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Io, Ibra: la biografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic scritta da David Lagercrantz

 

Capitolo 11

io ibraNessuno sapeva di Helena e di me, nemmeno sua madre. Avevamo giurato di mantenere il segreto. La minima voce su di me diventava un titolone, e non volevamo che i giornalisti cominciassero a frugare e scavare nella nostra relazione prima ancora che noi stessi sapessimo in che cosa ci eravamo imbarcati. Facevamo di tutto per tenere nascosta la nostra storia.
All’inizio traemmo forse vantaggio dalle nostre diversità. Nessuno avrebbe mai potuto capacitarsi che io stessi con una come lei, una donna in carriera di undici anni più grande. Se venivamo visti nello stesso posto, un albergo o qualcosa del genere, nella testa della gente l’associazione non scattava, ed era una fortuna. Ma tutto questo giocare a rimpiattino aveva un prezzo.
Helena perdeva amici e si sentiva sola e isolata, mentre io ero sempre più arrabbiato con i media. L’anno prima era successa una cosa: mi trovavo a Göteborg per giocare con la Nazionale contro San Marino. Nell’Ajax le cose avevano cominciato a girare e io ero di buon umore, così parlai in lungo e in largo come ai vecchi tempi, anche con un giornalista dell’«Aftonbladet». Non avevo affatto dimenticato cosa si era inventato il giornale con quella faccenda dello Spy Bar, ma non volevo essere vendicativo e perciò chiacchierai a ruota libera, anche sulla possibilità di metter su famiglia in futuro: niente di straordinario, soltanto discorsi vaghi, tipo: «Sarebbe bello avere dei figli un giorno o l’altro, in futuro». Ma sapete che cosa fece quel giornalista? Costruì l’articolo come un annuncio personale: «Vuoi vincere la Champions League con me? Ragazzo atletico di 21 anni, capelli scuri e occhi scuri, cerca donna di pari età per relazione seria» scrisse, e voi che cosa credete? Mi incazzai maledettamente. Ma dov’era il rispetto? Un annuncio personale! Volevo farlo a pezzi, quel bastardo, e perciò non fu un bene che già il giorno seguente ci incontrassimo nella mixed zone dello stadio.
Al giornale avevano già saputo che ero furibondo, credo che qualcuno della Nazionale fosse andato a informarli, perciò adesso lui voleva chiedere scusa in modo da ricucire i rapporti tra me e il giornale, già allora giravano un sacco di soldi intorno al mio nome. Ma credetemi, non era proprio il momento più adatto. Riuscii comunque a mantenermi relativamente tranquillo e mi accontentai di sibilargli: «Che razza di pagliaccio sei? E cosa vorresti insinuare? Che ho problemi con le ragazze, o cosa?». «Mi dispiace, volevo soltanto...» balbettò. Non riuscì a spiccicare neanche una parola sensata. «Con te non parlo mai più» urlai, e me ne andai, e credevo di averlo terrorizzato, o di aver almeno convinto quelli del giornale a comportarsi con più rispetto in futuro. Invece fu anche peggio. Vincemmo la partita per cinque a zero, io segnai due reti e cosa credete che scrisse l’«Aftonbladet» il giorno seguente? «Forza Svezia»? «Ora ce ne andiamo agli Europei»? Nemmeno per idea. C’era scritto: «Vergogna Zlatan!» quando non avevo fatto nessuna figuraccia né urlato contro l’arbitro.
Avevo calciato un rigore, invece, e fatto gol. Eravamo già sul quattro a zero, ero stato atterrato in area e certo, ok, Lars Lagerbäck aveva il suo elenco di rigoristi, e in testa c’era Kim Källström, ma lui aveva appena segnato... Così pensai: “Questa è una cosa mia, sono carico”, così quando Kim si avvicinò gli nascosi la palla dietro la schiena, tipo: «Non toccare il mio giocattolo!». Lui tese le mano. «Dammela!»
Invece io gli diedi un cinque. Poi lui uscì dall’area, io sistemai il pallone sul dischetto e tirai, altro non ci fu, non era la cosa più bella che avessi mai fatto e dopo me ne scusai anche, andiamo, ma dopo: non era mica la guerra dei Balcani! Non erano mica gli scontri con la polizia nei sobborghi. Era un gol. Eppure l’«Aftonbladet» ci scrisse sopra sei pagine e io non ci capivo niente. Perché tirare fuori annunci personali e «Vergognati Zlatan» quando andiamo avanti a colpi di cinque a zero? «Se qualcuno deve vergognarsi, quello è l’“Aftonbladet”», dissi alla conferenza stampa del giorno dopo.

Dopo quell’episodio boicottai il giornale, e quando iniziarono gli Europei in Portogallo non c’era la situazione ideale per ricucire. Continuai la guerra, ma senza correre rischi.
L’ultima cosa che volevo era che la mia relazione con Helena saltasse fuori. Dovevo stare attento, ma cosa potevo fare? Sentivo la sua mancanza. «Non puoi venire qui?» le chiesi. Non era possibile. Aveva troppo da fare. Alcuni suoi capi, però, avevano acquistato dei biglietti per gli Europei e poi avevano avuto degli impegni all’ultimo momento: «C’è qualcun altro che vuole andare al nostro posto?» domandarono, e allora lei pensò: “Questo è un segno, ci vado”, e si fermò qualche giorno.
Come al solito facemmo tutto di nascosto, anche in Nazionale nessuno sapeva di lei; l’unico che sembrava aver intuito qualcosa era quel discografico, Skara-Bert, che l’aveva incontrata per caso all’aeroporto e si era chiesto cosa ci facesse una come lei in mezzo a tutti quei tifosi con le loro maglie della Nazionale e i loro stupidi cappellini. Ma riuscimmo a tenere segreta la cosa e io potei concentrarmi sulle partite.
Eravamo un bel gruppo, con una primadonna. La primadonna continuava a tirar fuori le sue cazzate: «All’Arsenal, capite, facciamo così. E in effetti è così che si deve fare. All’Arsenal queste cose le sanno, e io in quella squadra ci gioco». Roba del genere.
Io non lo sopportavo. «Mi fa tanto male la schiena» diceva. «Ohi, ohi. Non posso viaggiare sul pullman normale. Devo averne uno mio. Ho bisogno di questo e quest’altro.» Voglio dire, ma chi diavolo era per fare il damerino con noi? Lars Lagerbäck venne a parlarmi della faccenda: «Per favore, Zlatan, cerca di gestire questa cosa in maniera professionale. Non possiamo permetterci dei conflitti in squadra». «Senti» risposi, «se lui rispetta me, io rispetto lui. Punto e basta.»
Ma per il resto c’era un’atmosfera incredibile. Quando facemmo il nostro ingresso in campo a Lisbona per l’esordio contro la Bulgaria, lo stadio sembrava letteralmente vestito di giallo, e tutti cantavano la canzone degli Europei di Markoolios. C’era una tale carica... In campo schiacciammo letteralmente la Bulgaria, cinque a zero, e le aspettative su di noi cominciarono a crescere. Eppure era come se gli Europei non fossero ancora cominciati sul serio.
Il grande match che tutti aspettavano era naturalmente quello del 18 giugno contro l’Italia a Oporto, nell’Estádio do Dragão, e non era un segreto che gli italiani fossero desiderosi di rivincita. Avevano solo pareggiato nella prima partita contro la Danimarca, inoltre nessuno di loro aveva dimenticato la sconfitta in finale contro la Francia nei precedenti Europei. Con noi erano già quasi obbligati a vincere e avevano una squadra fortissima, con Nesta, Cannavaro e Zambrotta dietro, Buffon in porta e Christian Vieri punta; ed era pur vero che Totti, la grande star, era stato squalificato per lo sputo a Poulsen nella partita contro la Danimarca ma, in ogni caso, affrontare l’Italia dava un brivido dentro.
Era la partita più importante che avessi mai giocato e in tribuna c’era anche mio padre. Tutto era solenne e intenso e me ne accorsi da subito: gli italiani avevano rispetto per me. Era un po’ tipo: «Occhio, cosa s’inventerà adesso questo qui?», e io lottavo contro la loro difesa e certo non era uno scherzo. Verso la fine del primo tempo Cassano, che sostituiva Totti, segnò l’uno a zero su cross di Panucci, un vantaggio meritato. Ma nel secondo tempo entrammo meglio in partita e costruimmo diverse occasioni. Ripeto, trovare il varco giusto contro l’Italia non è mai facile, non a caso si dice spesso che l’Italia ha la difesa più forte del mondo. Ma a cinque minuti dalla fine guadagnammo un calcio d’angolo da sinistra.
Lo batté Kim Källström, e in area di rigore si creò confusione. Markus Allbäck andò sulla palla, e pure Olof Mellberg, era solo un gran casino. Ma la palla era alta: scattai in avanti e in quell’attimo vidi Buffon uscire e Vieri sulla linea di porta. Saltai, e colpii di tacco. Un po’ tipo mossa di kung-fu. Nelle fotografie si vede il mio tacco alla stessa altezza della spalla. Il pallone prese una traiettoria perfetta, passò sopra Christian Vieri che cercò di deviare di testa, appena sotto la traversa, e s’infilò esattamente all’incrocio.
Giocavamo contro l’Italia. Eravamo agli Europei. Avevo segnato di tacco a cinque minuti dalla fine. Cominciai a correre come un matto con tutti i miei compagni dietro, altrettanto impazziti, tutti tranne uno, è ovvio, che correva nella direzione opposta. Ma cosa me ne fregava? Mi buttai a terra e tutti si tuffarono sopra, e Henke gridava: «Goditela, e basta!» come se avesse immediatamente afferrato il punto. Il match finì in pareggio, ma ci sembrava di aver vinto.
Riuscimmo ad arrivare fino ai quarti di finale, dove ci aspettava l’Olanda, e l’atmosfera era bella elettrica anche quel giorno.
I sostenitori dell’Olanda, nei loro vestiti e cappelli arancioni, fischiavano e mi facevano buuu! come se fossi nella squadra sbagliata, e la partita fu incredibilmente intensa, con un sacco di occasioni da una parte e dall’altra. Eppure al novantesimo eravamo ancora sullo zero a zero, perciò si andò ai supplementari. Noi colpimmo sia la traversa sia un palo, avremmo potuto tranquillamente andare in vantaggio. Ma fummo costretti ai rigori.
Tutto lo stadio era come in preghiera, la tensione si tagliava con il coltello, e come al solito molti non avevano nemmeno il coraggio di guardare. I tifosi olandesi fischiavano e cercavano di fare guerra psicologica. Una pressione spaventosa. Ma cominciò bene. Kim Källström mise dentro e anche Henke. Eravamo sul due a due quando venne il mio turno. Avevo in testa un elastico per capelli nero – li portavo piuttosto lunghi – e sorridevo, non so bene perché. Mi sentivo molto figo, nonostante tutto: ero nervoso, ma non nel panico. In porta c’era Edwin Van Der Sar. Potevo farcela.
Oggi, quando batto un rigore, so esattamente dove andrà a finire, cioè in rete. Ma allora ebbi una strana sensazione, e quella strana sensazione arrivò proprio nell’attimo in cui mi avvicinavo alla palla. Colpii come se dovesse essere una sorpresa anche per me dove l’avrei messa, e sbagliai completamente. La mandai chissà dove. Fu una disfatta, uscimmo dal torneo – anche Olof Mellberg mancò il suo rigore – e credetemi: non è un bel ricordo. Fu un disastro. Avevamo una bella squadra e saremmo potuti andare anche più lontano. Ma, in ogni caso, quegli Europei misero in moto un sacco di nuovi eventi.

Agosto è un periodo inquieto. Il mercato si chiude il 31 e le voci sui trasferimenti arrivano da ogni dove. Si parla spesso di Silly Season, la stagione pazza. Non ci sono partite e i giornali non hanno molto altro di cui scrivere: tizio andrà là? O resterà qui? Quanto lo vogliono pagare? L’aria è piena di fermento, e molti giocatori vanno sotto stress: la cosa era particolarmente evidente da noi all’Ajax.
In ogni angolo ci si lanciava sguardi nervosi: quello avrà in ballo qualcosa? E quell’altro? E perché il mio agente non chiama? C’era molta tensione e molta invidia e anch’io ero un po’ sulle spine, ma cercavo comunque di concentrarmi sul calcio giocato. Ricordo una partita contro l’Utrecht, dove l’ultima cosa che mi aspettavo era di essere sostituito. Quando Koeman mi fece cenno di uscire, mi arrabbiai a tal punto che tirai un calcio a un cartellone pubblicitario a bordo campo.
Già a quei tempi avevo preso l’abitudine di telefonare a Mino dopo le partite. Era bello potermi sfogare con lui e lamentarmi in termini un po’ generici, ma quella volta alzai veramente i toni: «Che razza di idiota è stato a sostituirmi? Come si fa a essere così dementi?». Anche se con Mino ci punzecchiavamo spesso, in quella situazione mi aspettavo il suo sostegno, qualcosa tipo: «Sono d’accordo con te, Koeman dev’essersi fumato il cervello, povero Zlatan».
Invece Mino disse: «Chiaro che ti ha sostituito. Eri il peggiore in campo. Facevi schifo». «Che cazzo stai dicendo?» «Non hai combinato nulla. Avrebbe dovuto tirarti fuori prima.» «Senti...» dissi. «Che c’è?» «Potete andare all’inferno, sia tu che l’allenatore.»
Misi giù, feci la doccia e me ne tornai a casa a Diemen, il mio umore non era certo migliorato. Ma quando arrivai vidi che c’era qualcuno davanti alla porta. Era Mino. Che faccia tosta aveva, quell’idiota, e quasi non ero ancora sceso dalla macchina che cominciammo di nuovo a urlarci addosso.
«Quante volte devo dirtelo?» sbraitò lui. «Facevi schifo, e non devi prendere a calci i cartelloni pubblicitari, cazzo! Devi cercare di crescere!» «Vaffanculo.» «Fottiti!» «Fottiti tu!» «Io voglio andarmene da qui» urlai. «Puoi trasferirti a Torino, allora.» «Che cazzo stai dicendo?» «Forse ho qualcosa in ballo con la Juventus.» «Come?»
«Hai sentito», e, sì, avevo sentito. Semplicemente non riuscivo ad afferrare, non nella mia agitazione. «Mi hai procurato un ingaggio alla Juventus?»
«Forse.» «Sei così meraviglioso, dannatissimo idiota?» «Non c’è ancora niente di definito, ma ci sto lavorando» disse, e io pensai: “Cavolo, la Juventus... altro che Southampton!”.

All’epoca la Juventus era forse il club migliore d’Europa. Ci giocavano stelle del calibro di Thuram, Trezeguet, Del Piero, Buffon e Nedved, ed è vero che l’anno precedente avevano perso la finale di Champions contro il Milan, ma sulla carta non esisteva nessuna squadra al loro livello. I giocatori erano tutti delle superstar, e il club aveva appena ingaggiato Fabio Capello, l’allenatore-demonio ex Roma che mi voleva da diversi anni. Cominciavo veramente a sperarci. Avanti, Mino, portami a Torino!
Il direttore generale della Juventus di quegli anni era Luciano Moggi. Moggi era un tipo col pelo sullo stomaco che conosceva i giochi di potere e che era venuto su dal nulla, diventando uno degli uomini più potenti del calcio italiano. Era il re del mercato dei trasferimenti, ed era riuscito a trasformare la Juventus: sotto la sua direzione il club aveva vinto più volte il campionato. Ma non era esattamente la trasparenza fatta persona. Veniva soprannominato Lucky Luciano. Intorno a lui c’erano stati parecchi scandali con bustarelle e doping e processi e porcherie varie e voci secondo cui aveva legami con la camorra. Erano stronzate, ovviamente. Ma l’aria del mafioso ce l’aveva davvero. Gli piacevano i sigari e i completi eleganti e come negoziatore non si tirava indietro di fronte a nulla, così si diceva. Era un maestro della trattativa, un osso durissimo. Ma Mino lo conosceva.
Erano vecchi nemici, per così dire, che alla fine erano diventati amici. Mino aveva chiesto un incontro a Moggi già ai tempi in cui stava cercando di avviare la sua attività come procuratore, ma non era stato un buon inizio. Il giorno dell’appuntamento l’anticamera dell’ufficio di Moggi era zeppa di gente. C’erano tipo venti persone là dentro, tutte erano impazienti e speravano di poter parlare con Moggi, e invece non succedeva niente. Il tempo passava e passava e alla fine Mino si stufò e andò via incazzato nero. Che razza di rispetto era, trascurare un appuntamento a quel modo? La maggior parte degli altri presenti aveva di sicuro accettato la situazione, non ci si scontra inutilmente con Moggi, era un pezzo grosso! Ma Mino non ha nessun rispetto per questi atteggiamenti. Se lo trattano male, lo trattano male e basta. Perciò cercò Moggi in città, e lo trovò al ristorante frequentato dal club, l’Urbani.
«Tu non hai avuto rispetto» gli disse. «E chi sarebbe lei?» disse Moggi. «Questo lo vedrai il giorno che vorrai acquistare un giocatore da me» ruggì Mino, e per molto tempo continuò a detestare Moggi.
Addirittura si presentava ad altri boss del calcio italiano dicendo: «Mi chiamo Mino, e sono contro Moggi», e siccome Moggi era una persona che si faceva facilmente dei nemici, era una battuta che spesso faceva effetto.
Il problema era che Mino prima o poi sarebbe stato costretto a fare affari con Moggi. Nel 2001 la Juventus voleva prendere Nedved, uno dei big di Mino. Mino aveva in ballo anche il Real Madrid, e lui e Nedved dovevano incontrare Moggi a Torino per discutere dell’eventuale accordo. Ma Moggi decise di puntare forte e convocò all’incontro anche giornalisti, fotografi e tifosi. Mise in piedi un intero comitato di benvenuto prima ancora che le trattative fossero iniziate, e né Nedved né Mino riuscirono a smarcarsi. Anche Mino voleva vedere Nedved alla Juventus, e paradossalmente quel colpo di mano gli offriva la possibilità di concludere il contratto al rialzo, ma per la prima volta rimase anche impressionato da Moggi. La prima volta si era forse comportato da bastardo, ma sapeva il fatto suo. Così fecero la pace e diventarono amici. «Mi chiamo Mino. E sono per Moggi», tipo. Un bel cambiamento. Non che si facessero tanti complimenti, ma c’era del rispetto.
Quanto a me, molti club avevano raffreddato il loro interesse, solo Moggi si era entusiasmato sul serio. Portarmi a Torino, però, non sarebbe stato semplice. Moggi non aveva molto tempo per noi. Riuscimmo a incontrarlo in segreto una mezz’ora a Montecarlo, durante il Gran Premio di Monaco di Formula Uno, suppongo fosse lì per affari. Dovevamo vederci in una saletta vip dell’aeroporto, ma c’era un traffico pazzesco e non riuscivamo ad avanzare con la macchina. Fummo costretti a scendere e a correre, e Mino non è certo un grande atleta. È un ciccione. Ansimava ed era fradicio di sudore. Non si era certo fatto bello per l’incontro: indossava degli shorts hawaiani, una maglietta Nike e scarpe da jogging senza calze, e ormai era completamente zuppo. Arrivammo nella famosa saletta vip dell’aeroporto e lì dentro c’era fumo dappertutto. Luciano Moggi, in completo elegantissimo, era alle prese con un grosso sigaro; si capiva subito che era un individuo di potere. Era abituato che la gente facesse come diceva lui. Fissò Mino: «Ma come ti sei combinato?». «Sei qui per controllare il mio look o per parlare di affari?» sibilò Mino di rimando, e fu lì che tutto cominciò.

In quello stesso periodo giocammo una partita con la Nazionale a Stoccolma contro l’Olanda. Era soltanto un’amichevole, ma nessuno di noi aveva dimenticato la sconfitta agli Europei, e volevamo ovviamente dimostrare di poterli battere. Tutta la squadra desiderava quella rivincita ed entrammo in campo per fare la partita, belli aggressivi, e già nelle prime fasi di gioco ricevetti un pallone fuori dall’area di rigore. Subito ebbi addosso quattro olandesi – uno di loro era Van Der Vaart – e tutti mi strattonavano. Io mi feci largo con prepotenza e riuscii a passare la palla a Mattias Jonson che era libero. Lui segnò l’uno a zero, e un attimo dopo Van Der Vaart era lì a terra dolorante. Dovettero portarlo fuori in barella ma non era niente di grave, avrebbe forse saltato una o due partite. Però andò a dire ai giornali che gli avevo fatto male intenzionalmente. Nel leggere le sue dichiarazioni sobbalzai. Che razza di stronzate erano? Non c’era stato nemmeno un calcio di punizione, come poteva parlare di fallo intenzionale? E quello dovrebbe essere il capitano della mia squadra!
Gli telefonai: «Ascolta, mi dispiace per il tuo infortunio. Ti chiedo scusa, ma non l’ho fatto apposta, capito?». Ai giornalisti ripetei la stessa cosa. Lo dissi cento volte. Ma Rafael andava avanti con quella solfa, e io non riuscivo a capire. Perché va in giro a gettare fango su un suo compagno di squadra? Non aveva nessun senso. Oppure sì?
Cominciarono a frullarmi in testa dei dubbi, perché non dimentichiamo che era agosto, ed era in corso il mercato. Forse voleva lasciare il club col pretesto di un contrasto? Non sarebbe stata la prima volta che veniva usato quel trucco, e in più il ragazzo aveva dalla sua parte anche i giornalisti.
Lui era olandese. Era il cocco dei giornali scandalistici mentre io ero il bad boy e via dicendo, lo straniero. «Stai facendo sul serio?» gli chiesi quando lo incontrai all’allenamento, e chiaramente sì, faceva sul serio.
«Ok, ok» dissi io. «Allora te lo dico un’ultima volta. Non l’ho fatto apposta. Mi hai sentito?» «Ti ho sentito!»
Eppure non arretrò di un millimetro, e l’atmosfera era sempre più tesa. La squadra si divise in due fazioni. Gli olandesi stavano dalla parte di Rafael, e gli stranieri dalla mia. Alla fine Koeman convocò una riunione; ormai ero fuori di me per quella storia. Come si poteva accusarmi di una cosa del genere? Ribollivo letteralmente di rabbia, e lì alla riunione, al terzo piano del nostro ristorante, ci sedemmo tutti in cerchio e si capì subito che la faccenda era seria. La dirigenza pretendeva che ci riconciliassimo. Eravamo due giocatori chiave e dovevamo per forza firmare la pace. Ma non sembravano esserci esattamente delle aperture. Rafael andò giù più pesante che mai: «Zlatan l’ha fatto apposta» disse, e io vidi rosso. Ma perché non la piantava?
«Io non ti ho fatto male intenzionalmente, e lo sai. Ma se provi ad accusarmi ancora ti spezzo tutt’e due le gambe, e questa volta di proposito» dissi, e chiaro, tutti quelli dalla parte di Van Der Vaart attaccarono subito: «Vedete? Vedete? È aggressivo. È pazzo». Koeman cercò di calmare un po’ gli animi: «Ora cerchiamo di non esagerare, sistemeremo tutto».
Ma l’impresa era difficile. Un giorno fummo convocati anche da Van Gaal. Ci eravamo già scontrati in passato e non era un gran vantaggio dovermi presentare da lui in compagnia di Van Der Vaart. Non mi sentivo certo circondato da amici, e Van Gaal attaccò subito con il suo linguaggio autoritario.
«Qui comando io» disse. “Grazie del chiarimento” pensai. «E io vi dico» continuò, «deponete le armi. Quando Rafael sarà guarito, dovrete giocare insieme!» «Assolutamente no» replicai. «Fin quando ci sarà lui in campo, io non gioco.» «Ma che stai dicendo?» rispose Van Gaal. «Lui è il mio capitano, e tu giochi per lui! Dovrai sacrificarti per la squadra!» «Il tuo capitano?» chiesi. «Che stronzate sarebbero? Rafael dichiara ai giornali che io gli ho fatto male intenzionalmente, che razza di capitano è? Attacca i suoi compagni di squadra? Io con lui non ci gioco, punto e basta. Mai più. Potete dire quello che volete.»
E poi me ne andai. Era un azzardo, ma traevo forza dal fatto di avere in ballo la Juventus. Non c’era ancora niente di scritto ma ci speravo veramente, e ne parlai con Mino: «Come sta andando? Che cosa dicono?».

Intanto c’erano partite in continuazione, e il 22 agosto dovevamo incontrare il NAC Breda in campionato. I giornali scrivevano ancora del mio scontro con Van Der Vaart ed erano schierati più che mai dalla sua parte. Lui era il favorito. Io il teppista che l’aveva azzoppato.
«Preparati a essere fischiato» mi disse Mino. «Il pubblico ti odierà.» «Bene» risposi. «Bene?» «È il genere di cose che mi stimola, lo sai. Gliela farò vedere.»
Ero carico. A mille. Ma la situazione non era facile, e prima della partita decisi di raccontare a Koeman della Juventus. Volevo prepararlo e questo genere di discorsi è sempre delicato, però Koeman mi piaceva. Lui e Beenhakker erano stati i primi a intuire realmente le mie capacità nell’Ajax, e non dubitavo che mi avrebbe capito. Chi non sarebbe voluto andare alla Juve? Ma Koeman difficilmente mi avrebbe lasciato andare senza combattere, in tempi recenti aveva anche dichiarato che certi giocatori parevano credere di essere più importanti del club. Era chiaro che si riferisse a me. Perciò si trattava di pesare le parole, e già dall’inizio avevo deciso di utilizzare delle frasi che mi aveva rivolto Van Gaal.
«Vorrei davvero evitare che vengano fuori casini anche su questa cosa» dissi a Koeman, «ma la Juventus mi vuole e io spero che possiate trovare l’accordo. Un’occasione del genere capita solo una volta nella vita.» Naturalmente, proprio come pensavo, Koeman capì, era pur sempre stato un calciatore professionista. «Ma io non voglio che tu ci lasci» disse. «Voglio averti ancora qui. E lotterò per questo!» «Lo sai cos’ha detto Van Gaal?» «Cosa?» «Ha detto che non ha bisogno di me in campionato. Lì ve la cavate comunque. Ha bisogno di me in Champions.» «Ha detto davvero una cosa del genere?»
Koeman andò fuori di testa. Si incazzò con Van Gaal. Riteneva che quelle parole lo legassero mani e piedi e gli dessero meno possibilità di lottare per tenermi, e ovviamente era proprio ciò che avevo sperato.
Ricordo comunque che scesi in campo contro il NAC Breda e pensai: “O la va o la spacca”. Era diventato un match importante per me. Quelli della Juventus mi avrebbero di sicuro tenuto gli occhi addosso. Ma fu veramente folle. Mancò poco che i nostri tifosi mi sputassero addosso. Fischiavano e urlavano, e in tribuna era seduto il beniamino di tutti, Rafael Van Der Vaart, a ricevere applausi: una situazione ridicola. Io ero lo stronzo, lui la vittima innocente. Ma presto tutto sarebbe cambiato.
A venti minuti dal termine vincevamo per tre a uno. Come momentaneo sostituto di Rafael Van Der Vaart era arrivato dal vivaio il giovanissimo Wesley Sneijder, che era un tipo in gamba. Giocava in un modo intelligente. Fu lui a segnare il quattro a uno. Solo cinque minuti dopo il suo gol io ricevetti la palla circa venti metri fuori dall’area di rigore. Avevo un difensore addosso, mi scontrai letteralmente con lui e riuscii a liberarmi di forza, quindi dribblai un altro giocatore. Ma era solo l’inizio. L’introduzione.
Continuai con una finta, e mi avvicinai all’area di rigore, poi ne feci un’altra mentre cercavo il varco per calciare. Ma con la coda dell’occhio scorgevo solo maglie avversarie. Forse avrei dovuto passare la palla, ma non ne vedevo la possibilità. Allora mi liberai con un paio di finte di corpo, misi a sedere in un colpo solo l’ultimo difensore e il portiere e appoggiai la palla di sinistro nella porta ormai vuota.
Quel gol è diventato un classico del mio repertorio. Fu definito un gol alla Maradona perché in qualche modo ricordava quello contro l’Inghilterra nei quarti dei Mondiali ’86. Avevo saltato praticamente tutta la squadra avversaria e lo stadio esplose. I tifosi erano impazziti. Perfino Koeman correva saltando come un matto, per quanto gli avessi appena confessato di voler andar via. Era come se tutto l’odio nei miei confronti si fosse trasformato improvvisamente in amore, e in un trionfo.
Tutti esultavano e urlavano, tutti erano in piedi e saltavano, tutti tranne uno, ovviamente. La telecamera fece una carrellata sugli spalti in delirio fino ad arrivare su Rafael Van Der Vaart. Stava seduto lì in tribuna, rigido. Era rimasto completamente impassibile, nonostante il gol, come se il mio show fosse stato la cosa peggiore che potesse succedere. Forse era effettivamente così. Quel gol era il mio grazie e arrivederci e andatevene pure all’inferno, perché non dimentichiamolo, prima del calcio d’inizio mi avevano fischiato tutti!
Adesso invece si sentiva gridare un solo nome ed era il mio. Nessuno si curava più di Van Der Vaart, e per tutta la sera e il giorno seguente i canali sportivi riproposero quasi ininterrottamente il mio gol. Più avanti sarebbe stato votato come il più bello dell’anno dagli spettatori di Eurosport. Ma io, per ovvie ragioni, ero concentrato su altro. Il tempo stringeva. Il mercato non sarebbe rimasto aperto ancora a lungo e Moggi faceva il difficile. O fingeva di farlo, era impossibile dirlo. Moggi spiegò all’improvviso che io e Trezeguet, il grande cannoniere della Juventus, non potevamo giocare insieme.
«Ma di che stai parlando?» disse Mino. «Non sono adatti per giocare insieme. Non potrà funzionare» rispose lui, e la cosa non suonava bene, proprio per niente.

Quando Moggi si metteva in testa qualcosa, non era facile fargli cambiare idea. Ma Mino vide una scappatoia. Capì che Capello non la pensava allo stesso modo. Capello mi stava dietro da anni, e certo, Moggi era il direttore sportivo ma Capello non era un tipo con cui scherzare. Quell’uomo è capace di far abbassare la cresta a qualsiasi star con un’occhiata. È duro come la roccia, nel mondo del calcio è quasi un unicum. Così Mino li invitò a cena tutti e due, ed esordì andandoci giù pesante: «È vero che Trezeguet e Zlatan non possono giocare insieme?». «Che razza di discorsi sono? Che c’entra questo con la nostra cena?» rispose Capello. «Moggi ha detto che i loro stili di gioco sono incompatibili, o no, Luciano?»
Moggi annuì. «Perciò ora vorrei sapere da Fabio se questo è vero» continuò Mino. «Me ne frego se è vero oppure no, e dovreste farlo anche voi. Quello che succede in campo è un problema mio. Fate soltanto in modo che Zlatan venga qui e io penserò al resto» rispose.
A quel punto che cosa poteva fare Moggi? Non poteva mica strigliare l’allenatore, come se ne sapesse più di lui. Fu costretto a piegarsi, e Mino vinse quel round. Li aveva portati esattamente dove voleva. Ma non era ancora detta l’ultima parola...
Intanto ad Amsterdam si tenne il gran galà del calcio olandese. Mino e io eravamo lì per festeggiare Maxwell, che doveva ricevere il premio come miglior giocatore del campionato, ed eravamo entrambi felici per lui. Ma non ci furono grandi feste. Mino era completamente assorbito dalla mia trattativa, andava avanti e indietro e parlava ora con i dirigenti della Juventus ora con quelli dell’Ajax, e sorgevano di continuo nuovi problemi e interrogativi, vuoi che si trattasse di intoppi veri, vuoi che venissero creati ad arte per migliorare le rispettive posizioni. La situazione sembrava bloccata: la sera dopo il galà il mercato si sarebbe chiuso, e io ero nell’incertezza totale.
Me ne stavo seduto a casa a Diemen a giocare con l’Xbox, a Pro Evolution, mi pare, o a Call of Duty, due giochi spietati. Mi aiutavano quasi a dimenticare tutto. Ma Mino mi chiamava ogni due minuti, era nervosissimo. La mia valigia era pronta e la Juventus aveva un aereo privato che mi aspettava all’aeroporto. Perciò non c’erano dubbi, a Torino mi volevano. Solo che non si arrivava a un accordo sulla cifra. C’era questo e quest’altro problema, e i vertici dell’Ajax sembravano non credere che si trattasse di un affare serio. Gli italiani non avevano nemmeno un avvocato sul posto ad Amsterdam, e io cercai per conto mio di fare pressione sull’Ajax: «Da come la vedo io, per voi non gioco più. Ho chiuso per sempre!» dissi a Van Gaal e ai suoi scagnozzi.
Ma non succedeva nulla e il tempo passava, e io ero sempre sprofondato nel mio gioco dell’Xbox e dovreste vedermi, in questo genere di situazioni. Sono concentrato al cento per cento. Le mie dita danzano sul controller. È come una febbre. Tutta la mia frustrazione si riversa sul gioco. Così continuavo a smanettare mentre Mino si faceva in quattro per concludere l’affare. Era fuori di testa anche lui. Perché Moggi non poteva nemmeno mandare un maledetto avvocato ad Amsterdam? Che razza di modo di fare era?
Poteva far parte della loro strategia, certo, chi lo sapeva? Niente sembrava sicuro, finché Mino decise di passare al contrattacco. Telefonò al suo avvocato: «Vai subito ad Amsterdam» disse, «e fa’ finta che rappresenti la Juventus». Il tipo volò ad Amsterdam, recitò la sua parte e il trucco servì, perché le trattative ripartirono. Ma non si arrivava mai in porto, e alla fine Mino andò in bestia. Telefonò di nuovo.
«Ce ne fottiamo» disse. «Prendi con te l’avvocato e vieni subito. Dovremo cercare di sistemare le cose da qui.» Così mollai il videogioco e mi misi in moto. Quasi non chiusi neanche la porta, a essere sinceri.
Raggiunsi l’Amsterdam Arena, dove la dirigenza dell’Ajax era in riunione con l’avvocato, e su una cosa non c’erano dubbi: tutti erano stravolti, l’avvocato andava avanti e indietro nella stanza e ripeteva ossessivamente: «Manca soltanto una carta, un’unica carta! Poi è tutto sistemato!». «Non facciamo in tempo. Dobbiamo andare in Italia. Mino dice che dobbiamo fregarcene» risposi, e così raggiungemmo l’aeroporto e l’aereo privato della Juventus.

Prima di partire avevo fatto in tempo a telefonare a papà: «Pronto, pronto, ho una fretta incredibile, sto per firmare con la Juventus. Ti andrebbe di venire in Italia?» e ovvio, gli andava, e io ne fui felice. Se fosse andata in porto si sarebbe realizzato il mio sogno di ragazzo, e allora sarebbe stato bello che ci fosse, ne avevamo passate così tante insieme... So che lui partì senza indugi per Milano, dove un collaboratore di Mino lo aspettava per portare anche lui negli uffici della Federazione. È lì che vengono registrati tutti i contratti durante il mercato.
Arrivò prima di me, e quando io stesso entrai con l’avvocato rimasi senza parole. Era proprio lui? Non era il papà cui ero abituato, non quello che stava seduto in casa in tuta da lavoro ad ascoltare musica jugoslava con gli auricolari. Questo era un signore distinto in completo elegante, un uomo che sarebbe potuto passare benissimo per un pezzo grosso italiano, e io mi sentii orgoglioso e sorpreso. Non l’avevo mai visto in giacca e cravatta. «Papà!» «Zlatan!»
Era bello, e dappertutto lì fuori c’erano giornalisti e fotografi. La notizia del mio probabile trasferimento si era diffusa, ma non c’era ancora niente di ufficiale. L’orologio ticchettava. Non c’era più molto tempo per i giochetti, e Moggi continuava a confondere le acque e a fare delle finte, purtroppo con dei buoni risultati. Il prezzo del cartellino era sceso da trentacinque milioni di euro, come aveva chiesto Mino, prima a venticinque, poi a venti e infine a sedici: centocinquanta milioni di corone. Certo, erano ancora un sacco di soldi, quasi il doppio di quanto mi aveva pagato l’Ajax. Eppure non doveva essere questa gran cifra per la Juventus, che aveva venduto Zidane al Real Madrid per settanta milioni di euro. Chiaro che avevano possibilità economiche, quelli dell’Ajax non avrebbero dovuto preoccuparsi. Ma erano nervosi comunque, o sostenevano di esserlo: la Juventus non era nemmeno riuscita a presentare una fideiussione bancaria! Naturalmente, poteva esserci una spiegazione per questo. Nonostante tutti i successi, la Juventus l’anno prima aveva chiuso il bilancio in perdita per venti milioni di euro, ma non era nulla d’insolito per un grande club, al contrario: per quanto consistenti possano essere gli introiti, le spese sembrano sempre più grandi. Mi chiedo ancora se quella storia che non ci fosse garanzia bancaria non fosse un trucco, l’ennesima finta. La Juventus era uno dei club più importanti del mondo, senz’altro quei soldi li aveva. Ma senza garanzia bancaria l’Ajax rifiutava di dare il via libera, e il tempo continuava a scorrere. La situazione era disperata. Moggi stava lì sulla sua poltrona e lanciava sbuffi dal suo sigaro enorme con l’aria di avere tutto sotto controllo, tipo si sistemerà tutto, io so quello che faccio. Ma Mino se ne stava in piedi poco lontano da lui con i suoi auricolari e strillava ai dirigenti dell’Ajax: «Se non firmate, niente sedici milioni. Non avrete i soldi, non avrete Zlatan! Cioè non avrete niente! L’avete capito? Niente di niente! Ma cosa credete, che la Juventus potrebbe cercare di fregarvi? La Juventus! Voi siete matti. Però prego, fate come volete, mandate pure tutto all’aria. Accomodatevi!».
Erano parole dure, eppure non succedeva nulla, ma proprio nulla di nulla, e l’atmosfera si faceva sempre più nervosa. Immagino che Mino avesse bisogno di sfogare la sua tensione. Oppure era soltanto imbestialito. C’erano un sacco di palloni e trofei lì dentro, così Mino prese un pallone e cominciò a palleggiare. Era assolutamente folle. Che diavolo stava combinando? Non capivo. Quel pallone volava intorno e rimbalzava, e colpì anche Moggi sulla testa e sulla spalla, e tutti si chiedevano soltanto: cosa sta facendo? Deve proprio mettersi a far cazzate adesso, in questa situazione? Nel momento peggiore di una trattativa? Non era esattamente il momento giusto per i giochetti.
«Piantala. Non vedi che fai male?» «No, no, datevi una mossa voi, invece» ribatté lui. «Ce la giochiamo a palla, cercate di prenderla, su. Luciano, in piedi, spiegaci lo schema. Adesso arriva un angolo, Zlatan. Avanti! Di testa!»
Andò avanti per un po’ a questo modo, e onestamente non ho idea di cosa pensassero il notaio e tutti gli altri lì dentro. Ma una cosa è chiara, Mino si guadagnò un nuovo sostenitore quel giorno: papà. Papà rideva come un matto. Che pazzo scatenato è mai quello? Quanto è fuori? Mettersi a palleggiare davanti a pezzi da novanta come Moggi. Era lo stile di mio padre. Era come mettersi a cantare e a ballare nella situazione sbagliata. Era decidere di fare di testa propria a prescindere, e da quel giorno papà non colleziona solo ritagli su di me, raccoglie anche tutto quello che si scrive su Mino. Mino è il suo matto preferito, perché ovviamente capì subito che non era soltanto un folle.
Infatti, alla fine, Mino portò a casa anche l’accordo. L’Ajax non voleva perdere sia me sia i soldi, e la dirigenza firmò all’ultimo secondo. Erano le dieci passate, credo, e l’ufficio della Federazione in realtà avrebbe dovuto chiudere alle sette. Ma finalmente era fatta, e mi ci volle un momento prima di realizzare la cosa: avrei finalmente giocato in Italia?
Più tardi andammo a Torino, e lungo l’autostrada Mino telefonò al ristorante abituale della Juventus, Urbani, e chiese che tenessero aperto! Il personale non fu difficile da convincere, ovviamente. Quando arrivammo, poco prima di mezzanotte, fummo ricevuti come dei re, e ci sedemmo a tavola a mangiare ripercorrendo tutta l’operazione. Io ero contento soprattutto che papà fosse lì a vedere tutto questo. «Sono orgoglioso di te, Zlatan» disse.

Io e Fabio Cannavaro arrivammo contemporaneamente alla Juventus e tenemmo una conferenza stampa congiunta allo stadio Delle Alpi. Cannavaro è forte. È un tipo che scherza e ride tutto il tempo. Mi piacque subito. Qualche anno dopo fu eletto Fifa World Player, e nei primi tempi a Torino mi aiutò moltissimo. Ma quella volta, dopo la conferenza stampa, io e papà volammo direttamente ad Amsterdam e lasciammo lì Mino prima di proseguire per Göteborg, dove era in programma una partita con la Nazionale.
Fu un periodo pazzo, e non ritornai mai alla mia casa di Diemen. Me la lasciai alle spalle, molto semplicemente, e a lungo abitai all’Hotel Le Méridien di via Nizza, a Torino. Restai lì finché non mi trasferii nell’appartamento di Filippo Inzaghi, in piazza Castello. Perciò fu Mino ad andare a Diemen per mettere insieme le mie cose. Ma quando entrò in casa sentì dei rumori dal piano di sopra, e trasalì. C’erano dei ladri? Si sentivano chiaramente delle voci, e Mino salì in silenzio, pronto alla rissa.
Ma non trovò nessun ladro. Era l’Xbox che era rimasta accesa e che aveva continuato a funzionare per tre settimane, da quando ero uscito di corsa per raggiungere l’aereo privato della Juventus e volare verso Milano e gli uffici della Federazione.

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Io Ibra: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11

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