
Letture RossoNere
In questo libro pieno di confidenze e aneddoti, Ibrahimović si mette a nudo con franchezza, senza tacere dei dubbi e degli ostacoli che si sono frapposti alla sua corsa verso la grandezza
LA ROVESCIATA (o del Cambiamento)

Beverly Hills, autunno 2019.
È sera, siamo appena rientrati a casa da una cena al ristorante.
Suona il telefonino.
Helena prova a indovinare: «Mino».
Esatto: Mino Raiola, il mio agente. Ma non era difficile. È da giorni che mi sta martellando.
Conclusa l’esperienza ai Los Angeles Galaxy, con l’eliminazione dai playoff della MLS, ho deciso di appendere le scarpe al chiodo e lui sta facendo di tutto per farmi cambiare idea.
Ci riprova un’altra volta: «Zlatan, uno del tuo livello e col tuo passato sportivo non può concludere la carriera in America. Diranno che sei un codardo, che ti sei rammollito, che ti sei accontentato delle cose facili. Dov’è finito il leone del calcio, il re della foresta?».
«Sono arrivato, Mino. Ho chiuso. Fattene una ragione.»
Ma insiste: «No. Tu devi tornare in Europa e dimostrare che puoi giocare ancora con i migliori, nonostante l’infortunio di Manchester. Anche solo per sei mesi, da gennaio a giugno. Vinci la sfida e poi fai quello che vuoi. Tu sei Ibra. Devi uscire di scena alla Ibra. Un contratto te lo trovo quando voglio».
«Ascolta, Mino, c’è solo un modo con cui puoi convincermi: con l’adrenalina. Non mi serve un contratto qualsiasi, a me serve una sfida che mi metta una carica nelle vene. Ce l’hai?»
A trentotto anni posso ancora ammazzarmi in allenamento, sentirmi tutto rotto e tirare dritto, ma al mattino, quando mi alzo dal letto, mi serve una buona risposta alla domanda: perché lo fai, Zlatan?
E la risposta può essere una sola: perché tutta questa sofferenza mi tornerà indietro sotto forma di adrenalina e mi farà sentire bene.
Qualche sera più tardi, sono a casa che sto guardando il documentario HBO su Diego Armando Maradona. A un certo punto passano le immagini di una vecchia partita del Napoli e inquadrano il pubblico del San Paolo. Lo stadio è pieno zeppo. Il regista stringe l’immagine sulla curva più calda, i ragazzi sono accalcati uno sull’altro, cantano, urlano, pestano dei tamburi, si percepisce un’elettricità incredibile.
Mi raddrizzo sul divano, osservo con attenzione e sento che l’adrenalina comincia a pompare, qui, nelle vene del collo. Tum, tum, tum…
Telefono subito a Mino: «Chiama il Napoli. Vado al Napoli».
«Il Napoli?»
«Sì, vado a giocare a Napoli.»
«Ma sei sicuro?» mi chiede lui, perplesso.
«Tu vuoi che io continui a giocare? La mia adrenalina sono i tifosi del Napoli. Vado là, a ogni partita porto allo stadio ottantamila persone e vinco lo scudetto come ai tempi di Diego. Con la vittoria del campionato italiano, li faccio impazzire tutti. Questa è la mia adrenalina.»
Parliamo con il club, trattiamo e troviamo l’accordo. Tutto fatto. Sono del Napoli.
L’allenatore è Carlo Ancelotti, che conosco bene, siamo stati insieme a Parigi. È felicissimo di ritrovarmi, ci sentiamo quasi tutti i giorni. Mi spiega come intende farmi giocare.
Non ho parlato con il presidente, Aurelio De Laurentiis, ma lo conoscevo già. È successo qualche anno prima, mentre ero in vacanza a Los Angeles con la mia famiglia.
De Laurentiis aveva saputo che alloggiavamo nello stesso hotel e ci aveva lasciato un biglietto alla reception: «Questa sera siete invitati al ristorante». Allegata una nota con l’indirizzo.
Non sembrava un invito, ma un ordine.
«Andiamo» ha detto subito Helena.
Abbiamo passato una serata molto piacevole.
Individuo una casa a Posillipo che potrebbe fare al caso mio, ma, visto che devo restare solo sei mesi e tutti mi ripetono che la città è abbastanza caotica, sto valutando anche la possibilità di vivere in barca.
Il giorno in cui devo firmare a Napoli, l’11 dicembre 2019, il presidente De Laurentiis caccia Ancelotti. A metà campionato.
Ho una brutta sensazione. È un cattivo segnale. Io di questo presidente non posso fidarmi. Non può dare stabilità a me e alla squadra uno così. E poi so che Rino Gattuso, anche se è un amico, ha bisogno di un altro tipo di centravanti per il suo 4-3-3. Infatti, non si è fatto sentire.
Salta tutto.
Qualche giorno dopo chiamo Mino e gli chiedo: «A chi servo di più? Qual è la squadra più nella merda?».
Io non sto cercando un contratto, io sto cercando una sfida.
«Il Milan ha perso 5-0 a Bergamo.»
Di solito, per principio, non torno mai in una squadra in cui sono già stato con il rischio di fare peggio della volta precedente.
Ma questa volta è diverso. Il Milan ha perso 5-0.
Ordino a Mino: «Chiama il Milan. Andiamo al Milan».
La mia sfida sarà riportare al top uno dei più prestigiosi club del mondo. Se ci riesco, vale più di tutto quello che ho fatto nelle altre squadre.
Questa è la mia adrenalina.
All’inizio abbiamo parlato con Paolo Maldini, il direttore dell’area tecnica e, a dire la verità, non andava affatto bene.
Ok, sono io che ho scelto di venire al Milan e che mi sono proposto, ma se mi vuoi devi caricarmi, devi darmi fiducia, devi trasmettermi entusiasmo, devi convincermi e non ripetere soltanto che ho trentotto anni.
So tenerlo anch’io il conto dei miei compleanni.
Paolo non mi dava sicurezze come il presidente del Napoli. Poi è entrato nella trattativa Boban e abbiamo cominciato a capirci. Zvone era molto più convinto: «Zlatan, chiedimi tutto quello che vuoi e io te lo do».
Ecco, è così che si parla a Ibra.
È così che Ibra torna a Milano.
Non conoscevo bene Stefano Pioli, ma non era un problema. Per me il rapporto con gli allenatori non è mai stato troppo importante. Ho sempre tenuto un atteggiamento molto professionale con loro. Ho avuto problemi solo con Guardiola, ma ce li aveva lui con me, non io con lui. A dire il vero, non ho ancora capito bene quali. Cazzi suoi.
Ho studiato i nuovi compagni e mi sono detto subito: questi non sanno che cosa vuol dire giocare nel Milan.
Il mio vecchio Milan era fatto di gente tipo Gattuso, Pirlo, Ambrosini, Nesta, Cafu, Thiago Silva… La vecchia guardia. Quando non facevi bene in allenamento, ti arrivava un’entrata sui denti. Parlavano poco, ma ti facevano capire lo stesso che avevi sbagliato.
Ora invece vedevo che negli allenamenti andavano quasi tutti piano. Non sono rimasto a guardare. Ero arrivato al Milan per cambiare le cose, per fare la rivoluzione.
Non faccio nomi, ma a un compagno ho chiesto: «Scusa, ma tu perché non corri?».
E lui: «Ti sbagli, io corro».
Ho insistito: «No, tu non corri. Aspetti forse che qualcuno corra per te? Sai quando io correrò per te? Quando mi farai vincere qualcosa, ma tu nella tua vita non hai ancora vinto niente. Allora comincia a giocare e a correre».
E si è messo a correre.
I compagni mi ascoltavano con rispetto e anche con un filo di paura. Io studiavo attentamente le loro reazioni: se uno crolla dopo le critiche, non ce la fa; se si rialza e cambia, ce la può fare. Era di questi ultimi che avevamo bisogno.
Dovevamo imparare a soffrire, a combattere in ogni secondo della partita, per ogni centimetro di campo, dovevamo diventare un gruppo forte, un’anima sola perché solo così avremmo potuto vincere.
Non eravamo più il Milan di dieci anni prima. Con la sola qualità non saremmo andati da nessuna parte, perché gli altri erano molto più forti di noi. Non potevamo metterci a palleggiare e fare tic tac, né aspettare il momento buono per la giocata individuale, dovevamo vincere la partita lottando uniti per tutti i novanta minuti.
Ma questo atteggiamento lo impari in allenamento, dando il meglio tutti i giorni.
Quando vedevo qualcuno che non lo faceva, glielo dicevo in faccia a voce alta, prima ancora che intervenisse Pioli; non in disparte, ma davanti alla squadra, perché la cosa che dicevo a uno valeva anche per gli altri che ascoltavano.
Io in allenamento sono sempre carico al massimo, massacro sempre tutti.
Lavorando così, giorno dopo giorno, sono cresciuti lo spirito di squadra, la disponibilità al sacrificio, il mio feeling con il gruppo, la mia responsabilità verso i ragazzi. Ogni volta che entravo nello spogliatoio, sentivo che i compagni mi guardavano, come per chiedermi: «Ibra, cosa facciamo oggi?».
Era una sensazione che mi esaltava, era proprio la sfida che cercavo.
Di conseguenza, sono cresciuti anche i risultati.
Poi però, dopo la partenza di Boban, le cose sono cambiate e si è creata una situazione di grande confusione. Non si riusciva a decifrare il presente e tanto meno il futuro del Milan.
Noi giocatori, Pioli e il suo staff ci sentivamo un corpo solo, unito, compatto, ma eravamo il corpo di un Dead Man Walking che s’incamminava verso la sedia elettrica nel braccio della morte.
Se, come si diceva in giro, fosse arrivato il tedesco Ralf Rangnick come nuovo allenatore, saremmo stati tutti fuori, non solo Pioli, anch’io, anche il direttore tecnico Maldini, il direttore sportivo Massara. Tutti.
Ogni giorno ci dicevamo: l’unico modo che abbiamo per risolvere questa situazione sono i risultati.
Ribattere, parlare e bla bla bla non sarebbe servito a niente. Lavoro duro, sofferenza e risultati: questa era la sola risposta possibile, l’unica via di fuga. Credevamo fortemente in quello che stavamo facendo e in quella condizione di incertezza siamo diventati ancora più forti.
Poi, a un certo punto, ho deciso che le voci erano diventate troppe e che bisognava fare chiarezza.
Giugno 2020. Forse non era il momento migliore, perché il giorno dopo avremmo dovuto giocare la partita della vita, la semifinale di Coppa Italia contro la Juve, ma Ivan Gazidis, l’a.d., era a Milanello e dovevo approfittare dell’occasione.
Gli ho parlato davanti alla squadra: «Ivan, con tutto il rispetto, qui bisogna chiarire un po’ di cose. Tra un mese scadranno tanti contratti. Cosa dobbiamo fare? Prolungare gli affitti delle nostre case? Non si sa. La squadra per il prossimo anno? Non si sa. Non c’è sicurezza. Per che cosa stiamo lottando? La squadra merita rispetto e risposte».
Lui ha smentito l’arrivo di Rangnick, ha confermato Pioli e abbiamo discusso di tante altre cose.
Gazidis non era ancora abituato a interpretare il suo ruolo di a.d. e di direttore generale come si fa in Italia, cioè stando vicino al gruppo.
A me piangeva il cuore, perché ricordavo il Milan di dieci anni prima che aveva un’identità forte e un’organizzazione perfetta. Adesso era tutto molto diverso.
Non pretendevo che tornasse come un tempo. Sapevo che era impossibile. Io sono un professionista, mi adeguo alla situazione, ma un minimo di dialogo deve esserci sempre.
Infatti dopo quel confronto, tutto è migliorato, perché quando hai qualcosa dentro che ti rode, la cosa più saggia è tirarlo fuori.
Ivan si è avvicinato alla squadra. Paolo ha cominciato a parlare di più con me e con gli altri. All’inizio era ancora troppo calciatore e poco direttore. Se cambi vita, devi dimenticare cosa sei stato prima. La squadra deve rispettarti come direttore, non per ciò che hai fatto da terzino. Paolo nel tempo è cresciuto, in atteggiamenti ed esperienza.
La rivoluzione di Milanello era riuscita.
Durante gli allenamenti vedevo una fame incredibile. Se si perdeva, erano tutti incazzati neri. Ormai avevano acquisito lo spirito giusto. Tutti finalmente avevano capito come si sta al Milan. E io non mollavo per dare l’esempio.
C’erano giorni in cui ero distrutto, Pioli se ne accorgeva e in allenamento mi diceva: «Zlatan, questa corsa non farla».
Allora gli spiegavo: «Mister, se la faccio io, la faranno tutti e ascolteranno quando parlo. Altrimenti divento un bluff».
Infatti tutti pensavano: se corre Ibra, dobbiamo correre anche noi, perché è così che ha vinto tutto quello che ha vinto. E noi dobbiamo fare come lui.
Solo con Leão non sono riuscito a trovare la chiave per svegliarlo. Ho provato in ogni modo, sono stato dolce, duro, indifferente. Ce l’ho fatta con tutti, ma con lui no. Sono arrivato alla conclusione che, se uno non si sveglia da solo, c’è poco da fare.
Çalhanoğlu invece mi ha ascoltato. Gli dicevo: «Hakan, ma lo sai cosa significa portare il numero 10 del Milan con la storia che ha alle spalle? Lo sai chi ha portato quella maglia? Tu devi raggiungere risultati importanti e finora non hai fatto niente».
L’ho spinto, l’ho spinto, finché non ha tirato fuori gli attributi. Giocare con compagni di grande qualità come Hakan diventa molto più semplice.
Tanti ragazzi sono cresciuti anche in personalità. Gigio Donnarumma, per esempio. Quando l’ho conosciuto quasi non apriva bocca, l’ho costretto a urlare in campo.
«Gigio, non dirmi che sei giovane, non mi interessa. Tu sei qui perché sei forte e bravo. Devi aiutare la squadra a raggiungere la sua missione.»
Non potevo parlare solo io in campo. Volevo far crescere piano piano altri leader.
Quando gli ultrà sono saliti a Milanello per contestare Donnarumma che indugiava nel rinnovo del contratto, ho detto ai dirigenti: «Fatemi uscire a parlare con loro. Qui abbiamo obbiettivi collettivi e non individuali. I tifosi possono dire la loro alla fine del campionato, ora stiamo lottando per andare in Champions. Glielo spiego io: volete vedere la Champions il prossimo anno o no? E allora non disturbate, venite quando è finito tutto a fare teatro o quello che volete. Come si può contestare Gigio ora? Gigio ci serve. Senza di lui, dove andiamo?».
Ma non mi hanno fatto uscire.
Siamo cresciuti e abbiamo disputato un grande campionato. Che l’Inter avrebbe potuto vincere lo scudetto, in estate, lo dicevano tutti. Che il Milan sarebbe arrivato secondo, non lo pensava nessuno. Quello che abbiamo fatto noi è stato molto più grande di quello che hanno fatto loro. Certo, avessimo vinto, sarebbe stata un’altra storia. Fin dal primo giorno della stagione 2020-21, io ero assolutamente sicuro che avremmo vinto lo scudetto, perché era il nostro momento.
Pioli è stato bravissimo a tirare fuori il meglio dai giocatori a disposizione. Con la sua organizzazione e il nostro spirito nuovo siamo rimasti in testa a lungo. Quando abbiamo avuto un calo di squadra, la qualità dei singoli avrebbe dovuto compensare la flessione e tenerci su, ma noi ne avevamo molto meno di altre squadre e abbiamo sofferto.
Un giorno in spogliatoio mi è venuto da chiedere: «Alzi la mano chi ha giocato una partita in Champions».
L’hanno sollevata solo Tătăruşanu e Çalhanoğlu. Sono rimasto scioccato.
Quando l’Inter faceva cinque cambi, entravano giocatori uguali o più forti, noi uguali o con meno esperienza. Infatti io ho suggerito al club: «Dobbiamo lottare perché i cambi restino solo tre, altrimenti Inter e Juve ci guadagnano».
Ma nonostante avessimo una rosa meno competitiva e nonostante i tanti infortuni, abbiamo tenuto testa a tutti lo stesso. Nessuno credeva in noi. Solo noi eravamo convinti di potercela fare. E siamo arrivati secondi.
Prima della gara decisiva con l’Atalanta, all’ultima giornata di campionato, ho detto ai ragazzi: «Ricordate quando vi ho chiesto quanti di voi avessero giocato in Champions League? Avete una partita a disposizione per cambiare la vostra risposta. Volete giocare la prossima Champions? Fatelo vedere in campo».
Poi, uscito dallo spogliatoio, prima dell’inizio della gara, ho annunciato a tutti: «Oggi vinciamo noi».
Ne ero sicuro. Non mi serviva aspettare la partita. Lo avevo già visto negli occhi dei ragazzi, avevo capito tutto dalla tensione buona che c’era in spogliatoio.
Hanno giocato una gara perfetta, con spirito di squadra, sacrificio e sofferenza, senza mollare un pallone, senza cedere un centimetro di campo. Siamo stati il Milan, quello vero, con il cuore che abbiamo allenato duramente per mesi a Milanello.
Proprio contro l’Atalanta, che aveva segnato cinque gol a Pioli, quando io ero a Los Angeles in cerca di una sfida che mi pompasse adrenalina nel sangue.
Una sfida che ho trovato e che ho vinto, ma non solo per i risultati.
Da quando gioco a calcio, non ho mai avuto un feeling così forte con i compagni di squadra. Non mi sono mai sentito così tanto amato in uno spogliatoio.
Quello che ho detto sul palco del Festival di Sanremo non era teatro, lo sentivo per davvero: mi mancavano i venticinque figli che avevo lasciato a Milano.
Che sono l’altra mia famiglia.
Così ho rovesciato il Milan.
Ho sempre avuto un debole per le rovesciate.
La più bella? Be’, dai, non c’è partita.
Prima di tutto perché era contro gli inglesi che avevano sempre parlato male di me: Ibra non ha mai fatto gol all’Inghilterra, Ibra non ha mai segnato a una squadra inglese, Ibra ha sempre evitato la Premier League, Ibra fa la diva e bla bla bla…
Mi hanno tenuto nel mirino fin da quando giocavo in Olanda e poi mi hanno seguito in Italia, in Francia…
Va bene. Arriva questa partita contro di loro.
È il 14 novembre 2012, si inaugura la Friends Arena, il nuovo stadio di Solna, sobborgo di Stoccolma. È solo un’amichevole, ma per me vale molto di più. Devo fare i conti con gli inglesi.
Quando da fuori chiacchierano così tanto, io mi carico al massimo. Ho sempre usato le critiche come benzina sul fuoco, per dare di più e dimostrare di più.
Fin da ragazzo avevo la stampa addosso, nel bene e nel male. Ero sempre in mezzo. Anche per colpa mia, certo, parlavo tanto, dicevo che ero il più bravo di tutti o cose del genere, perché avevo fiducia in me, e così, quando facevo male o sbagliavo, mi attaccavano il doppio, anche sul piano personale. E io mi sentivo ancora più forte.
Quella notte i tifosi inglesi mi cantavano «sei solo un falso Andy Carroll», che era un loro centravanti che mi assomigliava per l’altezza.
Inizia la partita, stadio pieno, sessantamila spettatori.
È da subito battaglia.
Loro vogliono dimostrare qualcosa, noi non possiamo fare una brutta figura in casa, nel nostro nuovo stadio. Ho il numero 10 sulla schiena e la fascia di capitano al braccio. Dopo venti minuti 1-0 per noi: cross basso, vado sulla palla, c’è un contrasto, la palla resta lì, la colpisco di punta, rete.
Va bene, mi sono detto, ho fatto il primo gol nel nuovo stadio. Rimarrà nella storia.
L’Inghilterra reagisce e ci sorpassa: 2-1.
Vado incontro alla palla, stop di petto, tiro: 2-2. Ma nell’azione si fa male un difensore inglese, Gary Cahill, perciò non mi va di festeggiare e poi è solo un pareggio. Non festeggio un pareggio. Come a Bergamo, all’ultima giornata di campionato, quando il Milan ha vinto e si è qualificato per la Champions League. Tutti festeggiavano in campo. Io ero molto contento, certo, ma non festeggiavo. Io non festeggio un secondo posto. Non l’ho mai fatto e non lo farò mai: io festeggio solo il primo.
Ci danno una punizione dal limite. Calcio forte, rasoterra, infilo l’angolino: 3-2 per noi. Ecco, ho segnato una tripletta nel nostro nuovo stadio.
Cosa avranno ancora da dire adesso gli inglesi?
Che era solo un’amichevole e bla bla bla…?
Gli spettatori cominciano ad abbandonare lo stadio, anche perché i parcheggi non sono ancora completati ed è difficile entrare e uscire con la macchina. La gente sta sfollando in anticipo per questo motivo. Manca poco alla fine.
Arriva questa palla lunga, calciata dalla nostra difesa più per far scorrere il tempo che per altro. Io corro verso il pallone, come sempre. L’istinto mi ordina: «Vai!».
Poi durante la corsa capirò se ci arrivo o meno.
Mentre corro, vedo il portiere Joe Hart che esce dai pali. Cosa fa? Un difensore inglese si ferma per non intralciarlo. Allora penso: devo fare qualcosa perché il pallone arrivi dove voglio io e non dove vuole lui.
Ho due scelte: o vado al contrasto con il portiere o fingo d’andarci e poi torno indietro.
Hart vede che gli sto andando incontro per saltare, ma quando sposta lo sguardo sulla palla, io arretro. Lui la colpisce male di testa, la palla si alza e spiove verso di me.
Me ne frego di quello che mi sta succedendo attorno, se qualche avversario si sta avvicinando o altro. Resto tutto concentrato sul pallone e penso solo a posizionare le spalle nella direzione della porta, perché così sono sicuro che, se calcio la palla all’indietro, finirà tra i pali.
Colpisco la palla a trenta metri dalla porta e, mentre sono in aria, mi volto a guardare.
Di solito metto già giù le mani per proteggermi e mi preoccupo di atterrare bene. Stavolta no: se mi spacco qualcosa, non importa. Devo assolutamente seguire l’azione perché un inglese sta correndo verso la porta e forse riuscirà a intercettare la palla. No, per favore, non farlo…
Il difensore si lancia in scivolata, ma non ci arriva e il pallone entra in rete.
Allora mi tolgo la maglia e comincio a correre a torso nudo, pazzo di soddisfazione. Ho raggiunto il massimo che avrei potuto toccare in una partita.
Contro l’Inghilterra!
Ecco, voi blaterate pure, questa è la mia risposta. Lancio la maglia in cielo, vedo gli svedesi che perdono la testa e i giocatori inglesi che mi guardano strano. So cosa stanno pensando: questo non è normale.
Passo accanto a Danny Welbeck e gli sussurro in inglese: «Enjoy, because you’ll never see anything like this anymore».
Divertiti, perché nella tua vita non vedrai mai più niente del genere.
Ho la pelle d’oca. Dagli sguardi della gente capisco di aver fatto qualcosa di straordinario. Quando ti rendi conto di avere compiuto un’impresa che resterà nella storia, ti entra dentro un’emozione speciale, qui nel petto, che non uscirà mai più.
In quel gol c’erano coraggio, fantasia, acrobazia, forza, rischio, arroganza… C’era dentro tutto.
Io sono quella rovesciata. È il mio biglietto da visita migliore.
Un giocatore qualunque avrebbe messo a terra quel pallone e l’avrebbe giocato, a trenta metri dalla porta. Ma io non sono un giocatore normale.
Se avessi sbagliato la rovesciata, avrebbero detto: il solito Ibra, lo spaccone, non ha cervello… perché fa così?
Ma io ci avrei provato anche la volta successiva, perché quando arrivo al limite del rischio, mi sento ancora più forte e più sicuro. Quando sei stato lassù, hai toccato la vetta del possibile e hai dimostrato di potercela fare, poi vuoi ritornarci spesso.
Nelle rovesciate c’è anche la mia passione per le arti marziali e, in particolare, per il taekwondo. Mi ha dato agilità, capacità acrobatica e flessibilità. Mi ha insegnato movimenti che nel calcio non sono comuni: calciare e stoppare una palla a due metri di altezza, colpirla all’indietro.
Quando mi controllano il ginocchio, pensano sempre che sia rotto e che il crociato sia troppo allungato, invece è semplicemente elastico per il tanto allenamento. Perfino le mie ossa sono flessibili.
Mi sono esercitato fin da bambino. Mio padre metteva nel videoregistratore le cassette di Bruce Lee e Jackie Chan, i suoi idoli, e le faceva guardare a me e a mia sorella. Poi, quando camminavo per strada, provavo a calciare tutto quello che incontravo, pali, cestini… Buttavo giù ogni cosa.
Mi piaceva da impazzire scalciare e istintivamente ho cominciato a farlo anche durante le partitelle di pallone. Cercavo di usare i piedi dove gli altri mettevano la testa. Per questo, anche adesso, la mia abilità nei colpi di testa non è top, come dovrebbe essere per un centravanti alto 1,95. Per me giocare la palla di piede è sempre stato più importante. Provavo a fare gol in rovesciata piuttosto che con la testa, perché era più spettacolare, ma anche perché mi sentivo molto più sicuro.
E poi mettere la testa al posto dei piedi, ogni tanto, aiuta a cambiare i punti di vista.
Anche nella vita.
La rovesciata di Pelé nel film Fuga per la vittoria, per esempio, se la ricordano tutti.
Ho conosciuto Pelé a una premiazione in Svezia, mi ha consegnato il premio come miglior giocatore del Paese. Un onore e un’emozione.
Miti come lui e Maradona sono quelli che ti fanno cominciare a giocare. Non è guardando un pallone, ma vedendo in televisione leggende del genere, come Crujff e Zidane, che ti mettono la voglia di provarci e ti trasmettono la gioia del gioco.
Non li conosco, però Maradona mi sembrava più autentico, faceva tutto con il cuore, non aveva paura di parlare, di rischiare, non aveva filtri, non si preoccupava di dare di sé un’immagine perfetta e, se sbagliava, sbagliava con il cuore. Per questo ti toccava di più.
Oggi il novantacinque per cento dei calciatori ha un filtro attorno e vuole trasmettere un’immagine perfetta. Per me non esiste. Per me tu devi essere te stesso. Sei perfetto solo se riesci a essere te stesso. Sbaglia, impara dai tuoi errori, sbaglierai ancora. Ma resta te stesso.
Invece hanno tutti un entourage che li protegge, così la gente pensa: oh, questa è una grande persona… Ma non è così, è solo un filtro. Invece Maradona non faceva cose per apparire, le faceva perché gli salivano dal cuore.
Se un gol di mano può portarmi un trofeo, lo segno anch’io, certo, ma preferisco molto di più l’altro segnato all’Inghilterra, scartando tutti. Anche lui ha dato una bella lezione agli inglesi.
Un gol del genere, non proprio uguale, ma simile, l’ho segnato anch’io, quando giocavo nell’Ajax, contro il Nac Breda. È stato tutto velocissimo, un lampo.
Ho saltato un avversario, due, tre… A ogni dribbling, cresceva la forza, la convinzione, l’adrenalina. Ero concentratissimo, ma sentivo il pubblico che faceva uuuh… uuuh… uuuh… A ogni dribbling, mi urlava: tira! Tira! Tira! E, dentro di me, rispondevo: no! No! No!
Quando la palla finalmente è entrata, sono esploso di gioia, non tanto per il gol, quanto perché avevo dimostrato che avevo ragione io: il momento migliore per tirare è quando Ibra decide di tirare.
Ho cercato di fare la differenza con il pallone. Studiavo per passare gli esami e poi dimenticavo tutto. Non ho letto libri. Se avessi voluto occuparmi di politica, avrei fatto il politico. Invece ho fatto l’atleta. L’atleta unisce, il politico divide. Ho la fortuna, grazie allo sport, di conoscere persone arrivate da tutto il mondo, viviamo lo stesso spogliatoio e lottiamo insieme. Senza il calcio, non le avrei mai incontrate, non avrei saputo nulla della loro cultura. Sei musulmano, sei cattolico? Non importa. Importa solo il rispetto nel mio spogliatoio.
Quando hanno inaugurato la mia statua a Malmö, ho detto: «Ragazzi, domani vi do il permesso di non andare a scuola. Venite a salutarmi».
Qualche critico l’ha presa un po’ troppo sul serio, ma poi tutti hanno capito che era solo una battuta scherzosa e soprattutto una buona causa: stare insieme ai ragazzi della mia città. Io con i bambini e i giovani ho un feeling speciale, un’intesa a pelle che con gli adulti faccio più fatica a trovare. Mi danno un’energia incredibile, sento una chimica naturale che non so spiegarmi e che non dipende da quello che dico.
So che anche una piccola attenzione può essere importante per loro, perciò cerco sempre di ricavare tempo per i ragazzi. Perché sono il futuro e perché mi ricordo che, quando avevo la loro età, non avevo la possibilità di incontrare gente famosa che potesse darmi consigli, ispirazione, energia. Facevo tutto da solo.
Ero io, nel mio mondo, contro il loro grande mondo.
La mia statua a Malmö è stata abbattuta.
L’aveva proposta la Federcalcio svedese e io l’avevo inaugurata nell’ottobre del 2019. Un mese più tardi si venne a sapere che avevo acquistato quote dell’Hammarby, club calcistico di Stoccolma, dove oggi giocano i miei figli. Erano stati i proprietari dei Los Angeles Galaxy a propormele mentre trattavamo il rinnovo del contratto. Loro ne detenevano un certo numero, io acquistai il venticinque per cento.
Mi sembrava una buona opportunità per fare qualcosa di utile in Svezia, per me era un atto di gratitudine per il mio Paese.
Invece gli ultrà del Malmö la presero malissimo. Non tanto l’investimento in sé, quanto una frase che dissi: «Farò dell’Hammarby il club più forte della Scandinavia».
Ma cosa avrei dovuto dire? In tutte le avventure in cui mi butto, io cerco sempre di fare il massimo.
So che sarebbe stato meglio se avessi investito nella mia città natale, ma era capitata quell’occasione a Stoccolma, che era comunque dove avevo scelto di abitare.
Così cominciarono gli sfregi alla mia statua posta all’esterno dello stadio: le hanno staccato il naso, segato un piede, appeso alle braccia tavolette del water, una corda al collo e hanno tentato di darle fuoco.
Il Comune di Malmö ha messo una recinzione per proteggerla, ma è servito a poco.
A gennaio i vandali sono riusciti ad abbatterla, tagliandole le gambe.
Immagino che siano stati ragazzi giovani. Le generazioni che mi hanno conosciuto meglio non l’avrebbero fatto, perché sanno che qualcosa di buono per Malmö e per la Svezia l’ho combinato.
Mi è spiaciuto soprattutto per Peter Linde, lo scultore che l’ha realizzata. È davvero molto bella: sono io a braccia aperte.
Me la ricordo sdraiata a terra, con la testa avvolta da una maglietta nera.
In qualche modo quella statua è la metafora della mia vita: ovunque sia stato hanno cercato di mettermi su un piedistallo e poi di farmi rotolare giù. Accade a molti personaggi di successo.
Sono stati giorni difficili. Ero preoccupato per i miei parenti che vivono lì, anche perché sui muri della città apparivano scritte minacciose. Mi chiamavano «Giuda».
Hanno discusso a lungo dove ricollocare la statua. Di sicuro non vicino allo stadio. Qualcuno ha proposto di portarla a Milano.
Adesso non so neppure dove la tengano.
Però so che io sono ancora in piedi, a quarant’anni.
Marco Van Basten era un altro che faceva rovesciate pazzesche. Tutti ricordano quella che segnò al Den Bosch con la maglia dell’Ajax e al Göteborg con la maglia del Milan. Ajax e Milan, come me. Sono cresciuto con il paragone di Van Basten puntato addosso.
Quando ero all’Ajax, Marco aiutava il primo allenatore della squadra e di nascosto mi ripeteva in continuazione: «Non dare retta al mister, Zlatan. Risparmia le energie e usale solo per attaccare».
Me lo diceva perché ricordava come lo aveva martellato Sacchi al Milan: «Torna indietro, aiuta la squadra, lavora anche senza palla, pressa, partecipa al gioco…».
Erano le cose che mi ordinavano all’Ajax.
Arrigo Sacchi è stato un rivoluzionario. Ha rovesciato il calcio, lo riconosco. Ma ce l’ha sempre avuta con me e non ho mai capito bene la ragione. Mi hanno detto che ha consigliato a Guardiola di non prendermi al Barcellona.
Due grandi amici. Tra loro, intendo. Non miei.
Sacchi aveva una rubrica su «La Gazzetta dello Sport» e mi sembrava che mi criticasse più sul piano personale che su quello professionale.
Questo non lo accetto. Se io odio un mio compagno, in campo mi comporto con lui in modo impeccabile, come con tutti gli altri. E da chi scrive e chi critica, mi aspetto la stessa correttezza. Se hai qualcosa da rimproverarmi, dillo a me, non dirlo al mondo, perché il tuo lavoro non è giudicarmi personalmente, ma professionalmente.
Perciò, un giorno che ci siamo incrociati in diretta, dopo una partita di Champions, lui era in uno studio televisivo, gli ho detto chiaro e tondo come la pensavo. Perché posso tenermi dentro le cose un anno, due anni, cinque anni, ma non dimentico. Come con Materazzi.
Le parole di Van Basten mi avevano riempito di orgoglio.
Quando un mito come lui dice una cosa del genere, tu pensi: lui è una leggenda, io gioco nella sua stessa posizione, tutto il mondo mi paragona a lui, allora io ascolto lui, non l’allenatore.
Durante le partite, mi tornava sempre in mente il consiglio di Marco e mi dicevo: fermati, Zlatan, non andare là, resta qua, risparmia le forze per attaccare. Perché in quel periodo il mio calcio era rock ’n roll e istintivamente andavo dappertutto per dimostrare di essere bravo a fare qualsiasi cosa: un tunnel, un dribbling, un colpo di tacco. Pensavo a me più che ad aiutare la squadra nel miglior modo possibile.
In questo senso Van Basten mi ha cambiato, ma la vera trasformazione è avvenuta sotto Fabio Capello. Lui sì che mi ha rovesciato, perché la sua non era solo una frase, ma un martellamento quotidiano.
Tutti i giorni mi diceva: «Io ti devo strappare via tutto l’Ajax che hai nel corpo e inculcarti l’idea del gol, solo gol».
E poi ancora: «Il modo migliore per aiutare la squadra è fare gol. Tu mi ricordi tanto Van Basten, ma non sai ancora muoverti all’interno dell’area come lui per arrivare in rete».
Mi metteva ogni giorno davanti alla porta e facevo cinquanta tiri: pam, pam, pam… Il grande Italo, l’aiutante del mister, mi stava sempre addosso, con i denti nel collo. Se sbagliavo, mi provocava: «Lo vedi? Non ce la fai…». Allora mi caricavo ancora di più: pam, gol.
E lui: «Ancora non buono».
Pam, gol! «Ti va bene questo?» gli chiedevo.
Pam, gol! «Ti va bene questo?»
Pam, gol!
Mi portava sempre al limite dell’adrenalina, avevamo un bel feeling.
Ogni giorno così, per sei-otto mesi. E alla fine sono diventato una macchina da gol.
Entravo in campo con un radar diverso.
All’Ajax dicevo: «Datemi la palla che vi faccio vedere qualcosa di spettacolare». Alla Juve: «Datemi la palla che faccio gol». Ero cambiato. Ero diventato un altro.
Anche la rovesciata di Rooney nel derby di Manchester resterà nella storia. Bellissima. Wayne è una grande persona. Solo quando ho giocato accanto a lui ho capito fino in fondo quanto brucia per il calcio, quanto lavoro mette in una partita per la squadra.
Rooney ha disputato sedici stagioni in Premier League, che sono molto più di una vita, perché non c’è campionato che ti logori come quello inglese: il ritmo è più alto, il gioco più aggressivo, ci sono più partite e non hai la pausa invernale. Sedici stagioni così.
Io lo guardavo. Avevo quattro anni in più, dovevo essere quello spremuto, e invece sembravo molto più giovane. Infatti alla fine Rooney non riusciva più a fare quello che gli chiedeva Mourinho e nel mio Manchester ha giocato poco.
Ci siamo poi ritrovati nella MLS, il campionato americano.
Sono andato negli Stati Uniti per rovesciare tutto.
Mi sono detto: adesso vado lì e gli insegno che cos’è il calcio, perché non lo sanno ancora.
Mi sono trovato in un altro mondo, troppo limitato, dove il tempo scorre lento, dove il momento che aspettano per l’esplosione del soccer non arriva mai e dove ha molto più successo il calcio femminile. Dove mancano soprattutto le conoscenze, i fondamentali.
Al Galaxy c’erano ragazzi appena arrivati dall’accademia o dai college che non sapevano stare in campo. Li prendevo a uno a uno e gli dicevo: «Guarda che non si difende così. Non devi stare dritto come un palo davanti a me, devi metterti di traverso, in modo da costringermi ad andare a destra o sinistra».
Ma queste cose, come la postura, un ragazzo non deve scoprirle quando è in prima squadra, deve averle imparate prima. Quando arriva in prima squadra, deve essere pronto per giocare e per vincere. Portare Henry, Pirlo e Ibrahimović non aiuta a crescere. Quello serve per lo spettacolo e per mostrare dove puoi arrivare, il livello top cui tendere, ma ciò che serve di più sono gli allenatori e le conoscenze per far crescere la base. Non puoi pensare di portare undici Ibrahimović e risolvere tutto.
E poi andava tutto contro la mia mentalità. Vedevo compagni che perdevano la partita, rientravano nello spogliatoio e si mettevano a ridere. Colpa dei playoff. Si qualificavano alla fase finale le prime sette, per cui vincere nella prima parte della stagione non contava quasi nulla. Ma io, da quando sono nato, voglio vincere sempre, anche in allenamento. O mangi o sei mangiato: io voglio essere sempre quello che mangia.
Un giorno l’ho detto ai giornalisti: «Il sistema dei playoff fa schifo».
Sono svenuti, come quando ho detto: «Sono una Ferrari in mezzo alle Cinquecento», perché lo sport americano è tutto un playoff.
Io ero in America per lasciare un segno. Invece i miei compagni mi guardavano in due modi. Il primo era: wow… Il secondo: questo è arrivato qui per arraffare il malloppo e andarsene in fretta. Non era così.
Allora un giorno l’ho spiegato chiaramente in spogliatoio: «Ascoltate, ragazzi. Io non sono venuto a Los Angeles per andare in spiaggia o per farmi una passeggiatina a Hollywood. E non mi servono neppure i vostri dollari. Sono qui perché ho una missione da compiere. Voi avete bisogno di me e io ho bisogno di voi per realizzarla. Se non siete d’accordo, ditemelo subito che me ne vado a casa. Non sono qui in vacanza».
Mi rispondevano: «Tranquillo, Zlatan, ora entriamo in playoff mood».
Che cazzo è il playoff mood? Non funziona così. Dobbiamo vincere tutto l’anno, non per due settimane. Allora proponiamo un nuovo contratto, li provocavo: non ci facciamo pagare per la prima parte del campionato, perché tanto non diamo il cento per cento, prendiamo i soldi solo quando iniziano i playoff. Ok, guys?
Io do il cento per cento già al primo allenamento della stagione perché è in quell’allenamento che si comincia a vincere il campionato. Non c’è una partita che non sia una finale per me, perché in ogni partita o si vince o si perde e io voglio sempre vincere. È questo che volevo insegnare agli americani, per farli crescere. Per un po’ hanno avuto la fortuna di imparare dal vivo come funziona il calcio vero.
Poi me ne sono andato e li ho salutati: adesso potete tornare a divertirvi con il baseball.
La Francia invece l’ho rovesciata dopo una sconfitta a Bordeaux. L’arbitro non fischia un retropassaggio al portiere. Ma come? Non si può per regolamento.
L’arbitro mi fa: «Avevo sbagliato prima e con questo errore siamo pari».
Ma che scusa è? Io sto perdendo la partita e tu mi dici: ho sbagliato là e sbaglio anche qua…
Capivo però che non era facile per gli arbitri. Quando siamo arrivati tutti noi, il Paris Saint-Germain in ventiquattr’ore si era trasformato in una squadra di superstar. La grande popolarità, in campo e fuori, ci aveva portato in un’altra dimensione. I direttori di gara, che non facevano neppure quella professione a tempo pieno, avevano bisogno di crescere e adeguarsi al nuovo livello, ma il tempo di aspettarli non c’era. Ci pagavano tanto, ci mettevano pressione, dovevamo vincere, anche contro l’invidia.
I francesi mi giudicavano a ogni sguardo.
Allora, con l’adrenalina a palla, per gli errori arbitrali e per la sconfitta ingiusta di Bordeaux, ho tuonato: «Francia, Paese di merda, non meriti di avere me e neanche il Psg».
Noi eravamo qualcosa di wow e sembrava che la Francia non volesse qualcosa di wow all’interno dei suoi confini. Eravamo troppo e ci consideravano sbagliati.
Dopo quella sparata, uscivo in strada e mi guardavo attorno: «Occhio, Zlatan, tieniti pronto a reagire se succede qualcosa». Ma su dieci persone, dieci mi dicevano: «Hai ragione, è un Paese di merda».
Boh, strano. Vediamo cosa dice il prossimo.
«Hai totalmente ragione, Ibra.»
Non mi aspettavo questa reazione dalla gente.
Fin dall’inizio della mia storia, mi ero ripromesso una cosa più delle altre: nonostante tutto quello che mi capiterà, successo, ricchezza, fama non dovranno cambiarmi, dovrò restare me stesso, perché, se cambio, deludo me stesso.
Se sono partito dalla strada, devo rimanere quello che ero, la stessa persona, anche se arrivo al top.
In Francia seguivo la stessa filosofia: non cambio e, se devo dire qualcosa, lo dico. Per questo mi credevano arrogante. I francesi faticano ad accettare un comportamento diverso dal loro. Non sanno dire: io faccio così, lui fa così, ci sta. No. Chi si smarca dai loro modelli viene criticato e considerato sbagliato.
Se la prendevano soprattutto gli ex giocatori, perché dicevo che ero il miglior calciatore mai arrivato in Francia e cose del genere. Non era arroganza, io ne ero convinto, credevo in me.
2014. Vinco il premio come miglior giocatore in Francia e devo fare un’intervista per la radio con Franc Leboeuf, un ex difensore della Nazionale francese. In diretta. La cosa mi piace perché sono sicuro che la gente ascolterà quello che dico, non potranno cancellare o modificare una registrazione. Mi ripeto: quando mi tengo dentro qualcosa, posso aspettare anche dieci anni, ma non dimentico e, quando è il momento, lo tiro fuori.
Era arrivato il momento di Leboeuf.
Cominciamo a parlare e lui: «Eh, ma, Ibra, il tuo atteggiamento…».
Ci siamo.
L’ho fermato e gli ho ribattuto: «Sì, certo, il mio atteggiamento. Ti dico una cosa, Frank: mi sembra molto strana questa storia dell’atteggiamento di cui parlate sempre. Secondo voi, io sono arrogante, ma nel mondo sono i francesi quelli famosi per la loro arroganza. Allora significa che sono uno di voi. Quindi dovete essere orgogliosi di me, perché io rappresento la vostra arroganza nel migliore dei modi».
Leboeuf ha smesso di parlare. Era morto.
Volevano buttarmi fuori dalla Francia dopo gli insulti di Bordeaux. Marine Le Pen continuava a ripetere che dovevo andarmene dal Paese. È intervenuto anche l’ambasciatore di Svezia. Le mie parole sono diventate un caso politico e a me non stava bene, perché i miei insulti erano legati a una partita di calcio, dovevano giudicarmi come sportivo, e non attaccare la mia persona. Se mi fossi spostato anch’io sul piano politico, magari avrei fatto notare che ero il cittadino che pagava più tasse in Francia. Al Paese qualcosa davo. E invece mi sono limitato a dire basta, finiamola qui.
Ma le polemiche, in qualche modo, mi facevano gioco. Quando è arrivato il momento del rinnovo del contratto con il Psg, ho detto: «Sì, se sostituite la Torre Eiffel con la mia statua, potrei anche rinnovare».
E loro s’incazzavano, ma sul serio. Mi piaceva da impazzire quella loro reazione, perché se io provoco e loro reagiscono vuol dire che ho vinto io.
Come quando ho postato su Instagram la radiografia di una mano con il dito medio sollevato. Tutti usano i social per andare a caccia di follower, io invece cerco reazioni.
Se la gente reagisce, ho vinto.
Non lo so se nella mia vita mi abbia rovesciato di più l’amore o l’odio. So una cosa però: quando uno ti odia, lo sai che ti odia; quando uno ti ama, non puoi sapere se sia amore vero.
Quando giocavo nell’Inter i tifosi mi amavano. Quando sono andato via, cosa è successo di quell’amore?
Quando sono in campo, sentire di essere amato mi dà una carica impressionante. Ma anche l’odio mi trasmette tanto. Quando mi fanno incazzare, vado a un livello superiore: sono più attento, più concentrato, più forte, più desideroso di dimostrare qualcosa. Se mi odiano, mi migliorano. Per questo, partite come i derby mi caricano a mille e mi riempiono di adrenalina speciale che mi porta più in alto. Ma oggi ho molto più controllo di un tempo, quand’ero giovane.
Anche perché i figli mi hanno dato una calma e un ritmo che prima non avevo. Fino alla nascita del primo, portavo in casa il calcio e tutta la mia rabbia. Poi sono cambiate le cose. Tornavo a casa, guardavo i bimbi e dimenticavo tutto. Ecco, loro sì che mi hanno rovesciato. Sono entrati nella mia vita e il calcio all’improvviso ha smesso di essere la cosa più importante. Contava solo che stessero bene.
Mi sono sforzato di farli crescere da Zlatan, non da Ibra, ho fatto di tutto per cancellare il calciatore e mettergli davanti solo il padre, perché, quando erano piccoli, odiavano il calcio. Vedevano che il loro papà era di tutti, apparteneva agli altri più che a loro stessi: televisione, foto, autografi, stadio, era tutto un Ibra.
Se li portavo in un prato a tirare due calci al pallone, uno piangeva, l’altro guardava gli uccelli.
Poi un giorno hanno iniziato a giocare a FIFA e hanno scoperto Neymar, Messi, Buffon, Totti…
Vengono da me e mi dicono: «Papà, ma ci sono altri campioni».
Certo, ce ne sono tanti, non esiste mica solo Ibrahimović. «Ah, ok.»
E da quel momento hanno iniziato a pensare che il calcio fosse divertente e a chiedermi di giocare con loro. Hanno perso la testa per il calcio che giochiamo insieme, individualmente e con le rispettive squadre, a video o in campo, e oggi sono totalmente fissati.
Da piccoli erano finiti all’ombra del calciatore , li ho tirati fuori, li ho portati al sole e ora mi sforzo di tenere in casa solo il papà, non il campione.
Nella nostra casa in Svezia non c’è esposta una mia foto di calcio, un trofeo, nulla. Nella casa dei miei figli abita solo il padre, non il calciatore, perché questo è il nostro rifugio. Devono essere indipendenti dalla mia storia per poter scrivere la loro, per poter scegliere un giorno, liberamente, la propria strada, la propria sfida.
E le proprie rovesciate.
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Adrenalina: Prepartita - La rovesciata
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