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Letture RossoNere

 

In questo libro pieno di confidenze e aneddoti, Ibrahimović si mette a nudo con franchezza, senza tacere dei dubbi e degli ostacoli che si sono frapposti alla sua corsa verso la grandezza

 

 

IL DRIBBLING (o della libertà)

adrenalina

Da giovane, il dribbling mi serviva per prendere per il culo l’avversario. Gli facevo un tunnel, lo saltavo, poi mi voltavo e gli dicevo: «Lo vedi che non mi fermi mai?».

All’Ajax ero tutto un dribbling. Da ragazzo ero tutto una finta.

Studiavo in modo particolare i brasiliani, Romario o Ronaldo il Fenomeno, che portavano avanti il pallone in modo completamente diverso dagli altri. Lo spostavano con dei piccoli tocchetti, non staccavano mai il piede dalla palla: tum-tum… esterno, interno, in un lampo… tum-tum. Come fanno i giocatori di bandy, che è una specie di hockey su ghiaccio molto popolare in Svezia. Spostano una palla toccandola con i due lati della mazza e avanzano zigzagando. Ciò che gli svedesi facevano con una mazza, i brasiliani lo facevano con i piedi.

L’elastico… Impazzivo per l’elastico. È da sempre la mia finta preferita. Io la chiamavo snake, perché con due tocchi te ne vai via serpeggiando e poi mordi come un cobra. Tum-tum…

Studiavo i brasiliani perché, prima o poi, ti mostravano sempre qualcosa che non avevi mai visto. E passavo ore in strada a provare l’elastico. È troppo bello quando ti riesce. Puoi anche odiare un avversario e insultarlo dalla tribuna, però quando fa l’elastico e se ne va via, non gli dici più niente e ti viene solo da pensare: che spettacolo…

Mi piaceva anche il doppio passo, ma non riuscivo a essere esplosivo come Ronaldo. Il Fenomeno partiva come una palla di cannone. Chi se lo dimentica più il gol alla Lazio nella finale di Coppa Uefa, a Parigi, che ha segnato da interista? Una finta, due, tre. Ondeggia a destra, ondeggia a sinistra, il portiere Marchegiani va giù da una parte e lui entra in porta dall’altra.

Poi sono arrivato alla Juve e Capello mi ha chiesto: «Dribblare va bene, ma per cosa? Per tirare, per creare, per fare un cross? Va bene. Dribblare per dribblare? Non va bene».

Oggi, alla mia età, il dribbling è diventato troppo dispendioso. Dopo che ne ho fatto uno, devo recuperare, perché mi servono energie per poi attaccare la porta. Come mi diceva Van Basten: «Il modo migliore che hai per aiutare la squadra è fare gol».

Oggi il dribbling non è più la mia prima scelta. Io devo risparmiare le forze per arrivare al gol. Devo giocare facile, che poi è la cosa più difficile. Passare, tirare: sono le basi del calcio, che è uno sport elementare anche se noi lo complichiamo. Cosa si dice a uno che esagera con i colpi a effetto? «Gioca facile!» Ecco, la vera sfida non è il dribbling speciale, ma giocare facile insieme ai tuoi compagni, quando l’ego invece ti suggerisce di fare il fenomeno.

Il dribbling è un divertimento da ragazzi, come il motorino che fai impennare su una ruota per fare il figo. Crescendo passi all’auto che ha quattro ruote ben piantate sull’asfalto.

Ma il dribbling per me era anche un bisogno di libertà: la voglia di scappare via, di lasciarmi tutti alle spalle e di restare là davanti da solo, con il vento in faccia a campo aperto e il mio talento bene in vista.

Quando sono diventato Ibra, dicevo agli allenatori: «Ok, voi studiate pure i vostri schemini, ma nell’ultima parte del campo decido io che cosa fare». Sono arrivato a un livello tale che so da solo che cosa è meglio per la squadra. Mancini all’Inter mi lasciava libero di creare, Guardiola al Barcellona no.

Al Barcellona ero programmato in ogni centimetro di campo e in ogni secondo della partita. Non ero me stesso, perché mi dicevano dove e come correre. Ero bloccato, prigioniero.

Se devi dire a Ibra cosa deve fare, vuol dire che non hai bisogno di Ibra. Perché lo devi sapere prima che non lo potrai mai cambiare.

Io lo dicevo a Guardiola: «Se non ti piace come gioco, lasciami fuori». E invece lui continuava a chiedermi di stare davanti alla porta, di andare nello spazio, di attaccare il primo palo. Posso farlo, ma io non sono quel tipo di giocatore.

All’inizio ho provato a adattarmi, mi sono sforzato in tutti i modi, perché, in fondo, era stato Guardiola a volermi e poi perché era una bella sfida. Prima ancora che arrivassi, sentivo dire da tutti: «Ibra non è il centravanti che serve al Barça, non è il profilo giusto, non può farcela…». Perciò mi impegnavo per smentirli e per dimostrare a quelli del Barcellona che avrei potuto diventare uno di loro. Però, a ogni pallone che giocavo, mi ritrovavo a pensare due volte. Prima mi veniva in mente la mia soluzione, suggerita dall’istinto, poi quella che piaceva a loro. Ed era così per ogni parola che dicevo e per ogni cosa che facevo. Pensavo doppio, vivevo doppio. Non ero più me stesso, per la prima volta nella mia vita. Ho resistito sei mesi, poi sono saltato in aria.

La verità è che Guardiola avrebbe dovuto trovare il modo per far giocare insieme me e Messi, in base alle nostre caratteristiche. Quello era il suo mestiere. Ma non ci è riuscito, mentre Luis Enrique ha trovato la soluzione schierando in un colpo solo Messi, Suárez e Neymar e dando spazio a tutti e tre.

Per esempio Guardiola avrebbe potuto scegliere tra Messi, Cristiano Ronaldo e Kane. Il City glieli avrebbe presi. Non ha voluto nessuno dei tre. Star troppo grandi, troppa personalità. Il Filosofo preferisce giocatori che obbediscono senza confronto.

Lo schema serve, ma poi entrano in gioco la fantasia, la qualità. Se sei convinto che sia lo schema a farti vincere, allora non prendere Van Basten, metti in campo un centravanti qualsiasi che farà lo stesso lavoro. Sbaglio? E invece è Van Basten che ti fa sollevare le coppe, è il campione che ti fa vincere le partite con le sue doti speciali, che gli altri non hanno, ma per tirarle fuori ha bisogno di libertà.

A Neymar non lo dirai mai di non dribblare più, perché è la sua arte. Sarebbe come dire a un pittore di non dipingere. A un giocatore veloce non dirai mai: «Vai più piano», ma cercherai di sfruttare la sua velocità per il bene della squadra. Lo schema può aiutare per dare una certa forma al collettivo, ma un attaccante più si avvicina alla porta più deve seguire il proprio istinto.

Anche la maglia, come lo schema, può diventare una gabbia che ti toglie la libertà.

Restare in casa a mangiare quello che ti prepara la mamma è comodo, ma io ho sempre voluto camminare sul fuoco. Ho lasciato la Svezia per giocare nell’Ajax, in Olanda, e poi ho cercato una sfida più grande. Ogni volta ho ragionato così: io vengo dal mio giardino nel tuo e voglio vedere se sono capace di fare le stesse cose. Se ci riesco, dopo un po’ me ne vado rimettendomi in gioco, in un altro giardino, per crescere come persona e come calciatore. E così sono diventato quello che sono.

Non dico che Maldini e Totti, rimanendo sempre nella stessa squadra, abbiano fatto quel tipo di carriera per debolezza o per paura: no, li rispetto. E so che dipende tanto dal carattere di ciascuno. Per me è difficile restare nello stesso posto tutta la vita. Divento irrequieto e ho bisogno di nuove sfide.

Come posso rimproverare Hakan Çalhanoğlu per la decisione di passare dal Milan all’Inter, io che di scelte del genere ne ho fatte mille?

Dobbiamo solo ringraziarlo per quello che ha dato alla squadra e augurargli il meglio per il futuro.

Suona male a dirlo, ma Çalha ha tratto vantaggio da una situazione tragica. Nel bel mezzo della partita tra Danimarca e Finlandia all’Europeo il giocatore danese, e dell’Inter, Eriksen ha avuto un arresto cardiaco. Così l’Inter aveva bisogno di un giocatore in quel ruolo e si è aperta la porta per Hakan. Prima di quell’episodio non c’erano state offerte per lui né dall’Inter né da nessun altro club.

Hakan è un bravo ragazzo. È cresciuto tanto grazie a me. Ha guadagnato coraggio, fiducia e ora la sua sfida è questa: «Riuscirò a fare le stesse cose senza Ibra?».

Durante l’Europeo mandavo messaggini a lui e ad Ante Rebić: «Difficile senza Ibra, eh?».

Rispondevano con le faccine sorridenti.

Prima che arrivassi io, Çalha non faceva i numeri che ha tirato fuori dopo e Rebić non giocava mai. Con Hakan scherzavo sempre: «Colpa mia, se adesso spari certe richieste al Milan, perché ti ho fatto diventare grande». Ad Ante dicevo: «Se ti hanno rinnovato il contratto, lo devi solo a me. Ricordalo…».

Ma la verità più profonda, al di là degli schemi o delle maglie, è che il calcio mi ha tolto la libertà fin dal primo giorno.

Premessa necessaria: nessuno mi ha puntato la pistola alla tempia per obbligarmi a fare il calciatore. Ho scelto io e non c’è una sola cosa della mia vita che non rifarei. Senza il calcio, non sarei stato nessuno. Devo tutto al pallone. Grazie al calcio sono l’uomo che sono, faccio la vita che faccio, ho conosciuto luoghi e persone. Non smetterò mai di essere grato al mio mestiere.

Detto questo, al calcio ho dato anche tanto.

Tutti pensano che sia bello e facile fare il calciatore, ma non sanno quanto pesi una vita completamente programmata. Come viviamo noi? Ci svegliamo, facciamo colazione, poi l’allenamento, poi il pranzo, il riposo, ancora l’allenamento, due partite a settimana e via così in loop per quindici o vent’anni. In una settimana di Champions, puoi ritrovarti chiuso in ritiro quattro giorni su sette. La nascita di Maximilian e Vincent ha complicato ancora di più la situazione. Avevo smesso di andare in Nazionale proprio per stare più tempo con loro.

Quando ho deciso di tornarci, per l’Europeo, e in conferenza stampa i giornalisti mi hanno fatto una domanda sui miei figli, sono scoppiato a piangere. Ho ripensato alle lacrime di Vincent mentre uscivo di casa e la cosa mi ha fatto male.

Certo, i calciatori guadagnano bene, hanno tante soddisfazioni, ma la gente non ci pensa che mentre vivono la vita sportiva, che costa grandi sacrifici, si perdono gran parte di quella vera. Prima dei trentacinque anni un calciatore finisce la carriera, non ha più gli occhi addosso, non ha più la giornata programmata, recupera finalmente la piena libertà, sì, ma non ha più vent’anni.

Non mi sto lamentando perché mi sono perso la discoteca o il divertimento con gli amici. No, dico: mi sono perso per vent’anni la libertà di fare ogni giorno quello che voglio. E, adesso che ne ho quaranta, sono un’altra persona. Cosa combino ora nella vita, dopo tanti sacrifici? E poi cosa succede?

Molti calciatori, a fine carriera, cadono nella depressione per questo. Cosa faccio ora che non sono più programmato? La libertà diventa troppo grande, un mare immenso che spaventa. Non hanno più la bussola di una vita prestabilita da seguire.

Io adesso ho un’agenda che mi dice: ore 10 Milanello, ore 10.30 inizio allenamento. Presto non ce l’avrò più, questa tabella. Cosa faccio? Porto i ragazzi a scuola. E poi? Sto lì ad aspettare che escano? No, vado in palestra ad allenarmi un po’: mezz’ora, un’ora di grande intensità… Pum, pum, pum… E dopo? Per vent’anni ci siamo sentiti vivi grazie all’adrenalina che ci dava il campo davanti a migliaia di tifosi, adesso bisogna trovarne altra, in forma diversa. Non è facile.

Tanti ex giocatori vanno in televisione a fare i commentatori. Te lo dico io perché lo fanno: hanno bisogno di attenzioni. Non di soldi, ma di attenzioni. Per anni hai avuto ottantamila persone che ti seguivano allo stadio e i giornalisti che scrivevano di te. Smetti, e di colpo non hai più niente. E allora si improvvisano commentatori. A me non interessa. Io non ho bisogno di attenzioni. Al livello a cui sono arrivato ne avrò comunque, qualsiasi cosa farò.

In futuro potrei diventare allenatore, in fondo già adesso aiuto i giovani e la squadra a crescere, ma, a giudicare dai mister che ho avuto, è un mestiere che porta tanto stress. Non lo so, vedremo. Nel caso, servirebbe un periodo di studio. Essere stato un grande giocatore non ti garantisce di diventare un grande allenatore. Per distinguerti in campo non ti basta più la bella giocata, ora devi essere bravo a trasferire le tue idee agli altri che giocano per te: questa è la cosa più difficile. È qui che scatta la differenza tra un allenatore bravo e uno meno bravo.

Devi partire allenando i giovani o una squadra piccola, devi poter sbagliare per imparare, fare esperienza e poi salire piano piano fino al top, dove non potrai commettere errori. Io non inizierei mai da un grande club, come ha fatto Pirlo alla Juve, perché avrei solo da perdere. Anche se vincessi subito, non imparerei niente, perché è soltanto dalle sconfitte e dalle cadute che si impara. Per crescere, all’inizio, devi poter sbagliare.

Non lo so cosa farò domani della mia libertà, ma so che per ora io non mi sento un uomo libero.

Mettiamo che decida di uscire di casa. Non posso fare cento metri senza che nessuno mi disturbi. Se ti disturbano, non è libertà. Non so se ce l’avrò mai nella mia vita questo tipo di libertà. Secondo me, no. Perché ho portato il mio lavoro a un livello così alto che devo scontarne le conseguenze. Dove mi sento libero? Nella natura, quando vado in una foresta o in un bosco, se gli animali non mi conoscono. Ma non credo, mi conoscono anche loro… Perché sono un animale anch’io.

Mi sento libero su un’isoletta in mezzo al lago Mälaren, e ancora di più nel mio bosco, al confine con la Norvegia. Una foresta estrema in montagna, nel profondo Nord, con un piccolo cottage senza elettricità e acqua dove d’inverno ci arrivi solo con la motoslitta. Oltre un migliaio di ettari di terra. Per farvi un’idea, tutta l’area di Milanello copre sedici ettari. Per chilometri e chilometri non corro il rischio di incontrare un essere umano.

Ecco, lì mi sento davvero libero. Anche sulla mia barca mi sento libero, ma del mare non mi fido mai del tutto, non so cosa c’è sotto. Nel bosco invece ho il totale controllo della situazione. Ma non posso vivere lì per sempre, tra gli alberi, lontano da tutti: andrei fuori di testa.

Tanti dicono: che bella la vita dei calciatori. Sì, c’è l’adrenalina, firmi i contratti, ti dicono tutti che sei il più forte. Ma quando smetti, non rimane più niente. Non c’è più l’adrenalina, non c’è più chi ti accarezza l’ego. Al massimo ti dicono che sei stato il più forte. Non che lo sei, che lo sei stato. Quando giochi e ti serve qualcosa, chiami e te la portano. Quando hai smesso di giocare, chiami e ti dicono: «Ok, vieni a prenderla». Il flipper si spegne. La pallina va dritta in buca. Tilt.

Ho paura di smettere perché non so che cosa mi aspetterà dopo. Ogni giorno che passa, sono più vicino a quel momento e mi sto rendendo conto che ho sempre più paura. Non è un problema di soldi. Quelli non mi mancheranno. Il discorso è un altro: che cosa faccio? Tra poco i miei ragazzi avranno diciotto anni e avranno la loro vita. Cosa faccio? Questo mi inquieta. Io credevo di essere pronto per smettere e dedicarmi ad altre cose, invece più passa il tempo e più cresce la preoccupazione.

Dovrò trovare a fine carriera l’adrenalina che oggi trovo lottando contro Chiellini. Ma dove? Non posso mica andare in strada a litigare con la gente. Non sono un matto. Mi occupo di business? Può essere una sfida: se funziona faccio jackpot, va bene, ma quella non è il tipo di adrenalina che mi fa sentire vivo.

Mi sento libero quando mi vesto comodo.

Detesto vestirmi in giacca e cravatta. Ti costringe a essere presuntuoso. Entri in un ristorante così ed è come se dicessi a tutti: «Guardate come sono importante». Non mi interessa cosa pensano gli altri. Poi è chiaro: se devo farlo, lo faccio. Come nei contesti ufficiali, non sono a mio agio vestito con quella roba elegante, il farfallino che mi strizzava e tutto il resto. Ma dovevo metterlo e l’ho messo. Sono libero solo quando vesto sportivo, quando mi sento comodo. Quando sono in tuta.

Anche le mie auto mi danno libertà.

Mi piacciono, ma non le ho comprate per far vedere che me lo posso permettere. Non le lavo da anni. Non le compro per mostrarle, ma per l’adrenalina che mi fanno scorrere nel sangue quando sono in autostrada. Le automobili mi danno la sicurezza di poter scappare quando voglio, perché vanno veloci e nessuno riesce a tenere il passo. In questo senso sono la mia libertà. So che posso fuggire via in qualsiasi momento.

Quando sono tornato a Milano, non avevo nessuna macchina. Ne ho fatte arrivare un paio proprio perché mi mancava l’adrenalina della libertà. Qualcuno mi dice: «Zlatan, è più bello andare nei circuiti e girare al massimo, come in Formula 1». No, mi annoia. Mi sentirei un criceto. Meglio l’autostrada, perché io ho bisogno di scappare via dalla gente.

Quando mi riconoscono, mi inseguono anche in auto, non solo a piedi per i selfie. Io allora schiaccio sul pedale della mia LaFerrari, che può passare da zero a trecento chilometri all’ora in quindici secondi. Occhio, non sto dicendo che vado a trecento all’ora in autostrada… Comunque, schiaccio e volo via.

Il Covid mi ha tolto libertà e mi ha cambiato come persona. Ero lontano dalla mia famiglia quando mi sono ammalato. Mi sono ritrovato chiuso nel mio appartamento come in prigione. Mi sentivo solo contro tutti.

Fisicamente non stavo tanto male, ma non ero abituato alla situazione. Io avevo sempre avuto la mia famiglia vicino, soprattutto se non stavo bene. Tra l’altro, quello era anche un periodo delicato della mia vita, perché dovevo prendere delle decisioni importanti: smettere o continuare? Non sapevo se sarei riuscito a restare a Milano sei mesi da solo. Ne ho parlato anche con il Milan, ma non volevo che diventasse un problema per Maldini o Pioli. Quella faccenda riguardava solo me.

Il Covid ha cambiato tanta gente. Io sono un tipo che sta bene in casa, ma che ama anche uscire ogni tanto. Per un anno non abbiamo potuto farlo. Quando hanno allentato le restrizioni e sono tornato in un ristorante, mi ha preso il panico.

Ho detto ai miei amici: «Mangiamo in fretta che voglio tornare a casa». Non ero più abituato. Vedevo troppe persone intorno a me, mi sentivo a disagio, ma non perché sono un personaggio famoso e mi disturbavano. Perché ero cambiato: quello che era normale, un ristorante affollato, mi sembrava anormale, e l’anormale era diventato normale. Faticavo a respirare, non mi sentivo bene: «Dai, veloci, che voglio andarmene». I miei amici non capivano: «Ma cosa dici, Zlatan? La pandemia è finita. Godiamocela!».

Non so se questa sia davvero la libertà.

Be’, un altro dribbling spettacolare è stato il tragitto in moto per arrivare in tempo alla prima serata del Festival di Sanremo.

Finito l’allenamento, partiamo da Milanello su un pullmino. Primo pomeriggio. Siamo in largo anticipo. Il mio primo impegno a Sanremo è alle 20, un promo sulla Rai per lanciare la serata inaugurale del Festival.

Ma, a un certo punto, ci troviamo incolonnati, fermi. La coda aumenta e il mio autista cerca informazioni per radio. Un camion, coinvolto in un incidente, si è messo per traverso e ha bloccato la strada. Ci sarebbe anche un morto. Dopo due ore, siamo ancora fermi.

Il tempo passa, lo stress sale. Chiamano dal Festival preoccupati, chiedo di farci mandare una macchina della Polizia per scortarci fino a Sanremo, ma mi rispondono che il Festival è troppo popolare, un privilegio del genere finirebbe dritto sui giornali e si scatenerebbero le polemiche.

Sono sempre più nervoso, scendo dal pullmino e mi incammino a piedi tra le auto ferme. Dopo sei ore seduto, non ne potevo più. Guardo l’orologio. Qui salta la serata.

Torno al pullmino e dico al mio assistente: «Dammi la tua giacca e seguimi con il GPS. Controlla sul telefonino dove sto andando. Ok?».

Fermo uno scooter che sta passando tra le auto. Qui serve un po’ di fortuna. Ce l’ho.

Il motociclista mi riconosce subito: «Ibrahimović… Io sono tifoso del Milan».

«Bene. Portami in fretta a Sanremo.»

«Ma non è vicino…»

«Devo arrivarci per forza.»

Mi presta un casco che ha nel bauletto e partiamo. Per i primi venti minuti seguo il percorso con il mio telefonino, perché non conosco questo tipo, potrebbe anche rapirmi e portarmi chissà dove. Invece la direzione è giusta. Bene. Stiamo andando verso Sanremo. Allora mi filmo mentre sono in sella per avere una prova, perché quando lo racconterò non ci crederà nessuno.

Il povero motociclista va piano perché è terrorizzato. C’è da capirlo, sta trasportando le gambe di Ibra e una è già messa male per conto suo. Va piano e sbanda, perché io sono pesante da portare.

«Lascia che guido io» gli propongo.

Non vuole.

È terrorizzato anche il mio assistente sul pullmino, perché ha perso il mio segnale col GPS e teme che sia caduto, invece si è trattato solo di una lunga galleria. Il segnale riprende.

Quando arriviamo a Sanremo sono completamente congelato. Ho passato un’ora in moto senza guanti, con una giacchetta addosso, un casco senza visiera e solo la mascherina anti-Covid in faccia.

Ringrazio il motociclista che mi fa: «Adesso te lo posso confessare: è stata la mia prima volta in autostrada…».

E perché allora non mi hai lasciato guidare?

Me lo sarei mangiato. Invece lo ringrazio ancora: «Sei un grande. Aspetta i miei assistenti, stanno arrivando. Chiedi tutto quello che vuoi».

Risponde: «Mi basta una foto».

Arrivato al Teatro Ariston, faccio paura. Ho un occhio rosso, le labbra blu. Mi mettono a scaldarmi vicino a una lampada, poi decidono: «Tu così non puoi andare in scena, Zlatan. Cambiamo la scaletta. Esci dopo. Rilassati e scaldati».

Per un’ora rimango in bagno a spararmi addosso aria calda con il phon mentre mangio due fette di bresaola. Finalmente salgo sul palco.

Amadeus fa trasmettere le immagini che ho registrato in moto e io racconto tutto il viaggio. E così parte il Festival.

Mi sono preso un bel rischio, perché avrei potuto farmi male ed ero già infortunato. Il mio motociclista, debuttante in autostrada, avrebbe anche potuto sbagliare strada o portarmi in qualche altro posto. Sono andato contro ogni prudenza e ogni logica. Ma quando mi metto in testa una cosa, devo arrivare in fondo.

Ma facciamo un passo indietro.

In estate mi chiamano e mi chiedono: «Zlatan, vuoi partecipare come ospite al Festival di Sanremo?».

Io non so neanche che cosa sia il Festival di Sanremo. Chiedo: «L’hanno già fatta altri questa cosa?».

Mi elencano una serie di ospiti importanti.

Ma se non è che una breve apparizione, perché dovrei farla? Provo: se mi volete, devo venire tutte le sere. Mi propongono: ok, puoi fare il terzo presentatore insieme ad Amadeus e Fiorello per tutte le cinque serate del Festival.

Chiedo io: «Qualcun altro l’ha mai fatto?». Mai.

«Bene. Se sono il primo, allora vengo. Però aspettate perché sto trattando il nuovo contratto con il Milan.»

La trattativa sul rinnovo si prolungava all’infinito e non si chiudeva mai. Alla fine mi sono detto: se io sto qua ad aspettare il Milan, rischio di perdermi un sacco di occasioni.

Chiamo quelli di Sanremo: «Ho deciso. Vengo al Festival». Se poi mi accordo con il Milan, metto nel contratto che devono lasciarmi libero per una settimana senza specificare quando e perché. Anche perché su Sanremo c’era anche l’obbligo di mantenere il segreto assoluto sulla mia partecipazione. Non avrei dovuto rivelarlo a nessuno.

Ok, ci vado, ma a fare cosa?

Io non avevo mai visto il programma prima. Chiedevo e tutti mi ripetevano la stessa cosa: «Sanremo è lo show musicale più importante che esista in Italia».

Bene, allora questa è l’occasione giusta per dire grazie agli italiani, per ricambiare tutto ciò che ho ricevuto, perché è grazie all’Italia se io sono quello che sono. È grazie all’Italia se tutto il mondo mi conosce. Ero già stato all’Ajax, ma la mia vera storia è cominciata a Torino nel 2004, quando Mino Raiola mi ha portato alla Juve.

Si avvicinano i giorni del Festival. Io mantengo il segreto, quelli della Rai un po’ meno. Lasciano che esca il mio nome per creare curiosità, attesa e fare marketing. A quel punto, devo parlarne con Pioli: «Mister, sai quella settimana libera che ho fatto mettere nel contratto? Vado a Sanremo».

«Bene» dice soltanto.

Stefano controlla subito il calendario del campionato. La seconda serata del Festival coincide con Milan-Udinese, turno infrasettimanale. Non dice più: «Bene».

Ne parlo con Paolo Maldini. Tutti rispettano la mia scelta, sanno che ci sono dei contratti firmati. Nessuno mi rimprovera nulla, ma dentro di me c’è un fuoco che brucia. Ho troppe responsabilità verso i miei compagni di squadra, sono il leader: non posso abbandonarli, non posso saltare una partita di campionato per un festival di canzonette.

Chiamo il mio contatto di Sanremo: «Ascolta, io alla seconda serata non vengo. Pago la penale e tutto quello che volete, ma i miei compagni di squadra non li lascio, perché io sono venuto al Milan per loro. Sono loro in prima fila».

Mi hanno capito, sono stati molto disponibili.

«Non c’è problema, Zlatan, ci inventeremo qualcosa.»

Il programma era di andare a Sanremo con un preparatore e un fisioterapista, allenarmi e dormire sulla mia barca in modo da avere più tranquillità possibile e poi presentarmi alla partita. Invece succede che mi infortuno all’Olimpico contro la Roma: stiramento.

A quel punto, pensano che il problema sia risolto: non posso giocare con l’Udinese, quindi sarò a Sanremo e non a San Siro. No. Anche se non scendo in campo, resto il leader. I miei ragazzi non devono sentire la mia assenza. Infatti vado allo stadio e alla sera mi collego da casa con Sanremo.

Quelli del Festival sono stati bravi. Non mi hanno mai messo pressione, non mi hanno dato copioni da studiare e non mi hanno imposto nulla. Non mi hanno mai creato stress. Mi hanno detto soltanto: «Tu devi essere te stesso».

A me sembrava così strano…

Se quello, come mi ripetevano tutti, era lo spettacolo più importante d’Italia, io mi aspettavo di dover fare qualcosa di speciale, magari il pagliaccio.

Invece: «Tu devi essere solo Zlatan Ibrahimović».

«Solo questo?» chiedevo. «Così semplice?»

«Sì, basta questo.»

Con Amadeus si crea subito una chimica incredibile. Mi dice: «Tu vai fuori sul palco, e io ti seguo».

Ma come? Questo è il tuo show, sono io che devo seguire te. «No» insiste Amadeus. «Tu sei il primo pilota e io il secondo.»

Proviamo l’uscita sul palco del Teatro Ariston e fanno partire la musica della Champions League.

«Che roba è questa?» chiedo subito.

«Sei un campione e questa è la musica dei campioni» mi spiegano.

«No, questa è un’offesa, perché io la Champions League non l’ho mai vinta. Volete davvero che sia me stesso? Allora la canzone ve la do io.»

Così gli ho passato Jutro je della cantante serbobosniaca Nada Topčagić, un pezzo allegro ricordo della mia infanzia che avevo ballato in casa mia, con gli uomini del mio staff, durante la festa per i miei cinquecento gol in carriera.

Ogni volta che uscivo sul palco mettevano quella musica slava, che poi hanno sparato anche a San Siro durante il riscaldamento del Milan.

Quella canzone è diventata un tormentone di Sanremo. E così io ero ancora più me stesso. Mi sentivo assolutamente a mio agio.

Tutto merito di Amadeus che mi ripeteva: «Esci e fai quello che vuoi, se sbagli a dire qualcosa, non ti fermare. Vai avanti. Io ti vengo dietro. Improvvisa senza paura».

Facevo proprio così e mi divertivo un sacco. Come in campo, in fondo: c’era un’idea di gioco che seguivano tutti, io mi inserivo, inventavo e improvvisavo.

Con Fiorello c’era meno chimica, perché era imprevedibile, non capivo mai cosa potesse succedere. Lui era il pilota numero uno, due e tre, poi venivo io, il pilota quattro, e infine Amadeus, il cinque. Quando entrava in scena, me ne stavo in difesa, lasciavo che fosse lui a condurre, anche perché parla un italiano troppo veloce. Una volta a pranzo gliel’ho detto: «Fiorello, parla più piano! Non capisco niente…». E lui, la sera dopo, per prendermi in giro si è messo a scandire le sillabe.

Forse a qualcuno sono apparso arrogante, perché nel backstage, durante la diretta, i cantanti venivano a chiedermi le foto e io li rimbalzavo: «Non ora!».

Non lo facevo per tirarmela, ma perché ero concentrato sullo spettacolo, sui tempi di uscita. Quando si lavora, si lavora. Le foto, dopo.

Successivamente, però, le cose sono precipitate. Sui giornali è partita la polemica sulla società di scommesse. Poi vengo espulso per sbaglio a Parma. Mi infortuno, stiramento, torno e mi faccio ancora male. Prendo un nuovo fisioterapista e poco dopo si ammala di Covid.

Quando sono arrivato a Sanremo, ero al top. Dopo, la situazione ha cominciato a guastarsi. Io non sono scaramantico, ma in questi casi uno ci pensa. E io ci ho pensato a lungo: o è stato Sanremo o Lukaku che mi ha fatto qualche rituale. Ma di Lukaku parliamo dopo.

Partecipare, comunque, è stato fantastico. Sembravano tutti impazziti. I dirigenti Rai, dietro le quinte, seguivano l’audience in diretta. Si sono accorti che quando entravo in scena io gli ascolti si impennavano, allora si sono messi a urlare: «Fuori Ibra! Fuori Ibra!».

Hanno stravolto la scaletta. Dovevo uscire solo un paio di volte a serata, e invece mi mandavano sempre sul palco e mi chiedevano di improvvisare.

Più stavo in scena, più mi sentivo sicuro e ci prendevo gusto, tanto che mi veniva da dire: «Senti, Amadeus, resta pure in camerino che presento tutto io…».

Stava diventando il mio show, non il suo.

Ma la sensazione più gratificante in assoluto è stata quella di aver cambiato la mia immagine agli occhi della gente, di essere passato a un diverso livello di popolarità e di gradimento. Grazie a questa partecipazione, per la prima volta, mi sono sentito apprezzato e accettato da tutti, interisti e juventini, milanisti e napoletani; non più la bandiera di una parte sola, ma qualcuno che è diventato un affetto comune, condiviso dagli italiani. Le persone spesso giudicano senza conoscere. Ora credo che mi conoscano un po’ di più.

Tutta la gente che ho incontrato dopo mi vedeva come l’Ibra di Sanremo, non come l’Ibra del Milan.

Vado a Pinzolo, in Trentino, a fare mountain-bike nei boschi, e incontro una coppia anziana che passeggia. Lei mi fa: «Ibra, sei stato fantastico a Sanremo». In spiaggia, in Sardegna, un episodio simile. Un’altra nonna: «Ibra, in tv eri bellissimo e simpatico. Sai anche sorridere».

Sono complimenti che mi hanno fatto terribilmente piacere, perché non li ho meritati in campo con il mio talento, li ho conquistati essendo me stesso, mostrandomi come sono.

Nella mia filosofia, la perfezione è questa: essere se stessi.

Quando ho cantato sul palco quella canzone con Mihajlović, non mi sono preoccupato di fare la miglior figura possibile. Non mi sono preparato: ho improvvisato, ho stonato, ma sono stato io. Perciò sono stato perfetto.

Finito il lockdown dopo la pandemia, sono entrato in un ristorante e tutti si sono messi ad applaudire. Ok, magari l’avrebbero fatto anche un anno prima, ma io quella sera ho avuto la netta sensazione che non stessero applaudendo il dio di San Siro, ma l’uomo di Sanremo. O, se volete, non il campione dei miracoli, ma quello delle parole.

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Adrenalina: Prepartita - La rovesciata - Il dribbling

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