
Letture RossoNere
In questo libro pieno di confidenze e aneddoti, Ibrahimović si mette a nudo con franchezza, senza tacere dei dubbi e degli ostacoli che si sono frapposti alla sua corsa verso la grandezza
IL PASSAGGIO (o dell'Amicizia)

Oggi faccio molti più passaggi di una volta.
Quando ero giovane ero più egoista. Ora penso molto di più alla squadra. Da ragazzo ti vedi in lotta contro il mondo e vorresti dribblare tutti gli abitanti della terra. Poi capisci che il calcio è un gioco collettivo e che puoi essere forte quanto vuoi, ma giocando con la squadra diventerai ancora più forte.
Più crescevo e maturavo, più mi rendevo conto che avevo bisogno dei compagni, che dovevo appoggiarmi a loro. Oggi, per me, il passaggio è più importante del dribbling.
I passaggi che preferisco sono quelli che nascono da una visione. Non l’ultimo, quello più facile da capire, l’assist che fa dire wow al pubblico. No. Io prevedo lo sviluppo di un’azione che parte da qui, a destra, e che, dopo una serie di altri passaggi, con effetto domino, va a creare una situazione di pericolo là, a sinistra. Ecco, il mio primo tocco mette in azione la macchina e, anche se non verrà celebrato, non è meno importante dell’ultimo che porterà al tiro. Anzi, è più importante perché è partito tutto da lì. Senza quel primo tocco, senza la visione, non si sarebbe sviluppata la manovra. A me piace questo tipo di passaggi.
Ricordo un’azione di quando giocavo nell’Inter. Maicon mi ha alzato un pallone e io ho fatto una specie di rovesciata per passarlo a Stanković. Molti hanno pensato: Che fortuna…
No, quella non era fortuna, era controllo. Avevo il totale controllo della situazione e ho scelto quel gesto preciso, che a molti è sembrato istintivo, improvvisato, per proseguire l’azione.
Questo mi piace: avere sempre il pieno controllo della manovra offensiva, conoscere la posizione di compagni e avversari, per poter decidere l’azione con un passaggio, un’imbucata, una sponda di testa.
Con una serie di questi passaggi sotto controllo, in una stagione al Milan ho fatto segnare undici gol ad Antonio Nocerino, che non era esattamente un cannoniere.
Antonio era molto intelligente.
Ci sono giocatori che cercano di fare in campo più di quello che sono capaci di fare. Lui no. Lui non prendeva il pallone per fare l’ultimo passaggio, per organizzare il gioco o per fare dribbling. Lui recuperava palloni, li passava ai compagni che creavano e poi andava dentro l’area avversaria.
Andare a imbucarsi tra i difensori, dopo aver lottato tanto, era un sacrificio in più. Come fare gli straordinari dopo il lavoro. Non tutti sono disposti a farlo.
Per dire, Robinho non scaricava certo il pallone per poi fare corse di sacrificio. Era un altro tipo di giocatore, voleva rimanere dentro il gioco. Se te la passava, la rivoleva subito indietro per inventare, creare, stupire. Nocerino no, lui entrava in area e io ero certo di trovarlo là.
Oggi, l’ho già detto, risparmio le forze per attaccare la porta. Pioli mi martella perché io mi faccia trovare sempre là davanti. Ma dieci anni fa ero un altro giocatore e non ero disperato come certi attaccanti che tirano anche dalla bandierina del corner. A me piaceva fare calcio, giravo attorno all’area, mi muovevo tantissimo e servivo passaggi dentro a Boateng, Pato, Robinho, Inzaghi…
Nocerino ha sfruttato benissimo questa opportunità, con grande intelligenza. Undici gol sono tanti per un mediano, specie in Italia.
Se devo elencare chi mi faceva i passaggi migliori, comincio da Pavel Nedvěd, che allora era il top, un Pallone d’oro, una persona generosa, in campo e fuori. Per nulla egoista, ragionava sempre per il bene della squadra, mi consigliava, mi spronava, mi serviva assist favolosi.
Trezeguet invece mi suggeriva: «Zlatan, tu vai in giro a prendere palloni, io ti aspetto in area».
Che poi voleva dire: tu sgobba che io faccio gol.
Ero giovane e gli rispondevo: «Sì, sì, va bene, David…».
Più palloni toccavo, più ero contento. Lui pensava solo ai gol. Infatti Trezeguet quell’anno ha vinto la classifica cannonieri, grazie ai miei assist e al mio movimento. Ho lavorato un sacco per lui.
L’anno dopo però gli ho detto: «Ascolta, David, anch’io voglio fare gol».
E ho cominciato a puntare la porta per conto mio.
Anche con Verratti avevo un’ottima intesa, Marco mi serviva passaggi di qualità assoluta.
Siamo arrivati al Paris Saint-Germain nello stesso anno e ci hanno presentati alla stampa lo stesso giorno.
Arrivo in una sala con pochissimi giornalisti e vedo uno sconosciuto che sta parlando in conferenza stampa. È piccolo. Forse non è un calciatore, penso, sarà un nuovo dirigente, uno degli sponsor o qualcosa del genere.
«Chi è?» chiedo.
«Marco Verratti» mi rispondono.
«E da dove arriva?» chiedo ancora.
«Dalla Serie B italiana, dal Pescara.»
Mi sembra così strano. Il Psg di solito pesca i Thiago Silva e gli Ibrahimović, non italiani di Serie B. Boh…
Faccio la mia conferenza. La sala, che prima era vuota, si riempie di colpo e io mi presento, saluto, prometto e bla bla bla…
Il piccoletto resta ad ascoltare.
Poi comincia il primo allenamento, con Ancelotti, Pastore, Lavezzi e tutti gli altri. C’è anche questo Verratti che arriva dritto dalla Serie B.
Appena tocca due palloni, mi blocco.
Non mi viene da dire: «Vediamo. Aspettiamo. Magari è stato solo un caso. La fortuna del principiante».
No. Verdetto definitivo: questo ragazzo ha qualcosa di speciale. Chi gioca a calcio le vede subito certe cose. Se al Milan arriva uno nuovo, capisco immediatamente di che pasta è fatto.
Verratti è l’unico giocatore che conosco che chiede sempre la palla, anche se marcato, defilato, sbilanciato, infortunato… La vuole sempre. Non ha paura di nulla. E nove volte su dieci esce con la palla al piede anche da situazioni di grande pressione. Pochi al mondo sono in grado di farlo.
Ancelotti, però, mi chiedeva sempre una cosa: «Zlatan, lui ti ascolta: convinci Verratti a non fare quei passaggetti molli che gli piacciono tanto… Ploff…».
E allora io pregavo Marco di fare passaggi più secchi.
Sono felicissimo che abbia vinto l’Europeo, perché è un ragazzo d’oro, umile, che si è sempre fatto volere bene. Quando è arrivato a Parigi, non era pronto per il grande calcio. Non mi riferisco a questioni tecniche. Intendo la gestione di un contratto importante, la burocrazia e tutto ciò che comporta l’appartenenza a un top club.
L’ho aiutato mettendogli a disposizione i consulenti del mio staff, esperti di banca, advisor, legali. Così ha potuto concentrarsi solo sul pallone.
Sono contento anche perché so quanto abbia sofferto nei mesi prima dell’Europeo e quanto abbia avuto paura di saltarlo, come è successo a me. Avevamo lo stesso fisioterapista. Mi diceva che Marco avrebbe potuto recuperare per la seconda o per la terza partita, se tutto fosse andato bene.
Dopo il trionfo di Londra, ci siamo visti al suo matrimonio. Ha invitato pochi amici.
«Tu devi esserci assolutamente» mi ha ordinato.
È stata una cerimonia molto bella, con Lavezzi, Pastore, Sirigu e tutti gli altri.
Abbiamo conservato la chimica che ci legava quando giocavamo insieme.
L’ex piccolo Verratti di Serie B, lo sconosciuto che avevo scambiato per un dirigente in una sala vuota, ce l’ha fatta: eccolo sposo felice e campione d’Europa!
Ma l’intesa migliore, perché naturale, istintiva, non programmata, l’ho avuta con Pogba al Manchester United. Ci siamo trovati subito, senza conoscerci, senza studiarci. Era uno stimolo, una gioia giocare con lui, ricevere i suoi passaggi geniali.
All’Inter, invece di avere un rifornitore privilegiato, ne avevo tanti che si dividevano il compito: Chivu, Maxwell, Stanković e Maicon, soprattutto, una macchina impressionante. Mi trovava sempre.
Il migliore a servire passaggi oggi è Kevin De Bruyne. Vede cose che gli altri non vedono. Il belga ha la visione che cerco anch’io quando gioco. Il gol che ha inventato contro la Danimarca all’Europeo spiega tutto. Si è avventato in area, ha ricevuto palla, tutti pensavano che calciasse in porta, invece solo lui ha visto Thorgan Hazard che stava arrivando e gli ha passato la palla: gol.
De Bruyne vede ciò che sta per accadere un attimo prima degli altri.
Se il dribbling è una fuga per la libertà, il passaggio ti lega ai tuoi compagni, è una specie di cordata in montagna. Il dribbling ti regala la solitudine, il passaggio crea amicizia in campo.
Nella vita, invece, l’amicizia è una cosa molto rara, credo.
Ho pochissimi amici.
Intendo quelli che ti porti dietro da una vita, che senti tutti i giorni e di cui ti fidi a occhi chiusi. Mino è amico, padre, agente, tutto. Mino è il pacchetto completo. Lui è un’altra cosa. Di amici veri, intimi, nel senso classico del termine, ne ho solo un paio.
Quelli che avevo da ragazzo li ho cancellati tutti, perché più avevo successo, più aumentavano le gelosie. Non riuscivo a capire.
Eravamo cresciuti insieme, eravamo sempre stati una squadra, eravamo andati tutti ad Ayia Napa, sull’isola di Cipro, a divertirci in spiaggia e in discoteca. Ma poi, più diventavo famoso, più sentivo parlare male di me. Mi arrivavano sempre voci alle spalle. Non ci volevo credere. Alla fine ho deciso: questi ex amici mi portano solo energie negative, non mi servono. Tagliati.
Si aspettavano solo di essere aiutati economicamente e mettevano in giro la voce che io non lo facevo con nessuno. Ma l’amicizia non dipende dal denaro. Puoi essere mio amico a prescindere da questo.
Non avevo le tasche piene, erano solo i primi guadagni e io stavo attento ai soldi, perché, com’erano entrati, sapevo che avrebbero anche potuto uscire. Io avevo provato cosa voleva dire non averne e aprire un frigo vuoto.
Li ho cancellati tutti tranne Guðmundur Mete, che giocava con me in prima squadra al Malmö, un nazionale islandese. Lui non è mai stato invidioso, ogni tanto ci sentiamo ancora.
È difficile avere amici veri, leali, disinteressati. Per questo dico che i miei migliori amici sono i miei avvocati: li pago, lavorano per me e, quando ne ho bisogno, sono sempre pronti ad aiutarmi.
Oggi vivo abbastanza isolato, non faccio entrare troppe persone nella mia vita, se lo fanno vuole dire che si sono meritate la confidenza e l’affetto.
Ho fiducia in qualche persona, ma un vero migliore amico non ce l’ho. Da quando sono stato deluso e ho perso quelli storici, mi sono attaccato alla mia famiglia e ho fatto una vita molto appartata, protetta.
Maxwell è il miglior amico nel calcio, quello di cui mi fido di più, ma non ci sentiamo tutti i giorni. Poi ogni tanto parlo con Abate, con Mete e qualcun altro.
Si può essere amici del tuo allenatore? Io dico di sì.
Una volta ho chiamato Ancelotti, che non era più al Psg: «Ciao, mister. Come stai?».
Mi ha risposto: «Non chiamarmi mister, non lo sono più. O mi chiami Carlo o mi chiami amico».
Carlo è un allenatore diverso da tutti gli altri, aveva un rapporto speciale con la squadra. Una sera ero fuori a cena a Parigi con sei o sette giocatori. Lo chiamiamo per salutarlo e venti minuti dopo è seduto a tavola con noi a bersi una birra.
Ma anche con Pioli ho un ottimo rapporto. L’estate scorsa ci siamo ritrovati nello stesso periodo a Formentera.
Prima di partire, quando ho saputo che ci sarebbe andato anche lui, l’ho preso in giro. «Mister, quello è un posto da ricchi. Tu non c’entri…»
Gli telefonavo dalla mia barca, lui mi spediva la sua posizione con il telefonino ed era puntualmente dalla parte opposta dell’isola. È stato come giocare a rincorrerci. Non ci siamo mai beccati in tutta la vacanza.
Ogni tanto, quando magari sto strigliando Saelemaekers che non mi ha passato la palla in partita, mi richiama: «Zlatan, stai calmo. Ci penso io a caricare la squadra dalla panchina».
Altre volte, invece, mi dice: «Zlatan, carica tu i ragazzi in campo, io me ne sto calmo in panchina».
In realtà, Pioli non sta mai calmo, vive sempre la partita al massimo. È indemoniato.
In una partita contro la Roma, alla fine del primo tempo, sento un problema agli adduttori. Lo avverto. All’intervallo, ne parliamo e valutiamo con i medici se devo rinunciare al secondo tempo.
Il mister decide: «Zlatan, ora rientri e stai fermo davanti alla porta, ok? Non forzare».
Alla prima azione del secondo tempo, invece mi urla dietro: «Zlatan, muoviti! Corri! Attacca!».
Ma io non ero quello che doveva stare fermo?
Tra tutti gli spogliatoi che ho frequentato, quello in cui si respirava più amicizia è stato quello del Psg. Si usciva spesso a cena, a volte a casa di Lavezzi, che andava di grigliata argentina. Più o meno eravamo il gruppo che si è ritrovato al matrimonio di Verratti. Sembrava che ci fossimo lasciati da dieci minuti, non da dieci anni.
Anche in questo Milan c’è un’atmosfera incredibile, ma è diverso, perché qui io sono più leader, simbolo, esempio. Non vado a mangiare con la squadra perché so che mi rispettano troppo, non sarebbe una situazione serena per loro, resterebbero in soggezione, intimiditi.
Sono convinto di una cosa: se fossi rimasto l’Ibrahimović che ero una volta, questo Milan giovane, con pochi giocatori di esperienza internazionale, non avrebbe vinto nulla perché lo avrei stritolato con la mia aggressività. Invecchiando sono cambiato, sono maturato. Me ne accorgo dalle mie reazioni.
Oggi sono duro, ma anche dolce. Ho un equilibrio che prima non avevo. Balance… Oggi non tratto tutti i compagni alla stessa maniera, so che c’è chi ha bisogno di essere stimolato, magari in disparte, e chi di essere strigliato davanti al gruppo. Duro e dolce.
Non sono arrivato al Milan per segnare quaranta gol e perdere le partite, sono qui per aiutare la squadra a crescere come collettivo e come individualità. Per vincere tutti insieme. Questa è la mia sfida, questo è il mio nuovo ruolo.
Dieci anni fa, nella mia prima vita al Milan, avevo tutta un’altra funzione: dovevo essere il rompiballe che tirava fuori l’ultima spremuta da una generazione di campioni che aveva vinto tutto.
Nella Nazionale di Roberto Mancini ho rivisto lo spirito del mio Milan: poche superstar, gruppo top. Il loro e il nostro segreto sono state l’atmosfera, la chimica magica che si è creata e che ha fuso in una sola anima giovani e meno giovani. Gli azzurri cantavano sul pullman proprio come facevamo noi e hanno usato anche la musica del nostro celebre tormentone: Pioli is on fire.
Mancini ha fatto un lavoro eccezionale. È cambiato tanto, Roberto. All’Inter non aveva un rapporto con i giocatori. Zero. Faceva tutto Mihajlović. Mancini dirigeva l’allenamento, si occupava della parte tattica e basta. Zero dialogo con la squadra. Ci pensava Siniša. Ora sembra un’altra persona. Parla con tutti, va d’accordo con tutti, anche fuori dalla Nazionale. Ha un approccio diverso, trasmette emozioni. Prima era più freddo e distaccato. Ha vinto sfruttando al meglio i giocatori che aveva a disposizione.
Alla prima partita dell’Italia, l’ho detto subito: «Questi arrivano fino in fondo».
Più vincevano, più miglioravano la chimica e l’entusiasmo del gruppo. Come era successo a noi. E quando prendi fiducia, ti viene anche il coraggio per giocare un calcio nuovo, più offensivo, come quello proposto da Mancini e da Pioli.
Sono state determinanti le prime tre partite a Roma, con il pubblico, dopo un anno di stadi vuoti.
Noi al Milan giocavamo, vincevamo, poi ci dicevamo: ok, adesso torniamo a casa a mangiare. Era una routine triste.
Gli azzurri invece avevano i tifosi che cantavano allo stadio, che festeggiavano, che restituivano energia, che trasmettevano adrenalina, che trascinavano. E così crescevano ancora, di partita in partita.
Mi ha entusiasmato soprattutto la difesa azzurra.
Bonucci e Chiellini mi piacciono perché ho giocato contro di loro e so perfettamente quanto valgono. Una coppia perfetta, si completano a meraviglia: Chiellini ti ammazza nell’uno contro uno, l’altro gioca di più il pallone. Un mix eccezionale in un sistema di gioco dal grande equilibrio: l’Italia attacca tanto, ma sa anche difendersi bene.
Visto Chiellini con il povero Saka nella finale di Londra?
Chiellini è così: anche se lo superi, anche se lo dribbli, sai che non è finita, perché farà di tutto per fermarti. Cosa puoi fare se ti prende per il collo? Niente. Ti arrabbi e vai avanti. Questo è Chiellini: un mostro.
Mi piace da impazzire lottare contro un marcatore come lui, così come mi piaceva affrontare Maldini, Nesta, Cannavaro, Thuram, Stam. Adrenalina allo stato puro.
Sai che devi dare sempre qualcosa in più contro questi giganti, perché non mollano mai. Ma quando riesci a passarli, magari dopo due tentativi, ti senti grande e sospiri: ah, che bello…
E poi naturalmente mi è piaciuto Donnarumma, che è cresciuto tantissimo. Io lo dicevo: quanto vale Donnarumma? Non ha prezzo un portiere così. Tu paghi quello che ti chiede e poi lo ringrazi per averti chiesto solo questo, perché diventerà ancora più forte. Oggi non è più il portiere che era prima dell’Europeo, oggi potrebbe chiedere il doppio senza problemi.
Se ti chiede dieci milioni, daglieli. Quei dieci milioni non sono un costo, ma un investimento.
E poi Gigio aveva un valore aggiunto che andava oltre la sua bravura: nel Milan ci è cresciuto, avrebbe potuto diventare il nuovo Maldini, una bandiera, il capitano. Non è vero che sarebbe scappato comunque. Gigio sarebbe rimasto, me lo diceva: «Se mi danno quello che chiedo, resto. Io qui sto troppo bene».
Non puoi sostituire un portiere così. Donnarumma ti avrebbe assicurato quindici anni di futuro, non due o tre.
In tutte le squadre in cui ho giocato non mi sono mai preoccupato troppo del portiere, perché se il giocatore più forte della squadra era quello con il numero 1, voleva dire che non avremmo vinto niente. Ma con Donnarumma è stato diverso: ha salvato tante volte il Milan e gli ha permesso di crescere piano piano. Bisogna solo ringraziarlo per quello che ci ha dato. Era la nostra forza e la nostra fiducia. Sapevamo che, se anche non ce l’avessimo fatta, ci sarebbe stato lui dietro a sistemare le cose.
Una sensazione del genere me l’ha data solo Gigi Buffon.
Durante gli allenamenti, Capello mi metteva contro Thuram e Cannavaro. Uno contro due. Quando passavo quei due – se li passavo – poi mi trovavo davanti Buffon, un muro, che le prendeva tutte. Donnarumma mi trasmette lo stesso feeling.
Gigio non è ancora al livello del miglior Buffon, ma ha un potenziale enorme. Lo vedi che ha dentro qualcosa di speciale. E poi è cresciuto molto anche in personalità. All’inizio era permaloso, stava sempre sulla difensiva, soprattutto se gli arrivava una critica. Si comportava da stella, anche se non era ancora nessuno. Poi sono arrivato io che qualcosa ho vinto ed è cambiato.
Ha cominciato a rispondere da leader. Accettava le mie critiche, magari ribatteva con una nuova sicurezza: «Ok, però anche tu devi fare questo…».
E così, nel confronto, nei consigli reciproci, il gruppo cresceva. Perché, quando sono arrivato al Milan, io ho messo pressione a tutti senza guardare in faccia a nessuno, anche ai Donnarumma e ai Romagnoli che avevano un certo status.
A Parigi, appena arrivato, Donnarumma ha fatto troppa panchina. Mino è venuto a chiedermi: «Secondo te, Gigio deve fare la guerra al Psg?».
Certo che deve fare la guerra, gli ho risposto. Deve andare da Pochettino e chiedergli tutte le volte: «Perché non gioco?».
Deve metterlo in difficoltà, lui e tutti gli altri. Altrimenti per loro la vita è troppo comoda. Se Gigio accetta la panchina, riconosce di essere inferiore e non lo è. Allora tanto valeva restare titolare al Milan e accettare il contratto che gli avevano proposto.
Non si trattava di mettere in mostra le sue qualità tecniche. Dopo due allenamenti, l’hanno capito tutti che è il più bravo. Doveva imporsi ai compagni, anche se nello spogliatoio forse era naturale che i sudamericani stessero tutti dalla parte di Navas.
Gigio è stato premiato come miglior giocatore dell’Europeo in una squadra che attaccava, non in una che si difendeva. Giusto così: la vera stella è stata lui.
Ai rigori, in finale, è stato mostruoso.
Southgate, il c.t. inglese, ha sbagliato tutte le scelte, è vero, ma non era facile in quello stadio pieno, con l’intera Inghilterra addosso e con cinquantacinque anni di storia senza titoli alle spalle. E non era facile calciare i rigori che decidevano il titolo.
Puoi anche averne tirati mille in allenamento e averli segnati tutti, ma quando arrivi lì, in partita, sei su un altro pianeta.
Nel campionato scorso l’ho scoperto sulla mia pelle.
Io ho sempre tirato i rigori con ottime percentuali. Poi all’inizio della stagione ho cominciato a sbagliare ed è successo qualcosa nella mia testa. Non capivo bene cosa. Un click.
Quando andavo sul dischetto, mi sentivo sicuro, carico di fiducia. Partivo molto tranquillo, ma, nel momento preciso in cui colpivo il pallone, mi sembrava di perdere le forze. Tutto era perfetto fino all’impatto con la palla, poi o perdevo potenza o diventavo insicuro e cambiavo idea all’ultimo momento.
Non mi era mai successo.
Ho provato ad andare avanti lo stesso: il prossimo andrà meglio, mi sbloccherò e la testa tornerà libera. Invece niente.
Allora ho detto a Kessie: «Tira tu, Frank».
Volevo scrollarmi di dosso un po’ di pressione, respirare per poi riprovare a tirare.
Ho segnato su rigore a Cagliari, in gennaio, ma era un tiro di merda, fiacco. Meno male che il portiere si è tuffato dall’altra parte.
Cazzo, mi manca ancora l’ultimo tocco.
Con il Bologna sbaglio. Ancora…
Quinto rigore fallito, allora decido: basta, non tiro più finché non mi torna la fiducia e mi sento libero. E poi Kessie li calcia bene.
Non conta chi li tira, conta che la squadra faccia gol. Frank ha sbagliato contro la Juve, ma gli ho detto: «Non preoccuparti, vai avanti tu. Io non devo dimostrare niente. Io sono qui per aiutare la squadra a crescere».
Al momento non so quando tornerò sul dischetto. Dovrà scattarmi un altro click in testa. A questo punto il rigore non è più una sfida al portiere, ma a me stesso. È un blocco che devo superare e dovrà accadere in partita.
In allenamento non serve. Quando sbagliavo, prendevo Donnarumma e gli dicevo: «Gigio, andiamo a calciare un po’ di rigori».
Li segnavo tutti, la forza e la precisione al momento del calcio non mi mancavano mai. È in partita che devo fare click. Sta tutto nella testa.
Dopo Gigio, rischia di andarsene anche Kessie un giorno perché è normale, se prima vinci poi puoi chiedere.
Tutto va troppo veloce ma serve la memoria.
Dovessi scegliere un amico dalla storia per andarci a cena, direi senz’altro Muhammad Ali, perché era uguale dentro e fuori. Faceva quello che diceva, anche a costo della galera, in un’epoca socialmente difficile, tra guerre e tensioni razziali. Quando dal centro dello sport riesci a mandare messaggi importanti che arrivano in tutto il mondo, allora sei molto più di un atleta. Sei icona, simbolo, tutto. Mi sarebbe piaciuto passare un po’ di tempo con lui a chiacchierare.
Se invece devo scegliere una persona viva con cui fare il giro del mondo sulla mia barca, mi porto dietro Mino che sa tutto di mare, di pesca, di barriere coralline ed è ben informato anche su tutto il resto. Salta fuori il nome di un paesino ungherese? Mino sa darti qualche informazione e magari anche suggerirti un ristorante.
Ma il mio vero amico, più amico di tutti gli amici, si chiama Red. È il mio cane, un bulldog inglese. Se ho bisogno di affetto, lui non mi tradisce mai.
Ho sempre desiderato un bulldog inglese. Abbiamo ordinato un cucciolo da un allevatore del Galles. Ci siamo stati un paio di volte per vederlo e proprio in una di quelle occasioni ho incontrato Red che mi ha conquistato. È stato un colpo di fulmine. L’ho visto ed era esattamente come lo sognavo: forte, massiccio, con una testa enorme anche se aveva solo due anni. Era il cane perfetto.
L’unico ostacolo era che non era in vendita perché aveva un problema. Ha subito un trauma, forse dei fuochi d’artificio a Capodanno. Si è bloccato qualcosa nel suo cervello, da allora non è stato più lo stesso. Niente più mostre canine per lui. Un cane gentile ma molto ansioso, spaventato, stressato. Abbiamo chiesto se potevamo comprarlo, ma la risposta è stata no.
Qualche tempo dopo avere ritirato il cucciolo che avevamo ordinato, gli allevatori sono venuti a trovarci a Manchester con Red e ci hanno proposto di tenerlo in prova per un po’ per vedere come andava.
Per quasi due settimane il cane rimane immobile in un angolo della cucina, va solo in giardino per fare i suoi bisogni e torna rapidamente in casa. Capiamo che ha bisogno dell’aiuto di un professionista, così decidiamo di affidarlo a un istruttore per cani. Solo per un giorno. Se farà qualche progresso lo teniamo, altrimenti lo riportiamo in Galles.
Incredibilmente, in solo mezza giornata, il cane cambia da così a così. E finisce che restituiamo il cucciolo e ci teniamo Red che durante la giornata non fa assolutamente niente, dorme, mangia, fa brevi passeggiate nel parco. Oggi è un membro della nostra famiglia a tutti gli effetti.
Mi manca così tanto che ne ho una copia, una specie di statua, a Milano.
Ecco, alla fine, la lista si allunga: Red è entrato nel gruppo dei miei migliori amici. Come l’inglese più bravo e gentile che ho conosciuto.
Dopo i trent’anni avevo deciso di non festeggiare più i compleanni, perché quella data, il 3 di ottobre, era diventata come un appunto sul calendario: «Ricordati che sei vecchio».
Per il calcio, almeno.
Trattavo la ricorrenza come un giorno normale. Lo passavo serenamente in famiglia, senza party a sorpresa o roba del genere. E intendevo rispettare il copione anche per i quaranta, numero tondo e confine che pochi calciatori in attività hanno oltrepassato.
Il giorno prima, Patrizio, uno dei miei migliori amici, mi dice: «Domani devi essere pronto per le 20».
Ok, penso, andremo a cena con le nostre famiglie.
Il giorno del mio compleanno sono libero. Porto Maximilian, Vincent e un loro amico a Milanello perché vogliono giocare. Non ho impegni, non ho fretta, faccio tutto in completo relax.
Torniamo a casa ed Helena mi fa: «Comincia a prepararti che tra poco dobbiamo essere pronti».
«Va bene, cosa devo mettermi?»
«Vestiti un po’ elegante, è il tuo compleanno.»
Elegante? D’accordo: jeans e camicia bianca possono andare.
Ma qui comincio a intuire qualcosa di strano, perché lei si veste molto più che elegante, come se dovesse sfilare.
L’avviso subito: «Senti, evita sorprese o effetti speciali, perché sai che li odio».
«Tranquillo, ci sono solo tuo fratello e alcuni amici arrivati dalla Svezia. Ceniamo e basta.»
Ah, bene.
Mi portano all’Hyatt Hotel. C’è già Mino che mi ha fatto un regalo spettacolare: un fucile o, meglio, la Rolls Royce dei fucili da caccia. Una meraviglia.
Ci sono mio fratello, sua moglie, i miei amici Thomas, Daniel Majstorović, che era con me in Nazionale, Andreas, Max Martin, il mio primo fisioterapista del Malmö, Patrizio e sua moglie.
Ceniamo e poi aspettiamo che arrivi la torta.
Mi chiedono: «Ti spiace andare in cucina a salutare i cuochi? Sai, sono arrivati appositamente da Roma».
Va bene, volentieri, la cena è stata veramente superlativa.
Poi mi fanno prendere un ascensore che mi porta all’ultimo piano, sul terrazzo. Il mio entourage mi precede.
Esco, riconosco Nada Topčagić, la cantante serbobosniaca, e parte la musica di Jutro je, il pezzo che mi piace e che mettevano sempre quando entravo in scena al Festival di Sanremo. Comincia a cantare.
Uno dopo l’altro, mi trovo davanti a volti noti. Ci sono tutti e intendo davvero tutti.
«Ciao…» Zambrotta.
«Ciao…» Dacourt.
«Ciao…» Gattuso.
Sono letteralmente scioccato, sembra irreale. Avanzo sul terrazzo come uno zombie.
Ambrosini, Oddo, Abate, Cassano, Verratti, Donnarumma, Sirigu, Kulusevski, Pogba… Facce che non vedevo da un sacco di anni. Moggi, Galliani…
La canzone finisce, prendo il microfono e, anche se sono confuso ed emozionato, provo a dire due parole: «Vi ringrazio tutti. Non me l’aspettavo questa cosa… È stata davvero una bella sorpresa. Vedo che sono presenti anche tanti che ho trattato male. Non pensavo che sarebbero venuti. E, vi giuro, non ho pagato nessuno per essere qui. Forse significa che ho un cuore e che qualcosa di buono in fondo ho combinato».
Applausi, abbracci.
Poi arrivano anche mister Pioli, Maldini e i miei compagni di squadra che hanno appena giocato a Bergamo e vinto una grande partita. Io sono tornato al Milan per un 5-0 subito dall’Atalanta, per aiutarlo a risalire, e stasera, su quello stesso campo, il mio Milan ha dominato e dato spettacolo. Hanno segnato Calabria, Tonali e Leão, tre ragazzi che sono cresciuti moltissimo in questi mesi.
Nel giorno del mio compleanno. Potevo ricevere un regalo più bello dai miei compagni?
Nella prima stagione Tonali è rimasto intrappolato nel sogno. Si guardava attorno e si ripeteva: questa è la squadra che sognavo fin da bambino…
Quest’anno è uscito dal sogno ed è entrato nella vita vera. Ora si ripete: sono un giocatore del Milan, e lo dimostra in ogni partita. È un panzer, lì in mezzo. Sandro diventerà presto titolare della Nazionale. È solo questione di tempo. Come ci è arrivato Calabria, che ha raggiunto il massimo della sua maturità. Tonali invece ha ancora importanti margini di miglioramento.
Con Leão non ho meriti.
L’ho spiegato: è l’unico con cui non ho trovato la chiave per comunicare. Mi sono arreso: se non ci mette del suo, io non posso fare nulla. Se non decide lui di cambiare e crescere, io non posso aiutarlo. Finalmente lo ha fatto. Ha deciso di aiutare se stesso e ora è un altro giocatore. Salta tutti con una facilità imbarazzante, sembra sempre che giochi contro la Primavera. Dal primo giorno della preparazione è entrato con la testa e con la mentalità giuste. Si è allenato duramente e i risultati sono arrivati. Ora sta più che bene, sta benissimo, e deve continuare così.
E per Pioli è un bel problema perché non credo che abbia mai avuto in vita sua tanti possibili titolari tutti insieme.
Un giorno a Milanello stavamo facendo una partitella tattica undici contro undici. Io ero nella squadra delle riserve, guardando l’altra formazione, quella che avrebbe poi demolito la Lazio, e mi dicevo: ma noi possiamo batterli. Al cento per cento. La fortuna di Pioli è che ha cinque cambi a disposizione.
I miei compagni sono cresciuti, sono arrivati in testa al campionato, giocano in Champions e hanno asfaltato l’Atalanta.
Durante la festa, Galliani ha voluto vedere la partita di Bergamo a tutti i costi, si è fatto portare uno schermo sul terrazzo.
Sono davvero felice.
Anche se in genere queste cose non fanno per me, devo riconoscere che Helena mi ha organizzato una sorpresa favolosa. Ci ha lavorato per un mese. Doveva venire anche Berlusconi, ma al mattino ha chiamato per avvisare che non ce l’avrebbe fatta.
Mi ha fatto molto piacere ritrovare Luciano Moggi che non vedevo da tanti anni. È stato lui a portarmi in Italia, ad aprirmi la porta. A quel punto io dovevo solo entrare ed essere Ibra.
Bello anche vedere Adriano Galliani, con cui ho avuto sempre un ottimo rapporto, a parte la volta che mi ha scaricato a Parigi.
Ascoltarli parlare tra loro era uno spasso…
Galliani diceva: «Una volta, Zlatan, dovevi giocare contro di noi, ma eri squalificato e Luciano ha fatto di tutto per toglierti la squalifica. Io l’ho saputo e non sono stato con le mani in mano…».
E Moggi: «Ricordi, Adriano, che meraviglia quel gol di Trezeguet a San Siro su rovesciata di Del Piero?».
Galliani: «Ricordo di più il rigore di Sheva a Manchester».
E poi c’era Cassano che ne sparava di tutti colori, senza freni, alla sua maniera.
Un’atmosfera davvero magica. Ero felice. Mi sono emozionato. Quel terrazzo a sorpresa è stato il più bel regalo mai ricevuto.
E in quella felicità, la cosa più bella in assoluto è stata vedere la gioia e l’orgoglio dei miei figli.
Per anni mi hanno chiesto: «Papà, ma com’era Gattuso? Com’erano Maldini, Zambrotta, Ambrosini?». Mi spedivano i loro filmati di YouTube e mi riempivano di domande.
Adesso vedevano tanti di quei fuoriclasse, in carne e ossa, tutti insieme sul terrazzo.
«Approfittatene!» ho detto a Maximilian e a Vincent. «Andate a parlare con tutti, in italiano, in inglese, in francese, vedrete che vi capiranno. Chiedete tutto quello che volete.»
Bello vederli così emozionati, con gli occhi spalancati, che passavano da Gattuso a Pogba. Era un modo anche per conoscere meglio la mia storia, perché ora ho dei bravi compagni di squadra, ma un tempo il loro papà giocava con i migliori calciatori del mondo.
La torta era enorme, con le mie scarpe da calcio sopra. Siamo rimasti a chiacchierare e a scherzare fino alle 4 del mattino. Sono stato davvero bene.
Ero entrato all’Hyatt spaventato. Quel numero 40 gigantesco, creato dalle finestre illuminate, mi aveva fatto sudare: cosa mi aspetta?
Sono uscito felice, quasi all’alba, riflettendo su una cosa: se avessi organizzato io la festa, sarebbero venuti tutti, anche malvolentieri. Avrebbero pensato: Se ci chiama Zlatan, dobbiamo andare.
Ma io non sapevo chi era stato invitato. Quindi tutti quelli che c’erano sul terrazzo avrebbero potuto inventarsi una scusa e io non l’avrei mai saputo. Significa che sono venuti solo perché avevano piacere di stare con me e di festeggiarmi.
Quando ho detto che ho pochi amici, a parte i miei avvocati, forse ho esagerato.
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Adrenalina: Prepartita - La rovesciata - Il dribbling - L'avversario - Il pallone - Il procuratore - Il giornalista - Il Gol - L'arbitro - L'infortunio - Il passaggio
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