
Letture RossoNere
Io, Ibra: la biografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic scritta da David Lagercrantz
Capitolo 22
Avevo un po’ la fissa della Champions League. Il campionato era ricominciato, il mio ginocchio andava meglio e segnavo una rete incredibile dopo l’altra: abbastanza presto avemmo la sensazione che lo scudetto sarebbe stato nostro per il terzo anno consecutivo. Ma per me non era più così tanto straordinario: avevo già vinto quattro scudetti, ero stato eletto miglior giocatore dell’anno in Italia già due volte... Insomma, la cosa importante mi sembrava la Champions. Non ero mai arrivato molto avanti nel torneo, e quell’anno, negli ottavi di finale, ci trovammo contro il Manchester United.
Lo United era una delle migliori squadre d’Europa. Era il detentore del titolo e aveva giocatori come Cristiano Ronaldo, Wayne Rooney, Paul Scholes, Ryan Giggs, Nemanja Vidic... nonostante tutti questi campioni non c’era un uomo-chiave: si aveva davvero la sensazione che lo United fosse una squadra. Nessun giocatore era la stella del club e nessun allenatore portava avanti la filosofia del collettivo più tenacemente di Alex Ferguson, anzi Sir Alex Ferguson, come si doveva dire. Tutti conoscono Sir Alex. In Inghilterra è un dio. Ma in fondo il vecchio è pur sempre figlio di operai scozzesi, Nihil sine labore è il suo motto, niente arriva senza fatica. Quando nel 1986 prese in mano lo United, il club non valeva granché. Sembrava che il suo periodo di splendore fosse ormai alle spalle: era tutto un gran casino, tipo che i giocatori si andavano a ubriacare nei bar ed era considerata una cosa virile che rafforzava lo spirito di squadra.
Ma Ferguson cominciò a condurre una vera guerra verso questo atteggiamento. Basta tracannare birra come degli idioti! Lentamente rovesciò la situazione e i ragazzi cominciarono a rigare dritto.
Da allora Ferguson ha portato a casa dodici titoli nazionali con il club, l’allenatore più vincente della storia. Fu insignito del titolo di baronetto nel 1999, quando il Manchester vinse in un colpo solo il campionato, la FA Cup e la Champions. Immaginate che rivalità poteva esserci tra due vincenti come Ferguson e Mourinho: Sir Alex, poi, aveva vinto un unico match contro una squadra allenata da Mourinho, e se la cosa lo disturbasse o meno non so... Ma in ogni caso se lo sentiva ripetere ogni volta. Era una solfa continua.
Inter-Manchester, quindi, era Mourinho contro Sir Alex e anche Zlatan contro Cristiano Ronaldo. Se ne dicevano un sacco, su di noi. Eravamo entrambi testimonial della Nike, ed eravamo anche apparsi insieme in uno spot, una specie di sfida a colpi di numeri con Eric Cantona come presentatore. Ma in realtà non lo conoscevo. Non ci incontrammo mai durante le riprese, avvenne tutto a distanza, e comunque io non davo nessuna importanza a tutte quelle faccende dei media.
Alla vigilia del match mi sentivo carico. Pensavo che avessimo buone possibilità di vincere e Mourinho ci aveva preparati a tutto come sempre. Ma l’andata, a San Siro, fu una delusione. Facemmo solo zero a zero, io non entrai mai veramente in partita, e i giornali inglesi scrissero un sacco di cazzate, come sempre. I giornalisti inglesi mi hanno sempre criticato, ma era un problema loro, non mio. Che scrivessero pure. Io sono sempre andato avanti per la mia strada. Però volevo veramente vincere la partita di ritorno all’Old Trafford e andare avanti. Era una cosa che continuava a crescermi dentro, forse ci speravo troppo.
Ricordo ancora quando entrammo in campo e sentii gli applausi e i fischi.
L’aria era molto tesa. Mourinho indossava polo e soprabito neri, era elegante e serio e come al solito non andò a sedersi: stava in piedi nei pressi della linea laterale a seguire il gioco, come un generale sul campo di battaglia, e molte volte il pubblico gli cantava o gridava: «Sit down, Mourinho». Spesso agitava le mani, urlando: «Su ad aiutare Ibra!». Io ero molto solo davanti e mi marcavano stretto. Mourinho aveva scelto il quattro-cinque-uno con me unica punta, e io sentivo la pressione di dover fare gol, ma la cosa mi piaceva: ormai avrete capito che avere responsabilità mi carica.
Lo United però partì bene, e già al terzo minuto, su angolo di Ryan Giggs, Vidic segnò l’uno a zero di testa. Fu una doccia fredda. Tutto l’Old Trafford si alzò in piedi con il suo coro: «You are not special anymore, José Mourinho».
Ovviamente io e Mourinho facevamo il pieno di fischi. Ma sarebbe bastato un gol, per vedere i quarti di finale. La partita si aprì. Alla mezz’ora girai in porta di testa un bel cross dalla destra di Maicon: sembrava fatta ma, dopo il rimbalzo a terra, la palla toccò la traversa e uscì. Ero arrivato vicinissimo al gol, ed ero sempre più convinto che ce l’avremmo fatta, anche perché continuavano a presentarsi occasioni. Ma quando Adriano nel secondo tempo colpì il palo in mezza rovesciata, Cristiano Ronaldo aveva già segnato il due a zero di testa su assist di Wayne Rooney. Mi crollò il mondo addosso. I minuti passarono senza che noi riuscissimo a ridurre le distanze, e verso la fine del match tutto lo stadio cantava: «Bye, bye, Mourinho. It’s over», e io avrei voluto spaccare tutto.
Quando entrammo negli spogliatoi Mourinho cercò di incoraggiarci, tipo vinceremo il campionato eccetera. Lui è duro come la pietra prima e durante le partite, e certe volte a qualche giorno di distanza analizza le sconfitte e ti attacca perché non si ripetano gli stessi errori. Ma a caldo non c’è motivo di massacrare i giocatori. Non serve a nulla. Quella sera, per esempio, eravamo già abbastanza a terra di nostro.
C’era tanta rabbia nello spogliatoio e tutti volevano sfogarla, una rabbia da omicidio, e credo che fu allora che il pensiero cominciò a germogliare dentro di me. Volevo andare avanti.
Io sono un tipo inquieto. Mi sono spostato di continuo. Ho cambiato scuole, case e squadre fin da ragazzino. Alla fine era diventato come un veleno che avevo dentro. Quella sera, mentre stavo lì seduto a fissarmi le gambe, cominciai a sospettare che non avrei mai vinto la Champions con l’Inter. La squadra non era abbastanza forte, credevo, e già nelle prime interviste dopo quella partita lasciai trapelare le mie incertezze. O, per meglio dire, risposi con sincerità e non con il consueto: «Ci rifaremo, l’anno prossimo».
«Pensi di poter vincere la Champions con l’Inter?» mi chiedevano i giornalisti. «Non lo so. Si vedrà» dicevo, e di sicuro i tifosi cominciarono a intuire qualcosa già allora.
Fu l’inizio di nuove tensioni, e ne parlai con Mino. «Voglio andare avanti» dissi. «Voglio andare in Spagna.»
Lui capì subito, è ovvio. Spagna significava Real Madrid oppure Barcellona, i due topclub. Certo, il Real mi tentava: aveva una tradizione fantastica, e aveva avuto giocatori come Ronaldo, Zidane, Figo, Roberto Carlos, Raúl... Ma io propendevo sempre più per il Barça, che quell’anno stava giocando splendidamente, e che aveva gente come Lionel Messi, Xavi e Iniesta.
Ma come potevamo muoverci? Non era semplice. Mica potevo dire semplicemente: «Voglio andare al Barça». Non soltanto perché sarebbe stato disastroso per la mia reputazione nell’Inter. Ma poi sarebbe stato come dire al Barcellona: «Vengo anche gratis». E non ci si può svendere a questo modo. Perché allora i dirigenti capiscono che possono averti a poco prezzo. No, no dev’essere il club a venire da te con il desiderio di averti a qualsiasi prezzo. Ma il vero problema non stava lì.
Il problema era il mio status e le mie condizioni contrattuali in Italia. Ero considerato troppo costoso, come avrei fatto a muovermi? Lo sentivo dire spesso. Eravamo io nell’Inter, Kaká nel Milan, Messi nel Barça e Cristiano nello United. Nessun’altra squadra era ritenuta in grado di potersi adeguare ai nostri contratti, e anche i cartellini erano altissimi. Perfino Mourinho ne parlava: «Ibra rimane» diceva. «Nessun club può permettersi le cifre necessarie. Nessuno può offrire cento milioni di euro» ed era una sensazione assurda.
Ero troppo costoso per il mercato? Una dannata Monna Lisa che non era possibile vendere? La situazione era incerta, e forse non era strategico esporsi così apertamente con i media, nonostante tutto. Sicuramente avrei fatto meglio a dire le cazzate che ripetevano molte altre stelle: «Rimarrò sempre qui, bla bla bla».
Ma io non ne sono capace. Non potevo mentire. Ero incerto sul futuro e lo dicevo, e questo ovviamente fece incazzare parecchia gente, soprattutto i tifosi. Lo videro come un tradimento, o almeno come un accenno di tradimento, e molti cominciarono a preoccuparsi. Forse avevo perso le motivazioni, e tiravo fuori cose del tipo: «Vorrei fare un’esperienza nuova, ormai è da cinque anni che sto in Italia. A me piace il calcio tecnico, e quello lo giocano in Spagna». Si facevano un sacco di chiacchiere e di ipotesi.
Ma la mia non era una strategia per liberarmi dall’Inter. Era soltanto sincerità. Il punto è che io ero l’elemento più importante della squadra e nessuno voleva che me ne andassi. Ogni parola che dicevo sollevava un polverone e forse l’intera faccenda era senza senso. Non avevamo nessuna offerta, e anche ammesso che fossi troppo costoso per il mercato, ciò non diminuiva il mio valore. Certamente avevo voglia di qualcosa di nuovo, ma intanto tutto questo non influiva sulle mie prestazioni, al contrario: adesso che stavo bene fisicamente ero più forte che mai, e continuavo a fare di tutto per strappare a Mourinho una reazione.
Contro la Reggina, ad esempio, partii dalla trequarti, mi feci largo fra tre difensori e l’azione era già bella così, il pubblico di sicuro credeva che avrei concluso sparando una cannonata. Ma prima di entrare in area vidi che il portiere era troppo fuori dai pali, e mi venne un’intuizione: alzai un pallonetto di sinistro e la palla ricadde lentamente in porta. Tutto lo stadio esultò, tutti tranne Mourinho, ovviamente, senza espressione in panchina e con aria un po’ cupa. Come al solito, insomma. Eppure era una delle reti più belle che avessi mai fatto, e con quel gol raggiunsi Marco Di Vaio del Bologna in testa alla classifica dei marcatori. Vincere quella classifica in Italia è prestigioso, non ci ero ancora riuscito e cominciai a focalizzarmi sempre più su quell’obiettivo. Diventai più aggressivo che mai davanti alla porta. Quello di cui avevo bisogno erano le sfide. Nessuno adora i bomber così tanto come i tifosi italiani, e nessuno odia così tanto quelli che vogliono lasciare la loro squadra. La situazione si fece ancora più difficile dopo che a fine partita dichiarai: «Sono totalmente concentrato sull’obiettivo di vincere la classifica dei marcatori di quest’anno, ma per quanto riguarda la prossima stagione si vedrà».
La tensione non faceva che crescere. Che cos’ha Ibra? Cosa sta succedendo? Mancava ancora molto all’apertura del mercato, e non avevamo in mano nulla di concreto. Ma i giornali già scrivevano. Anche Cristiano si sarebbe mosso da Manchester: il Real avrebbe acquistato uno di noi due? Poteva farlo? Avrebbe proposto uno scambio Ibra-Higuain?
In quel modo il club non avrebbe dovuto spendere così tanto, il cartellino di Higuain avrebbe coperto una parte della cifra. Ma appunto, erano soltanto chiacchiere. Però, per quanto le chiacchiere possano essere false, hanno il loro effetto, perciò in molti già mi davano addosso: dicevano che nessun giocatore conta più della maglia, che Ibra è un ingrato e un traditore e via dicendo. Ma tutto mi scivolava addosso. Continuavo a darci dentro, e contro la Fiorentina, nei minuti di recupero, calciai una punizione che arrivò in porta a centonove chilometri orari, come un colpo di cannone.
Sembrava che avessimo già nuovamente in tasca lo scudetto. La storia aveva due facce: meglio giocavo, più i tifosi erano preoccupati all’idea che volessi lasciare l’Inter. In vista del match contro la Lazio del 2 maggio, a San Siro, i nervi tra me e i tifosi si erano fatti tesissimi. Gli ultras tre anni prima avevano esposto lo striscione «Benvenuto Maximilian», sapevano fare questo genere di cose, erano capaci di mostrare amore. Ma erano anche capaci di odiare: non solo la squadra avversaria ma anche i loro stessi giocatori. Quella sera lo percepii fin da quando ci misi piede: San Siro era in ebollizione.
Per tutta la settimana i giornali avevano scritto che io volevo andarmene e provare una nuova sfida. L’avevano letto tutti, ovvio. Nei primi minuti sbagliai un dribbling in area di rigore, e in situazioni del genere i tifosi di solito mi applaudivano lo stesso per l’intenzione. Invece sentii dei fischi e dei buuu dalla curva. Cosa? Quaggiù stiamo dando il massimo, siamo primi in classifica e voi ve ne venite fuori con i fischi? Ma chi siete? Li zittii, mettendomi il dito davanti alla bocca. Ma le cose non migliorarono, proprio per niente. Verso la fine del primo tempo eravamo ancora sullo zero a zero, anche se stavamo giocando bene, e allora quei bastardi cominciarono a fischiare tutta la squadra. Mi incazzai a morte, o, per meglio dire, mi caricai di adrenalina per il secondo tempo.
Come ho detto più volte, gioco meglio quando ho tanta rabbia in corpo. È vero, posso anche fare qualcosa di stupido e prendere un rosso diretto, ma il più delle volte la rabbia è un buon segno: tutta la mia carriera è costruita sulla voglia di rivincita. Al dodicesimo del secondo tempo ricevetti il pallone una quindicina di metri fuori dell’area di rigore. Avanzai puntando il difensore che avevo davanti e poi calciai a giro sul secondo palo facendo passare la palla tra due avversari. Era uno di quei tiri di pura rabbia, e un bel gol. Ma non era di quello che la gente avrebbe parlato.
Era del gesto che feci dopo, perché non esultai. Corsi all’indietro verso la nostra metà campo guardando gli ultras della curva e il dito ancora sulle labbra. Tipo: «Tappatevi la bocca, questa è la mia risposta, voi fischiate e io faccio gol». Quel gesto diventò subito l’episodio-chiave della partita: avete visto? Avete visto? Era qualcosa di totalmente nuovo.
Ormai era guerra aperta fra la tifoseria e la più grande stella del club. Da parte di Mourinho, ovviamente, non ci fu nessun gesto di vittoria, e chi se l’era mai aspettato? Ma era d’accordo con me, si capisce. Assurdo, fischiare la propria squadra! Lui si portò il dito alla tempia come per dire: «Siete scemi lassù, e capirete».
Se prima c’era stata tensione, adesso lo stadio era una vera bolgia. Ma questo è proprio il genere di cose che mi pungola, e continuai a giocare bene. Facendomi portare dalla rabbia, costruii il due a zero. Ero soddisfatto quando l’arbitro fischiò il termine dell’incontro, ma non era ancora finita: quando uscii dal campo sentii dire che i capi degli ultras mi stavano aspettando giù negli spogliatoi. Non avevo idea di come ci fossero arrivati.
Ma erano proprio lì nei sotterranei, sette, otto ragazzi e non certo gente che dice: «Scusa, scusa, possiamo scambiare due parole?». Erano tipi che potevano essere di Rosengård. Tutti intorno a me diventarono nervosi, e il mio polso partì a centocinquanta. Detto onestamente, ero molto teso. Ma dissi a me stesso: “Non è il momento di fare il vigliacco”. Un ragazzo delle mie parti non indietreggia. Perciò andai verso i ragazzi, e lo capii subito: diventarono inquieti, ma al tempo stesso si gonfiarono tutti. Cazzo, Ibra che viene verso di noi?
«C’è qualcuno che ha dei problemi lassù?» dissi. «Be’ ecco, molti sono incazzati neri...» cominciarono. «Allora ditegli di venire giù in campo, che la risolviamo uno contro uno!»
Dopo di che me ne andai, con il cuore che martellava. Eppure mi sentivo soddisfatto, avevo tenuto a bada la tensione.
Quella sera mi ero difeso, ma lo strazio continuò. I capi della curva esigevano un incontro ufficiale. Ma andiamo, per quale motivo avrei dovuto incontrarli di nuovo? Che cosa avevo da guadagnarci? Io faccio il calciatore. I tifosi, forse, sono fedeli alla loro squadra, ed è una bella cosa. Ma la carriera di un calciatore è breve, e lui deve curare i propri interessi. Cambia spesso club. I tifosi lo sanno, e io anche lo sapevo bene. Perciò dissi: «Chiedete scusa per i fischi sulla homepage del sito del vostro gruppo e sarò soddisfatto. Ci metteremo una pietra sopra». Ma non accadde nulla di simile, anzi, gli ultras decisero che non mi avrebbero più né fischiato né sostenuto: avrebbero finto che non esistessi. “Buona fortuna” pensai.
Non ero molto facile da ignorare, né allora, né dopo. Ero in forma, e le chiacchiere continuavano. Se ne andrà? Rimarrà? Qualcuno può permettersi di acquistarlo? Era un tiro alla fune e io temevo di finire dentro un vicolo cieco. Di dover restare all’Inter con la coda fra le gambe. Era una guerra di nervi, e telefonavo a Mino: «C’è qualche offerta? Hai in mano qualcosa?». Ma non succedeva nulla e anzi, diventava sempre più evidente che ci sarebbe voluta una cifra record per strapparmi all’Inter. Io cercavo di chiudere gli occhi e le orecchie davanti a tutto quello che passava sui media, ma non era facile. Non in una situazione del genere. Ero in contatto costante con Mino e speravo sempre più nel Barça, che proprio in quelle settimane vinse la Champions. Batté il Manchester United per due a zero con gol di Eto’o e Messi e io pensai: “Wow, quella è la squadra per me!” e continuavo a telefonare a Mino.
«Ma che stai facendo? Sei lì a dormire?» «Va’ a farti fottere» rispondeva lui. «Sei un sacco di merda. Non ti vuole nessuno! Dovrai ritornartene al Malmö.» «Ma vaffanculo!»
Ma è chiaro, stava lavorando come un pazzo per condurre in porto questa trattativa, e non soltanto perché lui lottava sempre per me. In ballo c’era il contratto che entrambi avevamo sempre sognato. Certo, poteva saltare tutto, finire in niente se non nella rottura con gli ultras e la società. Ma poteva anche diventare il più grande affare della storia, e noi eravamo pronti a puntare forte.
Intanto il campionato non era ancora finito, anche se lo scudetto era già nostro, e io volevo assolutamente arrivare primo nella classifica dei marcatori. Diventare capocannoniere significa scrivere il proprio nome nei libri di storia, e nessuno svedese ci era riuscito dopo Gunnar Nordahl, nel 1955. Ma finalmente io ne avevo la possibilità, anche se nulla era ancora deciso. In testa alla classifica c’erano Marco Di Vaio del Bologna e Diego Milito del Genoa.
È chiaro che la mia corsa al titolo non riguardava direttamente Mourinho, lui allenava la squadra. Ma un giorno entrò negli spogliatoi e disse: «Adesso vediamo di fare in modo che Ibra vinca anche la classifica dei marcatori», e allora quello diventò un impegno per la squadra. Tutti mi avrebbero aiutato.
Ma Balotelli, quel demonio, in uno degli ultimi match ricevette la palla in area di rigore e io arrivai da dietro, completamente libero. Ero in posizione perfetta per calciare. Ma lui andò avanti da solo, io lo guardavo e non ci volevo credere. L’avrei ucciso in quel momento ma ok, il ragazzo era giovane. E poi fece gol. Non potevo certo alzarlo di peso lì davanti a tutti. Ma ero furioso, e tutta la panchina lo era. Ricordo che pensai: “Ok, se così dev’essere, fanculo la classifica dei marcatori. E tante grazie a Balotelli”. Ma superai anche questa.
Feci gol nella partita successiva e, in vista dell’ultima giornata, la situazione era da brivido. Io e Di Vaio eravamo entrambi a ventitré, e subito dietro veniva Diego Milito con ventidue. Era il 31 maggio. Tutti i giornali scrivevano di quell’ultima battaglia. Chi vincerà? A San Siro faceva un caldo soffocante. Il campionato era ormai deciso, ci eravamo messi in tasca lo scudetto già da un pezzo, eppure nell’aria c’era un sacco di nervosismo. Con un po’ di fortuna quella partita sarebbe stata la mia ultima nel campionato italiano. Così speravo. Ma al di là di tutto, volevo fare un match spettacolare e portarmi a casa il titolo di capocannoniere. Ovviamente, dipendeva anche da cos’avrebbero combinato Di Vaio e Milito.
Il Bologna di Marco Di Vaio incontrava il Catania mentre il Genoa di Milito affrontava il Lecce, e io non avevo dubbi: quei due bastardi avrebbero sicuramente segnato. Ero obbligato a rispondere. Dovevo farlo anch’io, ma non è facile far gol su ordinazione. Se ci provi troppo è facile che non ti venga, qualsiasi marcatore lo sa. Non devi star lì a pensarci troppo, è questione di istinto.
Fu subito chiaro che contro l’Atalanta sarebbe stato un match aperto, dopo pochi minuti eravamo già sull’uno a uno.
Al dodicesimo Cambiasso mi lanciò sul filo del fuorigioco, attraversai praticamente da solo tutta la metà campo e, dopo un controllo non perfetto, arrivai davanti al portiere. Tiro di destro e gol, due a uno, ero in testa alla classifica dei marcatori. La gente intorno a me lo urlava e io cominciai a crederci davvero. Ma i punteggi degli altri campi cambiavano, e non capivo mai bene. A un certo punto dalla panchina sentii gridare «Milito e Di Vaio hanno fatto gol» o qualcosa del genere. Non ci credetti. Sembrava uno scherzo dei ragazzi: a volte dalla panchina si dicono un po’ di bugie per pungolare chi sta in campo. Provai a non pensarci, ma negli altri due match si stavano verificando degli autentici drammi.
Diego Milito era terzo in classifica, aveva una percentuale di realizzazione spaventosa. Solo qualche settimana prima aveva concluso il suo passaggio all’Inter, per cui se io non fossi riuscito a cambiare avremmo giocato insieme. Contro il Lecce stava facendo il pazzo. In soli dieci minuti aveva segnato due reti ed era salito a quota ventiquattro, esattamente come me. Poteva arrivare un terzo gol in qualsiasi momento. Anche Di Vaio aveva segnato, ma io non lo sapevo; quindi adesso eravamo in tre a condividere il primo posto, e non è il mio modo di vincere. Le vittorie non si condividono, si portano a casa da soli.
Anche se non ne ero certo, cominciavo a rendermi conto sempre di più che dovevo segnare ancora. Lo si percepiva nell’aria, lo si notava dalle espressioni di quelli in panchina, dalla pressione sugli spalti. Ma i minuti passavano e non succedeva niente. La partita sembrava doversi concludere in parità. Eravamo sul tre a tre e mancavano soltanto dieci minuti. Mourinho aveva messo dentro anche Hernán Crespo per avere forze fresche e rinforzare l’attacco. Il mister mi fece segno: «Spostati più avanti e dacci dentro!». Era molto agitato. Stavo davvero per dire addio al titolo? Così temevo. Intanto cercavo di mettercela tutta, gridavo per avere la palla, ma molti compagni erano stanchi. Era stata una partita intensa, l’ultima dell’anno... Ma Crespo aveva ancora energia. Scattò sulla destra, mi lanciò in area e lottai con un avversario per difendere la palla. Ne respinsi un altro con il corpo, e mi ritrovai spalle alla porta con la palla che mi rimbalzava intorno e i difensori addosso. Allora vidi una possibilità. Colpii di tacco all’indietro e ok, nella mia carriera avevo fatto molte reti di tacco: quella contro l’Italia degli Europei, il colpo da karate contro il Bologna... Ma quella, all’ultimo minuto dell’ultima giornata, era davvero troppo.
Non poteva entrare. Quello era un numero da campetto sotto casa di mamma, e non vinci il titolo di capocannoniere con un colpo del genere all’ultima partita. Non esiste. Invece la palla rotolò dentro. Fu il quattro a tre e io mi strappai la maglia, fanculo all’ammonizione, Dio santo, era una cosa grandiosa, e mi piazzai a torso nudo giù vicino alla bandierina. In un attimo tutti mi furono addosso, Crespo e gli altri, mi spinsero giù a schiena piegata e sembrava quasi un’aggressione. Tutti mi urlarono, uno dopo l’altro: «Adesso vinci tu!» e lentamente cominciai a realizzare. Ecco l’ennesima vendetta. Quando arrivai in Italia si disse: «Zlatan non fa abbastanza reti». Invece avevo vinto la classifica dei marcatori, nessuno poteva più dire una cosa del genere. Ma mi mantenni comunque piuttosto controllato. Tornai verso il centro del campo e ciò che veramente mi fece sobbalzare fu una cosa di tutt’altro genere.
Era Mourinho, la vecchia faccia di pietra. L’uomo che non aveva mai battuto ciglio si era svegliato. Sembrava impazzito. Esultava come un ragazzino, saltava su e giù e io sorrisi: “Alla fine ci sono riuscito a smuoverti, nonostante tutto...”. Ma non ci avevo messo poco: avevo dovuto vincere la classifica marcatori all’ultima giornata, con un colpo di tacco.
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Io Ibra: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22
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