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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

Giocare bene – Verso la finale di Barcellona

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliLa domenica successiva ci aspettava il derby.
Gullit, che era stato operato in settimana a Roma e aveva ricevuto la visita di Ancelotti, esperto di sale operatorie, mandò a dire: «Tra noi e l’Inter non possono esserci 12 punti di differenza». A fine partita Nicola Berti, ricambiò alla sua maniera: «Noi non siamo il Real Madrid». Un derby più combattuto che giocato terminò 0-0.
Tra le poche emozioni della partita ci fu il «solito» gol fantasma non rilevato. Questa volta toccò ad Ancelotti. Sparò un bolide, tipo Real Madrid, alla velocità di 103 km/h secondo il Telebeam, che andò a sbattere contro la parte interna della traversa. La palla atterrò oltre la riga di gesso e rimbalzò fuori.
Ci spaventammo per Rijkaard che a un certo punto cadde male, picchiò la testa sul terreno di gioco e fu trasportato al Policlinico dove trascorse la notte.
Me lo aspettavo un calo di motivazioni dopo l’entusiasmante battaglia contro il Real Madrid, che ci aveva regalato la finalissima di Barcellona. Lo spiegai nelle interviste del dopopartita e lo annotai anche sull’agenda. «Bene i primi 10’, sufficienti gli altri 10’, poi la squadra ha cominciato a giocare sempre più lentamente, con poche corse senza palla, cercando poco la conquista e gli spazi e aspettando la palla da fermi. I distributori di gioco rallentavano l’azione, i riceventi non si muovevano nei tempi giusti. Così eravamo facilmente fermati e predisposti al contropiede. Pressing inesistente. Unica cosa buona: era presente in tribuna Iorda?nescu, allenatore della Steaua Bucarest: abbiamo giocato come si augura che giocheremo a Barcellona.»
Ma io sapevo già che avvicinandoci alla finale saremmo cresciuti e che il giorno della partita non avremmo tradito. Come sempre. Infatti, nelle partite successive cominciò la lenta progressione.

7 maggio, Milan-Torino 2-1. Gol di Colombo e di Van Basten che presentò a San Siro il suo Pallone d’oro. «Primo tempo abulico. Secondo migliore, soprattutto per possesso palla con azioni ficcanti e veloci. Da migliorare pressing. Più attacchi centrali con tre per evitare il solito cross.»
S’infortunò Maldini, che dovette restare fermo otto giorni: distorsione alla caviglia. Quella era la preoccupazione più grande. Perdere altri giocatori avendo sempre meno tempo per recuperarli. Già stavamo lottando contro il calendario per riavere in campo Evani e Gullit, che era volato in Olanda dal suo amico fisioterapista Troost.
A fine partita Berlusconi, sempre molto attento alle punte degli altri, sprecò molti elogi per il brasiliano Müller: «Si muove come un felino. Potessi acquistarlo…» Forse voleva ripetere la strategia che aveva pagato contro il Real Madrid: far ingelosire Gullit e Van Basten per indurli a rispondere con i gol.

14 maggio: Samp-Milan 1-1. Gol di Rijkaard.
Annotai sul diario di bordo: «Squadra in buone condizioni fisiche, ma con la testa già a Barcellona, quindi poco attenta e intensa. Errori in marcature e poco pressing. Risultato buono, gioco scarso.»
Tutti, in realtà, avevano già la testa a Barcellona, anche i tifosi. Misero in vendita 15.000 biglietti per la finale e se ne andarono nel giro di due ore. Molti avevano dormito in strada per assicurarsi i primi posti della fila.

Il 20 maggio a San Siro andò in scena la prova generale, a quattro giorni dalla finalissima di Coppa dei Campioni. Avevo recuperato sia Evani, che giocò tutti i novanta minuti, sia Gullit che disputò l’ultima mezz’ora. Chicco era ancora lontano dalla forma migliore, Ruud spiegò ai giornalisti: «Sono al 60 per cento. Giocherò a Barcellona, ma non so come e quanto». Pareggiammo 0-0 con il Cesena.
Anche a leggere il resoconto sulla Smemoranda si dovrebbe dedurre una prova generale negativa, allarmante: «Brutta partita. Squadra demotivata e disattenta. Van Basten deve muoversi di più in diagonale, con i tempi giusti: non 2 volte in profondità e 50 incontro!»
Arrivai a casa e mia moglie mi disse: «Chiama subito il presidente. Ti avrà cercato almeno sei volte…»
Berlusconi era preoccupatissimo: «Arrigo, ha visto come abbiamo giocato?» Lo tranquillizzai: «Presidente, il problema è che la mente umana riesce a pensare intensamente a una cosa sola. E noi con la testa siamo già a Barcellona. Ma stiamo benissimo, mi creda. Non sbagliamo mai le partite importanti». Il giorno seguente concessi riposo.

Lunedì mattina, 22 maggio, puntammo il mirino sulla Steaua di Bucarest.
Tutti ci davano per favoriti, ma non potevamo permetterci di sottovalutare una squadra che solo tre anni prima aveva vinto la Coppa dei Campioni, battendo il Barcellona in una finale giocata in Spagna, a Siviglia. La Steaua in semifinale ne aveva fatti 5 al Galatasaray e si era qualificata in modo perentorio. Era una buona squadra, che sapeva palleggiare e aveva qualche individualità di spicco, tipo Lacatus, veloce, e Hagi, molto tecnico.
In un paio di pagine della Smemoranda avevo annotato, un po’ alla rinfusa, una serie di considerazioni sui romeni che mi servirono come direzione di lavoro e come istruzione per i giocatori.
Leggo qua e là: «Fare molti 1-2 al limite dell’area e “uno va, uno viene” perché fanno una zona statica e seguono tutti la profondità. Linea difensiva poco dinamica. Soffrono il pressing. Quando attaccati, sono mal messi. Dobbiamo restare corti e non farli ripartire. Cercano di farti uscire irretendoti. Usano molto i passaggi indietro. Soffrono velocità e contropiede. Si può attaccarli in profondità. Sono pericolosi in contropiede per la velocità di Hagi e Lacatus. Agili nello stretto. Bravi a tenere palla. Battono i corner con due giocatori. Sulle palle alte bravi il 4 e il 6. Sui corner vengono a saltare in sei. Punizioni da centro-destra e corner da destra li batte Hagi con tiri tagliati. Da sinistra toccano la punizione per Iovan. Lacatus ha rimessa laterale lunga ed è bravo ad attaccare la profondità. Lenti i due difensori centrali. Dobbiamo restare corti e aggredirli, così non li facciamo uscire. Soffrono i ritmi elevati».
Ispirati da queste considerazioni, lunedì 22 a Milanello, per esempio, lavorammo molto sul movimento dei due attaccanti: «Uno va, uno viene».
Iovan e Bumbescu erano centrali lenti, faticavano a staccarsi per intercettare gli avversari e la linea faticava a coprire i loro spostamenti.
Nella finale dell’anno successivo, a Vienna, avremmo affrontato un’altra coppia di centrali del genere, i brasiliani Aldair e Ricardo Gomes, e avremmo vinto con quel movimento: Costacurta avanza con la palla, Van Basten gli viene incontro, Rijkaard si infila nello spazio che si è creato e arriva in porta.
Quel lunedì sul diario di bordo annotai altri due pensieri.
Il primo era l’antidoto alla tensione che stava montando avvicinandoci alla finale di Barcellona. «Essere insensibili a qualsiasi emozione. Concentrarsi solo sulle cose da fare e farle al meglio delle nostre capacità.» Cioè, occupare totalmente il cervello con lo studio e il ripasso delle nostre conoscenze per non lasciare spazio ad altro, impedire al pensiero la considerazione della preoccupazione o di qualsiasi sentimento negativo. Se sei completamente concentrato sui movimenti da rispettare in partita e ti convinci di aver memorizzato in allenamento le reazioni giuste a qualsiasi situazione che ti proporrà la gara, ti sentirai pronto e sicuro, al riparo dalla paura.
Il secondo pensiero può sembrare scontato, addirittura infantile, eppure è la chiave di tutto. È il cuore della nostra impresa e della nostra filosofia. Scrissi: «Giocare bene. Se giochiamo bene, vinciamo. Se giocano meglio loro, vincono loro».
Noi non volevamo solo vincere, non ci bastava portare a casa la Coppa dopo vent’anni. Noi volevamo vincere con merito, con la forza dei nostri valori. Volevamo affermarci con la nostra strategia, non con una tattica da furbi. Eravamo disposti ad applaudire il merito degli avversari, se avessero giocato meglio di noi. Scrissi semplicemente così: «Giocare bene. Se giochiamo bene, vinciamo».

Nell’allenamento del 23, come riporta il diario di bordo: partitella con le mani 10 vs 10 su campo 40x25, si segna solo di testa; 5’ di cross e tiri; ancora esercitazione «uno va, uno viene», che era un chiodo fisso: 15’ di partita 11 vs 11 su campo piccolo per allenare la reattività e il gioco negli spazi stretti.
Al pomeriggio ci imbarcammo a Malpensa su un Jumbo dell’Alitalia diretto a Barcellona. Mi accompagnavano mia moglie Giovanna e mia figlia Federica. A bordo c’erano anche Luisa Ancelotti, incinta, le mogli di Gullit, Giovanni Galli e di altri giocatori. Ricordo il piccolo Niccolò Galli che correva dappertutto. Aveva 6 anni e sarebbe diventato un bravo calciatore se un destino maledetto non ce lo avesse portato via così presto. C’erano Cesare Maldini, appena diventato nonno, Enzo Bearzot e l’ex presidente federale Sordillo. C’erano Rivera, Burini, «Pantera» Danova, Puricelli, Buticchi… C’era il duca d’Aosta, con la moglie, una contessa siciliana. C’erano anche molti giornalisti.
Franco Baresi leggeva, Virdis pure, gli olandesi giocavano a backgammon come al solito.
La mattina della finale, il 24 maggio, il piccolo stadio accanto al Camp Nou si riempì di 20.000 tifosi che si strinsero attorno al nostro allenamento di rifinitura con entusiasmo impressionante. Mai visto un allenamento in una cornice del genere.
Dieci minuti di stretching; 10’ di schemi offensivi; un torello a un tocco su campo 10x10, 5 contro 2: intenso e velocissimo; 5’ di tiri per scaricare.
Gullit venne a dirmi: «Mister, c’è Iordanescu, l’allenatore della Steaua». Gli risposi: «Non importa, tanto quello che proviamo in allenamento poi non lo rifate mai in partita…» Però, quando alla fine ci esercitammo sui calci di rigore, ordinai ai giocatori: «Uno lo tirate bene, l’altro lo sbagliate».
Esercitarsi sui rigori conta fino a certo punto. Non è solo una questione tecnica. In partita, al momento di andare sul dischetto, entrano in gioco altri fattori, l’emozione, ma ancora di più un senso di giustizia che ti condiziona.
Nella finale di Usa ’94, il Brasile meritava più di noi. Noi abbiamo dato tutto quello che avevamo, fino all’ultima goccia di energia, di più era impossibile. Ma loro hanno giocato meglio e hanno vinto giustamente ai rigori. Mentre li calciavano, sentivano di essere dalla parte del giusto. Noi no.
Barcellona fu ricoperta dalla marea rossonera dei 90.000. Alla sera l’attraversammo in pullman mentre la polizia a cavallo ci faceva strada a colpi di manganello. Berlusconi pregò nella cappella del Camp Nou e denunciò i comunisti della Steaua al Padreterno.
L’arbitro tedesco fischiò l’inizio della finale di Coppa dei Campioni.

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan - «Mister, il bambino trema…»/Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan - Il fischio del Trap/Andata ottavi: Werder Brema-Milan - Ha ragione il Tasso/Ritorno quarti: Milan-Werder Brema - Gli incubi di Maldini/Andata semifinale: Real Madrid-Milan - Nuovo Milan Paradiso/Ritorno semifinale: Milan-Real Madrid - Giocare bene/Verso la finale di Barcellona

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