
Letture RossoNere
In questo libro pieno di confidenze e aneddoti, Ibrahimović si mette a nudo con franchezza, senza tacere dei dubbi e degli ostacoli che si sono frapposti alla sua corsa verso la grandezza
L'ARBITRO (o della Legge)

A inizio carriera, gli arbitri erano i miei peggiori nemici.
Li aggredivo come una tigre nell’arena e loro si difendevano con i cartellini gialli e rossi. Ero una bomba che esplodeva a ogni fischio, convinto che ce l’avessero tutti con me. Anche perché ero grande e grosso e scambiavano la mia forza per violenza. Io sapevo stoppare palloni con i piedi a due metri da terra, con mosse da taekwondo. A quell’altezza potevo trovare solo delle teste. Perché se io entro in contrasto con giocatori più bassi, anche senza muovermi, posso fargli male. Ma non sono io che sono violento, sono loro che sono più piccoli.
Poi qualcuno mi ha insegnato che è meglio risparmiare energie con gli arbitri e concentrarle sul gioco. Alla lunga, ho imparato.
Dopo ottocento-novecento partite, ho capito che è inutile discutere. Se hanno fischiato, non cambiano più decisione. A quarant’anni e con due figli, sono maturato. Ora, se posso, gli arbitri li aiuto. Se riesco a farlo a favore della mia squadra, meglio, ma comunque li aiuto.
Da quando sono tornato in Italia, mi sono accorto che gli arbitri mi rispettano e mi parlano in modo diverso. Forse proprio perché è cambiato il mio atteggiamento verso di loro. Io gli do una mano e loro non mi tengono più a distanza come prima. Anzi, mi spiegano e cercano la mia collaborazione per risolvere le beghe di campo.
Non tutti, però.
Parma-Milan, 10 aprile 2021.
Mi becco un paio di entrate dure dai difensori e avverto l’arbitro: «Occhio, capo…».
Non risponde.
Poco dopo, fanno un fallaccio anche su Çalhanoğlu.
Mi rivolgo ancora all’arbitro: «Visto?».
Non reagisce.
Allora gli faccio: «Se non hai voglia di arbitrare, vai a casa che è meglio».
E lui: «Non mi interessa quello che dici».
«Ah, non ti interessa?» ribatto. «Mi sembra strano, eh…»
Lui, invece di «strano», capisce «bastardo» e mi caccia: cartellino rosso. Siamo a una ventina di metri di distanza, ci sta che abbia frainteso o forse mi stava semplicemente puntando e aspettava solo un pretesto per farmela pagare.
Un’espulsione assurda. Cerco di avvicinarmi per chiedere spiegazioni, ma lui si allontana nella direzione opposta, scappa. Gli vado dietro. «Fermati…», Rebić mi blocca. Ok, rinuncio a inseguirlo per non aggravare la situazione.
Esco e giuro a Pioli: «Mister, io quando sbaglio lo ammetto. Lo sai. Ma questa volta non ho combinato niente di male. Niente. Stasera guardati i filmati, così vedi».
Infatti, in molte immagini postate su YouTube si riconosce facilmente il mio labiale: «Mi sembra strano…».
Mi danno una sola giornata di squalifica, anche se il rosso diretto, da regolamento, ne prevede due, mentre i vertici arbitrali prendono provvedimenti contro Maresca: è la prova che hanno accertato il suo errore.
Intanto, però, io ho perso una partita e mezza e mi è toccato sentire la solita storia del bad boy Ibra che non sa mai controllarsi. Non è vero. Io avevo il pieno controllo della situazione. Cosa posso farci se un arbitro sbaglia?
Mi riferiscono un giudizio di Billy Costacurta: «Un leader non può permettersi di farsi espellere e di lasciare in dieci la sua squadra».
Gli ho mandato a dire, tramite un amico: «Tu non mi conosci come persona. Allora devi stare zitto. E prima di parlare di me, informati meglio: ha sbagliato l’arbitro, non io. Non potevo fare nulla per evitare quell’espulsione».
All’inizio volevo solo sbranare gli arbitri, ora capisco quanto sia difficile il loro mestiere e a quante pressioni siano sottoposti. Me ne rendo conto anche durante le nostre partitelle a Milanello. I miei compagni si lamentano sempre perché dicono che chi arbitra avverte una sudditanza psicologica nei miei confronti.
«La squadra di Ibra ha sempre rigori a favore!»
Non è vero. Anzi, spesso sono io a chiedere a chi arbitra di non lasciarsi condizionare dalla mia presenza e di non regalarmi niente perché non ne ho bisogno.
Fossi un arbitro, sarei un buon arbitro, perché ho personalità. Voglio vedere se trovo un giocatore che non mi rispetta e non mi ubbidisce.
Lascerei giocare molto e fischierei poco. Mi piace il gioco duro, che non vuol dire violento. Solo gli arbitri più esperti sanno cogliere la differenza.
Una volta l’ho detto anche al boss degli arbitri in una riunione di inizio campionato: «Voi non lo sapete se io entro per far male. Voi fermate l’immagine e, in base al contatto, giudicate violento un contrasto che invece nella fluidità del movimento non lo era affatto».
Un calciatore invece riconosce sempre chi entra per fare male. Per questo credo che sarebbe una buona idea fare arbitrare gli ex calciatori. Non dico quelli di Serie A che si sono legati per forza a qualche maglia e che i tifosi vedrebbero di parte, ma quelli meno famosi, che si sono fermati nelle serie inferiori e che conoscono comunque bene il gioco. Così possono arrivare anche loro nei grandi stadi come San Siro e l’Olimpico.
Credo che molti arbitri siano stati bambini senza talento, innamorati del calcio, che hanno trovato comunque il modo per stare in campo con i campioni. Altrimenti perché uno diventa arbitro? Chi glielo fa fare?
Ai tempi della mia prima esperienza in Italia ricordo certe trasmissioni in cui si discuteva di moviola per tre o quattro ore di fila. I poveri direttori di gara erano sempre messi in croce. Ora va meglio. A parte i monitor della Var che hanno creato parecchia confusione. Non ho ancora capito bene come funziona. L’arbitro è costretto ad andare a bordo campo a rivedersi l’azione se lo chiama la Var? O no?
Non sono solo gli arbitri a chiedere aiuto al vecchio Ibra per risolvere questioni di campo. Anche gli avversari, come ha fatto Sarri. Mi sono trasformato in un uomo di legge, sono passato dall’altra parte. Come gli ex pistoleri dei film western che prendono la stella e diventano sceriffi.
Milan-Lazio, 12 settembre 2021.
Stiamo vincendo 2-0, difendo la palla e, appena la passo a un compagno, Leiva mi entra duro alle spalle. Lo afferro al collo d’istinto, preoccupato. Sono appena rientrato da un infortunio di quattro mesi al ginocchio. Non voglio farmi male ancora.
Ma è un attimo, mi rilasso subito e lo mollo.
Arriva Acerbi a fare il bullo: «Vuoi picchiare anche me?».
«Che cazzo dici? È il tuo amico che ha menato me» gli rispondo. «Dai una calmata ai tuoi compagni e poi torna a parlarmi.»
Io sono tranquillissimo, infatti rido e scherzo con Pedro, ci abbracciamo. Ma attorno a noi c’è il caos.
Sarri, il loro allenatore, viene da me e mi urla: «Ibra, io ho sessant’anni. Quello mi deve portare rispetto! Non mi può fare dei gesti!».
«Scusa, io non so niente. Che cosa è successo? Di chi parli?»
«Alexis Saelemaekers» risponde.
«E cosa ti ha fatto?» domando.
«Il segno due con la mano, come i gol del Milan.»
«Non va bene. Aspetta che gli parlo.»
Devo sentire anche la versione di Alexis, non posso accontentarmi di una campana sola. Che abbiano ragione o torto, io i miei compagni li difendo sempre.
Saelemaekers mi racconta che Sarri gli ha detto «francese di merda» e lui gli ha indicato il tabellone con il risultato della partita.
Entrambe le cose non vanno bene. Entriamo nel tunnel degli spogliatoi.
Si avvicinano il direttore sportivo della Lazio, Tare, con cui ho un buon rapporto, e poi il loro portiere, Pepe Reina, che vuole parlare con Alexis.
Lo fermo: «Ascolta, Pepe. Lo hanno già aggredito in venti, tu sei il ventunesimo. Arrivi tardi. Il ragazzo ha capito. Ora lasciami parlare con il tuo allenatore. È stato lui a venirmi a cercare».
Reina mi fa: «Chi ti credi di essere?».
Domanda sbagliata. Proprio una di quelle che mi fa innervosire di più.
«Io non sono nessuno. Ma tu che cazzo vuoi, Reina?»
Si calma.
Vabbe’, porto Saelemaekers da Sarri, lascio che si chiariscano da soli. Si parlano e Alexis chiede scusa. Tutto risolto.
Lo sceriffo Ibra, nuovo uomo di pace, ha compiuto la sua missione.
Marzo 2015, Psg-Lorient 3-1.
Segno una tripletta e, a fine partita, mi avvicino all’arbitro per farmi consegnare il pallone da tenere per ricordo, come da tradizione. Il signor Tony Chapron, un fenomeno passato alla storia per avere tirato un calcione a un giocatore del Nantes, con l’ego tipico dei francesi mi risponde: «No».
No? Come sarebbe a dire?
Ho segnato tre gol e portarmi a casa il pallone è un mio diritto. Niente da fare. Ho dovuto farmi regalare un altro pallone dai magazzinieri. Quello del match se lo è tenuto l’eroe.
Tempo dopo sono venuto a sapere che ha motivato la decisione in un’intervista a un giornale inglese: «Io ho quattro figlie, se non mi chiedono qualcosa per favore, non rispondo nemmeno. Ho fatto lo stesso con Ibrahimović che mi ha mancato di rispetto e di educazione».
Peccato che non abbia avuto il coraggio di dirmelo guardandomi negli occhi. Gli avrei spiegato che avrebbe dovuto consegnarmi il pallone e dirmi grazie perché arbitrarmi è stato l’onore più grande della sua vita. E gli avrei assicurato che i miei due figli conoscono l’educazione meglio delle sue quattro figlie.
Però, in parte, gli arbitri francesi andavano giustificati. Non avevano esperienza, non erano veri professionisti, fischiavano part time e, soprattutto, non erano abituati a confrontarsi con campioni di grande personalità. Non erano adeguati al livello di calcio che aveva imposto all’improvviso il Paris Saint-Germain.
Come quelli americani, che sono un vero disastro. Gliel’ho anche detto in faccia: «Voi dovete tornare sui banchi di scuola a studiare le basi».
Ogni volta che sfioravo qualcuno, sembrava che l’avessi mandato al cimitero. Il calcio non è il basket, il contatto è ammesso.
Sbagliavano, li chiamavano al Var e non ci andavano per orgoglio. Come quella volta in cui un arbitro ci ha fischiato contro un rigore assurdo e gli ho chiesto: «Ma cos’hai visto? Dov’eri? In pausa caffè?».
Comunque, tornando alla Francia, non bisogna dimenticare quello che avevo detto a Bordeaux per colpa di un arbitro: che la Francia era un Paese di merda. Non potevo certo aspettarmi che mi trattassero con i guanti bianchi.
In un’altra partita di campionato mi sto dissetando a bordo campo, si avvicina il quarto uomo e prova a portarmi via la bottiglietta d’acqua. Allunga il braccio e cerca di afferrarla mentre ce l’ho alla bocca. Ci prova una volta, due, tre. Devo spostarmi e proteggermi con il gomito per evitare che me la strappi di mano.
Ma cosa vuoi? Ho i piedi oltre la linea di gesso, non sono mica in campo. Sparisci! Pazzesco. Neanche all’asilo si vedono scene del genere.
Non mi ha mai arbitrato una donna, ce ne sono poche a questo livello. Forse sarebbe meglio se fossero guardalinee, ma ce ne sono già che arbitrano in campo e sono brave. A prescindere dalla competenza, porterebbero dei vantaggi perché davanti a una donna controlli molto meglio le tue reazioni. Se ti viene da esplodere per un rigore, davanti a un direttore di gara donna ti dai una calmata. Se esplodi lo stesso, vuole dire che sei uno psicopatico.
Però, per fare l’arbitro ad alto livello, bisogna essere mentalmente molto solidi, uomo o donna non importa, perché le pressioni in campo sono enormi. I giocatori ti urlano in faccia, ti circondano per protestare. Se non sei forte di testa, poi vai a casa e rischi di finire sul lettino dello psicologo.
A scuola rispettavo sempre orari e regole, anche perché mio padre era molto severo. Non mi seguiva negli studi, ma pretendeva il massimo della disciplina. Mio padre era la mia legge.
Diceva: «Entro le 9 di sera devi essere a casa» e io non ci pensavo nemmeno a sforare.
Non ha mai alzato le mani su di me. Solo una volta che l’ho fatto infuriare mi ha sollevato sopra la sua testa e mi ha buttato a terra da due metri. Non aveva bisogno di picchiarmi per farsi obbedire e rispettare. Gli bastavano la voce e lo sguardo. Sapeva essere aggressivo con l’atteggiamento. Non osavo mai contraddirlo, discutere o semplicemente sfidare le sue imposizioni, perché avevo paura di andare oltre e di sbagliare.
Di altre leggi avevo invece molto meno timore.
L’ho già raccontato: rubavo le biciclette e un sacco di roba nei centri commerciali. Ma quello era un altro discorso. Non era semplicemente una sfida, lo facevo per sopravvivere e per sentirmi uguale agli altri. Voglio anch’io una bicicletta. Non posso averla? Allora la rubo, cazzo. Mi spiace per il proprietario, ma anch’io devo vivere.
A scuola vedevo i miei compagni che mangiavano la merenda. Papà non mi dava i soldi perché non li aveva. Allora rubavo alla caffetteria. Anch’io dovevo mangiare.
Tutti vestivano Ralph Lauren e Tommy Hilfiger, io la roba da gioco che fregavo dallo spogliatoio del Malmö. Quella differenza mi isolava, mi faceva sentire diverso, mi incattiviva, per questo andavo a rubare nei negozi, ma non era facile.
Un giorno ci beccarono in un centro commerciale. Ero con un mio amico di colore. La polizia ci portò al commissariato e telefonò ai nostri genitori. Per mia fortuna mio padre non era in casa, altrimenti non sarei qui a raccontarlo. Venne a prenderci il papà del mio amico. Scrissero una lettera a mio padre per informarlo di tutto. Per giorni tenni d’occhio la casella della posta e, grazie a Dio, riuscii a intercettarla.
Anche la mia legge in casa è dura e senza appello.
Sulla disciplina sono intransigente come mio padre, ma parlo molto di più con i miei figli. Ascolto il loro punto di vista, ci confrontiamo, mi sforzo di far capire loro le varie situazioni.
Non è sempre stato facile per i bambini portare il mio nome ed essere paragonati a me. Durante il nostro soggiorno in Inghilterra per Maxi a volte è stata dura a scuola. È successo che i compagni lo hanno provocato perché sono suo padre. Maxi è stato pure richiamato dal preside e a casa è stato punito. Lui è come sua madre. Non mi ha chiesto di usare i videogiochi o di giocare a qualcosa, mi ha chiesto il permesso di leggere dei libri. A me, che non ne ho mai letto uno. Ha passato una settimana intera chiuso in camera sua a leggere.
Mio figlio.
Rispetto la legge dell’allenamento e quella della mia professione non meno di quanto rispettassi quella di mio padre.
Il discorso è semplice: siamo in venticinque al Milan. Quante persone al mondo vorrebbero essere al nostro posto? E allora dobbiamo meritarci questo privilegio, riconoscere questa fortuna in ogni secondo dell’allenamento.
Come ripeto ai miei compagni: il cento per cento non basta, devi dare il duecento per cento nel lavoro, perché da qualche parte c’è qualcuno che ha il tuo stesso sogno e che è disposto a morire per entrare nelle tue scarpe. E allora, per le due ore che sei qui, devi sudare e dare il meglio di te stesso, perché così costringi anche gli altri a farlo e la squadra cresce. In questo senso, il Milan è migliorato tantissimo. Come mentalità, come cultura del lavoro, ormai ci siamo.
Io sono il primo torturatore di me stesso, l’ultimo che si fa sconti.
Ricordo un allenamento poco prima del rientro in campo con la Lazio. Era una giornata no, avevo male dappertutto.
Vado dal responsabile della mia riabilitazione che mi stava seguendo, una figura nuova reclutata dalla Juve, che lavora in quella zona intermedia, delicata, tra la riabilitazione dall’infortunio e il ritorno in gruppo.
«Ascolta, sarò onesto: oggi non sono al top e non ho proprio voglia di allenarmi. Ma non ti preoccupare, tu spiegami cosa devo fare e, quando cominciamo, ti darò il massimo come al solito.»
Mi piace sempre conoscere il piano di lavoro nei dettagli, prima di iniziare. Così mi programmo, blocco i pensieri, mi concentro e poi tiro dritto fino all’ultimo esercizio.
Non mi va che mi dicano: «Cominciamo, poi vediamo come stai». No, non vediamo un bel niente. Come sto io non conta nulla. Conta solo cosa devo fare. Io lo farò fino in fondo, qualunque cosa accada.
Con la legge della strada, invece, sono molto meno intransigente.
Come ho detto prima: pestare sull’acceleratore e scappare in autostrada per me è una forma di libertà. Io non sto bene in mezzo a tante persone, sono a disagio perché so che mi conoscono tutti e mi sento come una scimmia allo zoo. L’auto mi consente di fuggire via.
Negli anni mi sono preso una bella collezione di multe.
Meno in Italia, perché, se ho un po’ di fortuna e il vigile è milanista, in genere un autografo o un selfie aiutano…
Anche se ho bisogno di scappare per sentirmi libero, lo faccio sempre in modo responsabile. Mai nelle strade trafficate, mai in città, corro in autostrada e solo se c’è la possibilità di farlo. Non metto mai a rischio l’incolumità degli altri.
Un giorno stavo facendo shopping vicino a casa e ho perso di vista l’orologio. Dovevo essere a pranzo alle 13 a Milanello.
Ci vogliono almeno cinquanta minuti per arrivare. Non posso farcela…
Chiamo il team manager. Gli spiego che mi hanno tamponato e che arriverò con un po’ di ritardo.
Dico al fisioterapista: «Guido io».
Parto alle 12.17 e alle 12.58 sono seduto a tavola a Milanello. Puntuale. Record mondiale della tratta Porta Nuova-Carnago.
Spesso mi chiedono: «Ma alla Juve non ti sei accorto che gli arbitri erano diventati improvvisamente più buoni?».
Rispondo: «No, in campo mi accorgevo soltanto che eravamo i più forti. Vincevamo per questo».
Ero ancora giovane, per me l’arbitro continuava a restare un nemico. Noi undici, loro dodici. Non riuscivo a sentirlo dalla mia parte.
Al Festival di Sanremo mi hanno scritto qualche appunto per il mio discorso. Ero così concentrato che non mi sono reso conto dell’errore. Mi hanno fatto dire che ho vinto undici scudetti e invece ne ho vinti tredici.
UEFA e Federcalcio non hanno contato i due tolti alla Juve in seguito allo scandalo di Calciopoli, ma io li considererò sempre vinti, al cento per cento. Me ne fossi accorto, avrei detto tredici e non undici.
Quando entro allo Stadium di Torino e vedo il numero 38 accanto allo scudetto tricolore, io non penso a un errore, penso che quello sia il numero esatto e che quella sia la vera giustizia: noi abbiamo vinto quei due scudetti perché noi eravamo la migliore squadra d’Italia e poi ce li hanno tolti.
Non so se sia stato manipolato in qualche modo il sistema e non mi interessa saperlo. Per scelta, ho deciso fin dall’inizio di non seguire l’inchiesta e le polemiche.
Però so che nessuno ha manipolato le mie corse in campo, i miei gol, la mia fatica in allenamento, le mie ferite, i miei infortuni. E nessuno ha manipolato il sudore e il talento dei miei compagni. Dopo settanta-ottanta partite, vince solo chi è più forte: è la giustizia del campo quella che conta nello sport. Perciò continuerò a sentire miei i due scudetti che ci hanno tolto.
Come è stato possibile darne uno dei due a qualcun altro? E come hanno fatto gli altri ad accettarlo?
Se squalifichi quello che ha vinto e dai a me la sua medaglia, io non la voglio. Anzi, mi offendi se me la dai. Se io vado in giro con quella medaglia al collo e dico «Ho vinto!», è indegno.
Ho sempre avuto un buon rapporto con Luciano Moggi, anche perché si comportava in modo diverso con gli stranieri: rideva, scherzava, faceva battute… Gli italiani invece avevano paura di lui.
Quando entrava nello spogliatoio, era come quando arrivava Berlusconi a Milanello: si sentivano le vibrazioni nell’aria, il peso del suo carisma, tutti tacevano, intimoriti.
Ma io ero giovane, non mi sentivo in soggezione, lo chiamavo «boss». Lui aveva una buona intesa con Mino e anche questo ci legava. Moggi ha fatto tanto per me, anche se mi ha rifilato qualche multa di troppo. Come quella volta con Zebina.
Bisogna sapere che in Italia ai giocatori viene decurtato lo stipendio in base a regole non scritte, come i ritardi o atteggiamenti irrispettosi.
Partitella in allenamento. Zebina entra duro da dietro una volta, due, tre…
Non mi piace quando mi colpiscono così alle spalle, perché non vedo, non me l’aspetto, soprattutto in allenamento, e rischio di farmi male. Se invece so che un difensore in partitella ha intenzione di entrare tosto, come in un match vero, quando arriva la palla mi preparo.
Perciò mi volto e gli dico: «Se vuoi giocare duro, dimmelo che ti aspetto».
Zebina mi tira una testata, io parto con il destro e lo stendo.
Arriva Lilian Thuram e mi spinge via: «Sei stupido, Ibra! Sei stupido!».
Piomba Cannavaro che allontana Thuram e mi fa: «Hai sbagliato, Zlatan!».
Però, mentre me lo dice, mi fa l’occhiolino.
Capello, il mister, era dalla parte opposta del campo, appoggiato a un palo.
Urla: «Lilian! Lilian!».
Quando Capello urlava, calava il silenzio assoluto.
«Lilian! Vai via di lì! Lascialo stare!»
Thuram si allontana, le acque si calmano.
A fine allenamento vado da Capello: «Le chiedo scusa, mister».
«Per cosa?» dice lui.
«Per l’incidente con Zebina.»
«Non c’è bisogno di scusarsi. È una cosa che fa bene alla squadra» ha risposto.
Faccio i massaggi, la doccia e tutto il resto. Dopo tre ore, Zebina ha ancora il ghiaccio sull’occhio.
Il team manager Alessio Secco mi avverte: «Sei convocato».
Quando Moggi voleva vederti, ti dicevano così: «Sei convocato».
Non lo nominavano neanche. Tutti capivano.
Se, per esempio, qualche giocatore si rifiutava di concedere un’intervista e Secco gli comunicava: «Sei convocato», quel giocatore sapeva che avrebbe fatto l’intervista, perché lo voleva Moggi.
Vado nell’ufficio di Moggi, che mi fa: «Zlatan, devo multarti».
«Perché?»
«Per la lite con Zebina.»
«No, io non pago.»
«E invece tu paghi.»
«Ascolta, Boss. Se ti aggrediscono in strada, tu cosa fai?» chiedo.
«Mi difendo» risponde.
«Io mi sono difeso dall’aggressione di Zebina» spiego.
«Ok, però hai sbagliato. Paghi la multa e basta.»
Leggo l’importo: «Ma è un’esagerazione! Non l’ho ucciso!».
«Non ti preoccupare, ne pagherà una anche lui» mi assicura.
«Di quanto?»
«Dieci volte più di te» risponde Moggi.
«Allora va bene. Magari facciamo che sommi la mia alla sua e paga tutto lui.»
Un giorno arriviamo allo stadio. So di giocare, invece mi comunicano che devo andare in tribuna. Neppure in panchina: in tribuna.
Cosa succede? Nessuno sa darmi una spiegazione.
Chiamo Mino: «Mino, dovevo giocare e mi hanno mandato in tribuna senza una motivazione. Prova a vedere se scopri qualcosa».
Arriva Alessio Secco: «Zlatan, domani sei convocato».
Il giorno dopo, Moggi mi spiega: «Ieri non hai giocato perché hai usato una crema e non ci hai informati».
«Ma non c’entra con il calcio. Ho un problema di psoriasi alle braccia» spiego. «È una crema che mi hanno dato all’Ajax.»
«Contiene cortisone. Tu devi dirci tutto quello che prendi. Noi dobbiamo sapere tutto, esattamente. Ti costa un’altra bella multa» sentenzia il boss.
Leggo la cifra e sbalordisco ancora: «Per una crema?».
«Se lo rifai, la multa raddoppia.»
Forse era meglio tenersi la psoriasi.
Alla Juve avevano il nervo scoperto sui farmaci, perché era in corso il processo per doping al dottor Agricola. Se, appena arrivato, avessero rintracciato nei miei test antidoping una sostanza vietata, per il club sarebbe stato un ritorno d’immagine devastante.
Moggi era così: durissimo. Quando doveva dire qualcosa di importante alla squadra, la convocava in palestra. Non nello spogliatoio o sul campo: in palestra. Ci mettevamo in cerchio e lui stava in mezzo. Parlava solo lui.
Ricordo un giorno che attaccò un mio compagno davanti a tutti. Lo accusò di scarso rendimento e lo minacciò di dimezzargli lo stipendio. Il ragazzo provò a ribattere, ma il boss lo zittì subito: «Muto o ti tolgo subito due mesi di paga».
Moggi era spietato, ma a me piacciono le persone così, nette, chiare: o bianco o nero. Nessuna confusione di grigi.
Dopo lo scandalo arbitrale del 2006, la Juve viene retrocessa in B. Io scelgo di lasciare il club e di firmare per l’Inter, il peggior nemico di Moggi. Quando l’ho informato, non mi ha rimproverato, non mi ha detto nulla, anche perché a quei tempi aveva problemi più seri da risolvere.
Io ho cominciato la preparazione alla Juve, in montagna. Ero in stanza con Nedvěd, ma aspettavo di andarmene. Avessi avuto l’età che ho ora, mi sarei fermato per aiutare la squadra a risalire in Serie A, come ho fatto con il Milan che ho riportato in alto. Ma ero all’inizio della carriera, volevo giocare in Champions, non in Serie B, ero giovane e affamato di traguardi.
Prima di firmare per l’Inter, anche il Milan mi aveva fatto un’offerta e proposto un buon contratto, ma a una condizione: aspettare il preliminare di Champions League contro la Stella Rossa. «Se ci qualifichiamo, il club avrà più soldi.»
Erano sicuri che sarei andato da loro comunque perché il Milan era un club più alla moda, solo tre anni prima aveva vinto la Champions League, mentre l’Inter non vinceva lo scudetto da diciassette anni.
L’Inter, però, mi fece un’offerta migliore. Allora Mino tornò dal Milan: «Se Ibra sarà il vostro calciatore numero uno, deve avere lo stipendio più alto della squadra».
Braida e Galliani risposero: «Neppure se ci appare la Madonna ritoccheremo il contratto che vi abbiamo proposto».
La risposta sulla Madonna mi offese. Voleva dire che il Milan non mi voleva abbastanza e io non vado in un posto dove manca entusiasmo.
Ordinai a Mino: «Chiudi con l’Inter. Farò in modo di portare a casa lo scudetto dopo diciassette anni. Quella è la sfida».
La sera che firmai con l’Inter, Berlusconi era a cena da Giannino, un ristorante di Milano. Stava suonando la chitarra in una tavolata di amici. Ridevano e si divertivano. Mi hanno raccontato che, appena gli hanno riferito della mia firma per l’Inter, ha posato la chitarra ed è rimasto in silenzio per un’ora.
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Adrenalina: Prepartita - La rovesciata - Il dribbling - L'avversario - Il pallone - Il procuratore - Il giornalista - Il Gol - L'arbitro
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