
Letture RossoNere
La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò
Una tigre nella nebbia – Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan
(Arrigo Sacchi)
L’inferno cominciò molto prima della partita, già nella rifinitura del mattino.
Sentimmo degli scoppi ripetuti all’esterno dello stadio, nessuno ci fece caso. Probabilmente i giocatori pensarono che si trattasse di petardi, castagnole. Io, che ogni tanto andavo al poligono, mi resi conto subito che quelli erano spari, raffiche di mitragliette.
Erano le Tigri del comandante Arkan, un’organizzazione paramilitare serba che durante la guerra nell’ex Jugoslavia commise i crimini più atroci, in nome della pulizia etnica. Il piccolo esercito di Željko Ražnatovic´, il comandante Arkan, poi assassinato, era composto in gran parte da ultrà della Stella Rossa, oltre che da ex detenuti.
Anni dopo, sarei tornato a Belgrado con l’Atlético Madrid per giocare contro l’Obilic´, squadra di cui Arkan era presidente. Alla vigilia della partita, ci allenammo nel piccolo stadio dell’Obilic´. Sentivamo un rumore strano, una specie di ruggito che proveniva da dietro gli spogliatoi. Andammo a controllare. Era un ruggito vero, non una specie. C’era una tigre in gabbia.
La sera dell’incontro, che si disputò nello stadio del Partizan, prima del calcio d’inizio, Arkan attraversò il campo con la tigre al guinzaglio.
Alla fine, il comandante mi raggiunse mentre scendevo la scalinata che portava agli spogliatoi. Mi toccò la spalla e mi disse: «Signor Sacchi, anche questa volta a Belgrado lei ha avuto culo».
In effetti, avevamo vinto senza meritare. L’«anche» si riferiva alla nebbia.
La sera di mercoledì 9 novembre naturalmente il Marakana di Belgrado era pieno zeppo di gente, centomila anime indemoniate.
Schierai la formazione di Verona con Virdis al posto di Gullit, che avevamo tentato di recuperare disperatamente con una strategia segreta che attraversò i cieli d’Europa.
Alle 8 di sera della vigilia Ruud fece un provino all’ottavo piano dell’Hotel Continental: scatti e progressioni in corridoio. Né bene, né male. Rientrò in stanza e telefonò in Olanda a Ted Troost che era più del suo fisioterapista di fiducia, era un amico, un confessore. Gli comunicò le sue sensazioni, poi venne da noi e ci consigliò: «Andate a prenderlo».
Alle 6 del mattino decollò da Berna un piccolo aereo che prelevò Troost ad Amsterdam, passò da Roma a caricare Galliani e raggiunse Belgrado.
Alle 9 Ruud fece un nuovo provino poco incoraggiante nel parco dell’albergo: «Sento un fastidio».
Alle 11 arrivò al Continental il fisioterapista olandese che parlò a lungo con Gullit, lo trattò e si consultò con i nostri dottori.
Prima di salire sul pullman per il Marakana, Ruud fece un ultimo test che ci diede qualche speranza in più. Ted Troost lo massaggiò e decise: «Può giocare un tempo. Di più sarebbe rischioso». Lo portai in panchina.
Al calcio d’inizio, la Stella Rossa, invece di giocare la palla, ce la consegnò, come a dire: «Venite avanti che a noi scappa da ridere…»
Una provocazione per farci capire che ci avrebbero aspettati in difesa e ci avrebbero fermati in tutti i modi per difendere lo 0-0 che valeva i quarti di finale. Una tattica del genere mi era capitata solo contro il Varese, quando allenavo il Parma: finivano in fuorigioco apposta per interrompere le nostre azioni.
Rimbalzammo impotenti contro il muro della Stella Rossa. Attaccavamo, ma senza la necessaria velocità e determinazione. Poi sparì tutto nella nebbia.
Una nebbia così densa che potevi piantarci un chiodo; un impasto lattiginoso, spesso, impenetrabile, colorato di giallo dai fari dello stadio.
Al 5’ della ripresa spuntò qualcuno dal nulla, si avvicinò alla panchina e comunicò che la Stella Rossa era passata in vantaggio con Savic?evic?. Non ci eravamo accorti di nulla. Assurdo continuare a giocare in quelle condizioni.
Mi alzai dalla panchina e mi avvicinai al campo per protestare, ma lo feci inutilmente perché l’arbitro, immerso in quella matassa giallo-grigia, non poteva assolutamente vedermi. Per fortuna sette minuti più tardi, il tedesco Pauly decise di sospendere la partita per conto suo.
In spogliatoio mi ritrovai davanti a Virdis, già vestito in borghese. «E tu?» domandai sbalordito. «Mi hanno espulso», rispose Pietro Paolo.
C’eravamo persi anche quello… Voleva dire che, al momento della sospensione, eravamo in svantaggio di un gol, ridotti in dieci e con solo mezz’ora di tempo a disposizione per rimontare. Praticamente eliminati. Ma io non lo sapevo. La nebbia ci aveva nascosto anche la paura.
E comunque, ricordo che in vita mia, di partite in dieci ne ho rimontate tante, Nazionale compresa.
Chiesi a Galliani di multare Virdis per l’espulsione e Ancelotti per l’ammonizione che l’avrebbe escluso dalla ripetizione del giorno dopo. Avremmo giocato alle 13, ripartendo da 0-0.
Trascorsi gran parte della notte nelle stanze dei giocatori. A tutti spiegavo: «Avete presente quel tale che inciampa, cade sui binari, il treno gli passa sopra senza sfiorarlo, lui si rialza e si sente più forte di prima? È la forza del sopravvissuto che sa di avere dalla sua parte la buona sorte. Ecco, ora noi siamo così. Domani metteremo in campo quella forza».
E poi raccontavo quali fossero, a mio parere, gli ingredienti necessari per il successo: «Occhio, memoria, pazienza e bus de cul».
«Occhio» erano le attitudini, «memoria» la cultura, pazienza la pazienza e bus de cul la fortuna. Sull’ultimo fattore avevamo già dato, ora non restava che mettere in atto gli altri tre.
Mentre rientravo in camera, sapendo che difficilmente sarei riuscito a dormire, vidi Rijkaard che passeggiava per il corridoio contando con le dita e ripetendo tra sé, in un romagnolo improbabile: «Occhio, memoria, pazienza e bus de cul… Occhio, memoria, pazienza e bus de cul…» Sembrava che stesse recitando il rosario.
Gullit invece se la rideva: «Berlusconi è proprio nato con la camicia. Per me la nebbia l’ha fatta lui con il sigaro…»
Una notte lunghissima ci portò al giorno della verità. Mi servì per studiare la formazione da schierare in campo. In realtà, non avevo molte possibilità di scelta.
Mi mancavano Virdis, Ancelotti e avrei potuto ricorrere a Gullit per non più di un tempo, solo nell’emergenza. Non avevo più Massaro, che a settembre era andato in prestito alla Roma. Ero stato io a chiederne la cessione.
Non si era comportato bene durante le amichevoli europee di inizio stagione: o si scaldava male o entrava senza le giuste motivazioni. E poi ne aveva sempre una, non so se perché fosse ipocondriaco o perché avesse bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione. A Firenze lo chiamavano Lazzaro perché stava sempre male durante la settimana, resuscitava al sabato e giocava alla domenica.
Una volta, prima di una amichevole, si sdraiò sul lettino dei massaggi con una borsa del ghiaccio su un ginocchio, una seconda sull’altro e una terza su una caviglia. Passò Gullit prese una delle borse e gliela posò sulla testa: «È qui che bisogna raffreddare».
Il primo anno, alla vigilia di una partita importante, parte della squadra stava ascoltando lo psicologo del Milan che insegnava tecniche di concentrazione. Sentimmo degli spari. Era Massaro che si stava concentrando a modo suo: aveva messo un bersaglio nel bosco di Milanello e giocava al tiro a segno. Naturalmente lo tenni fuori dalla partita: «Tu hai già giocato abbastanza».
Dopo un po’ di tempo, Daniele mi chiamò da Roma pregandomi di poter tornare: «Sarò il primo ad arrivare e l’ultimo a lasciare gli allenamenti. Non si dovrà mai più lamentare di me».
Siccome io sono uno che dà fiducia alle persone, l’ho riportato al Milan. Massaro mantenne la promessa. L’ho chiamato in Nazionale e gli ho fatto disputare la finale di un Campionato del Mondo, nel ’94.
Quando si considera l’impresa di quella Coppa dei Campioni 1988-89, si trascura sempre un fattore fondamentale: la rosa. Avevo diciannove giocatori, di cui tre portieri. Le nostre riserve si chiamavano Mussi, Bianchi, Mannari, Cappellini… Erano ragazzi. Sembra impossibile che il Milan abbia fatto quello che ha fatto con quella rosa ridotta all’osso, impegnato su tre fronti, continuamente alle prese con infortuni e caricato dai miei allenamenti che, come testimonia il diario di bordo, erano molto esigenti.
Ricordare solo il Milan degli olandesi, il Milan di Baresi e Maldini, toglie un merito enorme a quel gruppo che, anche per questo, cioè per il numero ridotto di risorse a disposizione, ha compiuto un’impresa immensa, assolutamente irripetibile.
Il paragone con le rose di oggi dà la giusta dimensione a quel capolavoro.
Pensiamo all’organico della Juve 2018-19, ad esempio, che ha in panchina una seconda squadra titolare di giocatori già fatti e finiti.
Io, quel 10 novembre 1988, nell’inferno del Marakana, nella partita che valeva l’intera stagione, schierai titolare Graziano Mannari, un ragazzo di 19 anni. La tv jugoslava non sapeva neppure come si scrivesse il suo nome e nelle formazioni iniziali in sovrimpressione apparve: 11 Grazzianno. Nei tempi supplementari, cioè nel momento chiave e più delicato dell’incontro, lo avrei sostituito con Massimiliano Cappellini che aveva 17 anni e a cui avrei chiesto di calciare uno dei cinque rigori decisivi.
C’era una tensione incredibile sul pullman che ci portava allo stadio. Nessuno fiatava.
Entrammo nello spogliatoio del Marakana che già ruggiva di passione e Adriano Galliani commise uno dei rarissimi errori della sua splendida carriera.
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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan
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