
Quel sogno non è mai finito
Ci sono storie che il tempo può cambiare, ma non riesce mai a cancellare
Io penso che ci siano persone che, quando se ne vanno, lasciano qualcosa che resta per sempre. Oggi, 29 settembre, nel novantesimo anniversario della nascita di Silvio Berlusconi, io penso proprio a questo. Penso a un uomo che prima ancora di essere presidente era stato un bambino innamorato del Milan. E forse è proprio da lì che bisogna cominciare.
Prima del grande Milan, dei campioni, delle Coppe e delle notti indimenticabili, c'era un bambino che andava allo stadio con suo padre. Un bambino che cercava di entrare con un solo biglietto in due e che viveva quelle domeniche con il cuore pieno di emozione. Il Milan era già un sogno. Poi, tanti anni dopo, quel bambino sarebbe diventato il presidente capace di trasformarlo in una realtà gigantesca.
Per me questa è la parte più bella della sua storia.
Berlusconi ha guidato il Milan dal 1986 al 2017. Per 31 anni ha condiviso quel percorso con Adriano Galliani e insieme hanno costruito un'epoca che ancora oggi mi sembra incredibile. Sono arrivati Sacchi, Capello e Ancelotti. Sono arrivati campioni straordinari. Sono arrivate vittorie in Italia, in Europa e nel mondo.
Ma la cosa che mi colpisce è che non sembrava esserci mai la voglia di accontentarsi.
L'obiettivo era trasformare il Milan nella squadra più titolata al mondo. Per un periodo quel sogno è diventato realtà. Il Milan non era soltanto una squadra che vinceva. Era una squadra che faceva paura, che attirava campioni e che sembrava capace di giocare contro chiunque senza sentirsi inferiore.
Io penso alle domeniche davanti alla televisione, a San Siro, alle grandi partite europee e a quei giocatori che sembravano quasi impossibili da fermare. Per chi ha vissuto quegli anni, il Milan era una certezza. E anche quando una partita andava male, restava quella sensazione che presto sarebbe arrivato il momento di rifarsi.
È proprio questo che rende ancora più forte il ricordo.
Perché dopo quella grande epoca il Milan ha attraversato anni complicati. Sono cambiate le proprietà, sono cambiati gli uomini, sono cambiate le strategie. La squadra ha perso una parte della sua centralità internazionale e ancora oggi cerca una stabilità che possa riportarla con continuità ai livelli più importanti.
Ma quello che è stato non può essere cancellato.
C'è una lettera di Berlusconi che secondo me racconta meglio di qualsiasi trofeo cosa significasse davvero quel Milan per lui. Fu scritta nella notte del 17 dicembre 1989, dopo la conquista della prima Coppa Intercontinentale della sua presidenza. In quelle parole tornava il ricordo del padre, delle domeniche insieme e di quel bambino che sognava di vedere il Milan vincere.
Non era soltanto il presidente che parlava. Era ancora quel bambino.
E allora voglio lasciare spazio proprio alle sue parole, perché qui dentro c'è tutto quello che quel Milan significava per lui:
**"Questa immagine del Milan Campione d’Europa e del Mondo allo scoccare dei suoi novant’anni, si fonde e si confonde in me con tanti ricordi della mia infanzia. Le dispute con i compagni di scuola, le lunghe ore di studio, l’attesa di mio padre che tornava tardi dal lavoro e si affacciava sulla porta col suo sorriso. Era come se in casa fosse entrato il sole. Carissimo, dolcissimo papà. E con lui, dopo aver parlato dello studio, della scuola, subito a parlare del Milan, quasi l’incarnazione dei nostri sogni, delle nostre utopie. "Vedrai, papà, vinceremo, dobbiamo vincere", come se in campo potessimo andarci noi due.
**E poi la liturgia della Messa insieme la domenica mattina. I commenti e le riflessioni sulla predica. La puntata a comperare le meringhe per la mamma che ci aspettava a casa, in cucina, a preparare il pranzo della festa, l'unico che si consumava in sala con la tovaglia ricamata e i fiori in mezzo al tavolo. E io sempre a chiedere l'ora, impaziente, timoroso di fare tardi. E finalmente, la mano nella mano, eccoci là all'entrata dello stadio, l'Arena o San Siro, e io a farmi piccolo piccolo per profittare di un solo biglietto in due. E, poi, il cuore in gola nell'attesa. Le braccia al collo per la vittoria. La tristezza per le partite-no. E mio padre a consolarmi: "Vedrai, ci rifaremo!".
Caro vecchio Milan, il Milan dei Puricelli, dei Carapellese, dei Tosolini, dei Gimona, che non era riuscito a vincere niente di importante. Caro papà, dalle notti in bianco, con il lavoro portato a casa per far quadrare il bilancio di una famiglia del dopoguerra. Com'è dolce, ora, ricordarvi insieme. Nel momento del trionfo, degli osanna, della notorietà internazionale del Milan di oggi, lasciami, caro vecchio Milan, confondere la mia storia alla tua, lasciami inorgoglire per aver contribuito a farti grande e famoso, lascia che io dedichi questa vittoria, che i campioni rossoneri dal campo hanno voluto dedicarmi, a chi nei momenti più difficili mi consolava e mi incitava: "Chi crede, vince. Vedrai, ce la faremo".
A me queste parole fanno capire ancora meglio perché il Milan di Berlusconi sia rimasto così importante. Prima ancora dei trofei c'era un legame personale. C'era un figlio che condivideva il Milan con suo padre e che, tanti anni dopo, aveva trasformato quel ricordo in una squadra capace di vincere tutto.
La sua storia, quindi, non è soltanto una lista di trofei. È anche una storia fatta di ricordi, famiglia, passione e sogni. È la storia di un bambino che guardava una partita accanto a suo padre e che, molti anni dopo, si è ritrovato a sollevare coppe con il Milan che aveva sempre amato.
Dal 12 giugno 2023 quel ricordo è diventato ancora più malinconico. Ma io non voglio ricordare soltanto ciò che è finito. Voglio ricordare ciò che è rimasto.
Perché il Milan può cambiare. Possono cambiare i giocatori, gli allenatori, le proprietà e il calcio stesso. Ma certe immagini non cambiano. Restano nella memoria e continuano a raccontare cosa può succedere quando una passione diventa un progetto.
E forse oggi il modo migliore per guardare al futuro è proprio questo: ricordare quel Milan senza vivere nel passato. Prendere da quella storia la voglia di sognare in grande, di costruire con pazienza e di provare ancora a riportare il Milan dove merita di stare.
Io non so quale sarà il prossimo grande Milan. Ma so che un bambino, tanti anni fa, aveva già iniziato a sognarlo.
E quel sogno, ancora oggi, non è finito.















