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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

La finale – Atto secondo – 24 maggio 1989, Barcellona

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliDonadoni spaventa subito il portiere Lung con un tiro dal limite, Van Basten sfiora il gol di testa, Gullit colpisce il palo.
Saltiamo al collo della Steaua Bucarest al primo respiro e non la molliamo più. Non ci fermiamo più. Corriamo sempre in avanti, con o senza palla. È la nostra strategia, abbiamo un piano positivo e vogliamo portarlo a termine. Vogliamo imporre le nostre idee, i nostri valori e meritarci questa coppa.
I romeni invece cercano di farci male con la tattica. Credono di aver individuato il nostro punto debole e provano a colpirci lì. Spostano Hagi, il loro giocatore più forte, nella zona di Ancelotti pensando di metterlo in difficoltà sulla fascia.
Ma Carlo non è mai da solo, ha sempre accanto due o tre compagni che gli restringono gli spazi da coprire e poi ha l’intelligenza e i tempi per coprire quegli spazi nel modo migliore. Così alla fine anche agli occhi di Hagi, come agli occhi di Maradona, Ancelotti appare un tipo veloce con l’11 sulla schiena.
Al 18’ Colombo va al tiro da destra, il portiere non trattiene, Van Basten si avventa sul pallone. Il rimpallo arriva tra i piedi di Gullit che mette in rete. Il boato dello stadio fa tremare il cielo di Barcellona. Chi l’avrebbe immaginato un anno fa, quando mi chiamavano signor nessuno, che avremmo fatto gol nella finale di Coppa dei Campioni con un tiro di Angelo Colombo?
Meno di dieci minuti più tardi, al 27’, Tassotti avanza sulla fascia destra, lavora la palla con la suola, come un’ala brasiliana, dribbla, va sul fondo e dipinge un cross di velluto. Voglio precisare che su quei piedi io ci ho lavorato poco. Li ho trovati già ben educati dal gran lavoro tecnico di Nils Liedholm. Gullit attacca il primo palo, Van Basten il secondo e schiaccia di testa in rete.
Al 39’ tre o quattro maglie bianche circondano il romeno che ha la palla e gliela strappano dai piedi. Ecco il pressing, la nostra vera anima. Donadoni solleva lo sguardo, vede Gullit al limite dell’area e lo raggiunge con un lancio preciso. Ruud controlla, fa rimbalzare a terra il pallone poi lo scaraventa in rete.
Il Camp Nou, fasciato dagli striscioni rossoneri, è in delirio. Sembra tutto facile, è tutto bello, tutto perfetto: 3-0 all’intervallo.

In spogliatoio ordino: «Facciamo il quarto, poi possiamo rallentare e gestire».
Il quarto arriva subito, un minuto dopo il ritorno in campo. Rijkaard, quello preferito a Borghi, avanza e detta in verticale per Van Basten che lascia sfilare il pallone prima di colpirlo in diagonale e farlo rotolare nell’angolino più lontano.
La partita non ha più storia.
Durante gli ultimi minuti di gioco, il presidente Berlusconi lascia la tribuna e scende in campo. Attende il fischio finale inginocchiato accanto al tavolino, ricoperto da una tovaglia di velluto rosso che sostiene la Coppa dei Campioni. È come se fosse di guardia al trofeo che ormai sente suo.
L’arbitro tedesco fischia la fine e può esplodere la festa.

Il presidente corre verso di me, mi abbraccia e, per prima cosa, mi dice: «Non ho mai speso così bene i miei soldi!» Si riferisce all’aumento di stipendio che dovrà pagarmi: la differenza tra ciò che mi hanno dato loro e ciò che avevo chiesto io, moltiplicata per tre. Questi erano i termini della scommessa. L’ho vinta.
Entro in campo, abbraccio Galliani e i miei giocatori a uno a uno. Stringo Van Basten alle gambe e lo sollevo da terra. C’è una foto storica che lo testimonia. Faccio lo stesso con Gullit. Innalzo al cielo i miei due giganti. Io, un ometto…
Ma l’adrenalina e l’entusiasmo del trionfo non c’entrano. Non c’è niente di magico e di assurdo in quello sforzo. Il segreto era sempre lo stesso: il lavoro. Io di panca, all’epoca, sollevavo pesi per 105 chili. Gli olandesi pesavano meno di 90 chili. I conti tornano.
Berlusconi si concede ai giornalisti. Cita Orazio in latino: «Domani riprenderemo il vasto mare». Precisa: «Concedetemi questa pennellata per l’avvocato Prisco…»
Non ha ancora sollevato la Coppa dei Campioni e ha già fretta di rimettersi in viaggio verso quella Intercontinentale. Questa è la sua grandezza.
Lo deridevano quando prometteva di conquistare il mondo divertendolo e intanto ha già conquistato l’Europa. Senza il suo talento di pensatore in grande, di cacciatore di sogni non saremmo qui a festeggiare al centro del Camp Nou. Fin dalla prima cena ad Arcore, il presidente e io ci siamo ritrovati nella stessa idea di grandezza, siamo riusciti a coinvolgere la squadra e a trasformare i nostri ambiziosi orizzonti in una sfida collettiva.
Il Milan ha vinto la sua terza Coppa dei Campioni, la riporta a casa dopo vent’anni.

Dicessi di aver raggiunto un sogno, sarei bugiardo. Perché tutto questo è molto più di un sogno. Fin da bambino sono stato in grado di sognare un trionfo, ma non questo, non così. Non avevo le forze per immaginarmi tanto.
Nelle ultime tre partite, semifinali e finale, il Milan ha segnato dieci gol e ne ha subìto uno solo, su calcio d’angolo. Contro la Steaua abbiamo tirato 21 volte in porta.
Abbiamo regalato bellezza. Abbiamo giocato meglio e abbiamo vinto. Con merito, imponendo i nostri valori.

È il momento della premiazione. La squadra è raccolta attorno al capitano Franco Baresi che afferra la coppa per le orecchie e la solleva in cielo. Ha sulla schiena il numero 6.
La mia carriera di allenatore è cominciata da quel numero, a Fusignano, in Seconda categoria, sedici anni fa. Spiegai ad Alfredo che mi serviva un libero. Il bibliotecario corelliano recuperò una maglia numero 6 in spogliatoio, me la consegnò e mi disse: «Costruiscitelo, con le idee e con il lavoro».
Ora la maglia numero 6 del più forte libero del mondo sta sollevando al cielo la Coppa dei Campioni che abbiamo vinto grazie alle idee e al lavoro. Davanti ad Alfredo Belletti, giunto a Barcellona con il sacchetto di plastica della Coop.

Berlusconi lascia lo stadio a bordo del nostro pullman. Immagina che possa essere un trasferimento trionfale, come quello dell’andata, e questa volta non vuole perdersi il centro della scena. Ma la gente si è già rovesciata in città a festeggiare, non c’è bisogno di manganelli per liberarci la strada.
Abbraccio mia moglie, mia figlia. Con dei nostri amici arrivati dall’Italia andiamo a brindare in una discoteca che si chiama Black and White. Rientrato in albergo, prendo il diario di bordo e, per la prima volta da quando lo compilo, ci scrivo una parola sola.
Una sola: «Fantastici!»

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan - «Mister, il bambino trema…»/Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan - Il fischio del Trap/Andata ottavi: Werder Brema-Milan - Ha ragione il Tasso/Ritorno quarti: Milan-Werder Brema - Gli incubi di Maldini/Andata semifinale: Real Madrid-Milan - Nuovo Milan Paradiso/Ritorno semifinale: Milan-Real Madrid - Giocare bene/Verso la finale di Barcellona - La finale atto secondo/24 maggio 1989, Barcellona

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