
Letture RossoNere
La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò
Il fischio del Trap – Andata ottavi: Werder Brema-Milan
(Arrigo Sacchi)
Da Milan-Atalanta del 20 novembre 1988, sesta giornata, a Cesena-Milan dell’8 gennaio, dodicesima, giocammo sette partite di campionato: ne perdemmo quattro, il doppio di quante ne avessimo perse in tutto il torneo precedente, ne pareggiammo due e ne vincemmo una sola, all’ottava, contro il Lecce.
All’inizio di quella striscia avevamo un punto di distacco dall’Inter di Trapattoni, alla fine dieci. Di fatto, ci staccammo lo scudetto dal petto.
Il primo allarme suonò proprio in quel Milan-Atalanta a San Siro, pochi giorni dopo la battaglia di Belgrado.
Ci mancavano Donadoni e Gullit, giocava titolare Cappellini. Andammo sotto per un autogol di Baresi, pareggiammo nel finale con un gran gol di Rijkaard. All’ultimo minuto ci fu un calcio d’angolo per loro. Il povero Mondonico si sbracciava per richiamare indietro i suoi giocatori, perché temeva che potessero subire un contropiede. L’area si svuotò di maglie nerazzurre, restò soltanto Bonacina, il più piccolo di tutti, che arrivava al fianco di Rijkaard. Segnò lui di testa.
Come attenzione e concentrazione, non c’eravamo proprio. Neppure al novantesimo. Infatti sul diario di bordo annotai deluso: «Stiamo pagando le troppe assenze e il recupero degli infortunati e purtroppo ancora di più la minore volontà di vittoria rispetto all’anno scorso e la minore modestia. Questo genera superficialità, vedi il gol subìto alla fine».
Dopo la sconfitta per 1-0 contro l’Inter nel derby dell’11 dicembre, gol di Serena, fui molto più duro: «Se per voi va bene, continuiamo pure in questo modo e avremo tanti successi… Quello che sta succedendo è un vero e proprio tradimento nei confronti della società, mio, dei tifosi e di tutti quelli che come ideologia calcistica si sono avvicinati a noi, interessati dal nuovo tipo di calcio che stavamo proponendo. Stiamo subendo un evidente calo di volontà, attenzione, determinazione. Facciamo troppe cose con superficialità. Siamo soft in quasi tutto, vedi pressing, marcature, velocità, profondità. Anche la vostra immagine, oltre alla mia, ha subìto un brusco ridimensionamento. Adesso basta. Dobbiamo guardare avanti. Il Milan non può avere speso tutti questi soldi in acquisti, organizzazione eccetera per deludere in questo modo. Non pensiate che sia sufficiente recuperare qualche infortunato, dobbiamo ritrovare il nostro gioco e la nostra mentalità. Se questa squadra non fa alcune cose, come pressing e velocità, perde il 50 per cento del suo potenziale. Le squadre che ho allenato hanno sempre lottato per vincere o hanno vinto quando c’erano rabbia e carattere».
L’Inter, che dopo quel derby aveva 2 punti di vantaggio sul Napoli e 7 su di noi, si stava avviando a vincere lo scudetto che avrebbero chiamato «dei record».
Era una squadra forte che giocava un calcio all’italiana. Giovanni Trapattoni aveva una profonda conoscenza e ricca esperienza di questo tipo di calcio, ed era una persona straordinaria. Quello era il nostro calcio tradizionale e lui lo faceva bene, con simpatia, empatia e ottima gestione delle persone. Era un tattico straordinario.
La loro invenzione contro di noi era questa: siccome il Milan ha il controllo del centrocampo, io abbasso Matthäus tra i difensori centrali e gli chiedo di lanciare lungo per Berti e le punte.
Tattica, non strategia. Ripeto: la tattica è cercare di approfittare di un punto debole dell’avversario e attendere il suo errore; strategia è un piano positivo di azione da portare a termine.
Tra le sue tattiche c’era anche quella di restringere il campo. Negli anni in cui allenammo insieme a Milano, il terreno di gioco di San Siro era una specie di fisarmonica. Quando giocava il Milan si allargava, perché noi avevamo bisogno di più campo possibile per attaccare. Quando giocava l’Inter, si restringeva perché avevano bisogno di meno campo possibile da difendere.
Un giorno, un delegato Uefa se ne accorse e ci chiese che cosa fossero quelle righe parallele che si intravedevano all’interno del perimetro di gesso.
Io ho fatto il tattico una sola volta nella mia vita. Giocavamo contro la Fiorentina sul campo neutro di Perugia. Stavamo perdendo 2-0. Avevano appiccicato Dunga ad Ancelotti, lo marcava a uomo per tutto il campo.
Richiamai Carlo e gli ordinai: «Vai a giocare sulla fascia e non muoverti da lì». Infatti Dunga lo seguì e abbandonò il centro del campo. Rimontammo e vincemmo 3-2.
Unico caso nella mia carriera. Perché la tattica, senza strategia, è perdente. Se gli avversari schieravano un bassotto terzino destro, io non mettevo un lungagnone a sinistra per approfittarne. Non cambiavo il mio gioco, che era la nostra forza, per appoggiarmi alle debolezze degli altri.
Un giorno Gullit mi chiese: «Mister, ma perché ogni tanto non lanciamo lungo sulle punte così riposiamo un po’?» Gli risposi: «Perché se lo fai una volta, la partita successiva lo farai due, quella dopo tre e alla fine non giochiamo più la palla».
Di Trapattoni ho grande rispetto, anche perché ha un palmarès che certifica il suo valore. Io gli voglio bene, è una persona leale e corretta.
Gli invidiavo una cosa: il fischio. Perché mia figlia Federica a casa mi ripeteva sempre: «Babbo, tu non sei un vero allenatore. Non sai fischiare». Le spiegavo: «Io ci provo, ma non mi sentono…» E così prendevo il megafono.
Quel derby perso allontanò ancora di più il mio panettone. Riuscii comunque a mangiarlo, ma, dopo due pareggi non esaltanti contro Torino e Sampdoria, arrivò il crollo di Cesena: 1-0 per loro con gol dello svedese Holmqvist. Il pubblico di casa cantava: «Salta la panchina / caro, Arrigo / salta la panchina!»
La Smemoranda registrò il punto più alto della mia delusione e del mio risentimento: «Squadra con insufficiente voglia di vincere. Siamo campioni di presunzione, appagamento, superficialità e pressappochismo. Il gioco si sviluppa male, ognuno lo fa per conto suo, senza preoccuparsi dei compagni, dei tempi di gioco e dei movimenti senza palla. Sbagliamo gol già fatti e ne subiamo da ufficio inchieste. Dobbiamo vergognarci. Stiamo rapinando lo stipendio. Così non si può andare avanti. Siamo morbidi e flosci, diventiamo più decisi solo quando passiamo in svantaggio. Adesso siamo ricchi anche di paure e timori. Le altre squadre non giocano bene, ma tutte hanno una grinta, una rabbia e una decisione che noi abbiamo perso. Siamo sfortunati perché non meritiamo la fortuna. Attualmente siamo dei cani slegati. Solo alcuni cercano di muoversi con gli altri, poi si fanno travolgere dal caos». Randellate mica male…
La lista delle cose da migliorare, annotata sul diario di bordo, conferma il mio stato d’animo furibondo: «Cambio di gioco, dribbling, incroci, sganciamenti, sovrapposizioni senza palla, dai e vai, tempi, anticipi, tiri, cross, contrasti, pressing, contrattacchi rapidi, cambi di ritmo…»
Con un umore del genere, la squadra sapeva bene che a Milanello non avrebbe trovato un allenamento leggero di bagni e massaggi. Infatti questo è il menù della prima seduta dopo Cesena:
- 10’ stretching e tecnica: due quadrati 15x15, conduzione della palla e dribbling, 10’ muscolazione: squat 4x8, balzi per forza, Tecnica differenziata per reparti, 5’ tiri di precisione con uno-due, 10’ di possesso, 8 contro 8, 2 tocchi, campo 40x40, Tiri con dribbling, 10’ partita 8 contro 5 in metà campo, 14’ corsa alternata: un minuto forte, uno piano
Totale del lavoro: un’ora e venti. E sempre con recuperi ridotti al minimo per allenare l’intensità
- Il giorno dopo, mattino: 10’ stretching, 10’ partita con le mani 7 contro 7, campo 20x20, 6’ skip, 5’ 3 x vai e torna, 5’ tecnica, 10’ salita 6x30 con 50’’ di recupero e 4x50 con 1’ di recupero, 10’ di potenziamento arti superiori e addominali, 10’ lavoro con le punte
- Pomeriggio: 10’ possesso 7 contro 7, campo 40x25, 15’ possesso 8 contro 4, campo 35x35, contare palloni intercettati dai 4 in un minuto, 20’ cross con sganciamenti e lotta 2 contro uno in fascia, 10’ partita 7 contro 7, campo 50x40, tocco libero. Così Van Basten è contento, 15’ 7 contro 7 a tutto campo, esercitazione di pressing
- Allenamento doppio anche il giorno successivo.
Dopo Cesena, Aldo Biscardi annunciò al Processo televisivo che mi avrebbero esonerato. Galliani mi convocò in sede.
Io telefonai a Natale Bianchedi, il mio fido osservatore che avevo spedito a Brema per studiare il Werder, nostro prossimo avversario in Coppa dei Campioni. «Natale», lo avvisai, «qui tira brutta aria. Ti consiglio di fare la valigia e venire via subito, altrimenti rischi di pagare il conto dell’albergo. Presto il Milan potrebbe non coprirci più le spese…»
In realtà con Galliani dovevo discutere del rinnovo del contratto. Al Milan erano tutt’altro che pazzi, come avevo sospettato la prima volta.
Dopo quella serie di sconfitte in campionato ero al punto più basso della mia popolarità e quindi loro potevano trattare in posizione di forza. Infatti tentai l’azzardo, ma Galliani mi rimbalzò: «Arrigo, non puoi chiedere il raddoppio a ogni giro…»
Mi offrirono una cifra più bassa di cento milioni di lire rispetto a quello che avevo chiesto. Rilanciai: «Va bene, io accetto la vostra proposta. Ma se vinciamo la Coppa dei Campioni, voi moltiplicate per tre la differenza».
Accettarono. Dopo la sconfitta di Cesena, in effetti non era facile immaginare il Milan campione d’Europa. Ma io sapevo che la ruota sarebbe girata presto, per la solita ragione: idee e lavoro. Le idee ce l’avevamo in testa e non potevamo averle dimenticate.
Quelle pagine di diario zeppe di esercitazioni testimoniavano quanto avessimo lavorato e il lavoro, prima o poi, paga sempre.
Infatti già nella pagina del 12 gennaio annotai: «Buon allenamento, con grinta. Potrebbe essere la ripresa».
Due giorni più tardi, dopo il 4-0 di San Siro al Como, potevo confermare: «Buon risultato. Abbiamo intrapreso la strada giusta. L’importante ora è continuare. La squadra non è ancora al meglio della condizione fisica, tecnica e tattica, ma gioca con più grinta e più entusiasmo. Siamo anche più attenti e modesti».
Gullit aveva giocato titolare e aveva segnato. Van Basten era andato in gol dopo soli tre minuti; Virdis, come al solito, ci aggiunse una rete sua. Stavamo crescendo avvicinandoci alla ripresa della Coppa.
Se ne accorsero anche tre eccellenti allenatori francesi che in quel gennaio ospitai a Milanello per una decina giorni: Luis Fernández, Gérard Houllier e Arsène Wenger.
Osservarono i nostri allenamenti e alla fine, prima di andarsene, mi dissero: «Non abbiamo mai visto lavorare così tanto. Sarete i prossimi campioni d’Europa».
Berlusconi non aveva gradito la visita dei tre francesi. Riteneva sbagliato che mostrassi i miei allenamenti e svelassi i miei segreti.
Gli spiegavo che non bastava ripetere le cose che vedevano per ottenere gli stessi risultati. Il vero segreto stava nei dettagli, nella correzione costante dei tempi e delle distanze. Perché un secondo di ritardo in un passaggio o un metro di differenza in una posizione può compromettere l’azione. I tempi e le distanze vanno corretti di continuo in allenamento affinché i giocatori li memorizzino nella maniera esatta e diventino poi istintivi, automatici. E se un allenatore non ha la sensibilità per fare quelle correzioni, l’esercizio copiato non serve a niente.
Cesare Prandelli, per esempio, è bravissimo in questo lavoro di messa a punto durante l’allenamento. Anche Conte, che è un eccellente allenatore, deve solo avere più fiducia in se stesso.
Il peggio era passato. Stavamo rifiorendo andando incontro alla primavera.
Il 18 di febbraio vincemmo 2-0 a Firenze con gol di Colombo e Ancelotti. La Smemoranda registrò un’ulteriore conferma: «Siamo sulla strada giusta». Però, dato che c’era ottimismo e la squadra era ricettiva, aggiunsi dodici punti da migliorare. Non uno, dodici…
Mi superai la partita seguente. I ragazzi segnarono sei gol al Pescara e io annotai: «Migliorare le conclusioni»…
In ogni caso, eravamo pronti per il Werder Brema che affrontammo il primo marzo, in Germania, con la difesa in piena emergenza: Giovanni Galli aveva una mano fasciata, Tassotti un’infiammazione al ginocchio, Baresi era acciaccato e Maldini squalificato. Dal momento però che non dovevamo fare le barricate, ma giocare in attacco come sempre, il problema era relativo. Schierai Costacurta terzino sinistro e Rijkaard al centro della difesa.
Il lunedì prima della partita si spense Luigi Berlusconi, padre del presidente. Franco Baresi, il capitano, telefonò per trasmettere le condoglianze della squadra. Avevamo il lutto al braccio.
Io ricordavo bene come parlavano degli italiani in Germania quando viaggiavo con mio padre per vendere scarpe. Giocavo anche contro quei pregiudizi: pizza, mafia, mandolino e catenaccio…
Pioveva e tirava un vento ghiacciato, il campo era pessimo. Serviva una grande prestazione etica per venirne fuori, una prova di alta sofferenza, anche perché Otto Rehhagel era un ottimo allenatore. Il suo Werder sapeva pressare, correva organizzato, aveva grinta, gambe e orgoglio. Nel primo turno avevano perso 3-0 a Berlino e poi ne avevano segnati 5 in casa. In attacco schieravano un coppia temibile: Neubarth, alto, pericoloso di testa e Riedle, futuro laziale, piccolo e scattante. La difesa poggiava sul gigante norvegese Bratseth. Il Werder ci diede battaglia per novanta minuti nella bufera su un terreno infame.
A Brema mi tornò in mente Bruno Pesaola che, alla vigilia di una partita, promise alla stampa: «Li attaccheremo dall’inizio alla fine». Il giorno dopo invece la sua squadra restò rintanata in difesa.
A fine incontro i giornalisti gli rinfacciarono la promessa della vigilia e lui rispose: «L’avversario ci ha rubato l’idea».
Ecco, il Werder ci rubò l’idea… Ma comunque un gol regolare siamo riusciti a segnarlo.
Ventisettesimo minuto: Donadoni calcia dalla bandierina, Rijkaard colpisce di testa, un difensore ferma di petto sulla linea di porta, tenta di allontanare di testa, ma la palla colpisce il palo e termina in rete. Il difensore si dispera con le mani nei capelli, mentre il portiere Reck si tuffa all’interno della porta e smanaccia fuori il pallone.
L’arbitro, il portoghese Dos Santos, un piccoletto pelato con dei baffoni neri, lascia incredibilmente giocare.
Un altro furto, come a Belgrado!
Bruno Pizzul lo ricordò subito durante la telecronaca Rai. Esclamò: «Gol! Gol! Gol! È gol! È gol! Gol!» Lo ha ripetuto sei volte. Un altro gol «lapalissiano» che ci è stato negato. Uno scandalo.
Per la verità l’arbitro, spinto forse dal rimorso, annullò poi un gol del Werder per una carica su Giovanni Galli abbastanza relativa.
Van Basten, che non era in grande serata, ebbe due ottime occasioni per segnare. La prima la calciò sul portiere, nella seconda, imbeccato da un passaggio geniale di Donadoni, riuscì ad aggirare Reck e tirò a colpo sicuro, ma troppo debolmente. Il gigante Bratseth fece in tempo a salvare in scivolata sulla linea di porta.
Finì 0-0 dopo una lotta durissima. Naturalmente eravamo furibondi. Costacurta rivelò che Dos Santos si era scusato per l’errore.
Galliani era livido: «Il migliore in campo? L’arbitro con il guardalinee di destra…» Io commentai: «Ho chiesto a Ramaccioni se per caso avessero cambiato il regolamento. Ormai è chiaro che per noi ne vale uno speciale. Per noi calciare la palla oltre la linea di porta non è gol. Tre indizi fanno una prova, noi siamo già a due… Dal momento che non sono stupido credo di aver capito tutto».
Avevo capito che Silvio Berlusconi aveva avuto un’idea geniale con il progetto di una Superlega Europea, ma che aveva sbagliato a renderla pubblica. I campionati nazionali avrebbero perso prestigio, l’Uefa ci avrebbe rimesso dei bei soldi. Forse stavamo già cominciando a pagare.
Sul diario di bordo annotai riflessioni che sarebbero servite per la partita di ritorno: «Partita molto difficile contro squadra ricca di grinta, forza, attenzione, pressing, velocità e resistenza. Il Werder è stato più veloce e aggressivo. Evitare di subire contropiedi, restare molto corti. Evitare passaggi laterali. Fare viaggiare la palla velocemente. Non aspettare la palla da fermi. Importantissimi gli smarcamenti senza palla: lo spazio è la nostra casa».
Sapevo che anche a San Siro i tedeschi ci avrebbero dato battaglia. Per arrivare in semifinale avremmo dovuto giocare da vero Milan.
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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan - «Mister, il bambino trema…»/Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan - Il fischio del Trap/Andata ottavi: Werder Brema-Milan
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