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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

«Mister, il bambino trema…» – Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliGalliani entrò in spogliatoio e annunciò: «Là fuori ci saranno almeno 120.000 tifosi. Hanno aperto i cancelli e dove prima c’era una fila di persone ora ce ne sono tre. Ma non dovete avere paura». Dire «non dovete avere paura» voleva dire che in realtà «bisognava averne».
Meno male che intervenne Gullit, che era il nostro coraggio. Chiese: «Quanti spettatori ci sono di solito?» «Quaranta-cinquantamila», rispose Galliani. «Bene», concluse. «Vuol dire che tutti gli altri sono venuti per vedere noi.»
Infatti il Milan entrò in campo con un leone nel cuore, molto più determinato, reattivo, brillante del giorno precedente e aggredì subito la Stella Rossa. La nebbia era sparita, splendeva il sole, ma la temperatura era gelida. Dopo quattro minuti eravamo già in vantaggio.
Evani tira da fuori area, Vasilijevic´ tenta di rinviare al volo, ma svirgola e la palla, carica d’effetto, torna indietro girando su se stessa. Il difensore la rincorre, ma, quando la calcia via, ha già superato la linea di porta di un metro e dieci centimetri. Stavolta non è questione di centimetri, ma di metri. L’hanno misurato con il fermoimmagine: un metro e dieci centimetri!
Solo l’arbitro tedesco Pauly non ha visto o non ha voluto vedere e ordina di proseguire il gioco.
Assurdo… Al momento di colpire il pallone, Vasilijevic toccava la rete con la schiena… Era in fondo alla porta! Come disse Bruno Pizzul durante la diretta televisiva sulla Rai: «Un gol evidentissimo e lapalissiano».

Nonostante la grossa ingiustizia, continuammo ad attaccare a testa bassa, con buone manovre e un bel gioco di squadra. Tassotti e Maldini spingevano senza pause. Al 34’ arrivò il gol che ci eravamo meritati.
Punizione sulla loro trequarti, defilata a sinistra. Evani tocca per Donadoni, che alza lo sguardo e calibra una parabola perfetta sul secondo palo. Van Basten salta più in alto di tutti e schiaccia in rete di testa.
A quel punto eravamo qualificati. Per la prima volta la Stella Rossa si trovava nella necessità di attaccare e non di difendersi soltanto, come aveva fatto a San Siro e finora al Marakana. Purtroppo impiegò solo quattro minuti per pareggiare. Ci siamo fatti sorprendere.
Punizione lunga di Juric dalla sua difesa, Savicevic stoppa di petto a centrocampo, si volta e lancia in verticale Stojkovic´ che taglia fuori Tassotti. Il capitano lascia rimbalzare il pallone e lo scaraventa sotto la traversa, imparabile: 1-1. Tutto in perfetta parità.

Pochi minuti più tardi, al 43’, Vasilijevic, lo stesso dell’autogol non visto, entrò su Donadoni in modo scomposto e violento. Lo colpì con una testata e una gomitata contemporaneamente. Roberto crollò a terra svenuto. Furono minuti di autentico terrore. Sembrava morto.
I calciatori si sbracciavano e si mettevano le mani sulla testa, anche quelli della Stella Rossa. Avevano intuito subito la gravità della situazione. Qualcuno si allontanò scioccato.
Angelo Pagani, il massaggiatore, fu il primo a raggiungere Donadoni. Riuscì ad aprirgli la bocca che restava serrata a causa della frattura della mandibola, la lingua si era rovesciata all’indietro e rischiava di soffocarlo. Il dottor Monti gli praticò la respirazione bocca a bocca. Roberto non dava segni di vita, poi cominciò a battere i piedi per terra, tipico di chi ha subìto un trauma cranico.
Maldini avrebbe raccontato: «Era blu, con gli occhi sbarrati e sbatteva i piedi come gli animali al macello».
Il più impressionato di tutti era Van Basten che corse da noi in panchina urlando «Un dottore! Un dottore!» poi abbracciò Paolo Taveggia, il direttore generale, e scoppiò a piangere come un bambino. Non voleva più giocare. Riuscimmo a calmarlo e a convincerlo a riprendere la partita, quando Roberto fu accompagnato fuori in barella.

Durante l’intervallo l’altoparlante del Marakana trasmise un annuncio, fischiato sonoramente da tutti gli spettatori. Quando tradussero l’annuncio in italiano, capimmo perché.
Lo speaker aveva voluto tranquillizzare il pubblico che aveva visto a lungo Donadoni immobile a terra riferendo le buone notizie che erano arrivate dall’ospedale: Roberto aveva ripreso conoscenza e, a parte la frattura alla mandibola, non gli era stato riscontrato nulla di grave, nessuna lesione al cranio.
Gli amici di Arkan e tutti i tifosi della Stella Rossa fischiavano contro la salute di Roberto.
La cosa fece infuriare Gullit e gli altri giocatori che rientrarono in campo ancora più feroci. Le tigri eravamo noi. Ci avevano annullato un gol regolare, ci avevano negato un rigore, avevano mandato all’ospedale un nostro giocatore e gli fischiavano contro dopo che aveva rischiato di morire.
Io andai a cercare l’arbitro, lo presi per il bavero e gli dissi in faccia che era un disonesto. Doveva avere una bella coda di paglia, perché nel referto non riportò nulla.
Incontrai Pauly anni dopo a Mosca, quando ero dirigente del Parma. Andai a salutare l’arbitro. Lui era l’addetto al direttore di gara. «Do you remember?» gli chiesi guardandolo negli occhi. «I remember», rispose abbassandoli.

Il secondo tempo e i supplementari si giocarono in una bolgia assordante. Se mai il Marakana ha avuto la faccia di un vero inferno, è successo quel giorno.
Noi attaccammo ancora, creammo più di loro, ma non riuscimmo a fare gol. Eravamo stremati.
Gullit, che era entrato al posto di Donadoni e che avrebbe potuto reggere solo un tempo, giocò l’ultima parte del primo, il secondo e tutti i supplementari. Indossava dei bermuda sotto i calzoncini per scaldare i muscoli in quel pomeriggio gelido. Temevo che potesse fermarsi da un momento all’altro toccandosi la gamba con una smorfia di dolore e a quel punto chissà per quanto tempo lo avremmo perso.
Gli chiesi anche se avesse voluto uscire durante i supplementari, mi rispose: «Io da qui non mi muovo. C’è da combattere. Se non rischio in una partita così, quando rischio?»
Ruud era il nostro coraggio, il nostro capo-indiano in battaglia, la maglia del Milan gli era entrata sotto la pelle. Come al nostro capitano, Franco Baresi, che giocò una partita monumentale. Trasmise calma e forza a tutti in quella bolgia. Ogni volta che saliva palla al piede, le fiamme dell’inferno si spostavano.
Pauly fischiò la fine dei tempi supplementari. Il nostro futuro nella Coppa dei Campioni era appeso a cinque calci di rigore.

Volevo far tirare il primo a Van Basten, ma Marco preferì battere il secondo, allora si fece avanti Baresi: «Il primo lo calcio io».
Assegnai il terzo a Evani, il quarto a Cappellini, che era il più fresco di tutti, e l’ultimo a Rijkaard. Dopo qualche minuto però Frank venne a dirmi: «Mister, il bambino trema…»
Si era accorto che Cappellini era troppo emozionato. Affidai a lui il quarto rigore e l’ultimo a Billy Costacurta.
Il primo a portarsi sul dischetto fu Dragan Stojkovic che incrociò di destro rasoterra e spiazzò Giovanni Galli.
Al loro capitano rispose il nostro: Baresi calciò forte, di destro, sotto la traversa.
Tirò di destro anche il giovane Prosinecki, Galli intuì la parte, ma la conclusione era troppo angolata.
Van Basten si avvicinò al pallone con la sua eleganza da cigno, lo toccò appena e il pallone volò imparabile e potente nell’angolo destro alto. Un’esecuzione perfetta.
Ebbi la sensazione che tutto il Marakana fosse rimasto gelato da quella esibizione di sicurezza e di tecnica. Compreso Savicevic, che prese una rincorsa incerta e calciò un rasoterra fiacco al centro della porta. Galli si tuffò sulla sua sinistra, ma con le gambe riuscì a respingere la palla.
Evani realizzò di piatto sinistro, con disinvoltura, spiazzando Stojanovic. Eravamo passati in vantaggio: 4-3.
Tutta la pressione dei 120.000 a quel punto si trasferì sulle spalle di Mrkela che dimostrò la sua paura rallentando prima la rincorsa e poi colpendo la palla di piatto, cercando di evitare al massimo i rischi. Ne venne fuori un rasoterra timido che Giovanni Galli, bravissimo, intercettò buttandosi sulla sua destra.
Se Rijkaard avesse segnato, ci saremmo qualificati. Frank, quello che avevo voluto al posto di Borghi…
Mi voltai dando le spalle al campo. Non volevo vedere.
Nel silenzio assoluto del Marakana mi arrivò il rumore sordo del pallone che aveva colpito il palo. Mi si gelò il sangue. Invece il pallone, dopo aver colpito il legno, rotolò in rete. Rijkaard aveva calciato forte di destro, incrociando il tiro. Non mi è più uscito dalle orecchie il suono di quel palo, un inno alla felicità.
Eravamo ai quarti di finale!

Corsi in campo ad abbracciare tutti i miei giocatori, a uno a uno. Avevamo sconfitto la Stella Rossa, ma anche la sofferenza, l’ingiustizia, la violenza, le provocazioni. Ci eravamo presi sputi in faccia, un poliziotto aveva lanciato il suo cane lupo contro Costacurta. Eravamo stati più forti di tutto e di tutti.
Mi ritrovai accanto un super tifoso del Milan che tutti chiamavano Gheddafi e che effettivamente assomigliava al leader libico. Non so come fosse riuscito ad arrivare fino a lì.
Quel tipo ci costò una multa molto salata perché i tifosi lo avevano acclamato dagli spalti «Bentornato, Gheddafi!» e l’Uefa aveva interpretato il coro come una presa di posizione politica. Per farci togliere la multa ci siamo dovuti presentare davanti alla Commissione Uefa con il Gheddafi finto e dimostrare la somiglianza.
In spogliatoio, calata la tensione, ci fu anche modo di sorridere. Gullit, sdraiato sul lettino dei massaggi, chiese: «Quando si gioca il prossimo turno di Coppa dei Campioni?» Tassotti, ricordando tutti gli acciacchi, più o meno seri, che Ruud si era trascinato dall’inizio della stagione, gli rispose: «A marzo. Pensi di recuperare?» Eravamo a novembre…
Io raccontai al dottor Monti che, quando si era infortunato Donadoni, Van Basten era corso in panchina urlando: «Un dottore! Un dottore!» Noi gli avevamo spiegato: «È già entrato Monti». Ma lui aveva insistito: «No, un dottore! Un dottore!» Provocai il nostro medico: «Però, Ginko, bella fiducia ha in te l’olandese…»

Avevano ricoverato Donadoni nella stessa stanza di un tipo che era caduto da una finestra al terzo piano. Quel signore, gentile, per aiutare Roberto a dissetarsi, gli metteva gocce di succo d’arancia in bocca perché faticava ancora ad aprirla.
Passarono dall’ospedale anche l’allenatore della Stella Rossa e Vasilijevic, il difensore che lo aveva colpito. Finalmente un po’ di sportività.
Roberto dava sempre il massimo in ogni momento dell’allenamento e della partita, interpretava al meglio la mia concezione del lavoro e il senso del dovere. Per questo i compagni lo chiamavano Osso. Non mollava mai. Era un eroe.
Ma non perché finisse all’ospedale con la testa mezza rotta… Era un eroe nel senso della definizione dello scrittore francese Romain Rolland, premio Nobel per la Letteratura, che condivido: «Eroe è colui che fa ciò che può».
In questo senso posso dire di avere allenato una squadra di eroi, divenuti poi Immortali.
Il giorno seguente, prima di ripartire per Milano, il presidente della Stella Rossa e il sindaco di Belgrado vennero a complimentarsi e a farci l’in bocca al lupo per il prosieguo del torneo, con una felice profezia: «Salutiamo i futuri vincitori della Coppa dei Campioni».
Silvio Berlusconi regalò a Donadoni un quadro di grande valore.

Giovanni Galli, che aveva parato due rigori, fu tra i protagonisti più celebrati. Giustamente. Non era facile fare il portiere in quel Milan.
Se non ricordo male, il primo anno, su 30 partite, prese in pagella «senza voto» per 16 volte. Voleva dire che poteva arrivarti anche un solo tiro a partita, ma su quel tiro dovevi essere pronto e reattivo.
Alla fine di una di quelle partite senza voto, feci i complimenti a Giovanni. Lui pensò che lo stessi prendendo in giro: «Mister, non ho fatto una parata…»
Io invece lo avevo tenuto d’occhio per tutti i novanta minuti e lo avevo sempre visto in posizione corretta rispetto alla palla, attivo e concentrato.
Giovanni era un ragazzo d’oro. Fu un dispiacere quando lasciò il Milan. Nell’ultima stagione si alternava con Pazzagli che avevo preso perché bravo nelle uscite.

A proposito di numeri 1, il mio primo portiere al Fusignano, in Seconda categoria, si chiamava Pino Gimelli. Aveva tredici anni più di me e nobili trascorsi in B e C con Livorno, Forlì e Ravenna. Vincemmo il campionato, ma dal momento che al Fusignano non pagavano una lira, lui si trasferì al Voltana, in un paese vicino.
Nel derby Fusignano-Voltana, l’arbitro ci assegnò un rigore. Sul dischetto si presentò Carles Balestra che io consideravo superiore a Paolo Maldini. Ridevano tutti quando lo dicevo, ma io non scherzavo. Se Puskás da trenta metri era più pericoloso di un giocatore normale da cinque, Balestra era più pericoloso di uno da dieci. Da terzino sinistro mi segnava 15-20 gol a stagione.
Gimelli sapeva bene come calciasse i rigori il suo ex compagno di squadra, perciò Carles, che era destro, tirò di sinistro e lo fregò. E vincemmo il derby.
Balestra aveva la testa fatta a suo modo. Metà del campionato lo saltava per squalifica. Eravamo in testa alla classifica, dovevamo giocare contro il Sesto Imolese che ci aveva rosicchiato 5 punti ed era secondo, a due lunghezze. Avevamo fuori tre o quattro giocatori, eravamo in piena emergenza. Mi raccomandai con Carles: «Fai il bravo…»
Qualcuno in tribuna lo insultò, saltò sulla rete di recinzione e lo stese con un pugno. Un’altra volta sparì per una settimana. Telefonai a sua moglie e lei rispose: «A me lo chiede? Non torna a casa da tre giorni».
Però era forte, era il mio Puskás, e quando mi chiamò il Bellaria in quarta serie, provai a portarmelo dietro. Prima del provino, gli feci un bel discorso: «Mi raccomando, Carles, comportati bene e impegnati». Pronti, via e si prese a pugni con il capitano del Bellaria. Come non detto.
Lo vedo ancora, ogni tanto. Ha fatto mille lavori e abita ad Alfonsine.
Sempre parlando di portieri e di teste particolari, al Cesena avevo Sebastiano Rossi che vinse con me il campionato italiano Primavera.
Un giorno, prima ancora che passasse in Primavera, venne a cercarmi. Io ero il responsabile di tutto il settore giovanile, mi disse: «Mister, ho bisogno di parlarle». «Va bene. Facciamo dopo l’allenamento», gli proposi. «No, subito», insistette. «Come vuoi, dimmi pure…» «Mister, io non posso più giocare a calcio», mi spiegò. «Perché?» «Perché mi sono innamorato», rispose. «Guarda che puoi fare tutte e due le cose: giocare ed essere innamorato», gli spiegai. «Ah, si può? Allora lo faccio. Grazie», rispose e se ne andò.

Ricordo una volta a Savarna, paese vicino a Fusignano, al torneo organizzato in memoria di mio fratello Gilberto. Eravamo arrivati in finale contro la Primavera della Juventus.
Il presidente del Cesena, Dino Manuzzi, venne in spogliatoio prima della partita e ci fece un bel discorso. Toccò valori importanti. «Io sono orgoglioso di quello che avete fatto finora, ragazzi. Mi piacerebbe che contro la Juventus, una delle società più prestigiose della nostra storia calcistica, riusciste a dimostrare che anche la provincia sa far crescere giovani di talento, che sentono l’orgoglio di rappresentare la propria terra…»
Al presidente, che era alto 1.63, cadde lo sguardo su Seba Rossi, un ragazzone di 1 metro e 97, che era completamente nudo perché si stava cambiando. Esclamò: «Ostia, che usel!» E il discorso alto precipitò clamorosamente…
Dal Cesena al Rimini, mi portai dietro otto ragazzi, ma non Rossi che si trasferì al Forlì. Nelle prime due partite di campionato fece il fenomeno e tutti parlavano di lui. Alla terza, Seba parò un pallone, forse con una mano sola come gli piaceva fare, se lo passò dietro la schiena prima di rinviare, ma gli scappò, il centravanti lo prese e fece gol…
Nel ’90 lo feci arrivare al Milan pagandolo pochissimo. Consigliai alla società di tenerlo solo un paio di anni, non di più: «Per due regge, fa il bravo. Poi spacca tutto…»
Il Milan invece lo tenne dodici anni.

Dopo la battaglia di Belgrado e la nostra grande partita al Marakana, qualcuno sollevò il sospetto del doping. Il nostro doping era mentale, erano le idee che ci spingevano a correre sempre in avanti e il lavoro duro che ci permetteva di farlo.
Molti per anni hanno parlato della fortuna che abbiamo avuto con la nebbia. Io dico che, se non fosse scesa la nebbia, magari sarebbe cambiata la storia, ma di sicuro avremmo vinto un altro campionato.
Da vent’anni a Fusignano non viene più la nebbia, intendo quella vera, di una volta, fitta, che si portava via tutto di colpo e non vedevi più a un palmo dal naso. Una mattina di novembre del ’91.
Ero andato a correre dalle parti di un maneggio che c’era a un chilometro da casa mia, in un posto in cui, durante la guerra, erano stati uccisi una decina di partigiani. Andavo spesso lì perché c’era una stradina di ghiaia e si correva bene. Calò un nebbione spesso, non si vedeva a cinque metri di distanza. Mi piaceva quell’atmosfera.
Ero solo con me stesso, immerso in una pace e in un vuoto assoluto che mi trasmettevano grande serenità. Dalla radiolina che stavo ascoltando venni a sapere che Azeglio Vicini, c.t. della Nazionale, era stato licenziato.
Io da febbraio avevo già l’accordo con la Federazione per subentrargli.
Quando comunicai a Berlusconi che avrei lasciato il Milan, fece di tutto per spingermi verso il Real Madrid. Aveva il terrore che potessi andare alla Juve. Mi offrì anche due miliardi per convincermi. Più di quanto mi pagasse per un anno di lavoro al Milan. Ci rimasi male. Quei soldi non avevano senso.
Decisi di andarmene dopo la seconda Coppa dei Campioni. Non avevo più la gastrite, ma ero profondamente deluso dalla giustizia, perché ci avevano portato via un campionato con una truffa. L’avevano visto tutti che ad Alemao avevano ordinato: «Resta giù!» a Bergamo, anche se la monetina non gli aveva fatto così male.
Giocavamo meglio del Napoli, era giusto che vincessimo noi, anche se eravamo arrivati a fine stagione con il fiato corto: avevamo vinto la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa Europea, eravamo in finale di Coppa Italia…
Berlusconi commise l’errore di parlare di Grande Slam. Non si deve mai nominare il Grande Slam. Porta più sfiga di Verona.
Andammo a giocare al Bentegodi che eravamo cotti. Su quella partita ho scoperto retroscena che non posso raccontare. Il Verona vinse 2-1. L’arbitro Lo Bello espulse Van Basten, Rijkaard, Costacurta e anche il sottoscritto. Finimmo in otto. Il Napoli si prese lo scudetto.
Andai da Berlusconi e consegnai le mie dimissioni. Il presidente non le accettò, mi spedì in vacanza dieci giorni e per convincermi a restare in carica mi fece fare anche un giro in elicottero.
Anni dopo, quando ero dirigente del Real Madrid, Alemão, diventato procuratore, si presentò in sede per proporci un suo giocatore.
Lo presentai a Butragueño e a Ramon Martínez, responsabile del settore giovanile e degli osservatori: «Questo signore mi ha fatto perdere uno scudetto».
Alemão, imbarazzato, spiegò: «Ho eseguito un ordine, ho sbagliato. Ma il danno peggiore l’ho subìto io, perché mi sono rovinato la carriera. Credo di essere stato un buon giocatore, ma oggi mi ricordano solo per quella monetina».
Comunque non acquistammo il giocatore che ci aveva proposto.

Anche la battaglia di Belgrado probabilmente ci costò uno scudetto.
Quella partita restò nella nostra memoria come un picco assoluto di sofferenza, tanto da diventare proverbiale. Ricordo che un giorno, durante il Mondiale del ’94, dove la situazione ambientale era massacrante e incontrammo una serie di difficoltà, Costacurta mi disse: «Mister, qui ogni partita è una Belgrado…»
Tornammo dalla Jugoslavia stremati, psicologicamente svuotati, dopo tanta tensione. Attraversammo il periodo più duro di tutta la stagione.
Ci giocammo il campionato e la mia panchina ricominciò a traballare. Per il secondo anno consecutivo il mio panettone rischiava di svanire.

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan - «Mister, il bambino trema…»/Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan

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