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Letture RossoNere

 

La coppa degli immortali. Milan 1989 la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò

 

 

Miele e gioielli – I giorni di festa

(Arrigo Sacchi)

 

la coppa degli immortaliRientrammo in Italia il giorno dopo. Mia moglie si fermò a Milano, io tornai a Fusignano. Sull’autostrada sorpassai decine di pullman di tifosi rossoneri che rientravano dalla gloriosa trasferta di Barcellona. Il popolo dei 90.000.
Guidavo molto veloce: 160-170 all’ora. All’altezza di Bologna mi accorsi che un’auto della Polizia mi stava seguendo lampeggiando. «Addio, ci siamo…»
Accostai rassegnato alla contravvenzione. Invece era il vicecomandante della Polizia di Bologna, appassionato tifoso del Milan, che mi aveva riconosciuto e mi aveva rincorso solo per congratularsi.
Alla sera andai a dormire e la mattina seguente, dopo un sonno profondo e sereno, mi svegliai in un silenzio assoluto: mia moglie non c’era, le mie figlie erano andate a scuola. Mi successe una cosa stranissima che non mi sarebbe più capitata in tutta la mia vita: mi ero svegliato con un dolcissimo sapore di miele in bocca. Inspiegabile, ma assolutamente riconoscibile.

Il 27 maggio Berlusconi mi convocò a Rimini per la convention di una finanziaria. Oltre a me aveva precettato altri due freschi campioni d’Europa: Gullit e Donadoni. All’inizio ci tenne nascosti, per creare uno di quegli effetti a sorpresa che gli piacciono tanto.
«Ma quel ragazzone con le trecce mi sembra di conoscerlo…» annunciò a un certo punto dal palco. Gullit avanzò dal fondo della sala in mezzo a un uragano di applausi. Poi toccò all’Osso Donadoni, infine a me.
«Noi saliremo presto in cima al mondo, vero Arrigo?» mi chiese sul palco. «Certo», risposi.

Era bello tornare a Rimini da campione d’Europa. In quella città avevo vissuto una delle mie stagioni più importanti, la più difficile. La prima in serie C. Arrivavo dalla Primavera del Cesena.
Il benvenuto me lo aveva dato un giornalista locale quando era cominciato a circolare il mio nome come possibile allenatore. Aveva elencato tutti quelli dei candidati (Angelillo, Toneatto, Domenghini, Rosati), poi aveva aggiunto in coda il mio e aveva aperto una parentesi: «Ma non facciamo certi nomi…»
I dirigenti del Rimini avevano seguito le due partite della finale del campionato Primavera ed erano rimasti incantati dal mio Cesena che giocava davvero bene. Dopo aver eliminato l’Inter in semifinale, ci eravamo giocati il titolo nazionale contro l’Avellino.
I dirigenti del Rimini avevano seguito quelle partite perché avevano ceduto all’Avellino il difensore Favero, futuro juventino, e avevano diritto di scegliere due ragazzi della Primavera irpina. Dovevano studiare i candidati. Avrebbero scelto bene: Nando De Napoli e Marco Pecoraro Scanio, fratello di Alfonso, ex capo dei Verdi, e anche lui prossimo senatore.
Ricordo in particolare la partita di Avellino perché nella notte mi venne un incubo violento, come mi capitava spesso da bambino, da quando avevo visto un film di fantascienza, pieno di mostri, che mi aveva impressionato. Da allora non ho mai più visto un film di fantascienza. Non riesco neppure oggi, a distanza di tanti anni.
Mi ero ritrovato seduto sul letto, tutto sudato, nel cuore della notte. Il guaio è che nella stanza accanto dormiva una signora che viveva in quell’albergo da due anni perché traumatizzata dal terremoto che aveva colpito l’Irpinia nell’80. Non riusciva più a rientrare a casa sua. Il mio urlo l’aveva svegliata e naturalmente aveva pensato a una nuova scossa. Si era buttata in strada mezza nuda, poi si era convinta che le avessimo fatto uno scherzo. Invece era un incubo vero.
Mi ero accordato con i dirigenti del Rimini e avevo preso la guida della prima squadra. Avevo debuttato in Coppa Italia contro l’Inter che aveva vinto solo con una punizione di Hansi Müller a tempo scaduto. Agosto ’82, l’allegria del Mundial di Spagna era ancora nell’aria.
In campionato ero partito con tre pareggi: il primo in casa contro il Mestre, il secondo con la Carrarese di Orrico, il terzo con il Modena. Alla quarta eravamo andati a vincere a Brescia che era la grande favorita del torneo. Alla partita successiva in casa, la curva del Rimini, che era composta in gran parte da bagnini fuori stagione, ci aveva accolto con gli applausi. Ci davano per retrocessi, arrivammo quarti. Una buona stagione.
Alla seconda partita, avevo lanciato a sorpresa cinque-sei giovani, più pronti a recepire le mie idee nuove, Gaudenzi, De Napoli, Zannoni…, e avevo mandato in panchina tutti i vecchi.
Alla fine mi chiesero: «Mister, perché oggi è rimasto in piedi durante tutta la partita?» «Perché la panchina scottava», risposi.

A Rimini un allenatore ha una responsabilità in più: controllare i suoi giocatori anche fuori dal campo, perché la città è un divertimentificio. Io abitavo vicino al mare e per tornare a casa passavo sempre davanti al cartello, posto all’ingresso della zona dei locali, che avvisava: «Vi informiamo che state entrando nell’area dei patacca».
Il patacca e lo sborone sono due edonisti che amano vantare le proprie imprese. La differenza è che lo sborone può fare ciò che dice, il patacca… è un patacca.
Pecoraro Scanio, pensando che fossi rincoglionito, mi presentava sempre una ragazza diversa come la sua unica fidanzata.
Una volta dissi a una di quelle ragazze: «L’ultima volta che ti ho visto eri bionda». Lei: «Ma io non sono mai stata bionda». Da quel giorno Pecoraro smise di presentarmi fidanzate.

Nel tragitto che mi portava a casa, mi trovavo a guidare verso il mare, puntavo quindi i fari in spiaggia, poi svoltavo e mi allontanavo.
Una notte nella luce dei fari era apparso Daniele Zoratto che era appoggiato alla cabina di uno stabilimento balneare. Tra Zoratto e la cabina c’era in mezzo una ragazza che era più alta di lui. Allora mi spiegai all’istante i dolorini ai polpacci che lo perseguitavano. Stava sempre in punta di piedi…
Zoratto era un ragazzo d’oro e un grande centrocampista. La prima volta che lo vidi giocare in Promozione, pensai: «In serie A ci sono giocatori che non sanno fare questo calcio». Poi era andato in C dove non aveva fatto bene, perché gli davano 50.000 lire al mese e mangiava un solo pasto al giorno. Era di famiglia povera. Suo padre faceva il minatore in Lussemburgo e Daniele aveva vissuto a lungo in Italia con la nonna.
Quando lo avevo portato a Cesena, mi aveva chiesto: «Le spiace trattare per me l’ingaggio con il presidente? Io mi vergogno a chiedere soldi per giocare». Pensava a suo padre in miniera e si vergognava.
Me lo sono portato al Rimini e anche in Nazionale. Al presidente del Rimini avevo spiegato: «Capisco i vostri problemi di bilancio. Se ogni anno rifate la squadra, non mi lamento. Vi chiedo una cosa sola: non vendetemi Zoratto. Vendeteli tutti, ma non lui. E io gli costruisco la nuova squadra attorno».
A una giornata dal termine del primo campionato, il presidente del Rimini mi aveva invitato a pranzo al ristorante del Matto che era un matto vero. In pieno agosto teneva l’auto sotto il sole rovente, al centro del cortile, poi ci entrava dentro e faceva la sauna. Ma da lui si mangiava bene.
Il presidente mi aveva spiegato che era stato costretto a vendere Zoratto. La sera stessa avevo telefonato a Italo Allodi e gli avevo comunicato che sarei andato ad allenare nel settore giovanile della sua Fiorentina. Quando licenziarono Allodi, per rispetto nei suoi confronti, me ne andai anch’io e tornai al Rimini.
Ho un grande rimpianto legato alla città romagnola: l’incontro mancato con Federico Fellini. Ci eravamo dati appuntamento a cena, per conoscerci, ma un impegno ci aveva costretto a rinviarlo. Poi il regista si era ammalato e non ci fu più occasione.
Un sacco di personaggi delle mie parti gli sarebbero piaciuti. «Anima mia», per esempio. Era un contadino che aveva una passione folle per Sophia Loren. Nei primi anni Sessanta l’attrice era venuta a girare un film a Lugo di Romagna, Boccaccio ’70, quattro episodi diretti da maestri del cinema: Vittorio De Sica, lo stesso Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti. La Loren era protagonista della «Riffa», l’episodio sceneggiato da Cesare Zavattini e diretto da De Sica.
Naturalmente c’erano poliziotti e guardie a protezione del set, ma «Anima mia» era riuscito a infilarsi, aveva raggiunto la Loren e le aveva piantato le mani sul petto…
Era successo l’inferno. Per anni gli amici gli hanno chiesto: «Com’è andata quella volta con la Loren, Anima mia?» E lui raccontava: «Piovevano botte da tutte le parti, ma io non mollavo la presa!»
Interrogato dal carabiniere che lo aveva portato in questura, aveva spiegato: «Ho seguito il cuore…»
Una proposta per un film mi è arrivata per davvero da uno studio di Hollywood dopo il Mondiale americano del ’94. Avrei dovuto interpretare il ruolo di un allenatore. Avevo detto a Giovanna: «Guarda che se nel cast c’è Sharon Stone ci vado di corsa…» Poi la cosa era sfumata.
Bello comunque tornare a Rimini, da fresco campione d’Europa, e rivivere tanti ricordi legati all’inizio del mio cammino professionale.

La festa ufficiale per la vittoria della Coppa dei Campioni si tenne a fine stagione nella villa di Silvio Berlusconi, ad Arcore.
Mia moglie entrò in quelle stanze emozionatissima perché sapeva che Villa San Martino era stata costruita dalla famiglia Casati Stampa ed era appartenuta al marchese Camillo che nel 1970 aveva ucciso la moglie e il giovane amante prima di togliersi la vita. Un delitto che aveva fatto epoca e aveva riempito a lungo le cronache e le riviste quando Giovanna era una ragazza.
Alle signore presenti Berlusconi regalò un gioiello che pescava da un vassoio d’argento. Non un gioiello a caso, ma uno scelto di persona e studiato per ogni donna invitata. Spiegò che per Giovanna aveva pensato a una spilla che assomigliasse alla Coppa dei Campioni. L’aveva trovata in una gioielleria di via Montenapoleone. Era un vaso di fiori, fatto di pietre preziose colorate, che riprendeva in qualche modo la forma del trofeo.
Molte delle donne presenti dovevano essere abituate a regali di quella portata e ringraziarono con disinvoltura, per Giovanna era una novità assoluta, rimase impressionata e l’emozione si aggiunse a quella per la presenza invisibile del tormentato marchese Casati Stampa che vagava per le stanze della villa.
A me Berlusconi regalò una riproduzione in argento della Coppa dei Campioni, a grandezza naturale, con la sua firma incisa sopra.
Tornando a casa, dopo mezzanotte, passai da corso Buenos Aires, per acquistare i giornali freschi di stampa. All’altezza di un’edicola feci una inversione a U e un ragazzo, che giungeva a forte velocità e non riuscì a frenare, mi centrò in pieno.
Nessuno si era fatto male. Giovanna rientrò in taxi, io mi fermai per le pratiche dell’incidente.
Il ragazzo era sconvolto. Aveva preso la macchina del fratello di nascosto per uscire con la fidanzata e non sapeva come fare a dirglielo. Continuava a chiedermi scusa, anche perché era un tifoso del Milan e si sentiva in colpa per avermi creato dei problemi dopo tutto quello che avevamo fatto a Barcellona… Provai a tranquillizzarlo. Gli dissi che l’imprudenza l’avevo commessa io e che tutto si sarebbe sistemato. Alcuni passanti si avvicinarono e si offrirono per aiutarmi a mettere il ruotino della Porsche perché, nell’impatto, si era bucata una gomma.
Mentre eravamo al lavoro, sulla carreggiata opposta, è sfrecciata un’auto con i finestrini abbassati e il conducente, probabilmente un tifoso interista, mi ha urlato in corsa: «Arrigo, stavolta la nebbia non ti ha salvato!»

Tengo la riproduzione della Coppa dei Campioni dell’89, quella del ’90 e tutti gli altri trofei che ho vinto in carriera, da allenatore e da dirigente, nella palestra di casa mia. Sono raccolti tutti insieme su una mensola rialzata, corrono sopra la porta d’ingresso. Manca solo la Coppa Italia che vinsi come dirigente del Parma.
L’ho domandato ai giocatori del mio Milan: «Ma ve lo aspettavate di vincere tanto e ricevere così tanti riconoscimenti quando abbiamo iniziato? Ci hanno eletti miglior squadra della storia…» Hanno risposto tutti no, tranne il Tasso che, con la sua impareggiabile ironia, ha detto: «Con tutto il lavoro che ci ha fatto fare, era il minimo…»
Di recente la rivista «France Football» ha scelto i 50 allenatori più importanti della Storia e mi ha messo al terzo posto, dietro a Rinus Michels e ad Alex Ferguson, davanti a Cruijff e Guardiola. Ci sono anche due miei giocatori: Ancelotti 8° e Rijkaard 45°. La motivazione della mia scelta: «L’approccio tattico che ha cambiato la mentalità di un Paese». Purtroppo non è vero.
Quando pochi giorni dopo Berlusconi mi ha telefonato per farmi gli auguri di compleanno, gliel’ho riferito: «È orgoglioso, presidente? Il suo allenatore è il terzo della Storia…» Ha risposto proponendomi un futuro da deputato: «Avrebbe i voti di tutti i milanisti». Gli ho risposto: «Presidente, io non ho il suo fisico. Io devo restare tranquillo».
Un giorno il figlio di Jesús Gil, presidente dell’Atlético Madrid, venne a trovarmi a Fusignano e mi chiese: «Ma quanti anni ci hai messo a vincerli? L’Atlético ha un secolo di vita, ma non ce li ha così tanti trofei…»
Osservo le coppe mentre pedalo sulla cyclette. Sono fermo, ma è come se andassi loro incontro. Le guardo e sento di meno la stanchezza. Non sono orgoglioso di quei metalli, sono orgoglioso delle idee, dei valori, del lavoro che rappresentano e degli uomini che hanno interpretato quei valori. Gli Immortali.
Quei trofei sono la prova che, come ho scritto sulla pagina della Smemoranda, chi gioca meglio vince. Li guardo, mentre corro o pedalo nella palestrina, e ogni tanto una leggera sensazione di miele mi torna in bocca.

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La Coppa degli Immortali: prefazione - La finale/atto primo - Il Real di Zagonari/Le mie prime Coppe dei Campioni - Io, Baudo e la Carrà /Alla corte di Berlusconi - In pressing sullo scudetto/Nascita ed educazione del mio Milan - Borghi o Rijkaard?/La scelta chiave del terzo straniero - L’Europa si accorge di noi/Amichevoli di lusso a inizio stagione - Il maggiordomo di Colombo/Andata sedicesimi: Vitocha Sofia-Milan - Champagne, offre Van Basten/Ritorno sedicesimi: Milan-Vitocha Sofia - Il libro di Virdis/Andata ottavi: Milan-Stella Rossa Belgrado - Una tigre nella nebbia/Ritorno ottavi: Stella Rossa Belgrado-Milan - «Mister, il bambino trema…»/Ritorno ottavi, ripetizione: Stella Rossa Belgrado-Milan - Il fischio del Trap/Andata ottavi: Werder Brema-Milan - Ha ragione il Tasso/Ritorno quarti: Milan-Werder Brema - Gli incubi di Maldini/Andata semifinale: Real Madrid-Milan - Nuovo Milan Paradiso/Ritorno semifinale: Milan-Real Madrid - Giocare bene/Verso la finale di Barcellona - La finale atto secondo/24 maggio 1989, Barcellona - Miele e gioielli/I giorni di festa

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