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Io, Ibra: la biografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic scritta da David Lagercrantz

 

Capitolo 18

io ibraRicordo quando lo vidi all’allenamento: fu veramente bello, devo ammetterlo. Ebbi la sensazione che qualcosa negli anni era rimasto uguale, nonostante tutte le squadre che avevo cambiato e i problemi che avevo dovuto superare. Ma non mi venne in mente niente di meglio che gridare: «Allora, come la mettiamo, mi segui come un’ombra?». «Ovvio. Qualcuno deve pur fare in modo che tu abbia sempre dei cornflakes nel frigo.» «Ma questa volta mi rifiuto di dormire in terra su un materasso.» «Se fai il bravo, troveremo qualcosa di meglio.»
Era bello aver ritrovato Maxwell all’Inter. Lui era arrivato qualche mese prima di me, ma si era fatto male al ginocchio quasi subito e aveva dovuto fare riabilitazione, per cui passò qualche tempo prima che lo vedessi. Non credo di conoscere un giocatore più elegante. È il classico terzino brasiliano molto offensivo che osa la giocata anche vicino alla propria area, e spesso è un piacere guardarlo. Eppure – non ti offendere, amico – certe volte mi meraviglio che sia diventato tanto bravo: ragazzi così buoni e gentili di solito faticano a farsi valere nel calcio. Devi essere duro e grintoso, e io sentivo di esserlo diventato davvero dopo gli anni alla Juve: mai come il primo anno all’Inter avevo contribuito alla vittoria di un titolo non solo in campo, ma attraverso il mio atteggiamento nello spogliatoio.
Quella stronzata dei brasiliani in un angolo e degli argentini nell’altro era sparita, e ogni mese che passava la mia posizione nel club si faceva più forte. Moratti ovviamente se ne rendeva conto. Mi trattava bene e faceva in modo che anche la mia famiglia fosse contenta. Anche perché in campo continuavo a brillare, e ormai eravamo tornati definitivamente ai vertici del campionato. I cupi anni Novanta in cui l’Inter non era mai riuscita ad aprire un ciclo vincente erano ormai spazzati via. Le cose erano andate come avevo sperato, con il mio arrivo era decollata la squadra intera, e io e Mino avevamo capito di essere in un’ottima posizione per negoziare il rinnovo del contratto.
Era ora di ridiscutere il contratto, e in questo nessuno è più bravo di Mino. Con Moratti usò tutti i suoi trucchi. Non ho idea di che cosa si dissero, non partecipavo mai alle trattative, ma allora girava voce che il Real Madrid fosse interessato a me e Mino ne approfittò alla grande per fare pressione su Moratti. Ma, detto sinceramente, non occorreva neppure così tanto: gli equilibri con il tempo erano un po’ cambiati. Quando avevo firmato con l’Inter volevo disperatamente andarmene dalla Juventus, e Moratti ne aveva approfittato, è ovvio: quando si negozia si prendono sempre di mira i punti deboli dell’avversario, fa parte del gioco, e infatti nel corso delle trattative lui aveva abbassato l’offerta sul mio stipendio quattro volte. Ma l’avrebbe pagata. Su questo io e Mino eravamo stati d’accordo fin da subito, e adesso Moratti chiaramente non era più altrettanto forte. Considerata la mia importanza per la squadra, non poteva permettersi di perdermi, perciò non passò molto tempo prima che dicesse: «Diamo al ragazzo quello che vuole».

Ottenni un contratto coi fiocchi. Più avanti, quando la notizia cominciò a trapelare, si disse perfino che ero il giocatore più pagato al mondo. All’inizio nessuno sapeva niente (una delle condizioni di Moratti era che l’accordo rimanesse segreto per sei, sette mesi), ma col tempo il caso scoppiò. Ovviamente me lo aspettavo, e non me ne fregava niente, se non per l’ulteriore fama che avrei dovuto portarmi dietro. Chiaro, se tutti sanno che sei il giocatore più pagato al mondo ti considerano diversamente. Come si dice? Piove sempre sul bagnato. Quando raggiungi la cima, continui a salire. È semplice psicologia. Tutti sono interessati al numero uno. È così che funziona, e anche se io personalmente credo che nessuno meriti così tanti soldi, conoscevo bene il mio valore sul mercato.
Certo, a uno stipendio del genere seguono un sacco di altre cose, maggiore pressione ad esempio. Devi portare i risultati, essere sempre decisivo in campo, fare la differenza. Ma anche quello era ok. Mi piaceva essere sotto pressione. Mi dava gli stimoli che volevo, e a metà stagione avevo già fatto dieci gol. C’era una vera Zlatanmania intorno a me, era tutto un «Ibra, Ibra» e a febbraio avevamo lo scudetto in tasca. Nessuno sembrava in grado di fermarci. Poi cominciai ad avere dei problemi al ginocchio. Cercai di ignorarli, di dire «Avanti, di sicuro non sarà niente», ma il tempo passava e non andavano via, e ogni volta era peggio.
Intanto avevamo vinto il nostro girone nella prima fase della Champions e le prospettive sembravano finalmente promettenti anche lì. Negli ottavi incontrammo il Liverpool ad Anfield per il match di andata, e io sentivo che l’infortunio mi limitava. Facemmo una partita disastrosa e perdemmo due a zero. Stavo veramente male, e a quel punto non potevo più rimandare: mi feci visitare e la diagnosi parlò di infiammazione al tendine rotuleo.
Saltai l’incontro successivo con la Sampdoria. “Poco male” pensai, “la Sampdoria non è il Liverpool, i ragazzi se la caveranno senza di me.”
Ma a Genova il nostro gioco non decollò, fu uno dei primi segnali che qualcosa cominciava ad andare storto. La Samp passò in vantaggio con Cassano e solo un bel colpo di testa di Hernán Crespo ci salvò dalla sconfitta. Finì uno a uno. Con me fermo ai box, non so se dipendeva da quello o cosa, la nostra scioltezza scomparve. Qualche giorno più tardi pareggiammo uno a uno contro la Roma e il 2 marzo perdemmo uno a zero a Napoli. C’era preoccupazione. Dovevo riprendere a giocare. Il nostro vantaggio in classifica sulla Roma si stava riducendo e decidemmo di forzare i tempi del mio recupero. Già l’8 marzo tornai in campo a San Siro contro la Reggina.
La Reggina occupava la penultima posizione in classifica, ancora oggi mi chiedo se fosse il caso di farmi giocare. La Reggina non sarebbe dovuta essere un problema e io avevo ancora dolore, dovetti fare un’infiltrazione per sopportarlo. Ma nella squadra si era diffuso il nervosismo. La fiducia nelle nostre capacità era crollata durante la mia assenza e, settimana dopo settimana, Roma e Milan si erano avvicinati in classifica, perciò immagino che Mancini non avesse voluto rischiare. Da macchina che macinava vittorie, eravamo diventati una squadra che aveva paura persino delle ultime della classe, e io non potevo dire di no, soprattutto dopo che il medico, pur sotto pressione, aveva dato l’ok.
In un certo senso, era come se quel ginocchio non mi appartenesse. La dirigenza comandava sulle mie gambe, per così dire. Un calciatore del mio livello è un po’ come un’arancia: il club lo spreme fino all’ultima goccia, e poi viene l’ora di venderlo. Può suonare spietato, ma è così. Fa parte del gioco. Noi apparteniamo al club e non siamo lì per preoccuparci della nostra salute ma per vincere. Certe volte nemmeno i medici sanno da che parte stare: devono vedere i giocatori come pazienti, oppure come prodotti? In fondo non lavorano mica all’ambulatorio pubblico, loro sono parte del club, e poi tu hai sempre l’ultima parola. Puoi rifiutare. Puoi perfino gridare: «No, impossibile, mi fa troppo male». Nessuno conosce il tuo corpo meglio di te. Ma la pressione è forte e il più delle volte vuoi giocare e sbattertene delle conseguenze. Però significa correre dei rischi. Magari puoi essere utile oggi, ma rovinare le cose sia per te sia per il club in prospettiva. Sono interrogativi che sorgono di continuo. Che cosa fare? A chi dare ascolto? Ai medici che, nonostante tutto, sono i più prudenti, oppure all’allenatore che ti vuole in campo e che spesso pensa solo alla partita che viene, tipo del domani chi se ne frega, cominciamo a vincere oggi?
Comunque sia giocai contro la Reggina e Mancini ebbe ragione – almeno sul breve termine. In quella partita segnai la mia quindicesima rete e portai la squadra alla vittoria, cosa che rasserenò l’ambiente. Ma poi il club pretese che giocassi anche la partita successiva e quella dopo ancora, e io mi adattai. Che altro potevo fare? Mi imbottivano sempre di più di iniezioni antidolorifiche e di Voltaren, e tutto il tempo sentivo mormorare o intuivo i discorsi nei corridoi: «Dobbiamo assolutamente avere Ibra in campo. Non possiamo permetterci di lasciarlo fuori». In realtà non voglio prendermela con nessuno: non ero un paziente ma il giocatore che aveva guidato la squadra fin dal primo giorno all’Inter. Fu deciso che scendessi in campo anche nella partita di ritorno di Champions League contro il Liverpool, un appuntamento fondamentale sia per me sia per la squadra.

La Champions per me era diventata un po’ una fissazione. Volevo vincere quel dannato trofeo, ma, dal momento che avevamo perso per due a zero all’andata, eravamo costretti a cercare l’impresa in casa per qualificarci. Ce la mettevamo tutta ma non trovavamo sbocchi. Io non ero certo al massimo della forma, tutt’altro. In più, al quindicesimo del secondo tempo, venne espulso Burdisso.
Era un guaio. Fummo costretti a lottare ancor più duramente. Non servì, e io mi rendevo sempre più conto che non potevo andare avanti in quel modo. Alla fine il dolore mi costrinse a uscire e non lo dimenticherò mai.
Quando sei infortunato ti domandi tutto il tempo: “Devo giocare oppure uscire, e quanto sono pronto a sacrificare per questa partita?”. Non perché tu lo sappia, saperlo non è mai possibile. È come una roulette, devi rischiare e sperare di non perdere tutto, un’intera stagione o chissà cosa. Ma io ero rimasto in campo a lungo perché era l’allenatore a volerlo, e perché credevo di poter fare la differenza in squadra. Ma l’unica cosa che successe fu che il mio infortunio peggiorò, e che perdemmo per uno a zero. Avevo rischiato la mia salute senza ottenere niente. Io e la stampa inglese non siamo mai andati molto d’accordo, e il giorno dopo mi chiamarono «Primadonna lamentosa» definendomi «Il calciatore più sopravvalutato d’Europa», e normalmente da queste cose sono solo pungolato. Come quando i genitori dei miei compagni avevano firmato per mandarmi via. Io mi impegno ancora di più e gliela faccio vedere, a quegli stronzi. Ma a quel punto non avevo nulla da cui partire per costruire la mia vendetta. Il ginocchio mi faceva male e il morale nella squadra era a terra. Tutto era improvvisamente cambiato, la vecchia armonia e l’ottimismo erano scomparsi.
«Qualcosa non va all’Inter» scrivevano i giornali, e Roberto Mancini nel dopopartita con il Liverpool dichiarò pure che avrebbe lasciato il club. Se ne sarebbe andato alla fine della stagione, disse. Qualche settimana dopo ritrattò, ma la fiducia nei suoi confronti cominciò a calare. Che cosa pretendeva? Come allenatore non puoi tentennare a quel modo: non rimango, rimango. Non è serio.
Intanto continuavamo a perdere punti, il nostro vantaggio in vetta alla classifica continuava ad assottigliarsi. Facemmo solo uno a uno contro il Genoa e perdemmo in casa contro la Juventus. Quella sera c’ero anch’io in campo. Non ero stato capace di dire di no, ma dopo soffrivo così tanto che quasi non riuscivo a camminare, e ricordo che quando entrai negli spogliatoi avrei voluto tirar giù tutto: imprecavo contro Mancini ed ero completamente fuori di me. Basta, dovevo riposare e fare riabilitazione. Non avrebbero più potuto contare su di me, qualsiasi dramma ci fosse in campionato. Non avevo scelta, dovevo fermarmi. Ma credetemi, non era affatto facile. Era uno schifo.
Tu te ne stai seduto lì. Gli altri vanno fuori ad allenarsi. Ti trascini in palestra e dalle finestre vedi i tuoi compagni di squadra sul campo. È come vedere un film nel quale dovresti esserci anche tu, ma non puoi. È una cosa che fa male, una sensazione che è peggiore dell’infortunio stesso, e così decisi di allontanarmi dai casini del club. Me ne andai in Svezia. Era primavera, tutto intorno era bellissimo ma io non riuscivo a goderne, neanche un briciolo. Avevo in testa solo un pensiero ed era quello di tornare di nuovo in forma: così mi feci visitare dal medico della Nazionale e ricordo che lui si indignò. Come avevo potuto giocare così a lungo andando avanti a infiltrazioni e iniezioni? Mancavano solo due mesi agli Europei in Svizzera e Austria, adesso anche quel torneo sembrava a rischio.
Avevo preteso troppo dal mio fisico e ora stavo malissimo e dovevo fare di tutto per ritornare il prima possibile in buone condizioni. Cominciava una corsa contro il tempo. Telefonai a Rickard Dahan, il fisioterapista del Malmö: ci conoscevamo dai tempi in cui giocavo lì, e cominciammo a lavorare insieme duramente. Inoltre mi fu consigliato un medico, un certo professore a Umeå. Andai da lui per un ciclo di terapie e cominciai a migliorare, ma ancora ce ne sarebbe voluta per tornare a giocare.
La situazione era disperata, io ero incazzato come non mai, e in più in campionato l’Inter continuava a non girare. Contro il Siena i ragazzi avrebbero potuto mettere al sicuro lo scudetto, una vittoria e via. Patrick Vieira segnò l’uno a zero e i tifosi sugli spalti cominciarono a ballare e cantare, sembrava fatta, nonostante tutto. Balotelli riuscì a riportarci in vantaggio dopo il momentaneo pareggio di Maccarone e a quel punto, davvero, non poteva più andare storta, non a San Siro, contro una squadra come il Siena.
Ma ci fu un nuovo pareggio: due a due. La tensione a quel punto schizzò alle stelle, mancavano solo dieci minuti alla fine dell’incontro. Poi Materazzi fu atterrato in area e l’arbitro fischiò il rigore. Il pubblico cominciò a tremare: non si poteva sbagliare, ci stavamo giocando la stagione. In mia assenza, il primo rigorista era Julio Cruz... Ma Materazzi, si sa, in campo è un tipo pieno di temperamento e autorità, e disse tipo: «Non me ne frega un cazzo, lo tiro io il rigore». Immagino che molti si sentirono comunque tranquilli: Materazzi aveva trentaquattro anni ed esperienza da vendere, aveva perfino deciso la finale degli ultimi Mondiali con un rigore. Ma quella volta tirò proprio male, Manninger parò e su San Siro scese il gelo, prima che i tifosi iniziassero a contestarci. Tutto sembrava perduto.
Indubbiamente, se c’era qualcuno in grado di gestire una cosa del genere quello era Materazzi. Lui è come me. L’odio lo stimola, lo spinge a cercare sempre la rivincita. Ma non dev’essere stato facile.
Gli ultras erano furibondi e i giornali scatenati, e nessuno nel club stava bene. Mentre noi avevamo perso la nostra occasione, la Roma aveva battuto l’Atalanta e ridotto ulteriormente le distanze: adesso, a una giornata dalla fine, era a un solo punto da noi.

Nell’aria ora c’erano un sacco di timori. Le sensazioni non erano buone. «Che cosa è successo all’Inter?» «Perché la squadra non funziona più?» Dappertutto si sentivano dire le stesse cose. Il fatto era che se noi avessimo perso o pareggiato contro il Parma e la Roma avesse battuto il Catania, che era sul fondo della classifica, saremmo crollati sulla linea del traguardo, perdendo tutto quello che avevamo creduto di avere già in tasca.
Io intanto ero tornato a Milano, ancora non ero del tutto guarito. Ma presto riattaccò la solita solfa, più insistente che mai: «Ibra deve giocare, dobbiamo assolutamente averlo in squadra». La pressione su di me diventò assurda, non avevo mai sperimentato niente di simile. Ero stato via in riabilitazione sei settimane e mi ero allenato pochissimo, non andavo in campo dal 29 marzo. Eravamo a metà maggio e tutti sapevano che non potevo certo essere in forma.
Nessuno ci diede peso, ma non me la presi. Ero considerato il giocatore più importante dell’Inter e il calcio in Italia è più importante della vita stessa, specialmente in situazioni di questo tipo. Erano anni che il campionato non veniva assegnato all’ultima giornata; in più lo scontro calcistico metteva Milano contro Roma, le due maggiori città, e la gente quasi non parlava d’altro che della sfida scudetto. In televisione c’erano programmi sportivi praticamente a ciclo continuo, e il mio nome era sulla bocca di tutti. «Ibra di qua», «Ibra di là», «C’è qualche possibilità che giochi?», «Ce la farà?», «Sarà in forma, nonostante l’assenza?» Questo non lo sapeva nessuno. Il match si avvicinava e ad Appiano i tifosi gridavano: «Ibra, pensaci tu!».
Davvero non era facile pensare alla mia salute e agli Europei che mi aspettavano. Il match contro il Parma mi martellava continuamente la testa, e ogni volta che uscivo mi vedevo sulle prime pagine con appelli strazianti del genere: «Fallo per la squadra e per la città!».
Poi Mancini venne da me. Mancavano solo pochi giorni alla partita. Lui è un po’ un fighetto, sapete? Gli piacciono i completi cuciti su misura e i fazzolettini da tasca e tutto questo genere di cose. Io non avevo mai avuto nulla contro di lui, ma la sua posizione all’interno del club era peggiorata molto dopo quell’altalenare a proposito del futuro. Lo ripeto: o te ne vai oppure non te ne vai, ma non puoi dire: voglio andare via, e poi cambiare idea. La cosa aveva dato fastidio a molti: c’era bisogno di stabilità nel club, non di incertezza. Ma adesso Mancini stava lottando per riacquistare la sua autorità. Era costretto a farlo. Il giorno più importante della sua vita di allenatore si stava avvicinando e niente doveva andare storto. «Sì?» dissi. «So che non sei ancora completamente guarito dal tuo infortunio.» «No.» «Ma, detto francamente, non mi interessa» continuò. «Immagino che tu abbia ragione.» «Ottimo. Ho intenzione di averti a disposizione contro il Parma, a prescindere da quello che dici. O giochi dall’inizio, o vieni in panchina. Ma devi esserci anche tu. Dobbiamo portare a casa questa vittoria.» «Lo so. E voglio anche giocare.»
Lo volevo più di qualsiasi altra cosa. Non potevo mancare nella partita che avrebbe deciso lo scudetto, sarebbe stato un rimorso che rischiavo di portarmi dietro per tutta la vita. Piuttosto soffrire per settimane e mesi, ma non perdersi una sfida del genere. Però era vero che non sapevo niente del mio stato di forma. Non sapevo come avrebbe reagito il mio ginocchio in partita, né se avrei osato darci dentro fino in fondo. Forse Mancini intuì la mia esitazione, e non voleva che il suo messaggio fosse frainteso.
Mandò da me anche Mihajlovic. Vi ricordate di lui, no? Ci eravamo scornati sul campo quando giocavo nella Juve: gli avevo dato una testata, o accennato a dargliela, e lui me ne aveva dette di tutti i colori. Ma tutto questo era il passato. Quello che succede in campo rimane sul campo, e spesso sono diventato molto amico proprio con i tipi con cui mi sono scontrato più duramente, forse perché ci assomigliamo, che ne so. Mi trovo bene con i combattenti e Mihajlovic lo era. Aveva sempre fatto di tutto per vincere, sia da giocatore sia da secondo di Mancini, e, in tutta onestà, pochi mi hanno insegnato tanto su come si batte una punizione come Mihajlovic. È un bravo ragazzo. Grande, grosso, scompigliato e anche molto diretto.
«Ibra» disse. «So cosa vuoi» feci io. «Ok, ma ascolta una cosa. Non c’è bisogno che ti alleni. Non devi fare proprio niente. Ma devi esserci contro il Parma, e devi aiutarci a vincere.» «Ci proverò» promisi. «Non devi provarci. Devi riuscirci» replicò lui prima di lasciare la stanza.

 

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