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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

Ha ragione il Tasso – Ritorno quarti: Milan-Werder Brema

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliLa prova generale contro la Juventus, tre giorni prima della partita di ritorno con il Werder, ci diede buone sensazioni: gioco brillante e 4-0 per noi. Però restò all’asciutto Van Basten che aveva sbagliato qualcosa di troppo a Brema e che avrebbe dovuto trascinarci a San Siro. Realizzò due gol Mannari, entrato nel finale.
Il mercoledì successivo lo stadio era pieno di oltre 70.000 tifosi, pronti a spingerci in semifinale. Recuperavo Paolo Maldini, Costacurta tornava in panchina.
Venne fuori un’altra partita combattuta e nervosa, su un terreno pesante. La sintesi che riportai sul giornale di bordo è onesta e fedele: «Prestazione discreta, risultato ottimo».
Non giocammo bene come contro la Juve, la manovra non scorreva fluida, anche per merito del pressing tedesco. E devo riconoscere che il rigore che decise la partita non c’era.
Alla mezz’ora Gullit lanciò Colombo che crossò dalla fascia destra. Van Basten con una carezza deliziosa d’esterno liberò Donadoni che si voltò per calciare, ma entrò in contatto con un difensore e cadde in area. Il contrasto non era sembrato falloso, ma l’arbitro indicò il dischetto.
Van Basten realizzò il rigore con un piatto destro nell’angolino. Un’esecuzione impeccabile e gelida.
Soffrimmo fino al termine perché Colombo, Donadoni e Gullit sprecarono occasioni importanti e così tenemmo in vita la speranza dei tedeschi che non mollavano mai.
Quando finalmente lo scozzese Smith fischiò tre volte, il portiere Reck si scagliò contro di lui e venne espulso. Questa volta erano loro a essere furibondi.
Otto Rehhagel commentò: «Siamo stati sconfitti solo dall’arbitro». Paul Breitner, l’ex terzino tedesco che perse la finale del Mondiale ’82 contro l’Italia, presente a San Siro, parlò di «scandalo».
Il Tasso, dall’alto della sua saggezza, concluse: «L’arbitro ci ha restituito il gol che avevano rubato a Brema».
Di certo nelle due partite dei quarti di finale avevamo giocato meglio e avevamo meritato più del Werder.

Dall’urna di Ginevra venne fuori il Real Madrid.
Eccomi in Coppa dei Campioni davanti alla squadra che avevo sognato da bambino, davanti alle maglie bianche che, nel televisore di Lorenzo Zagonari, indossavano Di Stefano, Puskás e Gento. Il grande momento era arrivato.
Ruud Gullit espresse un pensiero che credo fosse di molti: «Peccato incontrarci subito perché questa sarebbe stata la degna finale». Io invece nei primi commenti ufficiali feci un po’ il «patacca», come si dice in Romagna… Mi scappò una cosa del genere: «Sono contento di avere evitato il Galatasaray perché lo conoscevamo di meno». Berlusconi più o meno le sparò come me: «Lo abbiamo già battuto due volte. Come presidente del Milan dico che siamo più forti del Real Madrid. Come tifoso dico che siamo due volte più forti di loro».
In realtà ci aspettava uno squadrone che stava per vincere la quarta Liga consecutiva, che negli ultimi quattro anni aveva conquistato due Coppe Uefa e che desiderava la Coppa dei Campioni in modo feroce perché non la vinceva da ventitré anni e la considerava un trofeo suo da riportare a casa, dal momento che aveva vinto le prime cinque edizioni.
Ci aspettava una squadra che giocava un calcio propositivo, ottimistico, offensivo, una squadra di grandi campioni famosi in tutto il mondo: Sanchís, Míchel, Schuster, Martín Vázquez, Butragueño, Hugo Sánchez…
Di sicuro, la strategia di avvicinamento alla Coppa dei Campioni, che ci aveva portato a giocare due volte contro il Real nel finale della stagione precedente e all’inizio di quella in corso, ci aiutò a ridurre l’impatto dell’emozione, soprattutto quando ci toccò entrare nella cattedrale del Bernabeu che avevamo già violato con Mannari.
Leo Beenhakker, l’allenatore olandese del Madrid, mi fece una sorpresa piacevole. Il giorno del sorteggio di Ginevra s’imbarcò sull’aereo privato di Galliani, atterrò a Milano e passò a salutarmi. Scherzammo. «Questa volta non verrete a vincere 3-0 in casa nostra», mi avvisò. «Questa volta basta 2-0», lo tranquillizzai.

Il primo aprile, giorno del mio quarantaseiesimo compleanno, giocammo a Bergamo la prova generale. Mancava solo Gullit, che era sotto antibiotici per un attacco influenzale e schierai nel secondo tempo. Al suo posto partì Virdis. Segnò subito Nicolini, recuperammo con Evani e vincemmo con un gol di Rijkaard.
Al termine Berlusconi svelò orgoglioso: «Prima della partita avevo chiesto a Frank di tirare di più in porta». Borghi ormai era un lontano ricordo.
Il presidente aveva assistito alla partita accanto allo stilista Trussardi e al comico Salvi che aveva fatto appena successo con la canzone Esatto!.

Sui giornali si discuteva molto della posizione di Rijkaard: centrocampo o difesa? Ogni volta che Frank tornava in Olanda qualcuno gli attribuiva dichiarazioni insoddisfatte se non polemiche. Si era schierato pubblicamente anche Ancelotti: «Io non lo toglierei mai dal centrocampo».
Io sapevo bene che Frank preferiva giocare in mediana, ne abbiamo parlato spesso, ma in quel momento a me serviva alla fonte dell’azione, accanto a Baresi, e lui ha sempre accettato il ruolo con ammirevole disciplina. Non è mai venuto a lamentarsi e non l’ho mai sentito far polemica con qualcuno.
Frank Rijkaard è un signore, una persona splendida.
Nel ’90 attraversò un periodo difficile per problemi personali. Dimostrò tutta la sua tensione al Mondiale italiano quando sputò in faccia a Voller. Non era lui.
Lo convocai e gli parlai chiaro: «Frank, se sei una persona onesta, ora vai in sede, spieghi che non riesci più a darci quello che ci davi prima e chiedi di andartene».
Poi superò il momento di crisi e tornò a essere lo splendido giocatore che è sempre stato.
Nel ’92 però, nonostante il Milan gli offrisse una montagna di soldi per il rinnovo, spiegò che aveva nostalgia dell’Ajax e che a fine stagione avrebbe lasciato l’Italia.
Io ero già in Nazionale, ma Frank sapeva che pranzavo spesso in un certo ristorante di Milano vicino a via San Carpoforo dove avevo casa. Lasciò una lettera per me al ristorante. C’era scritto: «Mister, io sono una persona onesta. Sono andato in sede e ho spiegato che non posso più dare ciò che davo prima. Rientro in Olanda. Grazie di tutto».
Non aveva dimenticato le parole che gli avevo detto due anni prima. Questi sono i grandi uomini che hanno fatto grande il mio Milan.

La partita del Bernabeu fu preceduta da una vera e propria febbre d’attesa che contagiò tutti, perfino il papa. Giovanni Paolo II fece sapere che avrebbe assistito all’incontro per televisione. Gianni Agnelli telefonò a Berlusconi per annunciare la sua presenza al Bernabeu, poi un impegno dell’ultimo momento lo costrinse a rinunciare.
Anche alla vigilia il nostro presidente mostrò il suo incontenibile ottimismo: «Se la fortuna ci assiste, vinciamo e non di poco». Non gli bastava vincere, voleva stravincere in casa del Real Madrid…
Ramón Mendoza, presidente del Real, contava molto invece sull’aiuto di Santa Gemma. Aveva sempre con sé un’immaginetta della santa che le aveva regalato la vedova del mitico Santiago Bernabeu, ex presidente del club.

Nel calcio sono scaramantici anche personaggi insospettabili, come Nils Liedholm. Tutti lo vedevamo come un nordico razionale, maestro di buon senso, invece Ancelotti mi raccontò che, ai tempi della Roma, scambiò per sbaglio il cappotto con Liddas e si ritrovò in tasca di tutto: un cornetto, una zampa di coniglio…
Anche al Milan, quando arrivai, mi raccontarono delle sue superstizioni. Si era convinto, per esempio, che un certo magazziniere gli portasse sfortuna e non voleva mai vederlo allo stadio prima delle partite. Perciò, quando giocavamo contro la Roma del Barone, io ordinavo a quel magazziniere di stare fermo davanti agli spogliatoi sapendo che prima o poi avrebbe incrociato Liedholm. Nils lo vedeva e gli chiedeva: «Tu devi stare qui per forza, vero?»
Una volta mi procurai anche un mazzo di fiori e ordinai al magazziniere di consegnarli al Barone.
Al primo anno di Milan perdemmo ad Ascoli in Coppa Italia. Era gennaio. Un mese più tardi ci tornammo in campionato e, siccome io avevo memoria e ricordavo tutto, anche dove si erano seduti i giocatori in spogliatoio, mi accorsi che nessuno aveva tenuto il posto della Coppa Italia. Dissi a Gullit: «Ruud, uno come te crede alla scaramanzia?» Naturalmente volle dimostrarsi superiore: «No, mister. È solo che sono entrato per ultimo in spogliatoio e il posto dell’altra volta era già occupato».

Io, più che alla scaramanzia, badavo alle coincidenze. Mi ero accorto per esempio che il numero 17 a me portava bene e che ogni volta che quel meteoropatico di Van Basten mi faceva un complimento, era meglio toccar ferro, perché succedeva sempre qualcosa di negativo.
Per esempio, la volta che tornò dall’Olanda e mi confessò che il Milan giocava molto meglio della sua Nazionale, la domenica dopo perdemmo a San Siro contro la Lazio senza aver subìto un vero tiro in porta. Li avevamo schiacciati per tutta la partita. Ci fece gol Maldini con un retropassaggio da metà campo. Paolo Di Canio venne quasi a scusarsi: «Mister, non so come abbiamo fatto a vincere. Non riuscivamo a superare la metà campo…»
Quando acquistammo Van Basten, consultai il professor Silvagni, un esperto di astrologia di Fusignano che sapeva leggere il destino dall’ora e dalla data di nascita delle persone. Gli mostrai quelle di Marco, spiegandogli che si trattava di un calciatore, ma senza svelargli chi fosse. Studiò i numeri e diede il responso: «Avrà una carriera breve, piena di infortuni».
Dopo la guerra, il professore, per guadagnarsi da vivere, organizzava spettacoli a Marina di Ravenna. Si faceva seppellire in spiaggia dal suo segretario e restava per ore sotto la sabbia. Il guaio è che il segretario, come quasi tutti a Fusignano, era ammalato del gioco d’azzardo.
Un giorno, mentre aveva le carte in mano, impallidì ed esclamò: «Il Professore è a mollo!»
Avrebbe dovuto tirarlo fuori dalla sabbia mezz’ora prima ed era già salita la marea… Lo salvarono appena in tempo.
Se i complimenti di Marco portavano sfortuna, mi ero accorto che incontrare dei cavalli invece mi portava fortuna.
Una volta a Roma sul pullman che ci trasportava allo stadio per la partita contro la Scozia, decisiva per la qualificazione al Mondiale, vidi dei cavalli dal finestrino nella campagna romana. Buon segno. Voltai lo sguardo dall’altra parte e vidi un gregge. Il pullman proseguì. Cercai disperatamente altri cavalli, ma vedevo solo pecore… Un incubo. Meno male che poi la partita smentì i presagi.
Un’altra volta, prima di un’altra partita della Nazionale, Gigi Riva, il team manager, mi trovò sdraiato a terra mentre eseguivo una serie di flessioni. Vincemmo e dalla partita successiva pretese che facessi sempre le flessioni prima di andare in panchina.

Volammo a Madrid a bordo di un DC 9.
Fu la prima trasferta di Adriana, la modella venezuelana che Paolo Maldini avrebbe sposato nel ’94. Ogni tanto parlavo con le mogli dei giocatori, in modo particolare con quella di Giovanni Galli, che era amica della mia, con Luisa Ancelotti e Maura Baresi. Di tanto in tanto organizzavo anche cene di squadra con fidanzate e mogli al seguito. Anche quello era un modo per favorire l’armonia e la compattezza del gruppo.
Per la finale della Coppa Intercontinentale dell’89 decisi di esagerare e di fare veramente il progressista: invitai ufficialmente tutte le donne della squadra.
Silvano Ramaccioni, team manager e uomo savio, non fu entusiasta dell’iniziativa. Venne a dirmi con una maschera di preoccupazione: «Arrigo, in otto giorni ci distruggono il lavoro di due anni…»
In effetti non si trattava di una semplice trasferta, bisognava soggiornare in Giappone una decina di giorni. Le donne avevano formato gruppetti da due. C’era il rischio che si creassero simpatie e antipatie e che in una settimana potesse scoppiare la guerra…
Avevo mandato Italo Galbiati a spiare l’ultimo allenamento degli spagnoli. Mi aveva riferito che, mentre Beenhakker parlava, molti giocatori ridevano e scherzavano tra loro. Buon segno, per noi…
Il Real Madrid mostrava estrema sicurezza, ma in realtà covava i suoi dubbi e non solo per le due amichevoli che avevano perso contro di noi negli ultimi due mesi. Come mi avrebbe rivelato anni dopo Butragueño, la spia che Beenhakker aveva inviato a studiarci era tornata con il mal di testa. Non ci aveva capito molto. Per sua sfortuna gli era capitata una seduta tattica in cui io avevo schierato la squadra undici contro zero, senza avversari. Ma anche senza pallone.
Se Giovanni Galli voltava la faccia a destra e faceva cenno di scaricare la palla immaginaria da quella parte, il terzino gli si avvicinava, quello di sinistra invece scalava in mezzo e ogni altro giocatore si muoveva in sintonia con i compagni.
Io urlavo il nome del giocatore in possesso di palla e tutta la squadra si muoveva sincronizzata, come un solo organismo, come un solo corpo guidato dallo stesso cervello. E se urlavo «Marcato!» voleva dire che chi era in possesso della palla, aveva l’avversario addosso, allora il compagno più vicino doveva corrergli incontro per dettare il passaggio e non scappare in profondità in attesa del lancio.
A darci forza erano quegli automatismi, quelle conoscenze interiorizzate e rese automatiche da due anni di lavoro. Le idee e il lavoro, torniamo sempre lì. A darci forza, coraggio e ottimismo era il nostro gioco.
Gullit lo ribadì ad Ancelotti, suo compagno di stanza, anche la mattina della partita. Ruud si svegliò e si ritrovò Carlo a un passo dal letto con le mani sui fianchi e l’espressione severa: «Vorrei proprio sapere come fai… Guarda che ti ho osservato tutta la notte. Hai dormito come un bambino!»
Gullit si stropicciava gli occhi e faticava a mettere a fuoco la situazione: «Ehi, Carlo, cosa ti prende? Cosa è successo?» «È successo che stasera giochiamo contro il Real Madrid! Al Bernabeu, nel loro stadio!» ha esclamato Ancelotti. «E tu dormi tranquillo, come se niente fosse…» «Certo che dormo tranquillo! Ma cosa te ne frega del Real Madrid? Noi siamo molto più forti di loro», ha risposto Ruud. «Io quando gioco nel Milan mi sento invincibile e non mi interessa se ho davanti l’Avellino, l’Atalanta o il Real Madrid. Io mi diverto, il gioco mi dà gioia e sento di poter vincere sempre. Anzi, io vinco prima ancora che inizi la partita, perché loro ci guardano e capiscono già lì che siamo più forti di loro. Stasera nel tunnel del Bernabeu succederà la stessa cosa, Carlo: ci guarderanno negli occhi e cominceremo a vincere.»
È con il cuore di Ruud Gullit che la notte del 5 aprile 1989 siamo scesi in campo contro il Real Madrid, in uno scenario impressionante. Oltre 90.000 spettatori riempivano l’imponente Bernabeu. In tribuna sedevano anche Dalla e Morandi, in tournée da quelle parti. Ventidue televisioni collegate in diretta, il mondo ci stava guardando.

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan - «Mister, il bambino trema…»/Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan - Il fischio del Trap/Andata ottavi: Werder Brema-Milan - Ha ragione il Tasso/Ritorno quarti: Milan-Werder Brema

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