
La discussione impossibile sul Milan e sulla sua rosa
Parlare di calcio? Giammai. Meglio insulti, fango e polemiche
Non so quanto sia diretta responsabilità dei social o quanto influisca lo scorrere del tempo, tuttavia da qualche anno noto che non è più possibile parlare di calcio fra milanisti.
Il commento alla partita o al momento della stagione, sembra quasi una guerra civile in cui esaminare situazioni di gioco o valutare le caratteristiche di un giocatore appare tempo perso.
Non si esce fuori dalla dicotomia della banalità e del semplicismo d'occasione: "questo è forte, questo è scarso".
Non esistono step intermedi per giudicare i giocatori, non esiste l'idea che con il tempo un ragazzo possa migliorare e non esiste il rispetto delle idee altrui.
Prima di Torino Milan di domenica sera, entrare sui social era un'esperienza lunare: gente scandalizzata dalla presenza in campo di Tizio o Caio, tifosi che si rifiutano di guardare la partita, orde di account fake che insultano chiunque provi, anche solo sommessamente, a parlare di calcio.
La voglia passa perché, con il tempo, ti rendi conto che discutere di calcio e della propria passione non è più possibile, se non in nicchie speciali dove l'insulto non è una religione e dove il senso del rispetto degli altri ha ancora un valore.
Personalmente sono sempre disponibile a cambiare idea sui giocatori. L'evoluzione fa parte della vita e i giudizi fissi sono la negazione dell'evoluzione.
Mi piace sperare che un ragazzo come Musah, tanto per fare un esempio, faccio quello step mentale che gli manca per diventare un giocatore di livello e mi piace esplorare l'idea che Chukwueze, abbassando la posizione, possa diventare un giocatore credibile.
Idee su cui discutere che, nell'universo dei social, sono soltanto blasfemie meritevoli di insulti, derisione e scherno.
Parlare di calcio non è possibile ma, d'altronde, a tanti non interessa perché nemmeno guardano le partite, impegnati come sono a sfogare il loro odio e la loro rabbia sociale.






