
Letture RossoNere
La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò
Gli incubi di Maldini – Andata semifinale: Real Madrid-Milan
(Arrigo Sacchi)
Calcio d’inizio per noi. Palla indietro, lancio lungo e una marea rossonera avanzò compatta verso la porta del Real Madrid. Abbiamo pressato e attaccato senza pause con tutti i nostri uomini. Lo abbiamo fatto dal primo secondo all’ultimo.
Chi non ci conosceva, non se lo aspettava. Si erano accorti che subivamo poche reti, sapevano che eravamo italiani, pensavano che ci difendessimo.
Invece la prima occasione della partita è capitata a Paolo Maldini, il terzino sinistro. Il cross per il pareggio di Van Basten è arrivato da Tassotti, il terzino destro. La palla a Donadoni che ha smarcato Gullit nell’azione del gol ingiustamente annullato l’ha passata Franco Baresi. Rijkaard si sganciava di continuo e attraversava tutto il campo. Questa era la mia difesa.
In realtà, Leo Beenhakker, che ci aveva studiato bene, aveva dato l’allarme alla vigilia: «Attenti, i milanisti non sono italiani». Non l’avevano ascoltato, come durante l’allenamento di rifinitura.
Alla fine Emilio Butragueño spiegava frastornato: «Io ho passato la vita al Real. Ci sono arrivato che ero un bambino. Non ho mai visto una squadra venire al Bernabeu e comandare come ha fatto il Milan».
È stata quella partita a farci conoscere e a darci definitivamente la consapevolezza della nostra forza. Il mondo affacciato sul Bernabeu assisteva a qualcosa di nuovo. Potrei ripetere ciò che disse di me Chicco Evani in un’intervista: «Arrigo era così avanti che se si voltava indietro vedeva il futuro».
Quel Milan era così avanti, così diverso, che il Real Madrid non sapeva come affrontarci. Si ritrovò per 27 volte in fuorigioco. Ogni volta che Gallego o Martín Vázquez provavano a impostare, si ritrovavano pressati in massa. I nostri difensori attaccavano da tutte le parti. Gli spagnoli subirono per novanta minuti il nostro dominio che fu smentito solamente dal risultato.
La prima occasione, come ho detto, capitò a Maldini.
Avevamo un grande gioco, ma anche grandi campioni in grado di interpretarlo ai massimi livelli, anche nelle condizioni ambientali più terribili. Paolo era l’esempio di quanto possano intimidire il carisma e la personalità di un fuoriclasse. Butragueño un giorno mi confidò: ogni volta che il Real doveva affrontare il Milan, Míchel non dormiva la notte pensando al duello che lo aspettava con Maldini. In realtà io credo che anche Paolo spendesse qualche pensierino per Míchel, perché si trattava di due giocatori fantastici.
Quando lavoravo per il Real, andai più volte a studiare il giovane Sergio Ramos nel Siviglia. Lo volevo portare a tutti i costi a Madrid, ma costava molto, 25 milioni di euro nel 2005, e Florentino Pérez non era convinto di sborsare tanto per un terzino. Per convincerlo spesi il nome di Paolo. Dissi: «Presidente, lo compri e io ne faccio il nuovo Maldini». Alla prospettiva di avere in casa un Paolo Maldini, Florentino aprì il portafoglio.
Sergio Ramos è un guerriero, ha una personalità d’acciaio, ma l’ho visto emozionarsi e farsi piccolo davanti a Paolo di cui ha una venerazione e un rispetto assoluti.
In una intervista recente, Maldini mi definì «un visionario» e raccontò che al Milan gli facevo venire gli incubi.
Gli scrissi un sms: «Caro Paolo, se ti ho fatto venire gli incubi mi spiace e ti chiedo scusa». Mi rispose: «Mister, è solo grazie a quegli incubi che ho imparato che cos’è il calcio».
Quella notte al Bernabeu, Paolo, che aveva trascorso un periodo difficile durante la stagione, ma era tornato ai vertici del suo rendimento, fu uno degli incubi del Real Madrid. In tribuna c’era suo padre Cesare, seduto accanto al c.t. dell’Italia, Azeglio Vicini.
Dopo l’occasione di Maldini, ne capitarono tre a Van Basten. Dominavamo, ma non riuscivamo a segnare. Gullit non era al meglio della condizione. E, come capita spesso nel calcio in questi casi, pagammo gli errori.
Il Real andò in vantaggio al 41’. Calcio d’angolo, sulla spizzata di Sanchís, Baresi resta un passo indietro rispetto alla linea dei difensori che sono saliti e Hugo Sánchez, in posizione regolare, gira in rete in acrobazia, prima di festeggiare con l’abituale capriola.
Il messicano era un attaccante terribile, aveva l’istinto del cannoniere di razza. Faceva sempre una specie di movimento a mezzaluna prima di attaccare la porta che in genere gli procurava la libertà e lo spazio per colpire. Senza palla invece non combinava quasi nulla. Non reggeva assolutamente il paragone con Van Basten.
Andare al riposo sotto di un gol, dopo il primo tempo che avevamo giocato, era una vera ingiustizia, ma tornammo in campo senza traumi, decisi a riprendere il nostro gioco, convinti che presto avrebbe pagato, come sempre.
Infatti a metà ripresa pareggiammo, ma il guardalinee ce lo sbandierò via per un fuorigioco assolutamente inesistente: dopo Belgrado e Brema, ecco il terzo indizio che faceva la prova!
Baresi aveva dettato in verticale per Donadoni, che aveva spedito la palla rasoterra al centro dell’area. Gullit, che la spinse in rete, non solo era dietro la linea della palla, ma aveva davanti a sé anche una maglia bianca! Sembrava impossibile quella chiamata.
Non ci fermammo neppure davanti a quell’ingiustizia e finalmente, a una decina di minuti dal termine, raccogliemmo il premio di tanto dominio.
Tassotti avanzò sulla destra e, dalla trequarti, spedì in area un cross imperfetto, leggermente arretrato. Per raccoglierlo Van Basten fu costretto a muovere un passo verso il centro del campo, poi a tuffarsi, avvitarsi in aria e colpire la palla con una torsione del collo.
Ne venne fuori una meraviglia che non dimenticheremo più. La palla volò contro la parte interna della traversa, rimbalzò sulla schiena di Buyo e superò la linea di gesso. Il portiere spagnolo si tuffò all’interno della porta per cercare il salvataggio disperato e in quell’attimo credo a molti vennero in mente i gol «lapalissiani» non convalidati a Belgrado e a Brema. Ma questa volta, per fortuna, l’arbitro indicò il centro del campo e convalidò il definitivo 1-1.
Anche Silvio Berlusconi, che indossava un elegante Borsalino in testa e una sciarpa bianca al collo, si lamentò dell’arbitro: «Per un attimo ho pensato che ci annullassero anche il gol di Van Basten…» Ma era visibilmente raggiante in mezzo a tanti complimenti, tutto il mondo aveva ammirato il suo Milan.
Il giorno dopo il quotidiano spagnolo «AS» titolò: Lezione di calcio al Bernabeu, «ABC» scrisse: «Era una gioia vedere Ancelotti rubare decine di palloni e Baresi guidare l’avanzata della difesa».
«Una gioia», ecco la parola giusta per raccontare il nostro calcio. Un altro giornale spagnolo, non mi ricordo quale, ci raccontò come se avesse assistito allo sbarco dei marziani: «Dal Bernabeu è passata una squadra meravigliosa». Calcolarono che su novanta minuti di gioco il Milan aveva trascorso un’ora nella metà campo del Real Madrid.
Quei commenti mi lusingavano naturalmente, ma avrei preferito leggerli dopo la partita di ritorno. Comunque, anche sul giornale di bordo annotai la mia soddisfazione, con alcune riserve e le solite indicazioni per migliorarci che davo sempre quando le cose andavano bene.
«Buona partita, a tratti ottima. Risultato stretto per noi. Buona prova individuale di difensori e centrocampisti. Meno bene le punte, soprattutto Gullit. Da migliorare: la profondità delle punte e gli attaccanti devono essere più bravi ad attaccare gli spazi vuoti. La squadra dev’essere ancora più corta. Troppi passaggi laterali e inutili.» E poi ho aggiunto una nota di servizio: «Farmi dare due biglietti». Si vede che qualcuno me li aveva già chiesti per la partita di ritorno…
Il giorno dopo la partita di Madrid, Berlusconi, parlando con i giornalisti, fu ancora molto più critico di quanto lo fossi stato io sulla Smemoranda: «Il Milan del Bernabeu è un ottimo pugile senza il colpo del ko. Con Butragueño e Sánchez avremmo vinto. Mi auguro che Borgonovo il prossimo anno ci aiuti a risolvere il problema».
Parole apparentemente dure, perfino ingenerose, ma che avevano uno scopo preciso: stimolare l’orgoglio degli olandesi in vista della partita di ritorno. Infatti quelle parole andarono a segno.
In un’intervista Ruud Gullit spiegò: «Voglio farmi perdonare questa stagione tormentata. Berlusconi vedrà che io e Van Basten siamo i migliori. Comunque, a Madrid un gol regolare io l’ho segnato e anche Marco. Butragueño e Sánchez no».
Il 9 aprile pareggiammo 0-0 a San Siro contro il Napoli che ci precedeva di 4 punti. Avremmo voluto ridurre lo scarto per poi mirare al secondo posto, ma non ci riuscimmo. Non giocammo una grande partita, come riportai sul diario di bordo.
«Prova scialba e senza verve. Quando la squadra non si smarca e non gioca in velocità dimostra limiti evidenti di abilità tecnica, vedi dribbling, uno-due. E anche limiti di personalità. Pressing nullo. Da migliorare: uno-due, dribbling, cross, pressing, tempi e luoghi per lo smarcamento. Aiutare di più gli attaccanti.»
Il 15 aprile, quattro giorni prima del ritorno con il Real, pareggiammo anche a Lecce, con gol di Virdis. Una partita importante perché, dopo otto mesi, rientrava Filippo Galli. Giocò una mezz’oretta nel finale. Il suo recupero mi avrebbe permesso di riportare Rijkaard a centrocampo.
Ci avvicinammo alla sfida decisiva con il Real Madrid con ottimismo, ma, nell’ultima partitella della vigilia, il destino ci tirò un gran brutto scherzo.
Il giovanissimo Albertini entrò duro sulla caviglia di Evani che stramazzò a terra urlando e fu portato fuori a braccia dai compagni. Demetrio era più pallido di lui… Ma non avevo nulla da rimproverargli. Pretendevo che le partitelle di allenamento riproducessero le stesse situazioni delle partite vere e che tutti ci mettessero lo stesso impegno e la stessa grinta, altrimenti non sarebbero servite a niente. Incidenti del genere potevano accadere sempre. Erano nel conto.
Però perdevo il nostro equilibratore per la partita più importante, in cui avremmo dovuto attaccare senza esporci al contropiede dei formidabili attaccanti del Real. Ricordavo bene quanto avessimo sofferto l’assenza di Evani nella partita d’andata contro la Stella Rossa, tanto che lo avevo confessato anche ai giornali: «Mi è mancato terribilmente Evani». Non avevo in rosa un giocatore dalle sue caratteristiche.
La soluzione più logica sarebbe stata allargare in fascia Donadoni, che aveva giocato spesso esterno, schierare trequartista Gullit e inserire Virdis al fianco di Van Basten in attacco.
Ci pensai a lungo. Per la prima volta, chiesi un parere ai giocatori più esperti. Alla fine scelsi la soluzione che nessuno mi aveva consigliato: Ancelotti esterno sinistro.
Carlo, si sa, non aveva lo spunto di Gento. Anzi. Quando facevamo i test sui 50 metri e registrava regolarmente il tempo peggiore, sugli otto secondi e mezzo, io e il Pinco mentivamo e gli dicevamo che aveva fatto sette secondi per non deprimerlo troppo.
Un giorno ci esercitammo sulle sovrapposizioni. Gullit doveva scattare, Ancelotti avrebbe dovuto superarlo e farsi dare la palla. Le prime due prove fallirono, alla terza Carlo spiegò a Ruud: «Se non rallenti un po’, io non ce la faccio a superarti…»
Lo sapevo bene. Ancelotti non poteva avere l’accelerazione di Rijkaard e Gullit, che atleticamente erano due mostri. Una volta li schierai in coppia in una ripetuta sui 200 metri. Ramaccioni li osservò sbalordito e concluse: «Arrigo, se mi lasciassero scegliere tra essere investito da una motoretta o da quei due, sceglierei la motoretta».
E quando mettevo Ancelotti in gabbia a giocare uno contro uno con Rijkaard, Carlo alla fine mi chiedeva sempre: «Mister, ma cosa le ho fatto di tanto male?»
Sapevo bene che le sue gambe martoriate non erano l’ideale per le corse di fascia, ma il calcio si fa con la testa, non con i piedi. Il cervello di Ancelotti ci avrebbe dato gli equilibri e i tempi giusti; la squadra, restando corta e compatta attorno a lui, gli avrebbe assicurato spazi minimi da ricoprire.
Mi avvicinai al match piantando nella testa della squadra un pensiero che avevo riportato sul diario di bordo: «Il miglior Milan non ha vinto contro il peggior Real Madrid. A San Siro gli spagnoli potranno solo far meglio».
Non volevo che si cullassero con il buon risultato dell’andata. Beenhakker ripeteva che il suo Real aveva i mezzi tecnici per andare oltre al nostro pressing, E non mentiva.
La notte del 19 aprile 1989, San Siro era pieno e appassionato come non lo avevo mai visto, il clima ideale per una grande impresa. Più di 73.000 spettatori e ancora una volta il mondo affacciato in mondovisione. La mia squadra contro quella che sognavo da bambino.
In tribuna c’erano Schiaffino e Rivera, la storia del Milan, c’era Gigi Riva, c’era Pillitteri, sindaco di Milano anche se interista, c’era Raul Gardini, c’era anche il ministro Ferri, quello dei 110 orari in autostrada che ci diede la multa a mezzo stampa: «Questo Milan supera i limiti di velocità…»
Berlusconi scese in spogliatoio e fu impressionato da un boato di voci che esplose all’improvviso.
«Viene dalla stanza del Real Madrid», gli spiegai. «Perché non lo facciamo anche noi?» mi chiese. «Quelle sono urla di paura, presidente.»
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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan - «Mister, il bambino trema…»/Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan - Il fischio del Trap/Andata ottavi: Werder Brema-Milan - Ha ragione il Tasso/Ritorno quarti: Milan-Werder Brema - Gli incubi di Maldini/Andata semifinale: Real Madrid-Milan
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