertirsi. Bene anche l’allenamento del venerdì, ma il sabato mattina mi aveva telefonato la moglie chiedendo di Ruud perché aveva passato la notte fuori. Si era poi presentato a Milanello che sembrava un fantasma.
Dopo l’allenamento del mattino eravamo partiti per Avellino. Al momento dell’imbarco a Malpensa, Ramaccioni mi aveva avvisato a bassa voce: «Arrigo, manca Ruud». Avevo detto a Baresi e Ancelotti: «Andate a prendere Gullit, sicuramente si è addormentato in sala di aspetto». Infatti.
Arrivati ad Avellino, lo avevo chiamato nella mia stanza e gli avevo fatto lo shampoo, senza sconti: «Non ti vergogni? Ma ti sei guardato allo specchio? È la prima volta che vedo uno di colore diventare bianco. Sembri un fantasma. Tu ragioni con il cazzo, non con la testa!» Testuale.
Il giorno dopo era rimasto piantato in campo come un palo. 0-0 con l’Avellino. In sala stampa mi avevano chiesto di Ruud, e avevo risposto: «Era fermo. Sembrava Dino Meneghin». Così si era arrabbiato pure Meneghin che me lo mandò a dire…
Poche domeniche più tardi, Gullit giocò quel gran derby, una delle sue prestazioni più esaltanti in assoluto. Dopo la partita, chiese di parlarmi. «Mister, io quella volta prima di Avellino ho sbagliato e le chiedo scusa. Ma se le ricapiterà di rimproverarmi, non tiri più in ballo il colore della mia pelle.»
Ogni atleta, ogni uomo, ha la sua sensibilità, il suo carattere. Un allenatore deve sapere dove toccare e dove no. Deve capire se quel giocatore può essere rimproverato in pubblico o se è meglio farlo in privato per non ferire il suo orgoglio. Una volta, durante un allenamento, ho esagerato a strigliare Mussi e l’ho fatto piangere.
Nella prima partita di Coppa Italia contro il Licata, Carlo Ancelotti, uno che il dolore l’ha conosciuto per davvero, s’infortunò ancora al ginocchio. Brutto colpo. L’operarono subito al menisco.
Il primo settembre scendemmo in campo nel tempio del Bernabeu, la terra dei grandi campioni che mi spalancavano gli occhi da bambino, la casa del mitico Real Madrid che aveva vinto le prime cinque Coppe dei Campioni. Nel cammino evocativo verso il debutto nella più prestigiosa manifestazione continentale dovevamo passare per forza anche da lì, altrimenti la macumba sarebbe risultata imperfetta.
Ci mancava anche Van Basten. Vincemmo 3-0, con reti di Donadoni, Mannari e Maldini. Anche il Bernabeu si alzò in piedi ad applaudirci.
Luisito Suárez venne a cercarmi per complimentarsi, era incantato: «Questo Milan può vincere la Coppa perché pensa in grande!»
Io lo ringraziai, emozionato, e gli raccontai: «Lo sa che mentre tutta la Romagna juventina impazziva per Sivori, io tifavo per lei?» Non tanto perché fossi interista, quanto perché Sivori giocava guardando il pallone, Suárez guardando la squadra. Anche Luisito, quando aveva la palla tra i piedi, pensava in grande.
Berlusconi, in estasi, confidava ai giornalisti: «Seduto accanto al presidente del Real, Mendoza, non ho potuto neppure esultare, ma appena arrivo a casa farò le piroette… Abbiamo segnato tre gol al Real in casa sua!» A me aggiunse: «Arrigo, stasera ci hanno seguiti in cinque milioni per televisione!»
Quello era il suo vero orgoglio: che il Milan diventasse uno spettacolo per tutti, che divertisse la gente. Per poter venderlo bene in prima serata, certo. Anche. Ma molto prima del guadagno, c’era la soddisfazione dell’imprenditore che, grazie alle idee e al lavoro, stava costruendo qualcosa di bello, in grado di conquistare il mondo.
Gullit offrì champagne in spogliatoio per i suoi 26 anni e aggiornò la contabilità dei suoi dolorini. Promise che avrebbe fatto di tutto per esserci a Sofia, contro il Vitocha, una settimana più tardi.
A quel punto era difficile nasconderci. Tutti si erano accorti di che cosa avevamo combinato tra la fine della stagione precedente e l’inizio di quella in corso. In sei amichevoli di lusso avevamo sconfitto due volte il Real Madrid e una volta il Manchester United, il Bayern Monaco, il Tottenham e il PSV Eindhoven, campione in carica.
La macumba di avvicinamento era riuscita alla perfezione. Mentre cominciavano a volare i pronostici e molti ci attaccarono sulla schiena l’etichetta di favoriti, io cercavo di tenere i piedi a terra: «È vero, abbiamo sconfitto grandi squadre, ma è anche vero che abbiamo perso contro il Brescia e contro il Verona».
Andai anche un po’ lungo… Al Bernabeu mi scappò detto: «Abbiamo giocato una buona partita col Real, ma ero più preoccupato prima dell’esordio in Coppa Italia contro il Licata». Perfino sul diario di bordo seminai prudenza: «Bravi i giocatori. Risultato eccessivo».
Ma per quanto mi sforzassi di frenare, sentivo che eravamo pronti a scalare la Grande Montagna, nonostante le assenze e la nostra inesperienza nella manifestazione. Solo i tre olandesi ci avevano messo piede, facendo sempre poca strada.
Il primo passo sulla Grande Montagna si chiamava Vitocha Sofia.
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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione
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