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Io, Ibra: la biografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic scritta da David Lagercrantz

 

Capitolo 17

io ibraForse stavo crescendo e diventando adulto, forse no. Ormai lo avrete capito, io ho sempre bisogno di nuovi stimoli. È così fin da quando ero bambino, e certe volte vado fuori strada. Nel vero senso della parola.
Ho un vecchio amico che aveva una pizzeria a Malmö, pesa circa centoventi chili e con lui una volta stavo andando da Båstad a Malmö con la mia Porsche. Devo dirlo, molti non amano venire in macchina con me, e non perché non sia un bravo guidatore. È che anche al volante ho molta grinta, e quella volta accelerai fino a toccare i trecento. Ma mi sembrava di andare piano, e allora continuai a pigiare, trecentouno, trecentodue... dopo un po’ la strada cominciò a restringersi. Ma io continuavo, e quando il tachimetro toccò i trecentoventicinque il mio amico esplose: «Zlatan rallenta, porca puttana, io ho una famiglia!». «E perché io no, brutto ciccione?» risposi.
Poi rallentai, controvoglia, ci rilassammo e sorridemmo. In fondo si trattava della nostra vita... Ma essere ragionevole per me non è sempre facile. Cose del genere mi danno la carica, e anche se non mi sono mai fatto droga o altre schifezze, forse ho anch’io una piccola dipendenza. Mi vengono delle manie. Attualmente è la caccia, ma a quei tempi era l’Xbox, e nel novembre di quell’anno uscì un nuovo gioco.
Si chiamava Gears of War, e mi prese totalmente. Costruii un’intera sala giochi e ci stavo chiuso dentro per ore: potevano farsi le tre, le quattro del mattino, avrei dovuto dormire e tenere dei ritmi più sani per non arrivare all’allenamento del mattino dopo come un rottame. Ma me ne fottevo. Gears of War diventò come un veleno, Gears of War e Call of Duty. Passavo tutto il mio tempo libero a giocarci.
Ero come intossicato. Non riuscivo a smettere, e spesso giocavo online con gente di tutto il mondo: inglesi, italiani, svedesi, tutte le nazionalità immaginabili, per sei, sette ore al giorno. Ovviamente, avevo il mio gamertag* e non potevo certo chiamarmi Zlatan in rete, perciò nessuno sapeva chi si nascondesse dietro il mio nickname.
Ma giuro: facevo colpo sulla gente anche sotto falso nome. Ho sempre giocato ai videogiochi, e sono estremamente competitivo in tutto. Mi concentro sempre sul mio obiettivo, qualsiasi esso sia. Battevo tutti. Ma ecco, c’era un altro tizio, anche lui era bravo ed era sempre online, tutta la notte, proprio come me. Il suo gamertag era D e qualcos’altro, e a volte lo sentivo parlare in cuffia: tutti chiacchieravano durante le partite o fra l’una e l’altra.
Io cercavo di tenere la bocca chiusa, sennò immaginate? Ma non sempre era facile. Avevo l’adrenalina in corpo, e uno di quei giorni lui cominciò a parlare di macchine. D aveva una Porsche 911 Turbo, disse, e allora non ce la feci più. Era lo stesso modello che avevo passato a Mino dopo il nostro famoso primo pranzo ad Amsterdam. Così cominciai a chiacchierare, ma capii subito che la gente iniziava a sospettare.
«Dalla voce sembri Zlatan» disse qualcuno. «No, no, non sono io.» «Avanti, su» ribatterono, e mi fecero delle domande. Io riuscii a svicolare ma poi passammo a parlare di Ferrari, e non è che fosse granché meglio. «Io ne ho una» dissi a un certo punto. «Non una qualunque, veramente...» «Che modello?» «Se te lo dico non ci credi» risposi, e allora D s’incuriosì ancora di più. «Avanti, su! Quale?» «È una Enzo.»
Restò in silenzio. «Non ci credo.» «Te l’avevo detto!» «Una Enzo?» «Una Enzo!» «Allora tu puoi essere una sola persona.» «Chi?» «Quello di cui si parlava.»
«Forse» dissi io. «O forse no.» E poi continuammo a giocare. Quando non giocavamo chiacchieravamo, io cercavo di scoprire qualcosa in più su di lui e venni a sapere che lavorava in Borsa. Parlare con lui era facile, mi accorsi che il calcio gli piaceva e amava le macchine veloci. Ma non era uno spericolato, piuttosto un tipo calmo, riflessivo. Un giorno finimmo a parlare di orologi, sono un’altra cosa per cui ho avuto un certo interesse. D avrebbe voluto un AP, un Audemars Piguet, un pezzo di gran pregio, e disse che stava pensando di prendere quell’orologio piuttosto particolare, e qualche altro giocatore che era online in quel momento disse: «Ci sono tempi d’attesa molto lunghi, per quello» e forse era anche vero, ma certo non per me. Un giocatore di calcio in Italia ha diversi bei vantaggi, uno di questi è che può saltare qualsiasi coda. Così mi intromisi di nuovo.
«Posso procurartelo nel giro di una settimana per xxx euro.» «Stai scherzando?» «Assolutamente no!» «E come fai?» «Mi basta fare una telefonata.» Pensai: “Tanto cos’ho da perderci?”.
Se D non avesse voluto più l’orologio o diceva solo stronzate, potevo tenerlo io. Non era chissà quale affare e il ragazzo mi pareva affidabile: parlava di Ferrari e di altri giocattoli di lusso, eppure non mi sembrava un esaltato. Sembrava semplicemente che gli piacessero le cose belle, perciò gli dissi: «Senti, presto dovrò andare a Stoccolma, starò allo Scandic Park». «Ok» disse. «Se il tal giorno ti farai trovare giù nella hall alle quattro, avrai il tuo orologio.» «Stai dicendo sul serio?» «Io sono un tipo serio!» risposi.
Quindi telefonai al mio contatto e in pochi giorni mi consegnarono l’orologio, un piccolo gioiellino. Poi diedi i miei estremi bancari a D attraverso l’account Xbox. Non molto tempo dopo, come avevo detto andai a Stoccolma: dovevamo giocare una partita di qualificazione per gli Europei, e come al solito stavamo allo Scandic Park. Io e Lagerbäck ci eravamo riconciliati, dopo tutti i casini, e arrivai in albergo e salutai gli altri ragazzi della squadra. Alle quattro scesi con l’orologio alla reception, secondo gli accordi. Ero assolutamente tranquillo, ma portai con me anche Janne Hammarbäck, l’addetto alla sicurezza.
Non avevo idea di che faccia avesse D o di che tipo fosse. Mi guardai in giro e l’unica persona che vidi fu un tipo bruno e mingherlino che stava seduto in una poltrona, e che pareva molto timido. «Sei qui per un orologio?» dissi avvicinandomi. «Sì, io...»
Si alzò in piedi, e mi accorsi subito che era totalmente spiazzato. Immagino che ormai doveva aver capito chi fossi, ma in quel momento dovette pensare: “Allora sei veramente tu!”. Era una reazione che avevo già visto. La gente diventa insicura con me, perde fiducia in se stessa, e allora io cerco di essere più aperto e più gentile. Così ci mettemmo a parlare e cominciai a chiedergli un sacco di cose sul suo lavoro, quali posti frequentava quando usciva e questo genere di cose, e dopo un po’ si rilassò. Allora attaccammo a parlare di Xbox, e come dire? Fu piacevole. Era qualcosa di nuovo.
I miei amici di Rosengård sono ragazzi di strada: hanno altri modi, s’incazzano facilmente, e di per sé non c’è niente di sbagliato in questo, assolutamente, io sono cresciuto con loro. Ma questo ragazzo era intelligente e posato, pensava in modo diverso, non era aggressivo per niente, non aveva bisogno di fare il figo. Normalmente non entro così facilmente in confidenza con la gente. Ho preso diverse batoste per dare fiducia a chi non la meritava. Ma vidi subito che con D andavo d’accordo, e gli dissi: «Lascio l’orologio alla reception, appena mi arrivano i soldi sul conto puoi ritirarlo» e la cosa si risolse in fretta.
Da quel giorno restammo in contatto. Ci sentivamo via sms o per telefono e a un certo punto lui venne a trovarci a Milano. Lui era esattamente come avevo sospettato: un ragazzo svedese beneducato che dice: «Piacere di conoscerti» e così via. Non c’entrava niente con i miei amici di Rosengård, in compenso andava molto d’accordo con Helena. “Finalmente un ragazzo che non lancia petardi nei chioschi di kebab!” dovette pensare.
D diventò così una nuova presenza nella mia vita, e Helena lo chiama il mio amico di Internet.

Vi ricordate il Miglio del Malmö, il tragitto di corsa che mi evitavo prendendo l’autobus o fregando qualche bicicletta? Non erano passati poi tutti quegli anni, e certe volte mi capitava di ripensarci: ripensavo non solo all’emozione del giorno in cui ero stato promosso in prima squadra ma anche all’insicurezza che avevo provato verso tante cose, a quei tempi. Prendiamo per esempio quei villoni in Limhamnsvägen che vedevo mentre correvo. All’epoca mi sembravano irraggiungibili, soprattutto quella famosa casa rosa grande come un castello. Ricordo che mi chiedevo: “Che genere di persone può permettersi di vivere così? Avranno i soldi che gli escono dalle orecchie”.
In un certo senso lo pensavo ancora. Non ero più insicuro di fronte a quel genere di persone, al contrario, ma ricordavo la sofferenza: la sofferenza di stare al di fuori di tutto quel mondo e vivere in altre condizioni, con altre regole. È il genere di sensazione che non dimentichi. Io sognavo ancora la rivincita: volevo mostrare a tutti che non ero più il ragazzino con la Fido Dido. Ero diventato uno che, come loro, poteva permettersi la villa più bella.
Tra l’altro io e Helena avevamo veramente bisogno di una casa a Malmö. Non potevamo più appoggiarci alla casa di mia madre a Svågertorp. Aspettavamo il secondo figlio. Volevo avere uno steccato da poter sfondare a pallonate quando mi girava, e io ed Helena cominciammo ad andare un po’ in giro a vedere delle case. Era anche un divertimento. Mettemmo giù delle classifiche di gradimento e cosa credete, quale casa c’era in cima alla lista? La villa rosa in Limhamnsvägen, ovviamente, e non solo per via dei miei vecchi sogni. Era davvero la casa più bella, la più bella di tutta Malmö ma... ovvio, c’era un problema. C’era della gente che ci abitava, e non erano intenzionati a vendere. Ma decidemmo di non arrenderci. Forse semplicemente facendo loro un’offerta che non potevano rifiutare, non certo mandandogli lì qualche amico di Rosengård. No, questa era una faccenda da trattare con stile. Uno di quei giorni Helena era all’Ikea e incontrò un’amica: cominciarono a parlare di quella casa bellissima e dei nostri progetti e all’improvviso Helena si sentì dire: «Ma dai, ci abitano dei miei amici!». «Potresti organizzami un incontro? Vorremmo parlare con loro» disse Helena. «Stai scherzando?» «Neanche un po’.»
E così fu. L’amica di Helena chiamò i tizi che abitavano la casa dei nostri sogni e questi le confessarono di non essere minimamente intenzionati a vendere: si trovavano bene lì e i vicini erano gentili e l’erba era verde e la vista verso Ribersborg e l’Öresund fantastica e bla bla bla. Ma l’amica aveva ricevuto precise istruzioni e rispose che se non volevano vendere a nessuna cifra ok, nessun problema, bastava dircelo apertamente, ma anche in questo caso non sarebbe stato comunque simpatico incontrare Zlatan ed Helena per un caffè?
Loro accettarono e ci invitarono a casa. Appena arrivammo intuii subito che ce la potevamo fare a convincerli, ma soprattutto varcando quel cancello ebbi una strana sensazione: mi sentii grande e piccolo al tempo stesso, il ragazzo che restava a bocca aperta guardando quelle case mentre percorreva il Miglio e la grande star. All’inizio gironzolai un po’ per casa con Helena, tipo: «Carino, carino, ma che bello», ero gentile e via dicendo. Ma poi, al momento del caffè, non potei più trattenermi.
«Noi siamo qui perché voi abitate nella nostra casa» dissi, e allora l’uomo scoppiò a ridere, della serie: «Ah ah, molto divertente!». Era una battuta, in un certo senso, ma io continuai: «Rideteci pure, però io dico sul serio. Voglio acquistare la casa, farò in modo che siate soddisfatti, ma dobbiamo averla». Allora lui ribadì: «Non è in vendita, a nessuna condizione».
Era molto deciso, o piuttosto fingeva di esserlo, ma io capii. Era come una trattativa di mercato. Era un gioco. La casa aveva un prezzo anche per lui, glielo si leggeva negli occhi. Io spiegai la mia idea: «Non voglio occuparmi di cose che non conosco. Io faccio il calciatore, come negoziatore non valgo niente. Vi manderò una persona a trattare».
Non Mino, se era a lui che pensavate. Non c’era bisogno di esagerare. Mandai un avvocato, e non crediate che io sia un pazzo che butta via i suoi soldi senza pensarci. Sono un tattico. Sono cauto. Non gli dissi: «Vai e prendila a qualsiasi prezzo», ma: «Vedi di averla al minor prezzo possibile», e ce ne restammo seduti lì a casa, in attesa. Era un piccolo dramma familiare. Finalmente arrivò la telefonata: «Vendono per trenta». Ok, non c’era niente da discutere, allora compravamo per trenta. Francamente, per quella cifra, credo che la coppia se ne andò di corsa. Io l’avrei fatto. Insomma, non è che la prendemmo gratis...
Ma quello fu soltanto l’inizio, rinnovammo tutto come dei pazzi, senza risparmiare su niente. A un certo punto saltò fuori che non potevamo alzare il muro di cinta perché il Comune non dava il permesso. Perciò che cosa potevamo fare? Noi volevamo un muro più alto, a prova di stalker e di giornalisti. Così ci abbassammo noi, o meglio, abbassammo il terreno.
Ci furono un sacco di altri lavori del genere, ci davamo dentro, e non erano sempre interventi ben visti dai vicini. In quella zona di solito le case passano di padre in figlio: lì c’è solo l’alta borghesia di Malmö, e non una sola persona parla come me. Nessuno dice «La miglior baracca del quartiere» riferendosi a casa propria. Dicono tutti «Distinta dimora», «Magnifica e sofisticata» e cose del genere. Ma io volevo dimostrare che un ragazzo come me poteva arrivare lì con i propri mezzi. Ok, non mi aspettavo gli applausi, ma neppure commenti tipo: «Diamine, devono proprio fare questo e questo e quest’altro? Non smettono un attimo». Continuavano a lamentarsi. Ma noi ce ne fregammo e ristrutturammo quella casa esattamente come la volevamo.
Fu Helena a occuparsene. Fu estremamente meticolosa e si fece aiutare anche da diversi musei e non so più da chi altro. Io non ero interessato allo stesso modo. Non ho la sua stessa sensibilità per questo genere di cose, ma un contributo lo diedi anch’io: nell’ingresso, sulla tappezzeria rossa, appesi una foto gigantesca di due piedi sporchi, e quando i miei amici di Rosengård venivano a trovarmi commentavano tutti: «Forte, che bomba, gran bella baracca!». «Ma che razza di piedi schifosi sono quelli? Come puoi appendere al muro una simile porcheria?»
«Idioti» rispondevo, «sono quei piedi che hanno pagato tutto quanto.»

 

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Io Ibra: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17

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