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Io, Ibra: la biografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic scritta da David Lagercrantz

 

Capitolo 9

io ibraEro il tipico, dannato slavo, pensava lei, uno che gira sulla sua macchina lussuosa con la musica a volume troppo alto. Insomma, quindi non il tipo giusto per lei. Ma di questo io all’epoca non sapevo nulla.
Io mi vedevo fighissimo, e stavo seduto lì nella mia Mercedes SL fuori dal Forex della Stazione Centrale di Malmö mentre Keki era dentro a cambiare dei soldi. La stagione in Olanda era finita, e può essere stato prima oppure dopo i Mondiali in Corea e Giappone, non me lo ricordo ma non ha nessuna importanza, io comunque ero lì e quella tipa era scesa dalla macchina come una furia. Era arrabbiata per qualcosa.
“Chi cavolo sarà?” pensai. Non l’avevo mai vista prima, e sì che all’epoca avevo Malmö abbastanza sotto controllo. Tornavo non appena ne avevo l’occasione e credevo di sapere quasi tutto della città. Ma quella ragazza... dov’era stata nascosta? Non era soltanto carina, aveva anche un atteggiamento aggressivo tipo: «Non rompetemi le palle», e poi era anche un po’ più grande di me. La cosa sembrava interessante, così mi informai in giro: chi è? Che tipo è? Da un conoscente venni a sapere che si chiamava Helena, e ok, Helena, pensai. Non riuscivo a dimenticarla; ma non ci fu nessun seguito, mi succedevano così tante cose intorno che nulla faceva veramente presa, anche se un giorno tornai a Stoccolma con la Nazionale, e lì, insomma... Da dove vengono tutte quelle belle ragazze? È pazzesco, ce ne sono dappertutto. Io e alcuni amici una sera andammo al Café Opera e ovviamente si creò una gran ressa. Come al solito sondai il terreno con quel famoso sguardo che mi ero portato appresso da Rosengård, tipo: «C’è qualche problema? C’è qualcuno che cerca guai?». C’è sempre qualcosa.
A quei tempi, tra l’altro, andava meglio. Era prima che tutti iniziassero a fotografarmi con i loro telefonini, e molti senza chiedere neanche il permesso: mi sparano quel maledetto flash in faccia e certe volte vedo rosso, vado in bestia, ve lo racconterò più avanti. Ma quella sera stavo solo facendo girare lo sguardo nel locale e d’improvviso la vidi, wow, è proprio la tipa del Forex!
Mi avvicinai e le dissi: «Ehi ciao, vieni da Malmö anche tu, vero?» e lei iniziò a dirmi un sacco di cose, lavoro di qua e di là, io non ci capivo niente. Quelle faccende legate alla carriera mi erano totalmente incomprensibili allora, e probabilmente fui un bel po’ arrogante. Avevo quello stile, all’epoca.
Non volevo entrare in confidenza con nessuno. Ma dopo me ne pentii, avrei dovuto mostrarmi più gentile, e fui contento quando la incontrai una terza volta a Malmö. Cominciai a incontrarla in continuazione. Guidava una Mercedes SLK che era spesso parcheggiata in Lilla Torg, e di lì ci passavo spesso. Intanto io avevo dato via la Mercedes SL e mi ero preso una Ferrari 360 rossa. L’intera città lo sapeva. Era tutto un: «Guarda, sta passando Zlatan», ed è vero, se volevo passare inosservato quella macchina non era certo una buona idea. Ma dovete sapere che i tizi che mi avevano venduto la Mercedes mi avevano assicurato: «Sei l’unico del Paese ad averla!». Erano solo chiacchiere da venditori. Ne avevo vista un’altra identica in centro quella stessa estate e mi ero detto: “Andatevene all’inferno, ho chiuso con questa macchina” e così avevo telefonato a un concessionario Ferrari e avevo chiesto: «Avete una macchina già pronta da portare via?». Mi risposero di sì e allora ero andato là e l’avevo ritirata dando indietro la mia SL come parte del pagamento. Era un’idiozia, a quei tempi non ero granché ricco ma me ne fregai.
Perciò adesso me ne andavo in giro a bordo di una Ferrari e mi sentivo molto figo, e certe volte dunque la vedevo sulla sua Mercedes nera, quella ragazza che si chiamava Helena, e pensavo tipo: “Devo fare qualcosa, non posso mica limitarmi a guardare”. Dal mio conoscente ottenni il suo numero di cellulare, e ci pensai su un po’. Dovevo telefonare?

Decisi di mandarle un sms, tipo: «Ciao, come va? Credo che ci siamo incrociati ogni tanto» e conclusi firmandomi: «Quello della rossa», quello con la Ferrari rossa; lei mi rispose firmandosi: «Quella della nera» e io pensai: “Magari è un inizio, il principio di qualcosa, chissà”.
La chiamai e ci vedemmo, niente di straordinario all’inizio, solo qualche pranzo e cose così. Ma un giorno l’accompagnai alla sua tenuta in campagna, gettai un’occhiata all’arredamento, con tutte quelle tappezzerie eleganti e le stufe di maiolica, e detto in tutta sincerità restai abbastanza impressionato. Era qualcosa di totalmente nuovo per me. Non avevo mai conosciuto una ragazza single che vivesse a quel modo, e ancora non avevo capito di preciso che mestiere facesse. Si occupava in qualche modo del marketing della Swedish Match, ma mi resi conto che doveva avere una posizione di tutto rispetto nel suo settore e la cosa mi piaceva.
Helena non era affatto come le ragazzine che avevo conosciuto prima: niente isterie, proprio neanche l’ombra, lei era tosta. Le piacevano le automobili. Se n’era andata via di casa a diciassette anni e si era fatta strada lavorando, e io non ero per niente una superstar per lei. «Avanti, Zlatan, tu non eri esattamente Elvis» mi disse qualche tempo dopo ripensando ai nostri primi incontri. Per lei ero solo un ragazzo un po’ matto che si vestiva male ed era totalmente immaturo, e certe volte questa cosa mi faceva incazzare.
«Evil super bitch deluxe», rispondevo, o «Evilsuperbitchdeluxe» in un’unica parola, in un unico respiro, perché lei correva sempre di qua e di là con tacchi a spillo vertiginosi, i jeans attillati, le pellicce e altra roba di questo genere. Era come il Tony Montana di Scarface ma in versione femminile, mentre io andavo in giro sempre in tuta. Era tutto talmente sbagliato fra noi che in qualche modo pareva giusto, e insieme ci divertivamo. «Zlatan, tu sei completamente fuori di testa. Ma un sacco divertente» diceva, e io speravo che lo pensasse davvero. Stavo bene con lei.
Però, in ogni caso, Helena veniva da una famiglia bene di Lindesberg, una di quelle famiglie in cui dicono: «Tesoro, puoi essere così gentile da passarmi il latte», mentre noi, come ho già detto, più che altro a tavola ci minacciamo di morte. Molte volte lei non capiva neanche quel che dicevo: io non sapevo niente del suo mondo, come lei non sapeva niente del mio. Ero undici anni più giovane e abitavo in Olanda, ed ero una testa matta che aveva degli amici criminali. Non era esattamente la situazione ideale per pensare a un futuro insieme.

Quando io e alcuni amici quell’estate andammo a Båstad per imbucarci a una festa che lei aveva organizzato durante la settimana del tennis con tutte le persone famose possibili e immaginabili, non volevano lasciarci entrare, di certo non volevano far entrare i miei amici. Qualche settimana dopo scoppiò un altro macello per via di alcune automobili che Helena ci aveva prestato e che avevano partecipato a imprese che ovviamente, quando gliele raccontai, lei non approvò. Insomma, c’erano continuamente casini.
Una volta, per esempio, avevo giocato con la Nazionale a Riga e atterrai a Stoccolma la sera tardi, e con Olof Mellberg e Lars Lagerbäck presi un taxi per lo Scandic Park Hotel. Era stata una partitaccia e non avevamo nulla da festeggiare: avevamo pareggiato zero a zero contro la Lettonia nelle qualificazioni per i Mondiali e sapete, io ho sempre avuto difficoltà a dormire dopo le partite, specialmente quando ho giocato male, perché mi continuano a passare in testa gli errori che ho fatto. Così decisi di andare in centro con qualche amico e fare una puntatina allo Spy Bar, in Stureplan. Era tardi, e salii di qualche piano.
Non ero lì da molto tempo quando una ragazza mi si avvicinò. Era molto su di giri, io avevo gli amici nelle vicinanze. Se vi capita di vedermi in giro, potete star certi che ho degli amici con me lì da qualche parte. Non è soltanto per via del casino che ho sempre intorno, è anche una questione di carattere. Finisco facilmente in compagnia dei bad boys. Ci attiriamo a vicenda, e la cosa non mi disturba neanche un po’: sono simpatici come può esserlo chiunque altro, ma è chiaro, può scoppiare qualche scintilla. Quella ragazza dunque mi venne vicino e disse qualcosa di stupido. Cominciò a provocarmi, e all’improvviso comparve suo fratello e mi strattonò, e non avrebbe dovuto farlo.
I miei amici non sono gente con cui si scherza. Uno di loro prese il tizio e un altro la ragazza, e io pensai subito: “No, in questa storia non voglio entrarci”. Volevo andarmene, ma era la prima volta che andavo allo Spy Bar, era tardi e c’era casino e non trovavo l’uscita. Finii invece nei bagni, e intanto di là era già scoppiato un macello e mi prese male. Avevo appena giocato in Nazionale. “Qui salteranno fuori dei titoloni” pensai, “scoppierà qualche scandalo”, e a quel punto arrivò il capo della sicurezza del locale e non era più cordiale come prima.
«Il proprietario vuole che lasci il locale.» «Di’ pure a quel maiale che anch’io non desidero altro» sibilai. Così mi accompagnarono fuori.
Erano le tre e mezza del mattino, lo so per certo perché venni ripreso da una telecamera di sorveglianza, e cosa credete? Che quei tali trattarono il filmato secondo la privacy o roba simile? Neanche per sogno. Finì tutto all’«Aftonbladet», e il giorno dopo ero in prima pagina, da non credere, come se avessi ammazzato sette persone. Tutti i giornali strombazzarono la notizia che ero stato denunciato per molestie. Molestie? Ma vi rendete conto? Pazzesco. Come al solito, i fortunati a cui per caso capitava di sfiorarmi conquistavano l’attenzione dei media.

Ritornai ad Amsterdam. Dovevamo giocare una partita di Champions contro il Lione, fra le altre cose, e io rifiutai di parlare con i giornalisti; al mio posto lo fece Mido. Noi bad boys ci davamo una mano a vicenda. Ma ne avevo davvero abbastanza, e non mi meravigliai quando saltò fuori che era stato lo stesso «Aftonbladet» a fare in modo che quella ragazza mi denunciasse, e allora dichiarai pubblicamente: «Adesso quel giornale lo sistemo io. Gli farò causa». Ma cosa credete? Non ottenni niente, solamente delle scuse, e da allora cominciai a stare sempre più in guardia. Stavo cambiando.
C’erano state troppe bassezze sui giornali. Certo, non è che volessi leggere stronzate tipo: «Zlatan si allena, Zlatan è bravo, Zlatan si comporta come si deve». Questo no. Ma adesso si erano superati i limiti, e volevo spostare di nuovo l’attenzione sul mio modo di giocare. Sembrava che fosse passata un’eternità dall’ultima volta che era stato scritto qualcosa di positivo sull’argomento.
Anche i Mondiali erano stati una delusione. Avevo avuto delle aspettative enormi, ma per un certo periodo rischiai di non andarci per niente. Ma Lagerbäck e Söderberg alla fine mi convocarono. Loro mi piacevano entrambi, soprattutto Söderberg, la mascotte di tutta la squadra. Una volta, durante un allenamento, lo sollevai da terra e l’abbracciai per pura gioia. Gli ruppi due costole. Quasi non poteva camminare, ma non se la prese. Ricordo che in ritiro dividevo la stanza con Andreas Isaksson, il terzo portiere, un bravo ragazzo. Ma quelle sue abitudini! La prima sera andò a letto alle nove. Io stavo lì a marcire di noia, poi mi suonò il cellulare e oh, finalmente qualcuno con cui parlare! Ma Andreas sbuffò e io misi giù. Non volevo disturbare. In realtà sono una persona gentile, sapete. Ma la sera dopo il telefono suonò alla stessa ora e lui dormiva anche stavolta, o almeno faceva finta.
«Oh, ma che cazzo, Zlatan» sibilò, e allora io risposi per le rime: voglio dire, che storia è questa? Dormire alle nove? «Se apri ancora la bocca butto il tuo letto dalla finestra» lo avvertii e chiaramente fu una buona risposta, non solo perché stavamo al ventesimo piano ma perché fece il suo effetto.
Il giorno dopo avevo una stanza tutta per me, fantastico, ma per il resto non avevo così tanti successi sul piano personale. Quanto al calcio giocato, eravamo nel cosiddetto gruppo della morte, con Inghilterra, Argentina e Nigeria, e c’era una tale atmosfera, degli stadi così belli, dei campi talmente perfetti che io desideravo più che mai di poter giocare. Tuttavia ero considerato troppo inesperto e mi lasciarono a lungo in panchina. Eppure fui comunque votato il miglior giocatore dell’incontro, non ricordo esattamente quale, in un sondaggio telefonico. Del tutto folle! Ero stato scelto come uomo-partita senza essermi neppure tolto la tuta. Era di nuovo la famosa vecchia Febbre di Zlatan. In concreto giocai solo cinque minuti contro l’Argentina e uno spezzone di gara contro il Senegal, negli ottavi, dove tra l’altro ebbi anche un buon numero di occasioni. Trovavo che Lars e Tommy insistessero troppo con gli stessi undici e non offrissero chance a noi giovani. Ma così era, e quando fummo mandati a casa rientrai direttamente ad Amsterdam.

Avevo una strategia: non curarmi di quello che dicevano gli altri come facevo prima, ma tirare dritto. Quello era l’obiettivo, ma non fu di grande aiuto, almeno non all’inizio della nuova stagione, che cominciò più o meno com’era finita – in panchina. La lotta per i posti in attacco era sempre dura, e io avevo i miei detrattori: tra questi c’era quel Johan Cruijff che aveva sempre parlato male di me e che già allora era lì con le sue critiche sul mio modo di giocare.
Ma succedeva anche altro. Il mio amico Mido dichiarò pubblicamente di voler essere ceduto, e non era una gran mossa, detto in tutta onestà: lui non era esattamente un diplomatico, era uno come me o perfino peggio. Più tardi, dopo essere stato confinato in panchina contro il PSV, entrò negli spogliatoi e ci chiamò tutti quanti mezze seghe. Era imbestialito e le sue non furono esattamente delle belle parole, e io risposi dicendo che se c’era una mezza sega lì dentro quella era lui. Allora lui prese un paio di forbici che erano lì su una panca e me le lanciò contro, una cosa completamente folle. Quelle forbici mi sfiorarono la testa sibilando, andarono a colpire dritte la parete di clinker formando una crepa ed è ovvio, io saltai su e gli tirai uno schiaffo. Ma nel giro di dieci minuti uscimmo abbracciati, e molto tempo dopo sono venuto a sapere che il nostro team manager mise da parte quelle forbici come un ricordo, tipo qualcosa da mostrare ai figli: erano queste qui che Zlatan quasi si beccò in faccia...
Comunque sia, c’erano un po’ alti e bassi con Mido. Con la storia delle forbici nell’ambiente aveva perso altra stima. Koeman l’aveva multato e messo in disparte. Ma c’era anche un altro ragazzo in lotta con me per una maglia da titolare. Era Rafael Van Der Vaart, un olandese, tipo piuttosto arrogante come molti dei ragazzi bianchi della squadra, anche se lui non veniva esattamente dai quartieri alti. Era cresciuto in una roulotte e aveva fatto una vita da zingaro, come diceva lui stesso, e giocato a calcio in strada usando le bottiglie di birra come pali. Questo, diceva, aveva affinato la sua tecnica, e a soli dieci anni era stato iscritto nell’accademia giovanile dell’Ajax: aveva lavorato sodo ed era diventato bravo, nessun dubbio. Solo l’anno prima era stato nominato miglior talento europeo o qualcosa del genere. Ma cercava di fare il duro e voleva mettersi in mostra, e comandare, e già dall’inizio ci fu un’aspra concorrenza fra noi.
Adesso Van Der Vaart si era infortunato a un ginocchio e con sia lui sia Mido fuori causa avrei potuto giocare titolare in casa contro il Lione. Era il mio debutto in Champions League e, naturalmente, era una cosa fantastica. La Champions era un mio vecchio sogno e nello stadio c’era un’atmosfera strepitosa. Io ero riuscito a far venire un sacco di amici, una decina di persone all’incirca, e avevo procurato loro dei posti a ridosso del campo. Ricordo che molto presto ricevetti una palla dal finlandese Jari Litmanen. Mi piaceva, quel ragazzo. Aveva giocato nel Barcellona e nel Liverpool, era appena arrivato da noi e aveva avuto subito un effetto spronante su di me. Molti ragazzi nell’Ajax giocavano più che altro per se stessi, non desideravano nient’altro che di essere venduti a qualche club più importante, e spesso si aveva la sensazione che giocassimo più gli uni contro gli altri che contro gli avversari. Ma Litmanen giocava veramente per la squadra. Appena ricevuto il pallone da lui, comunque, scattai verso il fondo sulla sinistra e mi trovai di fronte due del Lione, uno davanti e un altro sulla destra. Era una situazione molto simile a quella contro Henchoz nella partita con il Liverpool, ma adesso gli avversari erano due. Ero bloccato verso la linea di fondo. Feci un doppio passo spostandomi verso sinistra ma ancora mi stavano addosso entrambi. Sembravo chiuso ma poi indovinai un’apertura in mezzo a loro, un piccolo corridoio, e prima ancora di finire di pensarci c’ero passato attraverso ed ero in area: vidi uno spiraglio e tirai a giro sul secondo palo, la palla colpì il legno e finì in rete. Impazzii.
Non era un gol qualunque, era stato spettacolare, e corsi come un matto verso i miei amici per esultare con loro, e dietro di me veniva tutta la squadra, fuori di sé dalla gioia. Dopo venti minuti feci anche un altro gol. Era pura magia. Doppietta al debutto in Champions, cominciarono a girare voci che mi voleva la Roma e anche il Tottenham.
Di solito, per me, se è tutto ok con il calcio, non esiste più alcun problema al mondo. Ma sul piano privato le cose non andavano granché bene. Non ero riuscito ad ambientarmi ad Amsterdam, mi trovavo ancora in una specie di vuoto. Tornavo a casa in Svezia troppo spesso, e combinavo cazzate; poi mantenevo i contatti con Helena, più che altro tramite sms, senza realmente sapere che cosa stavamo facendo: era solo una pazzia, oppure c’era qualcosa di più?
In ottobre giocammo nelle qualificazioni per gli Europei contro l’Ungheria a Råsunda. Essere di nuovo lì era una bella sensazione. Non avevo dimenticato le urla dell’anno prima, ma la vigilia fu tesa perché alcuni giornali di Stoccolma avevano scritto tipo che io ero un pallone gonfiato che si faceva avanti a gomitate. In più quella era una partita fondamentale: se avessimo perso, addio qualificazione. Insomma, c’era la sensazione che sia io sia la Nazionale avessimo un bel po’ di cose da dimostrare. Ma l’Ungheria segnò l’uno a zero dopo soli quattro minuti. Noi costruivamo le occasioni, ma non riuscivamo a concludere. Finché, al settantaquattresimo minuto, arrivò un cross da Mattias Jonson e io saltai per colpire di testa. Il portiere uscì alla disperata e cercò di respingere la palla con i pugni, e non so se colpì anche la palla, ma sicuramente colpì me. Tutto divenne nero. Crollai a terra.
Rimasi in stato d’incoscienza per cinque, dieci secondi e quando rinvenni i giocatori stavano tutti in cerchio intorno a me e non ci capivo niente. Che c’è? Cos’è che succede? Dagli spalti veniva un frastuono terribile, e i miei compagni avevano l’aria insieme contenta e preoccupata. «Abbiamo segnato!» disse Kim Källström. «Davvero? E chi l’ha fatto?» «Tu, l’hai messa dentro di testa!» Ricordo che mi sentivo stordito e avevo la nausea: arrivò una barella e mi ci stesi sopra.
Fui portato fuori dal campo, ma a quel punto sentii nuovamente dagli spalti il coro: «Zlatan, Zlatan». L’intero stadio lo gridava, e io salutai il pubblico con la mano. Mi diede davvero la carica e tutta la squadra si accese. Ok, non si andò oltre l’uno a uno e avremmo dovuto vincere e Kim Källström fra l’altro si era procurato un rigore chiaro come il sole che l’arbitro non volle vedere. Ma io mi ricordo soprattutto quella sensazione, stare così male e al tempo stesso così bene. Non molto tempo dopo mi ammalai in un altro modo, di una influenza terribile che colpì solo duecentocinquanta persone in Svezia, e anche allora successe qualcosa d’inatteso che avrebbe dato una nuova svolta alla mia vita.

Era il giorno prima della vigilia di Natale e stavo a casa di mia madre. Forse non avevo avuto un inizio di stagione devastante, ma ero comunque abbastanza soddisfatto. Avevo segnato cinque reti in Champions League, più che in campionato, e ricordo che Koeman mi aveva detto: «Senti un po’, Zlatan, esiste anche un campionato, sai?», ma io funzionavo così, un avversario più forte mi stimolava di più. Comunque fosse, adesso ero a casa, a Rosengård.
Eravamo liberi fino ai primi di gennaio, poi saremmo andati in ritiro in Portogallo e infine al Cairo per un’amichevole. Io avevo veramente bisogno di riposare, ma a casa di mamma si stava stretti, la gente gridava e faceva casino e litigava di continuo. Non c’era pace da nessuna parte. Eravamo io, mamma, Keki e Sanela, e di solito festeggiavamo il Natale come tutti gli altri, una semplice cena e poi lo scambio dei regali, e sarebbe potuto essere molto piacevole, assolutamente. Ma quella volta avevo proprio l’impressione di non farcela. Avevo mal di testa e dolori in tutto il corpo e soprattutto bisogno di andare via e trovare un po’ di tranquillità, o almeno di parlare con qualcuno al di fuori della famiglia: a chi potevo telefonare?
Tutti hanno i loro impegni a Natale, il Natale è sacro. Ma Helena, forse? Provai, senza grandi speranze. Lei era sempre presa dal suo lavoro, oppure probabilmente era dai genitori a Lindesberg. Invece no, rispose, era nella sua tenuta in campagna. «Il Natale non mi piace» aggiunse. «Mi sento così male» dissi. «Povero!» «Non ce la faccio proprio a sopportare il casino che c’è qui a casa!» «Vieni qui allora» suggerì. «Mi occuperò io di te», e, detto in tutta onestà, mi lasciò un po’ sorpreso.
Finora eravamo usciti a bere qualcosa insieme, e fatto casino, ma ancora non mi ero mai fermato da lei a dormire. Però il suo programma mi sembrava perfetto, per cui levai le tende tipo: «Sorry mamma, devo andare». «Perciò adesso non festeggi neppure più il Natale con noi?» «Sorry.»
In campagna Helena mi mise a letto, e fuori era tutto tranquillo e c’era silenzio, esattamente quello di cui avevo bisogno. Era davvero bello, e non mi sembrava per niente strano essere con lei anziché con la mia famiglia. Era naturale e al tempo stesso eccitante. Ma non per questo guarii.
Stavo malissimo, e il giorno dopo era la vigilia di Natale e avevo promesso a mio padre di passare a trovarlo. Papà non festeggia il Natale. Se ne sta lì tutto solo in casa come al solito a fare le sue cose e sapete, io e lui avevamo un rapporto molto stretto dopo quel famoso giorno al campo numero uno a Malmö. Era come se tutta la faccenda dell’infanzia, quando a lui non importava realmente di me, fosse sparita, e diverse volte lui era stato in Olanda a vedere le mie partite. Era in parte per fargli una specie di omaggio che avevo cambiato il nome sulla maglia da Zlatan a Ibrahimovic. Ma quando andai da lui lo trovai di nuovo ubriaco fradicio e davvero non ce la facevo a sopportarlo, neppure per un secondo, e poco dopo ero di nuovo da Helena. «Già di ritorno?» «Sì, già di ritorno.»
Fu a grandi linee tutto quello che ebbi la forza di dire. Poi cominciai a star male da morire, con la febbre a quasi quarantuno. Lo giuro. Mai stato tanto male in vita mia. Si trattava di una qualche forma di influenza acuta, eravamo solo qualche centinaio nel Paese ad averla presa. Per tre giorni Helena dovette farmi la doccia e le spugnature e cambiare le lenzuola che erano fradice di sudore: io deliravo e mi lamentavo, e tutto questo cambiò qualcosa tra noi. Fino a quel momento per lei ero stato soprattutto quello jugoslavo spaccone. Quello che giocava al mafioso a bordo di automobili appariscenti, e che era molto divertente, questo sì, o almeno così speravo io, ma che forse non era esattamente il ragazzo per lei.
Adesso ero ridotto a un rottame, e a lei in qualche modo questo piacque, almeno ora così dice. Diventai umano. Quando cominciai a stare meglio lei andava a noleggiare dei film, e fu allora che per la prima volta vidi dei polizieschi svedesi, Martin Beck e via dicendo, e per me fu un’esperienza sorprendente. Cavolo, davvero la Svezia sa fare queste cose?! Ero completamente assorbito: stavamo lì seduti insieme a guardare un film dopo l’altro, ed era bellissimo, ma non è che ci mettemmo insieme subito, niente affatto.
Helena andava e veniva da casa. Usciva per andare al lavoro e rientrava per accudirmi. Certo, delle volte non ci capivamo, e ancora non sapevamo che cosa volessimo l’uno dall’altra ed eravamo ancora diametralmente opposti e sbagliati e via dicendo. Ma cominciò lì, credo. Stavo bene con lei, e tornato in Olanda mi mancava: dove sarà adesso, tipo? «Non puoi venire qui?» le chiesi, e lei lo fece. Mi venne a trovare a Diemen. Fu bello, ma non si può certo dire che rimase impressionata dalla mia casetta a schiera, anche se mi ero ambientato un po’ di più e almeno il frigorifero lo tenevo sempre pieno.
Ma lei sostiene che allora dovette lavarmi i pavimenti, che in quella casa era tutto un disastro e che avevo all’incirca tre piatti e per giunta spaiati; che le pareti erano pazzesche, lilla, gialle e color albicocca, che la moquette verde non c’entrava niente con il resto e che insomma, era un disastro. Inoltre io mi vestivo in modo pietoso, me ne stavo per ore lì a letto con i miei videogiochi e quindi c’erano cavi e sporco dappertutto. Ordine zero.
«Evil super bitch» dicevo io. «Evilsuperbitchdeluxe», in un unico respiro.

Quando Helena se ne andò iniziai a sentire la sua mancanza. Cominciai a telefonarle sempre più di frequente. Da allora mi calmai un po’. Questa qui è una ragazza di classe, accidenti! Mi insegnava delle cose, tipo come sono fatte le posate da pesce, e come si beve il vino! A quei tempi credevo che si buttassero giù anche i migliori vini d’annata come fossero bicchieri di latte. Ma no, no, bisognava sorseggiarli. Cominciavo a capire. Ma è chiaro, non è che avessi una gran predisposizione. Continuavo ad andare su a Malmö molto di frequente, e non solo per stare dietro a Helena.
Un giorno io e alcuni amici andammo alla sua tenuta in campagna e rovinammo i vialetti di ghiaia, e lei si incazzò a morte e sbraitò che erano stati perfettamente rastrellati e che adesso era tutto distrutto, e certo, mi sentii in colpa. Dovevo fare qualcosa per rimediare. Così mandai lì il mio fratellino. Lui arrivò e gli fu messo in mano un rastrello, ma nella nostra famiglia non ne sappiamo niente di rastrelli o cose del genere. Perciò Keki non fece esattamente un gran lavoro, e io mi sentii dire che ero sempre un fuori di testa, ma per fortuna spassoso.
Un’altra volta regalai a Helena un Sony Vaio, un notebook. Ma poi litigammo, e allora io non volevo più che si tenesse il computer. Così diedi un nuovo incarico a Keki: «Vai a riprenderlo» gli dissi, e Keki di solito ubbidisce. Andò lì e cosa credete? «Scordatevelo» disse Helena. Lei non avrebbe restituito un bel niente, e non molto tempo dopo tornammo a essere amici. Ma era un casino. C’era la mia passione sfrenata per i petardi, fra le altre cose. Li compravamo da un tizio che li fabbricava illegalmente in casa, erano veramente forti. Conoscevamo un ragazzo che aveva un chiosco di salsicce a Malmö, un bravo ragazzo, e un giorno decidemmo di fare una piccola esplosione lì da lui, solo per divertimento. Ci occorreva una macchina che non fosse riconducibile a noi, e siccome Helena aveva un certo numero di contatti lo chiesi a lei: «Non è che potresti procurarmi una jeep?» e come no, lei ci procurò una Lexus, convinta che ci servisse per andarci in giro e basta.
Invece andammo vicino al chiosco e infilammo uno di quei petardi dentro la cassetta delle lettere, che saltò in aria. Un boato, e andò in milioni di pezzi. La stessa notte, già che eravamo in pista, telefonammo a Keki. «Vuoi divertirti un po’?» gli chiesi, e lui probabilmente non l’avrebbe affatto voluto, ma andammo a casa della sua ragazza, dove stavano tutti dormendo, e lanciammo altri due petardi in giardino. Ci fu un botto pazzesco anche lì, e un sacco di fumo e zolle di prato che volavano. Ovviamente la ragazza fece un balzo: «Cosa diavolo è stato?» e Keki fece il finto tonto: «Cristo santo, cosa può essere successo? Che cosa strana! Che paura».
Dunque, lo capite, quelle erano ragazzate, il genere di cose di cui avevo sempre avuto bisogno e che a volte succedono tutt’ora, ma è chiaro, l’epoca dell’Ajax fu il mio periodo peggiore. Era prima che Mino Raiola e Fabio Capello mi dessero un po’ una regolata.
Ricordo quando comprai i mobili per mio fratello maggiore all’Ikea. Poteva scegliere quello che voleva, già allora avevo cominciato ad aiutare la mia famiglia. Col tempo comprai a mia madre una casa a schiera a Svågertorp e a mio padre un’automobile, anche se lui naturalmente è terribilmente orgoglioso e non voleva accettare niente. Quella volta all’Ikea avevo con me un amico e avevamo tutti gli acquisti su quei grossi carrelli. Casualmente, uno di quei carrelli andò un po’ troppo in là oltrepassando la cassa, e il mio amico colse al volo l’occasione, era un ragazzo sveglio, e io lo incitai: «Su, vai, vai!» e così ci portammo via un bel po’ di cose gratis, e ovviamente ci piacque.
Ma non crediate che fosse una questione di soldi, lo ripeto. Era il brivido. Era l’adrenalina, era come ai grandi magazzini da bambino, anche se è chiaro, a volte sorgeva qualche problema. Come la volta della Lexus, per esempio. Fu vista nei pressi delle esplosioni e per Helena fu imbarazzante, finì in cattiva luce per colpa mia, e poi ci fu anche la volta della Porsche Cayenne.
Helena ce l’aveva procurata allo stesso modo, ma tornando a casa da Båstad finimmo in un fosso e l’ammaccammo un po’. Lei si incazzò di brutto, e come se non bastasse subì anche un furto in casa. Helena aveva lavorato duro, non soltanto come promoter ma anche nei ristoranti, per potersi comprare la tenuta in campagna, e un altro bel po’ di belle cose, mobili, una moto e uno stereo. Aveva faticato tanto per metterle insieme, perciò non dev’essere stato piacevole per lei quando qualcuno un giorno entrò e si portò via il suo Bang&Olufsen e un sacco di altri oggetti. Lo posso capire. Ma credeva che io sapessi chi era stato, lo crede tutt’ora. Però io non ne ho idea, lo giuro. Le chiacchiere girano in fretta nella mia vecchia cerchia, What goes around, comes around, tipo. Sapete, una notte, mentre era parcheggiata fuori casa di mamma, ci fu un tizio che fregò gli pneumatici della mia Mercedes SL. Io me ne accorsi di mattina prestissimo: a quell’ora la voce aveva già cominciato a girare e sul posto erano arrivati fotografi della polizia e giornalisti, perciò non mi feci vedere. Ma cominciai a indagare, e non passò molto tempo prima che venissi a sapere chi era stato: dopo una settimana mi avevano già restituito le gomme. Ma chi si fosse introdotto in casa di Helena, questo non l’ho mai saputo.
Detto in tutta onestà, certe volte non capisco come abbia potuto avere così tanta pazienza con me. Era come se all’improvviso si fosse ritrovata nella propria vita un matto. Ma ce la fece, fu eccezionale, e credo che poi abbia potuto vedere qualche risultato.
Prima ero stato molto solo e non avevo avuto nessuno con cui confrontarmi, né sulle cose quotidiane né su quello che mi pesava. Ma adesso iniziavo ad avere anche io delle abitudini e qualcosa di cui avere nostalgia, e Helena cominciò a venire giù sempre più spesso e diventammo un po’ una famiglia, in particolare quando prese quel ciccione di Hoffa, il nostro carlino, che avremmo nutrito a pizza e mozzarella in Italia.
Ma prima di allora dovevano succederne di cose. La mia carriera prese velocità, e io ebbi delle nuove rivincite.

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Io Ibra: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9

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