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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

Il libro di Virdis – Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliDegli jugoslavi sapevo due cose in modo particolare: che erano cattivi e che erano tecnici. Cattivi fino alla scorrettezza e animati da motivazioni feroci. Avevano ancora un tenore di vita modesto, guardavano al nostro Paese come i soldati di Napoleone affamati prima della Campagna in Italia. L’unico modo per conquistare le nostre ricchezze era sconfiggerci.
Il calcio jugoslavo ha avuto spesso grandi campioni, ma raramente grandi squadre perché non riuscivano a trasformare il talento individuale, che sgorgava generoso da quelle parti, in forza collettiva.
Prosinecki e Savicevic, per esempio, avevano tanta classe, ma la tenevano per sé. Quando giocavano insieme servivano due palloni, uno a testa. Dragan Stojkovic´ invece era un campione più completo, un giocatore vero e nelle tre partite che giocammo contro la Stella Rossa ci mise parecchio in difficoltà. Sarebbe anche venuto a giocare una stagione a Verona, nel ’90-91, e nel ’93 avrebbe battuto il Milan nella finale di Champions League con la maglia dell’Olympique Marsiglia.
Dejan Savicevic segnò il gol nella nebbia e servì l’assist a Stojkovic´ il giorno dopo: due giocate, ma come prestazione complessiva combinò poco nelle tre partite. Per attitudini era più vicino a Borghi che al mio prototipo di giocatore. L’avrei allenato al Milan quando tornai nel ’96, purtroppo.

San Siro era affollato da oltre 70.000 persone, vestito a festa. Era la nostra prima sfida di prestigio in Coppa dei Campioni.
Schierai Tassotti e Mussi terzini e Paolo Maldini in mezzo con Baresi. Colombo, Rijkaard, Ancelotti e Donadoni quadrilatero di centrocampo. Virdis e Van Basten in attacco, Gullit partì dalla panchina.
Partita difficile, sofferta. Come ci aveva segnalato il campionato, non eravamo al top della condizione.
La Stella Rossa ci sorprese all’inizio del secondo tempo. Stojkovic´ partì in contropiede palla al piede, saltò Baresi e calciò d’esterno, un tiro abbastanza centrale che però Giovanni Galli non riuscì a intercettare.
La nostra reazione fu immediata. Un minuto dopo pareggiammo con Virdis che infilò con grande freddezza un bellissimo passaggio filtrante di Van Basten.

Pietro Paolo ci ha segnato tanti gol importanti, tipo la doppietta al San Paolo, nella vittoria sul Napoli che ci diede il sorpasso-scudetto.
Aveva tutte le qualità del cannoniere di razza: dalla tecnica di tiro all’esecuzione spietata. Non possedeva tutte le virtù del mio attaccante ideale, ma quando arrivai al Milan lo tenni in rosa anche perché nel campionato precedente era stato il capocannoniere. Non si manda mai via chi segna più gol degli altri.
Gli chiesi delle cose nuove e lui si forzò di farle con professionalità e impegno. Aveva già 30 anni, età in cui un calciatore solitamente crede di non aver più nulla da imparare.
Un giorno, dopo un suo gol in un derby, segnato strappando la palla dai piedi di Passarella, mi telefonò Italo Allodi, che mi aveva portato alla Fiorentina, e mi disse: «Arrigo, se sei riuscito a convincere Virdis a fare il pressing, puoi fare tutto a questo mondo. Ogni volta che lo vedo, non ci credo…»
Credo di aver ampliato il bagaglio di conoscenze di Pietro Paolo e anche di avergli allungato la carriera con i nostri metodi di allenamento, ma è vero anche il contrario: lui ha allargato il mio raggio di sapere. Mi ha insegnato a non essere prevenuto verso giocatori con caratteristiche apparentemente distanti dal mio calcio e a chiedere loro cose che in realtà possono darmi.
I giocatori importanti rendono possibile ciò che a un allenatore appare improbabile. E viceversa.
Con il pieno recupero di Gullit e Van Basten, Virdis sarebbe scivolato fuori dalla formazione titolare. Era un ragazzo intelligente, accettò con serenità le gerarchie. L’infortunio di Van Basten nel primo anno e gli acciacchi di Gullit nel secondo gli hanno comunque permesso di essere grande protagonista nei primi due anni del mio Milan. È stato bravissimo a farsi trovare pronto e a sfruttare sempre le occasioni. A fine stagione, a 32 anni, si sarebbe trasferito a Lecce per l’ultima parte della sua carriera.
Pietro Paolo era un tipo taciturno, colto. Sul pullman che ci portava allo stadio, leggeva sempre un libro. Anche se ho il sospetto che fosse sempre lo stesso…
Virdis, purtroppo, dopo il gol, se ne mangiò uno che sembrava fatto. Donadoni colpì la traversa e Stojanovic´ fece una parata miracolosa.

Un po’ per la sfortuna, un po’ per le sceneggiate vergognose degli slavi che perdevano tempo a ogni occasione, la partita restò inchiodata sull’1-1. Neppure Gullit, entrato nella ripresa in condizioni imperfette, riuscì a sbloccare il risultato.
Anche Berlusconi nelle dichiarazioni del dopogara attaccò l’ostruzionismo della Stella Rossa, che aveva simulato infortuni per spezzare il gioco e toglierci ritmo. Condannò i cascatori slavi e promise con il suo irriducibile ottimismo: «Vinceremo a Belgrado!» Era un ordine, più che un pronostico.
Io ai giornalisti sottolineai: «Ci è mancato terribilmente Evani». A differenza di Virdis, Chicco era nato per il mio gioco. Aveva piedi, tecnica, testa per esaltarlo. Era un centrocampista unico che assicurava equilibrio al nostro 4-4-2. E il gioco esaltava Chicco. Ha dato senso alle sue qualità, lo ha fatto crescere in autostima e, di conseguenza, gli ha trasmesso l’unica cosa che gli mancava: la personalità.
Il sistema migliore è quello che ti permette risposte naturali e immediate, se interiorizzate. Da qui viene la sicurezza. E dalla consapevolezza di essere sempre connesso a una squadra che ti trasmette la sua forza.
All’inizio, quando doveva affrontare il Napoli e incrociare De Napoli, che aveva uno spunto sulla fascia superiore al suo, Chicco era sempre preoccupato. Io gli spiegavo: «Stai tranquillo. Accanto a te avrai sempre e comunque due o tre compagni pronti a proteggerti. De Napoli al massimo può aspettare Renica che arriva da quaranta metri».
In sette anni Evani aveva segnato due soli gol ed entrambi al Catania. Gli dicevo: «A Catania penseranno che ce l’hai con loro… Se ti muoverai insieme alla squadra, vedrai che almeno cinque gol a stagione li farai sempre».
San Siro sfollò deluso. Il pareggio in casa metteva già a rischio il nostro cammino nella Coppa dei Campioni. Alla Stella Rossa sarebbe bastato uno 0-0 per eliminarci e, visto come si erano comportati a Milano, potevamo già immaginarci come avrebbero difeso il pareggio al Marakana di Belgrado.
Anche la squadra era avvilita. Il giorno dopo la partita, il meteoropatico Van Basten aveva la testa piena di nuvole nere. In spogliatoio, davanti a tutti, gli scappò detto: «Ormai la qualificazione è andata».
Io reagii con una scossa. Mi inventai totalmente una telefonata ricevuta da Berlusconi e annunciai: «Il presidente mi ha appena chiamato e mi ha detto di riferirvi che non ha speso cento miliardi per uscire dalla Coppa dei Campioni al secondo turno!»

Era il momento di allenare la speranza e l’ottimismo.
Infatti sul giornale di bordo registrai così il pareggio con gli slavi: «Ottimo l’impegno e la volontà, ma non sono stati sufficienti, perché nella partita si raccoglie ciò che si è seminato nelle settimane precedenti. I troppi incidenti non denotano solo sfortuna, ma anche mancanza di attenzione, di sopportazione e di motivazioni. Il risultato ci punisce e così il gioco, ma non sono preoccupato. Se questa squadra ritrova in tutti i suoi componenti motivazioni, entusiasmo e volontà, vinceremo a Belgrado. La vittoria per 1-0 a San Siro sarebbe stata stretta per noi. Ma la fortuna bisogna meritarsela e forse non abbiamo fatto tutto per meritarcela. Mentalmente siamo cresciuti rispetto alla partita contro la Lazio. Ridatemi educazione, umiltà e volontà e torneremo a sorridere».
Trasmisi indirettamente un altro messaggio di serenità alla squadra. Invece di rinchiudermi a Milanello e macerarmi davanti alla lavagna pensando al Marakana, andai ospite al Gioco dei 9 di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini trasmesso da Canale 5. Mi colpì la grande professionalità di Raimondo. Mentre tutti gli ospiti ridevano e scherzavano, lui, nei minuti che precedettero la trasmissione, ripassò la scaletta con una concentrazione feroce. La stessa che avremmo dovuto avere al Marakana.
Una buona spinta verso l’ottimismo ce la diede la prestazione di Torino contro la Juventus, il 30 ottobre, quarta giornata di campionato. Non vincemmo, finì 0-0, ma dominammo dall’inizio alla fine, tenemmo all’angolo i bianconeri che erano incapaci di reagire. Schierai titolari tutti e tre gli olandesi. Avevo recuperato anche Evani.
Infatti sulla Smemoranda grigia si legge tutta la mia soddisfazione: «Buon risultato, siamo tornati a essere squadra. Tutti educati a svolgere il nostro gioco con i compagni e per i compagni. Un grande passo avanti. Abbiamo ritrovato la condizione mentale. Ora ritroveremo quella fisica e tecnica. Le nostre nemiche: presunzione, egoismo e infantilismo. Si è notata la netta differenza di gioco, la capacità di stare in campo organizzati: fantasia e cultura. Loro non si sono divertiti, noi sì. Il lavoro paga e così il rispetto per il gioco e per i compagni. Pensare e non vegetare: il calcio nasce dalla testa, non dai piedi».

Anche la domenica successiva a Verona cominciammo bene. Van Basten sbagliò stranamente un paio di comode occasioni, ma al 23’ eravamo già in vantaggio grazie a un gran destro di Gullit, che stava crescendo di condizione.
Era una partita importante, la prova generale per Belgrado. Schierai la formazione che sarebbe scesa in campo al Marakana, con Rijkaard difensore centrale al fianco di Franco Baresi.
Una decina di minuti dopo il gol però Ruud fece un lancio per Colombo, si toccò la coscia sinistra e chiese di uscire. Di nuovo fermo…
Un inizio di stagione da incubo. Forse uno stiramento. La prima sensazione fu che lo avremmo perso per almeno una decina di giorni e che di sicuro non lo avremmo avuto contro la Stella Rossa.
Lo stesso Gullit, a fine partita, sembrava arrendersi: «Peccato. Mi sarebbe piaciuto giocare a Belgrado. Devo essermi allenato troppo con questo freddo».
Qualcuno sospettò che avessimo esagerato nell’accelerare il suo rientro, ma il suo reinserimento era stato graduale: mezz’ora con la Stella Rossa, settanta minuti con la Juve e, a Verona, si era infortunato dopo solo mezz’ora.

Virdis si sentiva già al Marakana: «Mi spiace per Ruud, ma giocherò volentieri. Qui al Milan, purtroppo, è una gran lotta per conquistarsi un posto».
Poi Pietro Paolo, con onestà, riconobbe che, sul gol del definitivo 2-1, la deviazione di Soldà sul tiro di Van Basten era stata decisiva e che si trattava quindi di autogol. Marco, dall’alto del suo orgoglio olandese, lo corresse: «Ma quale autogol? Il pallone ha sterzato perché aveva un effetto… Van Basten».
Saremmo scesi nella terribile arena del Marakana senza il nostro leone, senza il nostro Pallone d’oro che aveva ritrovato il gol, senza Ruud Gullit. Ma il Diavolo aveva dimostrato a Verona di essere pronto per l’inferno di Belgrado e, soprattutto, in un anno e mezzo di lavoro, tutti avevano ormai imparato che la nostra vera forza era il gioco, non questo giocatore o quell’altro.
Sarebbe stato il nostro gioco a ruggire nell’arena.

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado

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