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Io, Ibra: la biografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic scritta da David Lagercrantz

 

Capitolo 21

io ibraNon l’avevo ancora inquadrato bene. Ma è chiaro, Mourinho già allora era lo Special One, e ovviamente avevo sentito dire molte cose di lui. Che era uno spaccone e che alle sue conferenze stampa dava spettacolo, che diceva esattamente quello che pensava. Ma in realtà non sapevo niente di lui, e pensai: “Sarà tipo Capello, un condottiero duro come la roccia”, e per me sarebbe andato benissimo, era uno stile che mi piaceva. Ma mi sbagliavo, almeno in parte. Mourinho è portoghese, gli piace stare al centro dell’attenzione. Manipola i giocatori come nessun altro. Eppure questo non dice ancora nulla.
Il ragazzo ha imparato molto da Bobby Robson, il vecchio CT dell’Inghilterra, più o meno una leggenda. All’inizio degli anni Novanta allenava lo Sporting Lisbona e Mourinho, che era bravo con le lingue, lo affiancava come traduttore. Ma Robson capì al volo che José aveva anche altre doti: imparava molto in fretta e parlare di calcio con lui era un piacere, così un giorno gli chiese di scrivere una relazione su una squadra avversaria. Non ho idea di che cosa si aspettasse, lo mise alla prova. Ovviamente, il rapporto di Mourinho fu fantastico.
Robson rimase a bocca aperta. Un ragazzo che non aveva mai giocato a calcio ad alti livelli gli stava fornendo il materiale migliore mai ricevuto. Doveva averlo sottovalutato, quel traduttore! Quando Robson passò al Porto e, più tardi, al Barcellona, se lo portò appresso, così Mourinho continuò a imparare non soltanto la tattica e le cose di campo, ma anche gli aspetti psicologici. Robson, per capirci, era uno che ripeteva sempre: «Quando la squadra vince, non credere che sia merito tuo. Ma quando perde, non credere di essere un sacco di merda».
Mourinho cominciò da primo allenatore agli inizi del 2000 e nel 2002, dopo un paio di brevi esperienze, prese la guida del Porto. All’epoca era un perfetto sconosciuto. Per molti era ancora The translator, e il Porto era forse una bella squadra in Portogallo, ma non certo un grande club di livello europeo. E il campionato portoghese tra l’altro, cos’era? Poca cosa. Mancavano i soldi e le star. Ma Mourinho arrivò al club con qualcosa di completamente nuovo: il totale controllo su ogni singolo dettaglio delle squadre avversarie. Spinse i giocatori a fare qualsiasi cosa per lui, e sì, certo, all’inizio io non ne capivo niente, di questo metodo. Ma avrei imparato molto presto. Sotto Mourinho, che lo studiò più meticolosamente di chiunque altro, il Porto diventò maestro nella gestione del contropiede. Contro ogni previsione, nel 2004 la squadra vinse campionato portoghese e Champions League, sopravvivendo a un girone di qualificazione con dentro il Real Madrid e mandando a casa negli ottavi il Manchester United, squadre in cui un unico giocatore guadagnava quanto l’intera squadra del Porto.
Fu una sorpresa pazzesca, una delle cose più sconvolgenti mai accadute nel calcio europeo, e Mourinho diventò l’allenatore più ricercato del mondo. Alla fine andò al Chelsea del miliardario russo Roman Abramovich, che stava riversando fiumi di denaro nel club. Ma che cosa credete? Che venne accettato in Inghilterra? Era uno straniero. Un portoghese. Molti fighetti del cazzo e giornalisti lo contestarono, e così in una delle sue prime conferenze stampa disse: «Io non arrivo da chissà dove. Io ho vinto la Champions League con il Porto. Io sono speciale. I am a Special One» e quella definizione di sé gli restò attaccata per sempre.
Da quel momento Mourinho diventò «The Special One» nei media inglesi, ma immagino venisse detto con un misto di rispetto e di sarcasmo, almeno all’inizio. Il ragazzo faceva incazzare la gente. Non soltanto perché sembrava un divo del cinema, ma anche per dichiarazioni tipo: «Se avessi cercato la calma e il riposo sarei rimasto in Portogallo: avrei avuto un meraviglioso cielo azzurro, una poltrona comoda, e poi Dio e sotto Dio me stesso».
Sapeva quanto valeva, e talvolta non si faceva problemi ad attaccare i colleghi rivali. A un certo punto disse che Arsène Wenger con il Chelsea era un po’ come un guardone, uno di quei tipi che in casa hanno dei grossi cannocchiali e spiano ciò che succede nelle altre famiglie.
Intorno a Mourinho c’era sempre un gran casino, nessun allenatore al mondo era così chiacchierato. Ma il bello di lui è che mica parlava soltanto. Faceva i fatti. Quando arrivò al Chelsea, il club non vinceva il campionato da cinquant’anni. Con Mourinho vinse due titoli di fila, ed entrambe le volte lui fu nominato miglior allenatore dell’anno.

Mourinho quindi era «The Special One», su questo ormai non c’era più da discutere. E stava per arrivare da noi all’Inter. Considerata la sua fama, mi aspettavo ordini duri fin da subito. Ma già durante gli Europei, nel ritiro della squadra, mi avvisarono che Mourinho mi avrebbe telefonato a breve e io pensai: “Dio, è successo qualcosa?”.
Invece voleva solo parlarmi. Dire: «Che bello che lavoreremo insieme, non vedo l’ora di conoscerti», niente di strano insomma, se non che lui parlava in italiano. Non lo capivo, cazzo. Mourinho non aveva mai allenato un club italiano eppure parlava la lingua meglio di me. Se l’era imparata in un niente, in tipo tre settimane, e io non riuscivo a seguirlo, dovemmo passare all’inglese. Mi resi subito conto che lui è uno che si interessa davvero, non fa le solite domande di circostanza solo perché deve, e dopo l’incontro con la Spagna ricevetti anche un suo sms.
Quando gioco, ricevo sempre un sacco di sms dai miei amici. Ma quello arrivava da Mourinho. «Bella partita» diceva, e poi mi dava dei consigli. Giuro, feci letteralmente un salto sulla panca. Era una cosa che non mi era mai successa, un sms dall’allenatore! Voglio dire, stavo giocando con la Nazionale, non erano affari suoi, eppure si stava interessando. Gli risposi e ricevetti altri messaggi. “Wow, Mourinho mi sta seguendo!” Mi sentivo considerato. Forse il ragazzo non è poi così di pietra, tutto sommato.
Aveva uno scopo, con i suoi sms. Voleva incoraggiare. Creare lealtà. Mi piacque immediatamente, scattò subito una scintilla. Ci capivamo, e mi dissi: quest’uomo è uno che lavora duro. Si fa il culo il doppio degli altri. Segue il calcio ventiquattr’ore al giorno e fa le sue analisi. Mai incontrato un allenatore che abbia una tale conoscenza delle squadre avversarie. Non si tratta del solito giocano così e così, hanno questa e quest’altra tattica, dovete stare attenti a quel tale. Mourinho sapeva tutto, ogni singolo, piccolo dettaglio, persino il numero di scarpe del terzo portiere, tipo. Tutto. Avevi la sensazione immediata che lui avesse il controllo totale.
Ma ancora doveva passare del tempo prima che ci incontrassimo. Ci furono gli Europei e poi le vacanze, e non so di preciso che cosa mi aspettassi. Naturalmente avevo visto un sacco di immagini di lui, sapevo che era elegante, sicuro di sé, ma quando lo incontrai la prima volta rimasi stupito. Era piuttosto basso, con le spalle strette, e sembrava piccolo vicino ai giocatori. Eppure intorno a lui l’aria vibrava. Metteva in riga chiunque: si piazzava davanti ai tipi che si credevano intoccabili, delle grandi star, e cominciava a comandarli a bacchetta. Stava lì, due spanne più basso, e non è che cercasse di fare il simpatico o usasse tanti per favore. Andava dritto al punto e diceva con totale freddezza: «D’ora innanzi farete così e così, chiaro?». E tutti ascoltavano. Stavano lì con l’orecchio teso per cogliere ogni sfumatura delle sue parole. Non era paura di lui. Come ho detto, non era Capello. Mourinho aveva un registro più ampio, creava legami personali con i giocatori mediante i suoi messaggini e le sue mail e la sua passione e la sua attenzione per tutti noi: come stavamo, come stavano le nostre mogli e i nostri figli... E poi non gridava. Tanto la gente ascoltava comunque. Prima delle partite ci dava forza, fiducia. Ogni volta era come una recita, un gioco psicologico. Era capace di mostrarci dei filmati tratti da partite che avevamo giocato male e dire: «Guardate un po’ quelli! Che disastro! Terribile, terribile. Non potete essere voi. Devono essere i vostri fratelli, i vostri cugini» e noi concordavamo con lui. Ci vergognavamo.
«Oggi non vi voglio vedere così» continuava. “No, no” pensavamo noi, non succederà mai più. «Uscite sul campo con voglia di vincere, come guerrieri» e noi a quel punto eravamo carichissimi. «Nel primo tempo dovrete essere così...» insisteva. Picchiava il pugno contro il palmo della mano. «E nel secondo tempo...»
Poi magari tirava un calcio alla lavagnetta facendola volare via per la stanza, e noi avevamo tanta di quella adrenalina in corpo che andavamo fuori disposti a tutto. Ne vedevamo spesso di episodi simili, gesti inattesi che ci stimolavano, e io lo percepivo sempre più: quest’uomo dà tutto per la squadra, e allora anch’io voglio fare tutto per lui. Aveva questa qualità, dopo averlo ascoltato avresti voluto uccidere per lui.

Ma Mourinho non era solo uno da discorsi stimolanti. Era anche capace di affondare chiunque con poche parole, tipo entrare nello spogliatoio e dire in tono gelido: «Oggi hai fatto zero, Zlatan, zero. Non hai combinato un cazzo».
In casi del genere non rispondevo niente. Non cercavo nemmeno di difendermi, non per paura o per rispetto esagerato, ma perché capivo che aveva ragione. E poi per Mourinho non contava niente quello che avevi fatto ieri o ieri l’altro. Era l’oggi quello che contava. Era il presente.
Ricordo una partita contro l’Atalanta. Il giorno dopo dovevo andare a ritirare il premio come miglior giocatore straniero e come miglior giocatore in generale della Serie A, ma a metà partita eravamo sotto due a zero e io ero stato praticamente un fantasma. Mourinho mi raggiunse negli spogliatoi.
«Tu domani vai a ricevere un premio, eh?» «Sì, perché?» «Sai cosa dovrai fare quando ti consegneranno quel premio?» «No, cosa?» «Dovrai vergognarti. Dovrai arrossire. Non si possono vincere premi quando si gioca così. Regala quel premio a tua madre, o a qualcuno che se lo merita di più» disse prima di andare, e io non vidi l’ora che cominciasse il secondo tempo.
Avevamo spesso scambi di questo tipo. Lui mi gonfiava d’orgoglio e mi affossava. Era un maestro nel gestire la psicologia dei giocatori, e soltanto una cosa in realtà mi infastidiva: la sua espressione quando giocavamo. Qualsiasi numero facessi, qualsiasi gol, era sempre ugualmente gelido. Non c’era mai un sorriso o un gesto particolare, nessuna reazione. Era come se non succedesse nulla, come se il gioco fosse sempre fermo a metà campo, eppure io allora ero più grintoso che mai. Facevo cose incredibili e vedevo Mourinho lì sempre con la stessa faccia.

Il 3 ottobre 2008 compivo ventisette anni. Quel giorno incontravamo il Bologna, e al ventiquattresimo minuto Adriano si fece largo sulla sinistra e mise in mezzo una palla tesa a mezza altezza, troppo bassa per un colpo di testa e troppo alta per un tiro al volo. Ma riuscii ad anticipare il mio marcatore e mi inventai un colpo di tacco. Sembrò un colpo di karate, bam, il pallone finì dritto in rete. Un gol incredibile, infatti fu poi votato come il più bello dell’anno. Il pubblico era impazzito, erano tutti in piedi ad applaudire e festeggiare... Tutti, perfino Moratti su in tribuna d’onore. Ma Mourinho, che cosa fece lui? Rimase lì in piedi nel suo completo, le mani in tasca e il volto di pietra. “Ma che avrà adesso?” pensai. “Se non reagisce a un numero così, per che cosa si muove, allora?”
Ne parlai con Rui Faria, portoghese anche lui, preparatore atletico dello staff di Mourinho oltre che suo braccio destro. Lo conosce come le sue tasche.
«Spiegami una cosa» gli dissi. «Dimmi!» «Ho fatto dei gol fantastici in questa stagione, che io stesso non so come... Mourinho difficilmente può aver visto qualcosa di simile, eppure se ne sta sempre lì come una statua.» «Non prendertela» disse Rui. «Lui è fatto così. Non reagisce come noi.»
“Può darsi” pensai. “Però, in ogni caso... io riuscirò a scuoterlo, dovessi fare un miracolo. In un modo o nell’altro costringerò quell’uomo a esultare!”

 

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