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Letture RossoNere

 

Io, Ibra: la biografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic scritta da David Lagercrantz

 

 

Questo libro è dedicato alla mia famiglia e ai miei amici, a tutti coloro che mi hanno seguito e sono stati al mio fianco nei giorni fortunati e in quelli difficili.
Voglio dedicare un pensiero anche a tutti i bambini, soprattutto a quelli che si sentono un po’ strani e diversi, che non vengono accettati fino in fondo, e che si fanno notare per i motivi sbagliati.
Non essere uguali agli altri è ok. Continuate a credere in voi stessi, come insegna la mia storia alla fine malgrado tutto ciascuno può trovare la sua strada. (Zlatan Ibrahimović)

Capitolo 1

io ibraPep Guardiola – l’allenatore del Barcellona, quello con i completi grigi e l’aria pensierosa – venne verso di me, e sembrava imbarazzato.
A quell’epoca pensavo che fosse ok, non esattamente un Mourinho o un Capello, ma un tipo a posto. Questo molto prima che cominciassimo a farci la guerra. Ma era l’autunno del 2009 e io stavo vivendo il mio sogno. Giocavo nella squadra migliore del mondo e pochi mesi prima ero stato accolto da settantamila tifosi al Camp Nou. Camminavo sulle nuvole; be’, forse non proprio del tutto: sui giornali si leggevano anche un bel po’ di stronzate, che ero un bad boy e via dicendo. Insomma, un tipo difficile. A ogni modo, ero qui. Mia moglie Helena e i bambini si trovavano bene. Avevamo una bella casa a Esplugues de Llobregat e io mi sentivo carico. Che cosa poteva mai andare storto?
«Senti» disse Guardiola. «Qui al Barça teniamo i piedi per terra.» «Ottimo» dissi io. «Bene!» «Perciò qui non veniamo agli allenamenti in Ferrari o in Porsche.»
Annuii, lasciando da parte qualsiasi atteggiamento arrogante del tipo: che c’entri tu con le mie macchine? In realtà pensai: “Che cosa vuole? Che tipo di messaggio mi sta mandando?”. Credetemi, non ho più bisogno di mettermi in mostra guidando qualche macchina strafica e parcheggiando sul marciapiede, tipo. Non è quello. Ma io adoro le automobili. Sono la mia passione e soprattutto intuivo qualcos’altro dietro quelle parole. Una cosa del genere: non credere di essere chissà chi!

Allora avevo già capito che il Barcellona era un po’ come una scuola, un collegio. I giocatori erano fantastici, niente che non andasse riguardo a loro, e poi lì c’era Maxwell, il mio vecchio compagno dell’Ajax e dell’Inter. Ma nessuno dei ragazzi si comportava da superstar e questo era strano. Messi, Xavi, Iniesta e tutta la combriccola sembravano tanti scolaretti. I migliori giocatori del mondo stavano lì a inchinarsi, e io non ci capivo niente. Era ridicolo. Se in Italia un allenatore dice salta, i campioni si domandano: embe’, perché dovremmo saltare? Qui saltavano tutti al minimo cenno, come fossero cagnolini ammaestrati. Io non mi ci ritrovavo, proprio per niente. Ma pensavo: “Fatti piacere la situazione! Non confermare i loro pregiudizi!”. Perciò cominciai ad adeguarmi. Diventai docile come un agnellino. Era pazzesco. Mino Raiola, il mio agente, il mio amico, mi diceva: «Ma che cavolo ti succede Zlatan? Non ti riconosco più».
Nessuno mi riconosceva più, proprio nessuno. Diventavo sempre più mogio, e allora dovete sapere che fin dai tempi del Malmö io ho avuto una filosofia: quella di seguire il mio stile. Me ne frego di quello che pensa la gente e non sono mai stato a mio agio fra i tipi perbenino. A me piacciono i ragazzi che passano col rosso, se capite cosa intendo. Ma adesso, cazzo, non dicevo quello che volevo. Dicevo quello che credevo si dovesse dire. Era assolutamente folle.
Guidavo la Audi del club e annuivo a testa bassa come quando andavo a scuola, o meglio, come avrei dovuto fare quando andavo a scuola. Non mi incazzavo nemmeno quasi più con i miei compagni di squadra. Ero diventato noioso. Zlatan non era più Zlatan, e questo non succedeva dai tempi in cui avevo messo piede alla Borgarskolan e per la prima volta, vedendo le ragazze con le felpe Ralph Lauren, me la facevo quasi addosso quando dovevo invitarle a uscire. Eppure avevo iniziato la stagione in modo brillante. Segnavo gol su gol. Avevamo vinto la Supercoppa Europea. Io brillavo. Io dominavo. Ma ero comunque un altro. Qualcosa era successo, niente di serio, non ancora, ma in ogni caso... Mi ero messo un tappo sulla bocca e questo è pericoloso, anzi pericolosissimo, potete credermi. Io devo essere arrabbiato per giocare bene. Devo urlare e fare casino. Adesso invece mi tenevo tutto dentro. Forse aveva a che fare con la pressione che avevo addosso, non so.
Ero stato il secondo trasferimento più costoso di tutti i tempi; i giornali scrivevano che ero stato un bambino difficile e che avevo problemi caratteriali, ogni genere di cazzate insomma, e forse io sentivo il peso di tutto questo «Qui al Barça non ci mettiamo in mostra, ecco», e suppongo volessi dimostrare che anch’io ne ero capace. La cosa più stupida che abbia mai fatto. In campo ero ancora forte, ma non mi divertivo più.
Valutai perfino di abbandonare il calcio: non che pensassi di rompere il mio contratto, sono un professionista, ma avevo perso il gusto. Poi arrivò la pausa natalizia. Ce ne andammo ad Åre e io presi a nolo una motoslitta. Appena la vita ristagna, io voglio azione. Guido sempre come un pazzo. Ho bruciato i trecentoventicinque con la mia Porsche Turbo, seminando pure gli sbirri. Ho fatto così tante follie che non voglio quasi pensarci, e in quella vacanza, lassù fra le montagne, ci diedi dentro con la motoslitta, beccandomi lesioni da congelamento e divertendomi un sacco.
Finalmente un po’ di adrenalina! Finalmente il vecchio Zlatan, e così pensai: perché dovrei continuare? I soldi non mi mancano. Non ho bisogno di farmi il culo per quell’imbecille d’un allenatore. Posso divertirmi invece, e occuparmi della mia famiglia. Fu un bel periodo, ma non durò a lungo. Quando ritornammo in Spagna arrivò la catastrofe. Forse non immediatamente, s’insinuò a poco a poco, ma era già nell’aria.

C’era una tempesta di neve assurda. Era come se gli spagnoli non avessero mai visto la neve prima, e da noi in collina c’erano macchine di traverso dappertutto, e Mino, quel ciccione idiota – quel meraviglioso ciccione idiota devo aggiungere, nel caso qualcuno dovesse fraintendere cosa penso del mio agente – moriva di freddo con le sue scarpe basse e la giacca leggera e mi convinse a prendere l’Audi. Rischiò di finire a puttane: sulla discesa perdemmo il controllo, andammo a sbattere contro un muro di cemento e distruggemmo completamente l’asse destro della macchina.
Molti della squadra avevano avuto incidenti con quel tempaccio, ma nessuno così spettacolare come il mio. Vinsi anche quella competizione, insomma, e ci facemmo su un sacco di risate: in effetti ogni tanto ero ancora me stesso, non ero del tutto a terra. Ma poi Messi cominciò a blaterare. Lionel Messi è forte. Un giocatore incredibile. Non lo conosco granché, siamo completamente diversi. È arrivato al Barça che aveva tredici anni. È stato cresciuto in quella cultura e non ha nessun problema con quella merda di collegio. Nella squadra il gioco gira intorno a lui, in modo del tutto naturale. È un grande, ma adesso ero arrivato io, e segnavo più di lui. Andò da Guardiola e disse: «Non voglio più giocare laterale destro. Voglio giocare al centro».
Al centro c’ero già io. Ma Guardiola se ne infischiò e cambiò modulo. Dal 4-3-3 passò al 4-5-1 con me punta e Messi subito dietro, e io finii nell’ombra. Le palle passavano tutte da Messi e io non potevo più fare il mio gioco. In campo ho bisogno di essere libero come un uccello. Io sono quello che vuol fare la differenza a tutti i livelli, ma Guardiola scelse di sacrificarmi. Questa è la verità. Mi chiuse lassù in alto. Ok, posso anche capire la sua situazione, Messi era la stella, il golden boy, Guardiola era obbligato a dargli ascolto. Ma andiamo! Avevo segnato gol su gol al Barça, ero stato fantastico anch’io. Lui non può adeguare la squadra a un solo giocatore. Voglio dire: perché diavolo mi aveva acquistato, allora? Nessuno paga tutti quei soldi per strangolarmi come giocatore. Guardiola doveva pensare a entrambi, ed è ovvio, l’atmosfera nella dirigenza si fece nervosa. Io ero il più grande investimento che avessero mai fatto, e non mi sentivo a mio agio nei nuovi schemi. Ma uno così costoso non si deve sentire a disagio. Txiki Begiristain, il direttore sportivo, insisteva che dovevo parlarne con l’allenatore. «Chiarisci la cosa!»
Non mi piaceva, io sono un giocatore che accetta la situazione, ma va bene, ok, lo feci. Uno dei miei amici mi disse: «Zlatan, è come se il Barça avesse comperato una Ferrari e la guidasse come una Cinquecento» e io pensai ok, è una buona argomentazione. Guardiola mi ha trasformato in un giocatore più “normale”, e peggiore. Ci ha perso tutta la squadra.

Così andai a parlargli. Successe in campo, durante l’allenamento, e mi ero ripromesso una cosa: non avrei attaccato briga. Glielo dissi.
«Non voglio litigare. Non cerco la guerra. Voglio solamente discutere», e lui annuì. Ma pareva comunque un tantino intimorito, per cui glielo ripetei.
«Se credi che voglio piantare un casino, me ne vado anche subito. Voglio solo parlare.» «Bene! A me piace parlare con i giocatori.» «Ascolta» continuai, «voi non state sfruttando le mie capacità. Se era solo un realizzatore che volevate, dovevate comprare Inzaghi o qualcun altro. Io ho bisogno di spazi, e di essere libero. Non posso soltanto correre su e giù in profondità tutto il tempo. Io peso novantotto chili. Non ho quel genere di fisico.»
Lui rimuginava. Dio, rimuginava sempre. «Io credo che tu possa farcela.» «No, allora è meglio che mi mettiate in panchina. Con tutto il rispetto, io ti capisco, ma tu sacrifichi me per altri giocatori. Così non va. È come se aveste comprato una Ferrari e la guidaste come una Cinquecento.»
Lui rimuginò ancora un po’. «Ok, forse è stato un errore. Questo è un problema mio. Vedrò di risolverlo.»
Ero contento. Avrebbe sistemato le cose. Me ne andai a passo più leggero, ma poi arrivò il gelo: ai suoi occhi diventai quasi invisibile. Ma io non sono il tipo che rimugina su cose del genere, no davvero, e nonostante la mia nuova posizione in campo continuai a essere brillante. Feci altri gol, ma non belli come quelli che facevo in Italia. Ero troppo isolato al centro. Non ero più esattamente Ibracadabra, ma comunque...

A marzo giocammo in Champions League contro l’Arsenal, su nel nuovo Emirates Stadium. C’era un’atmosfera di fuoco. I primi venti minuti del secondo tempo furono assolutamente incredibili, io segnai entrambe le nostre reti, e pensai: “Vaffanculo Guardiola! Io vado avanti così e basta!”. Ma poi fui sostituito e allora l’Arsenal, dopo aver accorciato, segnò il pareggio, un disastro, e mi venne pure un fastidio a un polpaccio. Normalmente gli allenatori si preoccupano di queste cose. Uno Zlatan infortunato è una faccenda seria per qualsiasi squadra. Ma Guardiola fu gelido. Non disse una sillaba. Rimasi lontano dal campo tre settimane, e non una sola volta che quello fosse venuto a informarsi: «Come stai, Zlatan? Pensi di poter giocare la prossima partita?».
Non diceva nemmeno buongiorno. Non una parola. Evitava il mio sguardo. Se entravo in una stanza, lui usciva. “Di cosa si tratterà?” pensavo. “Gli ho forse fatto qualcosa? Saranno i capelli? Parlo strano?” Cominciava a farmi male la testa. Non riuscivo a dormire.
Ci pensavo sempre e di continuo. Non che avessi esattamente bisogno dell’amore di Guardiola. Prego, che mi odiasse pure. Odio e rivincita mi stimolano. Ma adesso non riuscivo più a mettere a fuoco la questione, e ne parlai con i compagni. Nessuno ci capiva niente.
Chiesi a Thierry Henry, che allora stava in panchina. Thierry Henry, il miglior realizzatore nella storia della Nazionale francese. È un grande. Ed era ancora incredibile. «Guardiola non mi saluta nemmeno. Non mi guarda negli occhi. Che cosa può essere successo?» «Non ne ho idea» disse lui.
Cominciammo a scherzarci su, tipo: «Ehi Zlatan, ricevuto qualche occhiatina oggi?». «Naaaa, però ho visto la sua schiena!» «Congratulazioni, si fanno progressi!» Cazzate del genere, che un po’ aiutavano. Ma la cosa cominciava veramente a darmi sui nervi, e ogni giorno, ogni ora mi domandavo: “Ma cos’ho fatto? Che cosa c’è che non va?”. Non trovavo nessuna risposta, niente. A parte forse la constatazione che il gelo doveva aver avuto a che fare con il discorso sulla mia posizione. Altra spiegazione non c’era. Ma in tal caso sarebbe stato assolutamente folle. Mi stava facendo una guerra psicologica per una chiacchierata sulla mia posizione in campo? Cercai di affrontarlo, di andargli incontro e di incrociare il suo sguardo. Lui svicolava. Sembrava impaurito. Sì, certo, avrei potuto fissare un appuntamento e domandargli: «Cos’è questa storia?» ma neanche morto. Avevo già strisciato abbastanza davanti ai suoi piedi.
Era un problema suo, ma non sapevo quale fosse. Ancora non lo so, o forse sì... credo che quel tipo non riesca a reggere le personalità forti. Lui vuole trovarsi di fronte degli scolaretti, anzi addirittura fugge dai suoi problemi. Non ce la fa a guardarli negli occhi, e questo peggiora solo le cose. E le cose in effetti peggiorarono.

Arrivò la nube del vulcano islandese. In Europa tutti i voli furono sospesi e noi dovevamo incontrare l’Inter a San Siro. Partimmo per Milano in pullman. Qualche aquila al Barça pensò che fosse una buona idea. Io a quel punto mi ero ristabilito del tutto, ma il viaggio fu una vera catastrofe. Ci vollero sedici ore, e arrivammo a Milano sfiniti. Era l’incontro più importante della stagione fino a quel momento, la semifinale di Champions League, e io ero preparato ai fischi che mi avrebbero accolto nel mio vecchio stadio ma non mi facevo problemi, al contrario, è il genere di cosa che mi carica. Ma per il resto la situazione era da schifo, e credo che Guardiola soffrisse di qualche complesso d’inferiorità nei confronti di Mourinho.
José Mourinho è la star. Aveva già vinto la Champions con il Porto, era stato il mio allenatore all’Inter. È un grande. La prima volta che incontrò Helena le si avvicinò alle spalle e le sussurrò all’orecchio: «Helena, tu hai una sola missione con Zlatan. Dagli da mangiare, lascialo dormire e fallo contento!». Quell’uomo dice quello che vuole. Mi piace. Lui è il re, il condottiero dell’esercito, ma s’interessa anche, si preoccupa. Quando ero all’Inter non faceva che domandarmi come stavo. Lui è l’esatto opposto di Guardiola. Se Mourinho illumina una stanza, Guardiola è quello che abbassa le tende, ed era facile intuire che adesso Guardiola volesse cercare di misurarsi con lui.
«Non è Mourinho che dobbiamo incontrare. È l’Inter» ci disse, manco fossimo convinti di dover fare a pallonate con José, e poi attaccò con i suoi pistolotti filosofici.
Io non ascoltavo quasi. Perché avrei dovuto? Erano le solite cazzate a base di sangue, sudore e lacrime e via di questo passo. Mai sentito un allenatore parlare a quel modo! Cazzate pure e semplici! Ma adesso finalmente eccolo venire da me. Successe durante l’allenamento a San Siro, mentre il pubblico era lì che mi scrutava, tipo: «Ibra è tornato!».
«Te la senti di giocare dall’inizio?» mi chiese Guardiola. «Assolutamente sì» risposi. «Sono carico.» «Ma ti senti anche pronto?» «Senz’altro. È tutto a posto.» «Ma sei sicuro di essere pronto?»
Ripeteva sempre lo stesso concetto e io avvertii delle brutte vibrazioni. «Ascolta, è stato un viaggio da dimenticare ma io sono in forma. L’infortunio è superato. Darò il massimo.»
Guardiola sembrava dubitarne. La cosa mi puzzava, e chiamai subito Mino Raiola. Io telefono a Mino in continuazione. I giornalisti svedesi dicono che lui ha una pessima influenza per la mia immagine. Devo dire come la penso? Mino è un genio. Gli chiesi: «Ma cos’ha in testa quel tipo?».
Nessuno di noi lo capiva. Cominciavano a girarci. Ma io scesi in campo dall’inizio e andammo sull’uno a zero. Poi le cose cambiarono. Al 60’ fui sostituito e alla fine perdemmo tre a uno. Ero furibondo.

A inizio carriera, tipo quando stavo all’Ajax, mi capitava di rimuginare su una sconfitta per settimane. Adesso ho Helena e i bambini, mi aiutano a dimenticare e ad andare avanti, e quindi mi concentrai sulla partita di ritorno al Camp Nou. Quel giorno c’era un’atmosfera spaventosa. Tutti odiavano Mourinho. I giornalisti scrissero un sacco di stronzate sul fatto che lui e l’arbitro della precedente partita erano amici e avevano anche un ristorante insieme e che avevamo perso per quel motivo: era tutto pazzesco, persino i muri sembravano fare il tifo, e noi dovevamo vincere nettamente per poter andare avanti.
Ma poi... non voglio nemmeno pensarci. Anzi sì, voglio, perché da allora sono un uomo più forte. Vincemmo uno a zero, ma non bastò. Eravamo stati eliminati dalla Champions League, Guardiola mi squadrava come se fosse tutta colpa mia, e io pensavo: “Siamo al capolinea. È finita”. Dopo quella partita ebbi come la sensazione di non essere più il benvenuto nel club e stavo male quando mi mettevo al volante della loro Audi. Stavo da schifo quando ero seduto negli spogliatoi, e Guardiola mi guardava in cagnesco come se fossi un elemento di disturbo, un estraneo. Era come un muro, un muro di pietra: da lui non ricevevo nessun segno di vita, e ogni minuto che trascorrevo con la squadra desideravo essere altrove. Non ne facevo più parte.

Quando andammo in trasferta contro il Villarreal, Guardiola mi fece giocare cinque minuti. Ribollivo letteralmente di rabbia, e non perché stessi in panchina. Quello posso anche accettarlo se l’allenatore è sufficientemente uomo da dire: «Tu non sei bravo abbastanza, Zlatan. Non sei all’altezza!».
Ma Guardiola non diceva una parola, niente di niente, e la misura era colma. Me lo sentivo in tutto il corpo, e se fossi stato in lui avrei avuto paura. Non che io sia uno che cerca lo scontro! Ho fatto stronzate di ogni genere, è vero, ma difficilmente comincio io, anche se in campo qualche testata mi è capitato di darla. Però quando mi arrabbio, lo ammetto, non ci vedo più ed è meglio starmi alla larga.
A raccontarla giusta, quando tornai negli spogliatoi dopo la partita non avevo esattamente pianificato di uscire di testa. Di certo non sprizzavo di gioia, questo si può dire tranquillamente, ed ecco che mi trovavo di fronte il mio nemico che si grattava la pelata. Per il resto non c’era molta altra gente, c’erano Touré, forse qualcun altro, soprattutto c’era un armadietto di metallo, e io continuavo a fissarlo. Poi gli tirai un calcio. Credo sia volato tipo tre metri più in là, ma non avevo ancora finito. Non ci pensavo neanche. Urlai: «Tu non hai le palle!» e di sicuro anche cose peggiori, e poi aggiunsi: «Te la fai addosso di fronte a Mourinho. Ma va’ all’inferno!».
Ero completamente fuori di me, e forse ci si sarebbe potuto aspettare che Guardiola dicesse un paio di parole in replica, qualcosa del tipo: «Calmati adesso, non si parla così al proprio allenatore!». Ma lui non è quel genere di persona. Lui è un vigliacco totale. Si limitò a raccogliere da terra l’armadietto, da bravo omino ordinato, poi uscì, e non accennò più alla cosa, anzi non ne parlò in generale. Ma ovviamente il pettegolezzo si diffuse. Sul pullman erano tutti impazziti: «Cos’è successo, cos’è successo?».
“Niente” pensavo. “Ho detto solo una parte della verità.” Ma non avevo la forza di parlarne. Ero troppo imbestialito.

Settimana dopo settimana il mio allenatore e capo mi aveva boicottato senza spiegarmi perché. Era assurdo. Avevo avuto scontri epocali in precedenza, ma il giorno dopo avevamo sempre sistemato le cose e tutto era tornato nuovamente a posto. Adesso continuavano solo il silenzio e la guerra psicologica e io pensavo: “Ho ventotto anni. Sono forte. Ho fatto ventidue reti e quindici assist solo qui al Barça, eppure vengo trattato come se non esistessi. Devo subire ancora? Devo continuare ad adeguarmi? Nemmeno per sogno!”.
Quando ero in panchina contro l’Almería, mi ero ricordato di quel famoso «Qui a Barcellona non veniamo agli allenamenti in Ferrari oppure in Porsche!». Che stronzate! Io prendo la macchina che mi pare, soprattutto se serve a provocare gli idioti. Così presi la mia Enzo e la parcheggiai davanti al centro sportivo. Ovviamente scoppiò un gran casino. I giornali scrissero che quella macchina costava come tutti i giocatori dell’Almería messi insieme. Ma io non me ne curai. Le chiacchiere dei media valevano niente, al punto a cui eravamo arrivati. Avevo deciso di restituire il colpo. Avrei cominciato a lottare sul serio ed è un gioco che conosco molto bene. Un tempo ero un duro, credetemi. Ma per sicurezza non dovevo trascurare nessun particolare: perciò ne parlai ovviamente con Mino – pianifichiamo sempre le varie mosse insieme – e poi telefonai ai vecchi amici.
Volevo vedere la cosa da diverse angolazioni e mi arrivarono tutti i consigli possibili e immaginabili. I ragazzi di Rosengård volevano venire giù e spaccare tutto; da parte loro era molto carino, ma non mi sembrava esattamente la strategia giusta allo stato delle cose. E naturalmente ne parlai con Helena. Lei viene da un altro mondo. È in gamba. Sa anche essere tosta, ma allora preferì usare l’incoraggiamento: «In ogni caso sei diventato un papà migliore. Quando non hai una squadra dove ti trovi bene, la squadra la fai qui a casa con noi» disse, e io ne fui felice.
Giocavo un bel po’ a pallone con i bambini e cercavo di far sì che tutti stessero bene, e ovviamente mi dedicavo ai miei videogiochi. È un po’ una malattia per me, mi lascio totalmente assorbire. Ma dopo gli anni all’Inter, in cui ero capace di stare alzato a giocare fino alle quattro o alle cinque del mattino e andavo all’allenamento con solo due o tre ore di sonno in corpo, mi sono dato un po’ di regole: niente Xbox o PlayStation dopo le dieci di sera.
Non mi piace buttare via il tempo, e in quelle settimane cercai di dedicarmi seriamente alla famiglia e di sbollire la rabbia rilassandomi nel nostro giardino e facendomi perfino una Corona ogni tanto. Quello era il mio lato buono. Ma di notte, quando non riuscivo a dormire, o all’allenamento, quando vedevo Guardiola, allora si risvegliava l’altro mio lato. La rabbia mi martellava le tempie, stringevo i pugni e progettavo le mie contromosse e la mia rivincita. No, mi era sempre più chiaro, ormai non c’era più possibilità di ritorno. Era tempo di rialzarmi e tornare a essere me stesso.
Perché ricordate: si può togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo!

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Io Ibra: 1

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