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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

Nuovo Milan Paradiso – Ritorno semifinale: Milan-Real Madrid

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliAlla vigilia di Milan-Real Madrid, Berlusconi aveva confessato ai giornalisti: «Ho chiesto la goleada ai miei giocatori».
Non si accontentava di battere il Real, non gli bastava raggiungere la finale di Coppa dei Campioni dopo vent’anni. No, pretendeva la goleada contro il club più prestigioso e vittorioso della storia del calcio…
Il presidente aveva la grandezza dentro. Lo avevo capito fin da quella prima cena ad Arcore. Ed è stato proprio l’amore per il sogno e per la bellezza a metterci subito in sintonia. Quando periodicamente riuniva i suoi dirigenti d’azienda, mi voleva sempre al suo fianco, con Confalonieri e Dell’Utri.

Mi è spiaciuto per le vicende giudiziarie di Marcello Dell’Utri.
Qualche anno fa ho raccontato la mia vita in un libro e il direttore del carcere di Parma, in cui era detenuto l’ex senatore, mi invitò a presentarlo. Non era il luogo più adatto per me, perché i carcerati erano in gran parte camorristi arrivati dalla Campania e io, negli anni di Maradona, non ero stato certo l’amico preferito del Napoli e dei napoletani. Lo pensai quando entrai nella sala in cui avrei dovuto presentare il mio libro e mi ritrovai davanti parecchie tute azzurre con il marchio rosso dell’acqua minerale sponsor del Napoli.
Appena arrivò Dell’Utri nella stanza, tutti i reclusi lo applaudirono. Io lo abbracciai a lungo. Mi sussurrò: «Non ce la faccio più».
È una persona colta, raffinata. Ogni anno mi spediva a casa un libro.
Il direttore del carcere di Parma mi disse: «Grazie al signor Dell’Utri la biblioteca di questo carcere ha più volumi di un monastero certosino…»

Baresi aveva sempre paura delle chiacchierate della vigilia di Berlusconi, perché sapeva che poteva dire di tutto.
Ogni volta Franco veniva da me e mi chiedeva: «Mister, il presidente ha parlato oggi?» «Sì», gli rispondevo. E lui: «Allora mettiamoci l’elmetto», senza neppure chiedermi che cosa avesse detto ai giornalisti.
Alla vigilia di quel Milan-Real Madrid, il presidente aveva chiesto la goleada. Quella era la sua grandezza.
Alla Juve c’erano magari dirigenti che conoscevano di più il calcio, ma nessuno conosceva la vita e la bellezza come Berlusconi, anche perché alla Juve ripetono da secoli che l’unica cosa che conta è vincere.
Il presidente di calcio ne capiva, ma non così tanto da interferire nelle questioni tecniche e comunque non lo avrebbe fatto per principio. Non è vero che suggerisse formazioni o caldeggiasse giocatori. Almeno, con me non lo ha mai fatto. Ci siamo confrontati sulla scelta di Borghi nel modo che ho raccontato, ma per il resto ha sempre rispettato il mio lavoro e non ha mai provato a condizionarlo. E non ricordo una volta che sia entrato in spogliatoio per parlare con un giocatore.
Anzi, l’unica volta che lo fece prima di una partita, poi mi chiese scusa.
Giocavamo contro i belgi del Malines. Accompagnò in spogliatoio Bobo Craxi, figlio di Bettino, e l’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. All’indomani riconobbe: «Non dovevo farli entrare. Mi scusi. Lo spogliatoio è sacro».
Proprio così. Un conto è se entra il presidente della squadra, un conto degli estranei.
Un giorno Roberto Mancini, che era da poco alla guida della Fiorentina, venne a Coverciano per chiedermi due consigli.
Il primo: «Cosa devo fare con Rui Costa? È una mezza punta, ma torna sempre a centrocampo a prendere la palla». Gli suggerii: «Mettilo a centrocampo. È disponibile?» Roberto rispose: «No». Conclusi: «Allora non c’è soluzione».
Secondo problema: «Cosa devo fare per arginare i dirigenti che provano a interferire?» Risposi: «Questo è facile, Roberto. Parla loro di gioco, non di giocatori. Se parli di gioco li tagli fuori, non hanno la competenza per starti dietro». Valeva anche per Berlusconi.
Al gioco ci pensavo io, ma lui ci ha aiutati spingendoci verso la bellezza e il sogno, allenandoci a pensare in grande, chiedendoci una goleada quando sarebbe bastato uno 0-0.

La notte del 19 aprile 1989 iniziò con un’emozione forte.
Il 15 aprile, allo stadio Hillsborough di Sheffield, prima della semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forrest, erano morte 96 persone schiacciate dalla calca. La più dolorosa tragedia dello sport inglese. Durante il minuto di silenzio, tutto San Siro, emozionato, cantò You’ll never walk alone. Nei giorni seguenti ci avrebbero spedito da Liverpool telegrammi commossi di ringraziamento.
La partita non si mise bene per noi. Il Real ebbe subito una buona occasione. Beenhakker si era giocato la carta del giovanissimo Llorente, nipote di Gento e scattante come lui. Doveva essere la freccia capace di evadere dal nostro pressing e sorprendere in velocità la nostra difesa.
Noi faticavamo. Van Basten, in modo particolare, sbagliò qualche pallone irritante tanto che ordinai a Virdis di scaldarsi. Il buon Ramaccioni si preoccupò e mi consigliò: «Arrigo, pazienta ancora un po’…»
Poi il nostro gioco piano piano cominciò a crescere. Con Ancelotti al posto di Evani cambiava qualche punto di riferimento, ma non i nostri princìpi. L’idea che ci guidava era sempre la stessa e in breve il nostro pressing prese alla gola il Real Madrid come al Bernabeu.
Al 18’ proprio Carlo accompagnò il pallone da sinistra a destra, si preparò il tiro con una serie di tocchi e, arrivato in faccia alla porta, esplose un destro potente che passò sopra la testa di Buyo e si infilò sotto la traversa. Un gol meraviglioso che incendiò lo stadio.
Poi toccò a Rijkaard incornare di testa, con una poderosa frustata del collo, un cross perfetto di Tassotti da destra.
Il terzo gol, allo scadere del primo tempo, nacque a sinistra. Donadoni si liberò con una finta a rientrare delle sue e centrò un pallone morbido. Gullit si avventò e lo scaraventò in rete di testa con la forza di un toro, facendo sollevare tutte le sue treccioline.
Tre a zero all’intervallo, un dominio assoluto di gioco e bellezza: San Siro non credeva ai suoi occhi.
Il quarto gol, a metà ripresa, fu il festival degli olandesi. Cross di Frank, sponda aerea di Ruud, controllo di Marco e sinistro imparabile sotto la traversa.
A quel punto, Berlusconi si era ampiamente convinto che Gullit e Van Basten fossero i migliori in assoluto e che non era il caso di invidiare Hugo Sánchez e Butragueño. In realtà ne era convinto anche prima. Le critiche e i paragoni del presidente dopo il Bernabeu erano serviti a mettere un po’ di rabbia in più nella prestazione degli olandesi.
Dopo il 4-0 giunse l’unica brutta notizia della serata. Ruud si fermò a centrocampo con una smorfia di dolore toccandosi il ginocchio destro. Si sedette sul prato e si fece accompagnare fuori in barella. Un altro infortunio in una stagione per lui maledetta. Due giorni più tardi il professor Perugia l’avrebbe operato nella clinica romana Villa Bianca. Eravamo in finale, ma con la paura di non poter schierare due pedine fondamentali come Evani e Gullit.
Nella notte di Milan-Real era ancora troppo presto per preoccuparsi. C’era spazio solo per la gioia e per l’orgoglio.
Donadoni si accentrò da destra e calciò un rasoterra di sinistro che Buyo, in serata maldestra, non riuscì a intercettare: 5-0.
Ecco la goleada che aveva chiesto Berlusconi alla vigilia! Infatti nel dopopartita il presidente, passando da un’intervista all’altra, continuava a ricordarlo: «L’avevo detto io! L’avevo detto io!»
A nulla aveva potuto l’immaginetta di Santa Gemma del presidente Mendoza che, con signorilità, abbracciò Berlusconi e gli promise: «A Barcellona tiferemo per voi. Siete una squadra fortissima». Berlusconi ringraziò con gli occhi che brillavano. Raramente l’avevo visto così commosso e felice. Tutto il mondo aveva ammirato la bellezza del suo Milan.
I nostri tifosi restarono a lungo sugli spalti a cantare e a festeggiare. Sembrava che faticassero a staccarsi dallo spettacolo cui avevano appena assistito e ritardassero apposta il rientro a casa. Baresi e Rijkaard uscirono dallo spogliatoio e tornarono in campo per ringraziare gli 80.000 che non smettevano di applaudire, come fanno gli attori che, a fine spettacolo, si ripresentano in scena.

E in effetti Milan-Real Madrid è stata una delle nostre rappresentazioni più entusiasmanti, se non la più entusiasmante, quella che più ci ha dato visibilità nel mondo. Avevamo mostrato una bellezza che andava oltre il risultato sportivo, qualcosa che aveva a che fare con l’arte.
Pochi giorni dopo il regista Giuseppe Tornatore avrebbe vinto a Cannes il Gran Premio della Giuria con Nuovo cinema Paradiso, portato nelle sale l’anno prima. Gli avrebbero assegnato anche un Oscar a Los Angeles. Ecco, San Siro, con gli occhi spalancati del piccolo protagonista del film, aveva assistito al Nuovo Milan Paradiso.
La mattina seguente, quando mi svegliai, venni a sapere da mia moglie che nel sonno avevo urlato cinque volte «Gol!» e che per cinque volte l’avevo svegliata. Evidentemente mi ero rivisto il film della partita nel sonno.
Sono sicuro che nel sogno non ho aggiunto nulla di bello rispetto alla realtà, sarebbe stato impossibile.
Sul diario di bordo arrivò tutta la mia soddisfazione: tre «ottimo» in una volta sola. Una goleada anche lì… «Ottima partita, ottimo risultato, squadra in ottime condizioni psicofisiche.»
Ma trovai comunque qualcosa da migliorare… «Cambi di posizione a centrocampo, tra centrale di destra e centrale di sinistra: cioè più rotazioni per evitare di dare punti di riferimento alle marcature. E più movimento senza palla.»

Giovedì sera andai a cena con il presidente Berlusconi all’Assassino, storico ristorante di milanisti nel centro di Milano che in passato aveva ospitato spesso Nereo Rocco. Quella sera al nostro tavolo sedeva anche Arnaldo Forlani, ex presidente della DC.
In fatto di fortuna io la penso come Seneca. Ritengo cioè che non esista. Esiste semmai il momento in cui il talento incontra una possibilità. Io credo di aver sfruttato bene le mie possibilità.
Io credo di aver sfruttato bene le mie possibilità. Se non avessi incontrato tante volte il Milan quando ero allenatore del Parma, probabilmente non sarei diventato l’allenatore di Berlusconi. Se il mio Milan non avesse affrontato per quattro volte in pochi mesi il grande Real Madrid, probabilmente non avrebbe avuto la visibilità mondiale che ci siamo meritati con quelle partite.
Una volta l’ho detto al mio amico Butragueño: «Emilio, il tuo Real mi sembrava Lorenzo Zagonari che perse diciotto partite di fila a biliardo. Ci incontravate sempre e non vincevate mai. Mi veniva da dirvi: facciamone ancora una che non sono mica convinto che il mio Milan sia più bravo…».

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan - «Mister, il bambino trema…»/Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan - Il fischio del Trap/Andata ottavi: Werder Brema-Milan - Ha ragione il Tasso/Ritorno quarti: Milan-Werder Brema - Gli incubi di Maldini/Andata semifinale: Real Madrid-Milan - Nuovo Milan Paradiso/Ritorno semifinale: Milan-Real Madrid

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