
La gabbia delle proprie idee
La vera forza di un allenatore si vede quando trova il coraggio di cambiare.
Io credo che nel calcio ci sia una trappola molto pericolosa: innamorarsi troppo delle proprie idee. Un allenatore può avere un modulo preferito, un modo preciso di giocare e delle convinzioni molto forti. Ma se pensa che tutto debba essere fatto sempre nello stesso modo, prima o poi rischia di perdere qualcosa di importante. Può succedere anche ai tecnici più bravi. Carlo Ancelotti lo ha vissuto all'inizio della sua carriera. Nel 1997 era alla seconda stagione da allenatore del Parma e arrivava da un ottimo campionato, chiuso al secondo posto in Serie A dietro alla Juventus di Marcello Lippi. Quell'estate arrivò anche Roberto Baggio.
Io penso che avere Baggio in squadra sia un sogno per qualsiasi allenatore. A Parma poteva nascere un attacco bellissimo con lui, Crespo e Chiesa. E invece Ancelotti non volle il Divin Codino perché lo considerava poco adatto al suo 4-4-2. Un anno prima aveva accettato anche la partenza di Gianfranco Zola verso il Chelsea per un motivo simile. La cosa che mi piace di Ancelotti, però, è che con il tempo ha avuto il coraggio di ammettere il proprio errore. “Ripensandoci oggi sono stato un pazzo. Come puoi rinunciare a uno come Baggio? Ero giovane e non avevo il coraggio di addentrarmi in una cosa che non conoscevo a sufficienza, un altro modulo. Del 4-4-2 sapevo tutto”.
Secondo me questa frase vale tantissimo. Non perché Ancelotti fosse un cattivo allenatore, ma proprio perché dimostra che anche un tecnico può cambiare. E infatti alla Juventus gli capitò una situazione simile con Zinedine Zidane. Lì capì che non aveva senso sacrificare un talento enorme per restare fedele al 4-4-2. Scelse quindi di cambiare sistema e passò a una soluzione simile al 3-4-1-2, costruita anche per valorizzare Zizou. Ruben Amorim oggi si trova davanti a una lezione che assomiglia molto a quella. A Manchester United era rimasto legatissimo al suo 3-4-2-1. Dopo il derby perso contro il Manchester City di Pep Guardiola, nel settembre 2025, arrivò una frase diventata famosa: “Nemmeno il Papa mi farà cambiare modulo”. Le cose, però, non andarono come sperava e pochi mesi dopo la sua esperienza a Manchester finì con l'esonero.
Adesso qualcosa sembra diverso. A Milanello Amorim sta provando anche altre soluzioni e contro il Lecce ha utilizzato una difesa a quattro, lasciando per una volta il suo sistema abituale. Io non lo vedo come un tradimento delle sue idee. Lo vedo come un passo avanti. Perché un modulo non deve essere una promessa da mantenere a qualsiasi costo. Deve essere uno strumento. Se una squadra può giocare meglio con quattro difensori, perché non provarci? Se un giocatore può rendere molto di più con una posizione diversa, perché impedirglielo solo per restare fedeli a uno schema?
Io questa volta sto dalla parte del cambiamento. Amorim deve avere le sue idee, certo. Ma deve anche guardare i giocatori che ha davanti e capire cosa possono dare davvero. Ancelotti lo ha imparato con Baggio e poi con Zidane. Dopo quello che è successo a Manchester, forse anche Amorim ha capito la stessa cosa. E per me può essere una notizia molto positiva. Perché il Milan non ha bisogno di un allenatore prigioniero del proprio modulo. Ha bisogno di un allenatore capace di scegliere, partita dopo partita, la soluzione migliore per la squadra.















