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Letture RossoNere

 

In questo libro pieno di confidenze e aneddoti, Ibrahimović si mette a nudo con franchezza, senza tacere dei dubbi e degli ostacoli che si sono frapposti alla sua corsa verso la grandezza

 

 

IL GOL (o della Felicità)

adrenalina

Quando faccio gol, allargo le braccia e mi sento vivo, mi sento il padrone del mondo. Non posso abbracciare ogni spettatore, a uno a uno, allora allargo le braccia ed è come se li stringessi tutti. Poi i miei compagni mi circondano per festeggiarmi. Sono tutti più bassi di me. Abbasso le braccia e chiudo le ali su di loro, come un angelo.

Ma non esulto sempre così. A volte corro, a volte salto e tiro un pugno nell’aria, a volte mi tolgo la maglia in corsa. Dipende da quanta adrenalina mi entra nel sangue, dipende da cosa mi ordina l’istinto.

Mi chiedono sempre cosa si prova dopo un gol. È impossibile rispondere, perché non c’è un gol uguale all’altro. Ogni gol mi regala un’emozione unica, esclusiva. Ogni gol mi fa perdere il controllo. In mezzo secondo mi sfilano nella testa cento cose da fare, poi la pallina si ferma in una casellina della roulette e faccio quella cosa lì, senza averla scelta.

Allo stesso modo, l’istinto seleziona uno spettatore.

Io non ho davanti a me un muro informe di persone. Quando esulto, mi concentro su una faccia sola, può essere quella di un uomo, di una ragazza, di un bambino, di un anziano. Mi godo la sua felicità, la metto in contatto con la mia, comunichiamo. È come se avessi giocato e segnato solo per quella persona. Restiamo connessi per un breve istante, poi, appena l’adrenalina si abbassa, quel volto scompare, si scioglie tra gli altri, lo dimentico e il pubblico torna a essere un muro colorato.

Quando Maxi e Vincent fanno gol, sono orgoglioso come ogni padre che è contento del successo dei figli e, ancora di più, della loro gioia. Ma il piccolo mi ha sorpreso.

Come ho detto, Vincent fa gol ed è felice. Fa fare un gol a un compagno ed è ancora più felice.

Alla sua età di solito si dovrebbe sentire prima di tutto l’orgoglio e la voglia di dimostrare le proprie qualità, di far vedere quanto si è bravi. La soddisfazione di dividere la gioia con qualcuno è un pensiero da adulti. I bambini tendono a essere più egoisti. Un giorno ne ho parlato con lui e gli ho chiesto scherzando: «Vincent, ma sei sicuro di essere mio figlio?».

Invece Maxi è più simile a me, quando un compagno fa gol, dice: «Vabbe’, facile, lo segnava anche un bambino…».

E se invece lo segna lui, allarga le braccia proprio come me.

Quando li vedo giocare sono felice perché immagino che stiano provando la gioia che provavo io alla loro età, anche se il loro mondo è molto diverso dal mio. Mio padre soffriva per la guerra nell’ex Jugoslavia, mia madre lavorava duramente dalla mattina alla sera, mi mancava da mangiare e avevo sempre la stessa tuta addosso, a scuola lasciamo perdere…

Se giocavo a pallone appena potevo, era per chiudere gli occhi su tutto questo. Il calcio era la mia unica forma di felicità, l’unica zona della mia vita in cui mi sentivo libero dai problemi.

I primi gol, nel Giardino di Rosengård, li ho segnati in una porta che era fatta da tre tubi di metallo industriale, senza rete. Tutto lì dentro doveva essere indistruttibile per resistere il più possibile ai vandali del ghetto. La recinzione del campo era di ferro, a maglie grosse. Entravi e ti sentivi in prigione o in un recinto di animali che non potevano scappare.

In quegli anni, come tutti gli svedesi, sono impazzito di gioia per il gol di Kennet Andersson al Mondiale di Usa ’94. Kennet, che avrebbe giocato anche in Italia, saltò più in alto dei guanti del portiere della Romania e segnò di testa il 2-2 nei supplementari. Avevo tredici anni.

L’emozione di un gol con la maglia della Nazionale è speciale, è come piantare una bandiera sul mappamondo, è come urlare: «Noi siamo svedesi».

Se segno con la maglia gialla, so che li faccio felici tutti, dai pescatori di Gotland ai bambini di Kiruna, non solo gli spettatori di uno stadio o i tifosi di un club. È una sensazione potente che pompa tanta adrenalina. Figuratevi poi quando, con quella maglia addosso, ho rifilato quattro sberloni all’Inghilterra.

Grazie al gol di Kennet Andersson arriviamo ai rigori, eliminiamo la Romania e ci giochiamo la semifinale del Mondiale contro il grande Brasile che aveva in rosa il giovane Ronaldo.

Da ragazzino, non c’era giocatore che mi emozionasse come il Fenomeno. Guardavo e riguardavo i suoi gol e le sue finte su Internet. Poi correvo a rifarli sulla sabbia del Giardino, puntando i pali di ferro nel recinto degli animali.

Dovessi fare una collana con i gol della mia carriera, comincerei a infilare quello de La Manga. Resta uno dei più belli, segnato all’inizio della storia, quando tutto doveva ancora partire.

Marzo 2001, amichevole di preparazione al campionato svedese in questa striscia di terra in mezzo al mare, nella Spagna del sud, vicino a Murcia.

C’è un sole splendente, mica il freddo svedese. Bello. Giochiamo contro i norvegesi del Moss. Ho diciannove anni.

È un’amichevole speciale perché so che sono venuti a vedermi quelli dell’Ajax che mi hanno messo gli occhi addosso, e non due qualunque: Co Adriaanse, l’allenatore della prima squadra in persona, e il famoso Leo Beenhakker, che ha allenato anche il Real Madrid ed è tornato nella squadra olandese come direttore sportivo.

Attacchiamo. Io sono spostato sulla sinistra. Chiamo la palla, mi arriva un passaggio secco. Non la stoppo. Metto giù il piede, in modo che il pallone ci sbatta contro, s’impenni e scavalchi la testa degli avversari. Scatto veloce, li supero in corsa, raggiungo il pallone, lo colpisco di tacco e lo faccio passare sulla testa di un altro norvegese. Prima che tocchi terra, lo colpisco al volo di sinistro e lo spedisco in rete.

Adriaanse, che è proprio dietro la porta, mi guarda strano. Sembra spaventato da quello che ha appena visto. Beenhakker è seduto in tribuna con la sua solita espressione truce.

Io corro per il campo urlando, perché sono il primo a essere sorpreso della meraviglia che mi è riuscita: due sombreri… Mi è venuto tutto d’istinto. Non sarei stato neppure capace di immaginarlo un gol del genere.

Un giornalista presente a La Manga, il giorno dopo scrive che, mentre esultavo, gridavo il mio nome: «Zlatan! Zlatan!».

Sbagliato. Non ha capito niente. Mentre correvo per il campo, io urlavo: «Showtime! Showtime!».

Spettacolo! Spettacolo!

Perché quel gol era stato un vero spettacolo.

Poco dopo, l’Ajax mi ha proposto un contratto.

Bello anche il primo gol in Champions League che ho segnato con la maglia bianca e rossa dei Lancieri. Giochiamo ad Amsterdam contro il Lione, settembre 2002. È la mia prima notte in Coppa dei Campioni. Ho raggiunto un sogno.

A un certo punto, sfido il brasiliano Edmílson, un difensore che pochi mesi prima è diventato campione del mondo. Siamo in area, spostati a sinistra rispetto alla porta. Faccio finta di andare verso la linea di fondo per crossare, invece rientro di scatto verso il centro del campo e sparo in diagonale: palo, rete.

L’ho vista fare a Zidane un’azione del genere. Ci ho provato, come nel Giardino provavo a ripetere le prodezze di Ronaldo il Fenomeno. È riuscita anche a me. Ho corso per ottanta metri perché avevo procurato dei posti vicino al campo ai miei amici arrivati da Malmö, ma dalla parte opposta, e volevo festeggiare con loro.

Un gol in Champions è speciale perché le partite sono poche. Quello che devi fare devi farlo lì, in quella notte. Non puoi dire come in campionato: «Vabbe’, segno la prossima settimana».

Anche gli avversari sono speciali, non li incontri sempre. Giochi con le squadre migliori. È diverso anche il pallone, con le stelle sopra. Una partita di Champions è come una domenica in mezzo alla settimana e segnare un gol ha un gusto particolare, più dolce.

Ma anche un’amichevole di agosto ti può emozionare e riempire di adrenalina, soprattutto se giochi in uno stadio top, contro un avversario top: Benfica-Juve, al Da Luz di Lisbona, la Cattedrale. Estate 2005, l’inizio della mia seconda stagione a Torino.

Mi arriva una palla a sinistra, sono a più di trenta metri dalla porta, la controllo di petto e decido: io tiro da qui. Mi parte un sinistro perfetto, una bomba, che finisce all’incrocio dei pali. Il portiere non può farci niente. Sulla panchina del Benfica c’è Ronald Koeman, il mio ex allenatore all’Ajax. Lui sa che posso segnare gol del genere.

Tra i gol che ho segnato con l’Inter naturalmente scelgo la doppietta sotto la pioggia di Parma, all’ultima giornata del campionato 2007-08. Comincio la partita in panchina perché mi fa male un ginocchio. Dobbiamo vincere, ma non riusciamo a segnare. Sembra una maledizione. Allora Mancini mi fa entrare nel secondo tempo: pum, pum, due gol e scudetto in tasca.

Nella collana dei gol infilo anche i due all’Arsenal con la maglia del Barcellona, in Champions League, edizione 2009-2010, quella vinta dall’Inter che avevo appena lasciato.

Partita di un’intensità pazzesca. Guardiola mi aveva ordinato: «Appena il loro portiere prende la palla, tu vagli addosso, attaccalo!». Pressavamo tutto ciò che si muoveva in campo.

Mi arrivano due lanci quasi uguali in verticale, li lascio sfilare entrambi al mio fianco. Il primo pallone lo faccio passare dolcemente sopra la testa del portiere, il secondo lo sparo sotto la traversa. Proprio agli inglesi che dicevano sempre che contro di loro non segnavo mai. Doppio gusto.

Dell’anno dello scudetto al Milan scelgo il gol al Genoa, in casa. Lancio lungo perfetto di Pirlo, corro tra Dainelli e Ranocchia che mi stringono, allungo la gamba in spaccata e scavalco il portiere con un pallonetto. Lo scelgo anche perché, subito dopo, piomba Gattuso che mi prende la testa tra le mani e mi urla in faccia come un pazzo. Mi deve aver dato anche una sberla. Mi piaceva un mondo quando mi caricava in quel modo. Rino era una bomba di adrenalina che vagava per il campo.

In quel campionato, a Lecce, segnai un gol identico a quello che avevo fatto al Benfica con la Juve, da trenta metri. Qualcuno disse che avevo calciato a caso. Palle. Avevo visto benissimo dove stava il portiere: troppo lontano dai pali.

A impazzire quella volta fu Adriano Galliani.

Quell’uomo era sempre terribilmente stressato durante le partite.

Io mi preoccupavo per la sua salute e gli ripetevo: «Capo, finché c’è Ibra, tu puoi stare lì seduto tranquillo».

Mi rispondeva tutto agitato: «Va bene, Ibra. Va bene, Ibra».

Vincevamo, godeva, scendeva in spogliatoio e impazziva di gioia. Ho un bel rapporto con Galliani. Siamo fratelli di adrenalina.

Come perla parigina scelgo la doppietta al primo incontro con il Marsiglia, nel 2012. Ero arrivato in Ligue1 da poco. Nell’OM giocava quel difensore africano che poi è stato anche al Torino, Nicolas N’Koulou. Da giorni i media andavano dicendo: «N’Koulou è l’unico in Francia che può fermare Ibrahimović».

Va bene. Vediamo.

Calcio d’angolo a inizio partita. Corro incontro alla palla, anticipo N’Koulou, gli piazzo sotto il naso un’entrata da taekwondo e scalcio in rete. Poi segno anche una punizione da trenta metri.

Dopo ogni gol, prendo la palla in rete e la riporto di corsa a centrocampo, come mi ha chiesto il mio fisioterapista.

«Zlatan, me lo fai un regalo? Se segni il gol del vantaggio, recupera subito il pallone e riportalo a centrocampo. Sarebbe come dire: “Questo gol non mi basta. Siete troppo scarsi e ve ne voglio fare degli altri”. Se lo fai, schiumano di rabbia.»

Regalo consegnato.

Al Manchester United ho regalato due coppe appena arrivato.

Inizio agosto 2016, mia prima partita ufficiale con i Diavoli Rossi. Finale della Community Shield Cup contro il sorprendente Leicester di Claudio Ranieri. Passiamo in vantaggio con Lingard, Vardy pareggia nel secondo tempo. Tira aria di supplementari. Ma all’83’ scalo la schiena larga di Wes Morgan e incorno di testa il gol del trionfo.

La parte rossa di Wembley impazzisce. Ha scoperto subito chi è Ibra. Come inizio non c’è male.

Qualche mese più tardi, a febbraio, concedo il bis nella finale della Coppa di Lega, contro il Southampton. Segno su punizione, Lingard fa 2-0 e la storia sembra chiusa lì. Invece l’italiano Gabbiadini ci riagguanta con una bella doppietta. Tira di nuovo aria di supplementari. Ancora una volta, a pochi minuti dal novantesimo, decido la finale con un gol di testa. E ancora una volta l’enorme macchia rossa dei tifosi del Manchester esplode.

Un’emozione fortissima, anche perché ogni cosa che succedeva allo United aveva un’immediata risonanza mondiale. Era una sensazione nitida, speciale, che non ho provato in un nessun altro posto. Se qualcuno starnutiva al Manchester United, cinque minuti dopo venivano a saperlo in Cina e in ogni angolo della terra. Questa era la potenza del club.

Io non avevo semplicemente starnutito. Avevo fatto vincere due coppe alla mia nuova squadra, con tre gol decisivi nel tempio sacro di Wembley.

Nella collana ci infilo anche il gol che ho segnato alla Lazio, al ritorno in campo dopo quattro mesi d’infortunio.

Settembre 2021. «Il gol più facile della tua vita» dicono tutti. Ok, però chi l’ha creato quel gol? Non Rebić, ma io con il mio movimento. Gli ho costruito la linea di passaggio. Fossi rimasto fermo, Ante non avrebbe combinato nulla con quel pallone. Il gol non è stato solo un calcetto sulla linea di porta, è stata una buona idea nata molto prima, nella mia testa.

E comunque, per quanto piccolo, un gol segnato dopo un lungo periodo di riabilitazione è sempre un grande gol. Significa un altro passo verso la completa guarigione, verso la ripresa, significa ricacciare un po’ più indietro il ricordo dell’infortunio, a trentanove anni. Vedere quel pallone nella rete della Lazio mi ha aiutato molto.

Il gol è sempre essenziale per un attaccante, anche se, a dire il vero, all’inizio della mia carriera per me non lo era. Io pensavo soprattutto a giocare bene e nella scelta delle giocate ero egoista, ricercavo quelle più spettacolari che mi mettessero in mostra. Showtime! Poi Van Basten e Capello mi hanno fatto capire l’importanza del gol.

Ma non sono mai diventato un fanatico della rete, uno di quelli che calciano in porta da tutte le angolazioni, perché il mio interesse principale è sempre stato fare calcio.

Se arrivo davanti alla porta, non penso solo a buttare il pallone in rete. No. Se vedo un compagno piazzato meglio di me, gli passo la palla: questo significa fare calcio.

Rivolgo sempre due domande a ogni giovane calciatore che conosco. La prima è: in che ruolo giochi? Difensore, centrocampista, ala destra… Ok. La seconda: se arrivi davanti alla porta con un tuo compagno, cerchi il gol o, se lui è messo meglio di te, gliela passi?

La risposta giusta è la seconda.

Tutti mi considerano una persona egoista, che vede solo se stesso, che si sente onnipotente. In parte è vero, ma io in campo gioco a calcio. Se devo passare la palla a un compagno, non esito a farlo, anche per dimostrare che sono superiore all’ossessione del gol e che sono più grande anche di chi ha segnato.

Un conto è godere per un gol, un conto è averne un bisogno disperato. Chi è disperato fatica a godere. Ho giocato con compagni che erano nervosi, anche se vincevamo 5-0, perché non avevano segnato. No, non sto pensando a Pippo Inzaghi. Devo difenderlo. Per Pippo il gol era tutto, perché sapeva fare solo quello. Era giusto che Pippo lo cercasse con ostinazione. Se non segnava non era Inzaghi. E allora che cos’era?

Oggi il gol non rappresenta più la mia principale soddisfazione e l’ho dimostrato lasciando battere i rigori a Kessie. L’ho deciso io. Mi gratifico quando do qualcosa agli altri, aiuto la squadra attraverso il gioco, mi sento leader in modo diverso, più maturo. Poi, se ho la possibilità di fare 100 gol, ne faccio 200, ovvio.

Il gol alla Lazio l’ho segnato con le scarpe slacciate. Non una, tutte e due. Non so come abbiano fatto a sciogliersi le stringhe nello stesso istante. Mai successo. Boh.

Vedo il pallone che va verso la nostra porta e dico: questo è il momento buono per allacciarle. Mi inginocchio, ma recuperiamo subito la palla, Tonali la passa a Rebić e ci troviamo due contro due. Allora mi alzo e corro verso la porta con le scarpe slacciate. Lì uno dei miei compagni di squadra è da solo contro due giocatori della Lazio. Ho reagito istintivamente per portargli via un avversario e consentirgli l’uno contro uno. Poi vediamo cosa succede. Faccio il movimento, lui mi passa la palla e io faccio gol.

Ma l’istinto che mi ha spinto a rialzarmi con le scarpe slacciate non è stato quello del gol, bensì quello di dare una mano a un compagno in difficoltà. Non mi sono detto: qui può scapparci la rete. No. Ho pensato: ha due avversari addosso, lo vado ad aiutare.

Ho pensato al compagno ed è arrivato il gol. Avessi pensato al gol, forse non sarebbe mai arrivato.

Ho segnato con la treccia da samurai in testa. Volevo inventarmi qualcosa di simbolico per il ritorno in campo dopo tanto tempo. Io sono come Sansone: più ho i capelli lunghi, più mi sento forte. E su questa cosa ci gioco.

L’ho già raccontato: mio padre, da piccolo, mi faceva sempre vedere i film di Bruce Lee e Jackie Chan e così mi sono appassionato alle arti marziali orientali. La treccia da samurai nasce da lì. Tanti poi hanno postato la mia foto accanto all’immagine di Taipai di Dragon Ball, il manga giapponese. In effetti ci assomigliamo.

Ma non è facile fare una treccia come si deve. Il segreto è tirare forte forte i capelli prima di intrecciarli, farli diventare lisci, piatti e legarli bene, altrimenti, mentre giochi e corri, si sfilano e si sollevano.

Ho pensato: qui ci vuole un esperto in questo tipo di acconciature. Mi hanno consigliato una parrucchiera di origine senegalese, specializzata in tagli multietnici. È venuta da me per una prova e ho capito subito che era quella giusta. Non aveva paura. Mi ha fissato le extension e tirava che sembrava volesse staccarmi la testa. Brava, ecco come si fa.

Le ho chiesto: «Potresti venire in albergo il giorno della partita?». E lei ha subito accettato: «Ok, dammi l’indirizzo».

A San Siro rivedrete Ibra, il samurai del gol.

Il gol è la felicità del gioco, i figli sono la felicità della vita.

Ma, pochi mesi prima della nascita di Maximilian, sono stato assalito dal panico. Ogni giorno sempre di più.

Alla fine ne ho parlato a Helena: «Senti, io non so se sono pronto».

«Neanch’io lo so, ma non pensiamoci troppo, ha risposto lei.»

Arriviamo in clinica.

Già io negli ospedali non riesco a resistere, mi sento un nodo alla gola che mi sembra di soffocare. Non respiro. In più stava nascendo il mio primo figlio. Helena è calma, io sono un ammasso di stress.

Poi l’epidurale non fa effetto e lei va nel panico. Le ho preso la mano, le ho parlato, ho cercato di tranquillizzarla in tutti i modi: «Andrà tutto bene, vedrai. Stai calma, ci sono qui io…».

Ma continuava a piangere e, a un certo punto, ho temuto di esplodere per la tensione. Sentivo un vulcano che mi montava dentro.

Mi veniva da urlare: «Finiscila di frignare! Entriamo in quella sala, prendiamoci il bambino e usciamo da questo maledetto ospedale che non respiro più!».

Invece di rassicurarla, stavo per sclerare.

Poi Maxi è venuto al mondo. E ho pianto io.

Era così piccolo e strano, tutto viola in faccia. L’hanno lavato e lasciato a me. Urlava, non riuscivo a farlo smettere, chiamavo infermieri, ostetriche, tutti, avevo paura che stesse male e non sapevo cosa fare. Temevo che potesse succedergli qualcosa anche perché, quando sono nato io, l’infermiera che mi teneva in braccio mi ha fatto cadere per terra da un metro di altezza.

Con il passare dei minuti, il bimbo ha preso un colore più normale e anche io mi sono calmato. Gli sorridevo, lui teneva il dito in bocca.

Mi sembrava incredibile: un’altra vita nata dalla mia.

Se è impossibile descrivere l’emozione di un gol, figuriamoci la nascita di un figlio.

Ovviamente abbiamo scoperto che eravamo pronti per Maxi e abbiamo cominciato a vivere con gioia la nostra responsabilità, giorno per giorno.

Quando piangeva, invece di cullarlo, mi sedevo in poltrona, lo sdraiavo sul mio petto, smanettavo con i videogiochi e lui si addormentava.

Da piccolo, la mia felicità era avere ciò che avevano gli altri bambini, poter indossare qualcosa di nuovo e mostrarlo, perché di solito portavo sempre la stessa tuta. Usavo la roba da calcio. Se mi mancavano le calze, mi infilavo i calzettoni lunghi da gioco. Cercavo di nasconderli sotto i jeans, ma a scuola se ne accorgevano e mi prendevano in giro. Mi mettevo le tute di mia sorella Sanela che era più grande di me. Mi cascavano addosso come un sacco e mi sentivo figo. Ogni giorno era una battaglia contro la povertà e la vergogna.

La felicità con mio padre era quando ci passava a prendere da mia madre, me e mia sorella, perché toccava a lui tenerci per tutta la giornata. Andavamo in un grande parcheggio, mi metteva sulle ginocchia e io guidavo il volante della Opel Kadett blu scuro. Poi ci portava a mangiare degli hamburger enormi e il gelato con la panna sopra. Quella era vera felicità. Spesso pescavamo insieme. Una volta mi sono messo a litigare con Sanela e, siccome mio padre ha un carattere come il mio, ci ha strappato le canne da pesca dalle mani e le ha scagliate in mare: «Andiamo a casa».

Mia madre oggi è serena e la sua felicità è parte della mia. Glielo leggi in faccia e nelle mani quanto ha lavorato nella sua vita. Si alzava alle 4 di mattina per andare al lavoro, tornava nel pomeriggio per badare a cinque figli. Ha avuto due mariti balcanici che bevevano e le davano più guai che aiuto.

Quando ho preso il primo stipendio all’Ajax, le ho detto: «Mamma, da oggi non lavori più. Ci penso io a te».

E lei mi ha risposto: «Zlatan, perché vuoi uccidermi?».

«Cosa vuol dire?»

«Se io resto a casa, muoio. Devo fare qualcosa.»

Allora ci siamo accordati che lavorasse di meno, non più di otto ore al giorno.

Ora le ho comprato un appartamento in Croazia, vicino a Pag, dove vivono le sue due sorelle, alle quali è legatissima, che per tanti anni non ha potuto vedere. Per la guerra e tutto il resto. Appena mamma si è vaccinata contro il Covid in Svezia, l’ho caricata su un aereo e le ho detto: «Vai dalle zie e rimani quanto vuoi. Per tutta la vita hai pensato agli altri, ora è il momento di dedicarti alla tua serenità. Se abbiamo bisogno, o hai bisogno tu, verremo noi da te. E se nessuno ha bisogno, verremo comunque a trovarti».

Sono contento che là stia bene. È felice così e non mi ha mai chiesto nulla. Voglio mandarle Maxi e Vincent, da soli, senza mamma e papà. Devono imparare a essere indipendenti. Voglio che passino un po’ di tempo in Croazia con la nonna che ha tanto da insegnargli.

Di solito vado a trovare mio padre ogni volta che torno in Svezia. Faccio un salto a Malmö da Stoccolma e saluto tutti. Per il resto non ci sentiamo quasi mai. Mio padre non è il tipo che chiama per commentare le mie partite. Lo faceva un tempo. Mi diceva sempre dove sbagliavo. Sapeva tutto lui. Da ragazzo giocava, ha dovuto smettere per un infortunio al ginocchio. Almeno così mi ha raccontato, perché io in campo non l’ho mai visto.

Oggi vado a New York in prima classe, ma la prima volta ci sono andato con Helena grazie a dei biglietti omaggio con i punti della sua carta di credito. È stato il nostro primo viaggio insieme. Lo ricordo come un picco di felicità.

Non conoscevamo niente, ci facevamo ispirare dalle brochure degli alberghi. Siamo stati a visitare la Statua della Libertà, ogni sera andavamo al cinema. Un giorno, a forza di camminare a caso, ci siamo ritrovati in certe strade buie e malfamate di Brooklyn. Mi sono preoccupato per davvero.

«Helena, accelera il passo e seguimi.»

Me la ricordo che arrancava alle mie spalle.

I nostri primi anni insieme sono stati una follia, una bellissima follia.

Arrivava ad Amsterdam e scopriva che nel mio appartamento avevo due piatti, un bicchiere e tre posate. Ero una bestia.

Lei era più grande di me, più matura, più responsabile.

Mi insegnava: «Tu devi avere almeno dodici piatti, dodici bicchieri, dodici di tutto».

E usciva a comprarli.

Quando ho firmato il contratto con la Juve, le ho proposto: «Vieni con me a Torino».

E lei: «Ma tu chi sei?».

Helena aveva una carriera e anche una sua casa in Svezia.

«Dai, vieni con me. Vediamo se funziona. Non possiamo saperlo se non proviamo.»

«Ma ho un cane» ha cercato di ribattere.

«Devi proprio portartelo dietro?»

«Sì.»

«E allora porta anche lui.»

Per me è la donna migliore del mondo. Infatti sta con me.

Ha un’energia da Gattuso. Oltre a tenere d’occhio i miei impegni e quelli dei bambini, segue tutte le mie attività e i miei investimenti e ogni giorno prepara la colazione, il pranzo e la cena ai miei figli, li accompagna agli allenamenti, li segue a scuola, porta fuori i cani cinque volte al giorno, lava i piatti e fa il bucato.

Di sicuro Maxi e Vincent non potrebbero avere una madre migliore. È solo grazie a lei se posso stare così sereno in Italia con la famiglia in Svezia.

Però me l’ha già detto: «Quando smetti di giocare, ricomincio a lavorare io e tu ti occupi dei figli tutti i giorni, come ho fatto io finora».

Helena è tosta. Se non lo fosse stata, non mi avrebbe affascinato e non avrebbe resistito tanto accanto a me.

Arrivato ai quarant’anni, l’uomo Zlatan Ibrahimović è felice: ho la salute e tutto quello che mi serve. Non mi manca nulla. Sono soddisfatto di quello che ho fatto e di quello che sto facendo. Ho meno traguardi di prima, non li rincorro più con lo stesso affanno e questo mi permette di godermi di più le cose che ho e quelle belle che mi capitano. Come, per esempio, un gol in uno stadio che è tornato a riempirsi di gente dopo il vuoto e il silenzio della pandemia.

Di tutto ciò che possiedo, ogni cosa può esser sostituita tranne una doppietta: Maximilian e Vincent. Sono loro la mia vera felicità. O, meglio, la loro felicità è la mia felicità. La nostra felicità.

Per quanto possa adorare le auto, anche la più bella prima o poi mi stanca e finisce in fondo al garage. La vera felicità non è un momento, ma un sentimento che vale per l’eternità. Come quello per i miei figli.

Ho una sola ansia e l’ho confessata: l’addio al calcio. Più il momento si avvicina, più l’ansia cresce e la domanda diventa incalzante: dove la troverò l’adrenalina che mi serve e che finora mi ha dato il pallone?

Ma è un’ansia che non guasta la mia felicità. Anzi, è il contrario: conoscessi già il futuro che mi aspetta, sarei certamente meno felice.

 

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Adrenalina: Prepartita - La rovesciata - Il dribbling - L'avversario - Il pallone - Il procuratore - Il giornalista - Il Gol

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