
Letture RossoNere
Io, Ibra: la biografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic scritta da David Lagercrantz
Capitolo 2
Quand’ero bambino mio fratello mi regalò una bici da acrobazie, una BMX. La chiamavo Fido Dido. Fido era il piccolo eroe di una serie a fumetti, un personaggio con i capelli tutti in piedi. Io lo trovavo fortissimo. La mia Fido Dido fu rubata fuori della piscina di Rosengård e papà si precipitò là con la camicia aperta sul petto e le maniche arrotolate. Lui, sapete, è uno di quei tipi che guai se qualcuno osa toccare i suoi figli o si azzarda a prendere le loro cose! Ma nemmeno un duro come lui poté farci niente. Fido Dido era sparita, e io ero semplicemente disperato.
Dopo quell’episodio cominciai a fregare biciclette anch’io. Aprivo i lucchetti. Ero diventato un maestro. Bang, bang, bang e la bici era mia. Un ladro di biciclette, fu la mia prima identità. Era una cosa piuttosto innocente, ma ogni tanto passavo un po’ i limiti. Una volta mi vestii tutto di nero e uscii nel buio come una specie di Rambo per fregare una bici militare con un enorme tronchese. Quant’era bella, quella bici! La adoravo. Ma, in tutta sincerità, a spingermi era il brivido dell’avventura più che la bici in sé. Aggirarmi nel buio mi dava la carica, ma mi piaceva anche tirare uova contro i vetri delle finestre e fare altre cose del genere. Solo una volta ogni tanto mi beccavano.
Ricordo per esempio un fatto piuttosto imbarazzante che successe ai grandi magazzini Wessels nei dintorni di Jägersro: io e un mio amico avevamo addosso dei piumini in piena estate, una vera idiozia, e sotto nascondevamo quattro racchette da ping-pong e altre cose che avevamo rubato. «Allora, con cosa la pagate, questa roba?» disse la guardia quando ci fermò all’uscita. Io tirai fuori di tasca sei monetine da dieci centesimi: «Con queste, tipo». Ma il tizio non aveva molto senso dell’umorismo e io decisi che da quel momento sarei stato un po’ più professionale: alla fine diventai un ladruncolo piuttosto in gamba.
Non ci crederete, ma ero basso. Avevo già un gran naso e un forte difetto di pronuncia, così a scuola mi assegnarono una logopedista, una signora che veniva da me e mi insegnava a dire la “s”. Io lo trovavo umiliante, di certo non era una cosa che mi rendeva figo. Inoltre ero irrequieto, non ero capace di stare seduto fermo neanche un secondo ed ero continuamente in giro. Era come se, correndo sempre, non potesse succedermi niente di male.
Abitavamo a Rosengard, un sobborgo di Malmo che era pieno di somali, turchi, jugoslavi, polacchi e ogni genere di immigrati, più qualche svedese. Noi ragazzi facevamo tutti i duri, ci infiammavamo per niente, e anche a casa non si può dire che le cose filassero lisce.
Abitavamo al quarto piano al numero 5c di Cronmans väg a quei tempi, e da noi non si viaggiava ad abbracci ed effusioni. Nessuno mi domandava: «Com’è andata oggi Zlatan, tesoro?», no, niente del genere. Nessun adulto dava una mano con i compiti o chiedeva se avevi dei problemi. Ti dovevi arrangiare da solo e non era il caso di lagnarsi se qualcuno ti aveva fatto uno sgarbo. Bisognava stringere i denti, c’era sempre casino e volavano mazzate, quando uno ogni tanto avrebbe sperato anche in un po’ di calore umano. Un giorno, per esempio, caddi dal tetto dell’asilo. Mi feci un gran livido e corsi a casa piangendo, aspettandomi una carezza sulla testa o almeno qualche parola di consolazione. Mi arrivò uno schiaffone.
«Che cosa ci facevi sul tetto, eh?» Niente «Povero piccolo Zlatan», ma «Razza d’idiota, arrampicarti su un tetto, beccati questo!». Rimasi totalmente scioccato, mi ritirai in disparte o me ne andai fuori, non ricordo.
Mia madre non aveva tempo per consolarmi, no di certo. Lavorava come donna delle pulizie e sgobbava per mantenerci, era davvero una tipa tosta, ma non le rimaneva energia per molto altro. In casa mia ci ritrovavamo tutti quanti un carattere tremendo, non si viaggiava esattamente a suon di frasette educate del tipo: «Tesoro, potresti essere così gentile da passarmi il burro?», era qualcosa di più simile a: «Muovi il culo e va’ a prendere il latte, stronzo». C’erano porte che sbattevano e i pianti della mamma. Piangeva spesso. A lei va tutto il mio amore. Ha dovuto faticare parecchio nella vita. Faceva le pulizie anche quattordici ore al giorno, ogni tanto io e i miei fratelli l’accompagnavamo e portavamo fuori i sacchi della spazzatura per guadagnare qualche spicciolo.
Ma quando mamma perdeva la pazienza era meglio non essere in zona: ci picchiava con i cucchiai di legno. A volte capitava che il mestolo si rompesse, e allora dovevo filare a comprarne uno nuovo, come se fosse stata colpa mia che era andata giù così pesante. Ricordo che una volta all’asilo avevo tirato un mattone che in qualche modo era rimbalzato e aveva rotto il vetro di una finestra. Quando mamma l’aveva saputo, era impazzita di rabbia, tutto ciò che ci costringeva a spendere soldi la mandava fuori di testa. Mi picchiò con il mestolo, bang, bum! faceva male, e forse si spezzò anche il mestolo. In casa non c’erano cucchiai di legno di riserva, e allora lei mi rincorse armata di mattarello. Ma quella volta riuscii a farla franca, e ne parlai con Sanela. Sanela è la mia unica sorella sia di padre che di madre. Ha due anni più di me. È un tipo tosto, e pensò che avremmo dovuto prendere un po’ in giro la mamma. Così andammo all’Ica, il supermercato, comprammo una confezione di cucchiaioni di legno, tipo tre per dieci corone, e li regalammo alla mamma per Natale. Ma non credo che apprezzò l’ironia, non aveva tempo per gli scherzi: a tavola doveva esserci da mangiare per tutti, le sue forze erano indirizzate verso quell’unico obiettivo. Eravamo in tanti a casa: le mie sorellastre, che più avanti scomparvero dalla famiglia rompendo con tutti noi, e poi Aleksandar detto Keki, il mio fratellino, e i soldi non bastavano mai. I più grandi si occupavano dei più piccoli, non ce la saremmo cavata altrimenti, e si mangiava della gran pasta con il ketchup oppure si andava a casa dei compagni o di mia zia Hanife, la sorella di mio padre, che abitava al piano di sotto e che era stata la prima di tutti a trasferirsi in Svezia.
Non avevo neanche due anni quando mamma e papà si separarono, non ricordo niente di quella storia e forse è anche meglio così. Non era mai stato un matrimonio felice, questo è certo. Litigavano di continuo e si erano sposati principalmente perché papà potesse ottenere il permesso di soggiorno.
Dopo la separazione finimmo tutti con mamma, ma io avevo nostalgia di papà: si era sistemato meglio e intorno a lui succedevano cose più divertenti. Nei primi tempi io e Sanela lo vedevamo a domeniche alterne, lui arrivava spesso sulla sua vecchia Opel Kadett blu, ci portava al parco di Pildamm o all’isola di Limhamn e ci comprava hamburger e gelato. Una volta esagerò e ci regalò un paio di Nike Air Max ciascuno, quelle scarpe da ginnastica cool che costavano tipo mille corone. Le mie erano verdi, quelle di Sanela rosa. A Rosengård nessuno le aveva e noi ci sentivamo strafighi. Stavamo bene con papà, capitava perfino di ricevere una paghetta da cinquanta corone, ben oltre il necessario per una pizza e una Coca. Era un “papà della domenica” molto divertente.
Ma la situazione s’incasinò. Sanela era molto brava a correre. Nei sessanta metri era la più veloce della Scania nella sua categoria; papà era fiero come un pavone e l’accompagnava in auto agli allenamenti. «Bene, Sanela. Ma sai fare di meglio» diceva. Era il suo ritornello, «Meglio, meglio, non accontentarti», e quella volta in macchina c’ero anch’io. Qualcosa non andava. Sanela era taciturna. Si sforzava per non piangere.
«Cos’è successo?» le chiese papà. «Niente» rispose mia sorella, e allora lui ripeté la domanda e alla fine lei raccontò tutto.
Erano successe un sacco di cose nuove, non è necessario entrare nei dettagli, sono affari di Sanela. Ma mio padre è come un leone: se accade qualcosa ai suoi figli diventa una furia, specialmente quando si tratta di Sanela, l’unica femmina. Così scoppiò un gran casino con interrogatori e inchieste dei servizi sociali e conflitti sulla nostra tutela e orrori del genere. Io non ci capivo granché. Avrò avuto circa nove anni.
Era l’autunno del 1990. Anche se tutti cercavano di tenermi fuori da queste cose, io ovviamente intuivo. In casa c’era molta agitazione, anche se non era la prima volta: mia sorella maggiore faceva uso di droghe, roba pesante, nascondeva tutto in casa e c’era spesso casino intorno a lei, personaggi loschi che telefonavano e una gran paura che succedesse qualcosa di grave. Un’altra volta la mamma era stata fermata per ricettazione. Qualche conoscente le aveva detto: «Puoi tenermi questa collana?» e lei lo aveva fatto, ovviamente in buona fede. Ma poi venne fuori che si trattava di merce rubata, un giorno la polizia fece irruzione da noi e arrestò la mamma. Ho un ricordo vago, come una strana sensazione, tipo: «Dov’è la mamma? Perché non c’è più?».
Arrivavano sempre nuovi dispiaceri, e io cercavo di starne alla larga. Andavo fuori a correre, o a giocare a calcio. Non che fossi il ragazzino più equilibrato del quartiere, o la più grande promessa: ero solo uno dei tanti ragazzini che tiravano calci a un pallone, anzi peggio, perché avevo degli scatti di rabbia spaventosi, davo testate alla gente e litigavo con i compagni di squadra. Ma avevo il calcio. Era roba mia e giocavo tutto il tempo, in cortile, al campetto e a scuola durante l’intervallo.
Andavamo alla Varner Rydén allora, Sanela in quinta e io in terza, e non c’erano dubbi su chi fosse più bravo! Sanela era stata costretta a crescere molto in fretta, per fare da seconda mamma a Keki e occuparsi della famiglia quando le sorelle maggiori erano andate via. Si era presa una responsabilità incredibile. E rigava dritto. Non era certo il tipo di ragazzina che veniva convocata in presidenza per una strigliata, e perciò, quando il preside ci chiamò entrambi, mi preoccupai molto. Se avessero convocato me soltanto sarebbe stato tutto normale, semplice routine, ma stavolta la cosa riguardava tutti e due. Era morto qualcuno? Di che cosa poteva trattarsi?
Mi venne il mal di pancia, e ci avviammo lungo il corridoio della scuola. Ero irrequieto. Ma quando entrammo, papà era seduto lì in compagnia del preside, o di chi diavolo era, e allora mi rasserenai. Papà di solito significava cose piacevoli, ma lì di piacevole non c’era niente. L’atmosfera era tesa e solenne: cominciai a tremare, non ci capivo molto, solo che si trattava di mamma e papà. Ma adesso so. Adesso, nel mettere insieme questo libro, i frammenti del puzzle sono andati al loro posto.
L’11 novembre 1990 i servizi sociali avevano completato la loro indagine, e papà aveva ottenuto sia l’affidamento di Sanela sia il mio. L’ambiente, a casa di mamma, era stato ritenuto inadatto, anche se non era lei la causa principale. Mamma piangeva e piangeva, certo, e ci picchiava con i mestoli di legno e non ci ascoltava molto, e aveva avuto sfortuna con gli uomini e niente andava per il verso giusto... Ma amava i suoi figli. Soltanto era cresciuta in un certo modo, e credo che papà questo lo capisse.
Andò da lei quello stesso pomeriggio: «Non volevo che tu arrivassi a perderli, Jurka».
Ma pretendeva un giro di vite, e con papà non si scherza in questo genere di situazioni. Le sue furono certamente parole dure – «Se le cose non migliorano, non vedrai più i bambini» eccetera – e cosa poi accadde di preciso non so. So che Sanela andò a stare da lui per qualche settimana, mentre io restai ancora da mamma, nonostante tutto. Ma nemmeno quella era una buona soluzione. Sanela non stava bene, da papà. Lei e io lo trovavamo spesso addormentato sul pavimento, e sul tavolo c’erano lattine di birra e bottiglie. «Papà, svegliati, svegliati!» Ma lui andava avanti a dormire. “È una cosa strana” pensavo. Perché mai farà così? Volevamo essere d’aiuto ma non sapevamo che pesci prendere. Magari aveva freddo? Lo coprivamo con asciugamani e coperte perché stesse caldo, per il resto non ci capivo granché. Probabilmente Sanela ne sapeva un po’ di più. Si era accorta dell’umore ballerino di papà e di come s’infiammasse facilmente e urlasse come un demonio, e credo che questa cosa la spaventasse. Inoltre sentiva la mancanza del suo fratellino Zlatan. Così lei voleva tornare da mamma, mentre per me era tutto l’opposto: io avevo nostalgia di papà. Una di quelle sere gli telefonai e forse dovetti sembrargli disperato. Senza Sanela mi sentivo solo.
«Non voglio rimanere qui. Voglio stare da te.» «Vieni» disse. «Ti mando un taxi.»
Ci furono nuove indagini dei servizi sociali, e, nel marzo del 1991, mamma ebbe l’affidamento di Sanela e papà il mio. Alla fine io e mia sorella fummo separati, ma siamo sempre rimasti uniti, nonostante negli anni ci siano stati alti e bassi. Ma siamo terribilmente legati. Sanela oggi fa la parrucchiera. Certe volte la gente va nel suo salone e dice: «Accidenti, quanto somigli a Zlatan!» e allora lei risponde sempre: «Stronzate, è lui che somiglia a me». È un tipo tosto. Né io né lei abbiamo avuto la vita facile.
Mio padre, Šefik, si era trasferito nel 1999 da Hårds väg, a Rosengård, a Värnhemstorget, a Malmö. Ha un cuore grande, come avrete già capito, era pronto a morire per noi, ma con lui le cose non andarono esattamente come mi ero aspettato. Lo conoscevo solo come il “papà della domenica”, quello degli hamburger e del gelato, mentre adesso dovevamo condividere la vita quotidiana. Io me ne accorsi subito, c’era come un vuoto a casa di papà. Mancava qualcosa, qualcuno, una donna forse. C’erano un televisore, un divano, una libreria, due letti, ma niente di più, niente che rendesse l’atmosfera accogliente; c’erano lattine di birra sui tavoli e sporcizia sul pavimento, e quando a volte gli veniva un guizzo e si metteva a tappezzare faceva una parete e poi piantava lì: «Il resto lo faccio domani». Ma non finiva mai. Cambiavamo casa di frequente e non riuscivamo mai a raggiungere una certa normalità. E poi il vuoto non era solo fisico.
Papà si occupava della manutenzione di condomini ed era reperibile a tutte le ore. Quando tornava a casa nella sua tuta da lavoro, con tutte quelle tasche piene di cacciaviti e arnesi, si sedeva accanto al telefono o davanti alla tv e non voleva essere disturbato. Era come sprofondato in se stesso, e spesso infilava gli auricolari e ascoltava musica popolare jugoslava. Va matto per la musica popolare della sua terra, ha anche inciso lui stesso qualche disco. Quando è dell’umore, è uno showman. Ma allora stava quasi sempre immerso nel suo mondo e, se capitava che si facesse vivo qualche mio amico al telefono, gli sibilava: «Non devi chiamare qui!».
Non potevo portare a casa i miei amici e, se per caso erano stati loro a cercarmi, non riuscivo neppure a venirlo a sapere. Non potevo toccare il telefono, e non avevo nessuno con cui parlare. Sapevo però che, se un problema si faceva serio, papà era lì per me. Allora avrebbe fatto qualsiasi cosa, si sarebbe fiondato in città e avrebbe cercato di sistemare tutto.
Aveva un modo di camminare che faceva sobbalzare la gente. «E quello chi diamine è?» Ma delle cose normali, tipo di quello che era successo la mattina a scuola o sul campo di calcio o con gli amici, non gliene fregava niente: se non mi accontentavo di parlare allo specchio mi toccava uscire. È vero che nei primi tempi viveva con noi anche Sapko, il mio fratellastro, quindi certe volte parlavo con lui, che all’epoca aveva circa diciassette anni... ma non ho grandi ricordi, e non molto tempo dopo papà lo buttò fuori di casa. Avevano avuto dei litigi mostruosi, anche questa è una faccenda triste, chiaro, e così rimanemmo soltanto io e papà. Eravamo soli, ognuno nel proprio angolino, visto che nemmeno lui si portava a casa degli amici. Stava seduto per conto suo e beveva. Non c’era compagnia per nessuno. Ma soprattutto non c’era niente da mangiare.
Io stavo fuori tutto il tempo a giocare a calcio e a pedalare su bici rubate, e spesso tornavo a casa affamato come un lupo, spalancavo lo sportello del frigorifero e pensavo: “Ti prego, ti prego, fa’ che ci sia dentro qualcosa!”. Ma no, niente, sempre il solito: latte, burro, pane e, nel migliore dei casi, del succo di frutta, Multivitamine, confezione da quattro litri, comperato al negozio arabo perché costava meno. E poi birra, ovviamente: Pripps Blå e Carlsberg, confezione da sei con la plastica intorno, a volte non c’era nient’altro, solamente birra, e il mio stomaco urlava. C’era una sofferenza in quei momenti che non dimenticherò mai. Domandate a Helena! Il nostro frigorifero dev’essere pieno zeppo, lo ripeto in continuazione. Qualche tempo fa mio figlio Vincent piangeva perché voleva la pasta e i maccheroni erano sul fuoco. Strillava perché il cibo non era ancora pronto, e io avrei voluto urlare: «Se solo sapessi quanto sei fortunato!».
Ero capace di frugare in tutti i cassetti, in ogni minimo angolo, a caccia di una polpettina di carne. Mi saziavo a fette di pane tostato, ero capace di divorare un intero filone. Oppure correvo a casa da mamma, anche se non sempre venivo accolto a braccia aperte. Era piuttosto un: «Che diavolo, perché deve venire qui anche Zlatan? Šefik non gli dà da mangiare?», e certe volte mi prendevo una strigliata: «Credi che i soldi crescano sugli alberi? Vuoi mangiarci anche la casa?!». Però, alla fine, ci aiutavamo a vicenda.
Intanto, da papà, cominciai a condurre una piccola guerra contro la birra: vuotavo nel lavandino qualche lattina, chiaramente non tutte perché se ne sarebbe accorto subito. Succedeva di rado che mi beccasse. C’era birra dappertutto, sui tavoli e sugli scaffali, e spesso raccoglievo le lattine in grandi sacchi neri della spazzatura e andavo a portare i vuoti alla raccolta differenziata. Mi davano cinquanta centesimi a lattina, e a volte riuscivo a racimolare cinquanta o anche cento corone. Le lattine erano tante e io ero felice dei soldi, ma è ovvio, non era una faccenda divertente.
Come tutti i ragazzini in quella situazione, imparai a capire con precisione di che umore fosse papà. Sapevo esattamente quando non era il caso di parlargli. Il giorno dopo che aveva bevuto, per esempio, era abbastanza tranquillo; il secondo giorno andava peggio. In certe circostanze era capace di infiammarsi in un lampo, altre volte era incredibilmente generoso e magari mi dava cinquecento corone così, per niente. A quei tempi facevo raccolta di figurine dei calciatori. Dentro ogni pacchetto c’erano un chewingum e tre figurine. “Ohi ohi, chissà chi troverò?” mi chiedevo. “Maradona?” Il più delle volte rimanevo deluso, soprattutto quando erano solo noiose stelle svedesi di cui non me ne fregava niente. Ma un giorno papà mi fece una delle sue sorprese e tornò a casa con uno scatolone intero pieno di pacchetti di figurine. Fu una vera festa, io li aprii e trovai tutti i giocatori brasiliani più fighi... è un bellissimo ricordo.
Ogni tanto io e papà guardavamo la tv insieme e chiacchieravamo, e tutto andava a gonfie vele. Ma altri giorni lui era ubriaco fradicio. Ho ancora davanti agli occhi immagini semplicemente spaventose, e quando diventai un po’ più grande accettai di scontrarmi con lui anche duramente. Non mi tiravo indietro come mio fratello. Gli dicevo: «Tu bevi troppo, papà», e avevamo dei litigi pazzeschi, scontri totalmente insensati. Ero capace di tenergli testa anche quando gli leggevo in faccia che mi avrebbe urlato: «Ti sbatto fuori di casa» e cose del genere. Volevo dimostrare che sapevo dire la mia, e di tanto in tanto succedeva un gran casino. Ma lui non mi toccava mai, neanche con un dito. Anzi sì, una volta mi alzò in aria due metri e poi mi mollò sul letto, ma questo solo perché ero stato cattivo con Sanela, che era la luce dei suoi occhi. Fondamentalmente era la persona più buona del mondo, e io adesso capisco che non aveva una vita facile. «Lui beve per annegare i suoi dispiaceri» diceva mio fratello, e forse non era tutta la verità. Ma di certo la guerra nell’ex Jugoslavia l’aveva colpito molto duramente.
Della guerra non ho mai capito un granché. Non mi raccontavano mai niente. Mi proteggevano, tutti si sforzavano tantissimo in questo senso, e io non capii nemmeno perché mamma e le mie sorelle a un certo punto iniziarono a vestirsi di nero. Lo fecero perché la mia nonna materna era morta sotto un bombardamento in Croazia: la piangevano tutti, tranne me che non dovevo sapere, e non dovevo curarmi del fatto che le persone fossero serbe o bosniache o chissà cos’altro.
Ma quello che soffriva di più era papà. Veniva da Bijeljina, in Bosnia. Era stato muratore laggiù, e tutta la sua famiglia e i vecchi amici abitavano ancora in quella città che adesso, all’improvviso, era diventata un inferno. Bijeljina fu praticamente violentata, e non è poi così strano che papà riprese a definirsi musulmano, niente affatto. I serbi invasero la città e giustiziarono centinaia di musulmani, credo che lui conoscesse molti di loro. Tutta la sua famiglia fu costretta alla fuga. L’intera popolazione di Bijeljina fu sostituita dai serbi, che presero possesso delle case vuote e anche della vecchia stamberga di papà. Qualcuno semplicemente entrava e si appropriava della tua casa. Ecco perché papà, dopo il lavoro, non aveva mai tempo per sé: aspettava tutte le sere i notiziari alla tv o qualche telefonata dal suo Paese. La guerra lo divorava, e seguirne gli sviluppi divenne per lui un’ossessione. Stava seduto lì da solo e beveva e soffriva, e ascoltava la sua musica e io stavo ben attento a tenermi fuori casa o me ne andavo dalla mamma.
Da papà c’eravamo solo io e lui. C’era del vuoto, come ho detto. Invece a casa di mamma era un casino totale. Gente che andava e veniva, urla, baccano. Mamma si era trasferita al quinto piano di un condominio nella stessa strada della vecchia casa, al 5a di Cronmans väg: abitava sopra zia Hanife, o Hanna, come la chiamavo io. Anche a casa di mamma c’erano un bel po’ di cose che non andavano. Una delle mie sorellastre sprofondò sempre più nella droga e mamma era arrivata al punto di sussultare ogni volta che suonava il telefono o che bussavano alla porta: «Non ne abbiamo avute a sufficienza, di disgrazie? Che c’è adesso?». Tutte quelle preoccupazioni l’hanno fatta invecchiare prima del tempo e resa ultrasospettosa verso tutto ciò che passa per casa. Non molto tempo fa mi ha chiamato sconvolta: «Zlatan, c’è della droga nel frigo!». Io sono scattato come una molla e ho telefonato subito a Keki: «Ma che cazzo, c’è della droga nel frigo di mamma?!». Lui non ci capiva niente, ma poi si è accesa una lampadina: quello di cui parlava mamma era tabacco da masticare. L’avevo procurato io a mio fratello. «Tranquilla, mamma, è soltanto tabacco.» «Stessa porcheria.»
È rimasta veramente segnata dagli anni della nostra giovinezza, e avremmo certamente dovuto essere un po’ più educati. Ma l’educazione era qualcosa che non avevamo mai imparato. Conoscevamo solo la durezza. Mi ricordo una volta che, da ragazzo, ero su da mia sorella, quella delle droghe. Se n’era andata molto presto di casa e faceva dentro e fuori dai centri di recupero, ma ricascava sempre nel vizio e alla fine mamma ruppe i ponti con lei, oppure fu mia sorella stessa a farlo, non importa. Non conosco con precisione i retroscena. In ogni caso fu una faccenda molto pesante, ma noi abbiamo questa tendenza in famiglia: siamo vendicativi e drastici, diciamo: «Non vogliamo vederti mai più» e cose del genere.
Quella volta dunque ero da mia sorella nel suo piccolo appartamento. Forse era il mio compleanno, ricordo che lei aveva comperato dei regali ed era anche gentile, a suo modo. Ma poi io ebbi bisogno di andare in bagno e allora lei mi bloccò, in preda al panico. «No, no» gridava, e corse lì dentro a trafficare. Capii che qualcosa non andava, e poi vidi che c’erano in giro un bel po’ di quei maledetti aggeggi. Ma, come ho già detto, cercavano di tenermene lontano, e io avevo i miei interessi, le mie bici e il mio calcio, e poi i miei sogni su Bruce Lee e Muhammad Ali. Io volevo diventare come loro.
Papà aveva un fratello maggiore di nome Sabahudin nella ex Jugoslavia. Era nato nel 1944 e lo chiamavano Sapko, mio fratello maggiore ha preso il nome da lui. Sabahudin faceva il pugile, ed era un vero talento. Gareggiava per il BK Radnicki nella città di Kragujevac e diventò campione jugoslavo con il suo club e membro della Nazionale. Ma un giorno, nel 1967, novello sposo e a soli ventitré anni, andò a fare il bagno nel fiume Neretva: c’erano delle forti correnti e credo anche che lui avesse un qualche difetto al cuore o ai polmoni. Sta di fatto che fu trascinato sul fondo e annegò... Fu un duro colpo per la famiglia, e dopo quell’episodio mio padre diventò un po’ un fanatico della boxe. Aveva tutti i grandi incontri di pugilato registrati e su quei vecchi nastri, oltre a Sabahudin, c’erano Ali, Foreman e Tyson, e poi tutti i film di Bruce Lee e Jackie Chan.
Era questo quello che guardavamo quando ci facevamo compagnia davanti alla tv. La televisione svedese era come se non esistesse, noi vivevamo in un mondo completamente diverso. Sono dovuto arrivare a vent’anni, prima di vedere il mio primo film svedese, e non avevo la minima conoscenza degli eroi o dei campioni sportivi svedesi, tipo Ingemar Stenmark o i grandi tennisti. Ma Ali, lui sì che lo conoscevo! Che leggenda! Lui seguiva il suo stile a prescindere da cosa dicesse la gente. Non chiedeva mai scusa e questo per me era grandioso. Andava per la sua strada. Sempre. Così bisognava essere, e io gli presi in prestito certi modi di dire, «Sono il più grande», cose così. C’era bisogno di tenere un atteggiamento da duro a Rosengård, e se ti arrivava all’orecchio qualche insulto – la cosa peggiore era essere chiamato checca –, be’, non ti potevi tirare indietro.
Il più delle volte, comunque, non litigavamo fra di noi. Non si caga nel proprio letto, come usavamo dire. Eravamo piuttosto noi di Rosengård contro tutti gli altri. Una volta, al festival di Malmö, vidi un sacco di ragazzi di Rosengård, tipo duecento, che inseguivano un tipo da solo. Non sembrava esattamente uno scontro alla pari, detto in tutta onestà. Ma siccome erano ragazzi del mio quartiere, cominciai a correre con loro, e non credo che quel tipo sia stato così bene, dopo. Eravamo arroganti e sfrenati. Facevamo i duri, ma certe volte non era così facile.
Quando io e papà abitavamo dalle parti della Stenkulaskolan, facevo spesso tardi dalla mamma e allora ero costretto a ritornare a casa attraverso un tunnel buio che passa sotto Amiralsgatan e che sbuca di fronte al tunnel di Annelund. Una volta, molti anni prima, papà era stato rapinato e malmenato brutalmente proprio in quel punto ed era finito all’ospedale con un polmone perforato. Finivo per pensarci spesso, anche se ovviamente cercavo con tutte le forze di evitare: ma più cercavo di ricacciare quel pensiero, più ritornava a galla. In quel quartiere correvano anche i binari di una ferrovia, là, su in alto, e una strada; c’erano poi un orribile vicoletto, alcuni cespugli e due lampioni, uno proprio davanti al tunnel e un altro all’estremità opposta. Per il resto era buio, e faceva paura. Perciò i lampioni erano diventati i miei punti di riferimento. Correvo dall’uno all’altro come un matto, con il cuore che scoppiava, e per tutto il tempo pensavo: “Di sicuro lì dentro è in agguato qualche bastardo, come quelli che hanno aggredito papà”, e poi pensavo in modo totalmente maniacale: “Se riesco a correre davvero veloce sono al sicuro”, e ritornavo a casa con il fiatone, altro che Muhammad Ali!
Un’altra volta papà portò me e Sanela a fare il bagno ad Arlöv e dopo io andai a casa di un amico; proprio quando arrivò il momento di tornare attaccò a piovere. Diluviava e io pedalai sotto l’acqua come un idiota, e una volta arrivato entrai in casa barcollando, bagnato fradicio. Abitavamo in Zenithgatan allora, abbastanza lontano da Rosengård, ed ero totalmente esausto. Tremavo e avevo mal di pancia, un male assurdo. Non riuscivo a muovermi. Stavo raggomitolato nel letto, vomitavo, avevo le convulsioni. A un certo punto deliravo, e papà entrò in camera e sì, certo, lui è quello che è, i suoi frigoriferi erano vuoti e beveva troppo. M quando è veramente necessario non c’è nessuno come lui: chiamò un taxi, mi prese in braccio in quell’unica posizione in cui riuscivo a stare, tipo gamberetto, e poi mi portò giù alla macchina che aspettava. Ero leggero come una piuma, allora. Papà era grande e grosso e fuori di sé, era come un leone in gabbia, e gridò alla tassista: «Questo è mio figlio. Se ne sbatta delle regole del traffico, pago io le multe, tra cinque minuti voglio essere all’entrata dell’ospedale». La donna fece come le aveva detto, passò un paio di volte col rosso e poco dopo arrivammo al reparto pediatrico dell’ospedale di Malmö. La situazione era ormai critica, da quello che avevo capito. Dovevano farmi un’iniezione nella schiena. Papà aveva sentito dire qualche storia di gente che era rimasta paralizzata e immagino che sbraitò una sfilza di insulti e minacce.
Avrebbe messo sottosopra l’intera città se qualcosa fosse andato storto. Ma poi si calmò. Finalmente mi fecero quell’iniezione nel midollo spinale: io ero steso sulla pancia e singhiozzavo. Venne fuori che avevo la meningite. L’infermiera abbassò le tapparelle e spense tutte le luci, doveva esserci buio totale intorno a me. Poi mi imbottirono di medicine, mentre papà rimase a vegliarmi. Ma alle cinque del mattino dopo aprii gli occhi: la crisi era passata, e ancora oggi non so che cosa avesse potuto provocarla. Forse all’epoca mi trascuravo troppo, non seguivo esattamente una dieta equilibrata.
Ero piccolo di statura e piuttosto gracile a quei tempi, eppure dentro di me avevo trovato la forza per combattere quella battaglia.
Dimenticai in fretta quella storiaccia e, invece di restarmene in casa a rimuginare, mi misi in cerca di stimoli. Avevo un fuoco dentro, e, proprio come papà, mi infiammavo facilmente. Erano anni difficili, adesso l’ho capito. Papà aveva alti e bassi, spesso era del tutto assente oppure improvvisamente rabbioso: «Stai a casa ogni tanto!», «Non puoi pensare solo ai fatti tuoi!». Per come la vedeva lui, se ti capitava qualche casino, dovevi rialzarti e comportarti da uomo, non da ragazzino. Non c’erano alibi che reggessero. Nessun: «Oggi ho mal di pancia. Sono un po’ giù». Niente del genere! Imparai a restituire sempre il colpo e ad andare avanti, ma anche, non bisogna dimenticarlo, a fare sacrifici. Quando acquistammo un nuovo letto per me, all’Ikea, papà non poteva permettersi le spese di trasporto. La consegna a domicilio costava un buon cinquecento corone extra o qualcosa del genere, perciò che cosa dovevamo fare? Semplice. Papà si trasformò in Superman: portò il letto sulla schiena per tutta la strada dall’Ikea a casa, un’autentica follia, chilometro dopo chilometro, e io lo seguivo con le testate. Non pesavano niente al confronto. Eppure non riuscivo a stargli dietro. «Fai con calma, papà. Fermati, ogni tanto.» Ma lui procedeva come un carro armato. Aveva quello stile macho, e dovevate vederlo quando compariva con il suo fare da cowboy alle riunioni dei genitori a scuola. Tutti si chiedevano: «Ma chi è quello lì?». La gente lo notava. Incuteva rispetto, e gli insegnanti di sicuro non osavano lamentarsi di me tanto quanto avrebbero voluto: «Con quel tipo dobbiamo andarci un po’ cauti!».
Mi hanno chiesto spesso, ovviamente, che cosa avrei fatto se non fossi diventato un calciatore. Non ne ho la più pallida idea. Forse sarei diventato un criminale. Io e i miei amici del quartiere combinavamo parecchie cazzate. Non che ce ne andassimo in giro a rubare per professione, ma succedevano comunque un bel po’ di cose in maniera del tutto spontanea, e non solo con le biciclette. C’era un bel viavai anche dai grandi magazzini, e spesso era l’azione stessa a eccitarmi. I furtarelli mi stimolavano, e devo essere grato che papà non lo venne mai a sapere. Papà beveva, è vero, ma le sue regole erano ferree: bisognava fare il proprio dovere e così via... Sicuramente non rubare era in cima alla lista, questo è garantito. Se mi avesse scoperto sarebbe stato il finimondo.
Quella volta che ci beccarono ai grandi magazzini Wessels con le nostre giacche a vento imbottite, ebbi un culo pazzesco. Avevamo rubato merce per un valore di millequattrocento corone, non si trattava delle solite caramelle. Ma venne a prenderci il papà del mio amico, e quando da noi arrivò una lettera della polizia, Zlatan Ibrahimovic è stato sorpreso a rubare, bla bla bla, feci in tempo a stracciarla prima che papà la vedesse. Mi andò bene e continuai a rubacchiare, perciò insomma, l’avete capito, sarei potuto finire male.
Ma una cosa posso dire con sicurezza: non avrei mai fatto cazzate con la droga. Per motivi naturali ero totalmente contro. Non buttavo via solo la birra di papà, gettavo anche le sigarette della mamma. Odiavo la droga e qualsiasi genere di schifezze e sono dovuto arrivare a diciassette o diciotto anni prima di ubriacarmi per la prima volta e vomitare nell’androne del palazzo come un adolescente qualsiasi: dopo quella volta non ci sono state molte sbronze, soltanto un collasso nella vasca da bagno dopo il primo scudetto con la Juventus. Ci voleva Trezeguet, quel serpente, a sfidarmi con i suoi shottini! Io e Sanela andavamo giù duro anche con Keki, se lo avessimo beccato a fumare o a bere gli avremmo spezzato le ossa, tipo.
Era una faccenda un po’ speciale, questa del fratellino. Ci prendevamo cura di lui. Per le questioni sentimentali andava da Sanela, per quelle un po’ più toste veniva da me. Io mi impegnavo, cercavo di tenerlo d’occhio, ma per il resto non ero esattamente un santo, e non ero sempre così gentile verso amici e compagni di squadra. Anzi, spesso facevo cose aggressive. Quel genere di cose che oggi mi mandano in bestia se qualcuno osa farle ai miei figli. Questo non va dimenticato. Avevo una specie di doppia personalità già allora.
Ero al tempo stesso disciplinato e turbolento, e su questa base costruii la mia filosofia, decisi il mio stile: accompagnare sempre le chiacchiere a grandi prestazioni. Quindi non mi piaceva chi diceva parole a vuoto del tipo: «Io sono il migliore, e tu chi sei?», ovviamente no, non c’è niente di più idiota, ma neppure chi faceva grandi imprese per poi limitarsi a balbettare quattro stupidate come le stelle dello sport svedese. Io sarei diventato il migliore, ma me ne sarei anche vantato. Non che fossi convinto di diventare una stella, venivo pur sempre da Rosengård! Ma forse sono diventato quello che sono anche per questa stramba filosofia.
Ero disordinato, ero matto, ma avevo anche carattere. A scuola arrivavo sempre in orario. Facevo fatica ad alzarmi la mattina, mi succede tutt’ora, ma facevo sempre i miei compiti... vabbe’, quasi sempre. Con la matematica non avevo la minima difficoltà. Bam bam, ed ecco che vedevo la risposta corretta. Era un po’ come sul campo di calcio. Immagini e soluzioni mi apparivano improvvisamente. Ma non ero bravo a scrivere bene tutti i passaggi e l’insegnante credeva che copiassi. Non ero esattamente il ragazzo dal quale la gente si aspettava buoni risultati scolastici, ero piuttosto il tipo che mandavano fuori a calci dalla scuola dell’obbligo. Eppure studiavo veramente, recuperavo il tempo perso in vista delle verifiche per poi naturalmente dimenticare tutto quanto il giorno dopo. Non ero proprio una bestia, ecco, solo avevo difficoltà incredibili a stare seduto fermo, tiravo gomme ai compagni durante le lezioni e cazzate del genere.
Erano anni inquieti. Cambiavamo casa di continuo, non so esattamente perché: restavamo di rado più di un anno nello stesso posto, e gli insegnanti sfruttavano questa informazione a loro vantaggio. «Devi andare alla scuola della tua zona» dicevano, non per pignoleria burocratica ma perché vedevano una possibilità di liberarsi di me. Passando di scuola in scuola avevo difficoltà a farmi degli amici, mentre a casa papà era preso tra il suo lavoro massacrante e la sua guerra, e il suo bere, e un fischio nelle orecchie che non gli dava tregua. Aveva come uno scampanellio che gli tormentava continuamente la testa.
Perciò sempre più spesso dovevo badare a me stesso da solo e cercavo di non curarmi di tutto il caos che regnava nella mia famiglia. C’era sempre qualcosa che non andava come doveva.
Sapete, noi dei Balcani siamo gente dura. Mia sorella, quella delle droghe, aveva rotto definitivamente con la mamma e con noi, e forse c’era da aspettarselo, dopo tutti i casini con la tossicodipendenza e i centri di recupero. Ma anche l’altra mia sorellastra fu radiata dalla famiglia. La mamma semplicemente la cancellò, e io non so neanche di preciso per quale motivo. Era per via di qualche bega che aveva a che fare con un fidanzato, un ragazzo jugoslavo. Lui e mia sorella avevano litigato e mia madre, per qualche ragione, aveva preso le parti del ragazzo. Così mia sorella aveva dato di matto e lei e la mamma si erano urlate cose tremende e non era stato certo un bel momento. Ma dai, non poteva essere la fine del mondo! Non era certo la prima volta che si litigava, nella nostra famiglia. Ma la mamma è orgogliosa, davvero troppo orgogliosa, e di sicuro sia lei sia mia sorella svilupparono una qualche forma di blocco. È qualcosa che riconosco. Anch’io non riesco a dimenticare, sono capace di ricordarmi dell’entrataccia di un avversario per anni. Mi restano in mente le bastardate ai miei danni, e so essere incredibilmente vendicativo. Ma quella volta si superarono i limiti.
Eravamo stati in cinque fratelli a casa di mamma, e all’improvviso ci ritrovavamo in tre: io, Sanela e Keki, e non c’era nulla che potessimo fare. Era come scolpito nella pietra: la sorellastra non faceva più parte della famiglia, e gli anni passarono.
Ma quindici anni più tardi suo figlio telefonò a mia madre. La mia sorellastra aveva dunque avuto un bambino, un nipote della mamma, in altre parole.
«Ciao nonna» aveva detto, tipo, ma mamma non ne volle sapere di lui. «Mi spiace» gli disse soltanto, e mise giù.
Quando lo seppi non volevo crederci. Sentii un groppo in gola. Non posso descriverlo. Avrei voluto sprofondare. Non si fa così! Per nessuna ragione! Ma c’è così tanto orgoglio nella mia famiglia che rende ogni cosa difficile, e io posso solo ringraziare Dio di aver avuto il calcio.
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Io Ibra: 1 - 2
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