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Letture RossoNere

 

In questo libro pieno di confidenze e aneddoti, Ibrahimović si mette a nudo con franchezza, senza tacere dei dubbi e degli ostacoli che si sono frapposti alla sua corsa verso la grandezza

 

 

L'AVVERSARIO (o della Guerra)

adrenalina

All’inizio della carriera, la mia testa era come una bomba. Bastava una scossa per farla esplodere. I miei avversari lo capivano subito e cercavano di approfittarsene, provocandomi apposta.

Anche alla Juventus, dopo aver fatto un tratto di carriera importante, mi capitava ancora di perdere il controllo.

Una partita contro il Bayern Monaco, per esempio.

Michael Ballack mi puntò dall’inizio: parole, insulti, falli con la palla lontana.

Ci sono cascato. Due gialli e ciao.

Poi sono cresciuto.

Qualcuno mi ha consigliato: «Zlatan, cambia la direzione alla tua rabbia. Non puntarla contro l’avversario o contro l’arbitro, ma buttala nel gioco. Metti più rabbia nel tuo calcio e vedrai che così riuscirai a vendicarti di chi ti provoca, senza farti squalificare».

Nel ghetto di Malmö, se qualcuno mi diceva qualcosa, io dovevo rispondere. Se incrociavo un tipo che mi chiedeva: «Cazzo guardi?», io ribattevo subito: «Cazzo guardi tu?».

In strada, da noi, funzionava così. C’erano dei codici precisi da rispettare. E quei codici io li portavo in campo.

Prima ci colpivamo con le parole, poi ci si avvicinava per vedere chi fosse più forte mentalmente e fisicamente.

Ero giovane, reagivo d’istinto perché non avevo ancora autocontrollo, mentre i giocatori esperti lo facevano apposta per provocarmi. Come Siniša Mihajlović in quell’Inter-Juventus.

Mi insultò dal fischio d’inizio. A un certo punto gli ho tirato una testata che mi è costata una squalifica. Ci ero cascato un’altra volta.

Mihajlović non mi odiava, non aveva nulla di personale contro di me. Voleva solo procurare un vantaggio alla sua squadra e vincere la partita.

Marco Materazzi invece era un caso diverso. Entrava per farti male. Al di là delle ragioni della partita, aveva una strategia personale per innervosire l’avversario.

Quando uno non è abbastanza bravo nel gioco, ricorre a tutti i mezzi per imporsi. Era il suo stile.

Ma se certe cose le fai a me, io non le dimentico, perché mi resta una cosa qui dentro, nel petto, che non passa. Ho aspettato cinque anni per riuscire a beccarlo.

Juventus-Inter, 2 ottobre 2005.

Materazzi portava quelle lenti a contatto speciali Nike, allora popolari, che alteravano il colore degli occhi. Ricordo due pupille rosse, da belva, che mi braccavano dappertutto. Riesce a prendermi bene, con un’entrata a due piedi, a forbice. Devo uscire dal campo per farmi medicare. Zoppico. Capello mi vuole sostituire, ma io gli dico: «No, mister. Ce la faccio».

Rientro solo per cercarlo. A questo punto il calcio non c’entra più, per me la partita è già finita. Ma non riesco neppure a camminare per il dolore, Capello se ne accorge e mi fa uscire.

Comincia l’attesa.

Nel mio mondo funziona così: non dimentichi e aspetti il momento buono per vendicarti. Mi ripetevo di continuo: quando lo prendo gli faccio male, molto male, così si ricorderà di quello che mi ha fatto. E mi vendicherò senza nascondermi, le mie intenzioni saranno chiare a tutti.

Ci siamo affrontati in altre partite, ma il momento giusto non è mai arrivato. Non mi interessava rifilargli un calcione, così, tanto per fare, e poi andarmene. No. Doveva presentarsi l’occasione adatta a ciò che avevo in testa.

Mi trasferisco all’Inter.

Adesso io e Materazzi siamo compagni di squadra perciò devo sospendere il piano. Mica posso colpirlo in allenamento. Non è da me. Ora giochiamo insieme e vinciamo insieme.

Ho sempre avuto rispetto dei miei compagni. Mi capita anche di parlarci, conosco la persona, ma nella mia testa il ricordo resta intatto. Non l’ho rimosso. Anche perché io ho una memoria prodigiosa. Esempio: un giorno un bambino mi dà una maglietta da firmare e io gli dico «Te l’ho già firmata l’anno scorso a Roma». È rimasto a bocca aperta.

Disputo tre anni all’Inter, poi vado a Barcellona da Guardiola. Il tempo passa. Torno a Milano, questa volta è ora di giocare con la maglia rossonera. Arriva la settimana del derby, il primo derby della stagione.

I giornali e l’ambiente caricano la sfida. Tutti scrivono di Materazzi contro Ibra, ma io sono molto tranquillo. Sono concentrato sulla partita. Il mio Milan deve vincere assolutamente per difendere il primo posto in classifica, appena conquistato con il sorpasso sulla Lazio.

Giochiamo in casa loro, perciò ci sono molti più tifosi dell’Inter che fischiano, insultano, ma questo per me è solo un bene, perché mi entra in circolo ancora più adrenalina e mi sento più forte.

Domenica 12 novembre 2010: si gioca.

Mi trovo contro Lucio, Materazzi e Cordoba, tre difensori duri che conosco bene. Al primo intervento mi affrontano in branco e mi spiegano subito che tipo di partita mi aspetta. Ok, carte in tavola. Dovrò restare con gli occhi aperti e non distrarmi neppure un attimo.

Spiove un pallone, vado per saltare, ma mi accorgo che Materazzi e Lucio accorrono, uno da destra, l’altro da sinistra, con l’intenzione di prendermi in mezzo. Fingo di staccare, invece resto a terra e li mando a sbattere tra loro. Divertente.

Ogni pallone sarà così. Una battaglia. Anche perché, da interista, mi ero scontrato duramente con la mia curva. Dopo un gol, li avevo sfidati portandomi la mano sui genitali e ora i tifosi dell’Inter, che mi vedono con il rossonero addosso, mi considerano un traditore e vogliono assistere alla mia esecuzione.

Sono passati pochi minuti di gioco. Mi arriva un lancio lungo, corro, entro in area, Materazzi mi falcia da dietro: rigore. Lo segno, poi allargo le braccia e mi fermo a fissare gli ultrà dell’Inter che mi vomitano contro ogni tipo di insulto. Adrenalina a palla. Come piace a me. Bello.

All’inizio del secondo tempo, ecco il momento che ho atteso per cinque anni.

C’è una palla a metà strada tra me e Materazzi. Io so che lui entrerà per farmi male. Ma lui non sa che io voglio fargliene molto di più, perché la mia rabbia è montata durante tutto questo tempo.

È nella condizione ideale perché sembri un contrasto di gioco, per conquistare il pallone che è esattamente nel mezzo. Lui entra in scivolata a due piedi, io salto per evitare il colpo. Fossi entrato a due piedi anch’io, avremmo avuto il cinquanta per cento di possibilità a testa: o lui avrebbe colpito me o io lui. Invece salto, raccolgo le ginocchia e, mentre lui mi scivola sotto, gli do una gomitata in testa. Sento il rumore del colpo secco e il suo rantolo di dolore: «Ah…».

Potrei rotolarmi a terra, fingere di aver subito anch’io danni nel contrasto. Invece mi alzo serenamente e me ne vado. Lui resta giù, poi lo trasportano in ospedale a fare visite di controllo. So di averlo colpito bene, alla tempia.

Stanković, che è un amico, viene a chiedermi: «Perché l’hai fatto, Zlatan?».

Gli rispondo: «Perché ho aspettato cinque anni. Lascia perdere, Dejan. Vai via».

Tra i più euforici in spogliatoio c’è Pippo Inzaghi: «Il più bel derby della mia vita: 1-0 per noi, gol di Ibra e Materazzi all’ospedale!».

Avevo vendicato in una volta sola anche tutti i fallacci subiti da Pippo e Sheva nei derby precedenti.

Il giorno dopo devo prendere un aereo a Linate.

Mi dicono: «C’è Materazzi».

Rispondo: «Bene. Vediamo cosa fa».

Mi alzo dalla poltroncina. Magari mi punta. Fammi vedere qui quanto sei uomo, Matrix. Invece mi sfila accanto senza dire nulla.

Poi è facile nascondersi dietro a Instagram, raccontarsi nelle interviste, postare la foto della Champions e scrivere: «Ibra, ce l’hai questa?». Mi fa ridere. A me non servono questi giochini. Io ho fatto quel che dovevo quand’era il momento, da uomo. Non ho più conti in sospeso con lui.

Un giorno ho chiesto a Capello: «Mister, qui alla Juve ci sono un sacco di campioni. Come si guadagna il rispetto di tutti?».

Mi ha risposto: «Non lo chiedo, lo prendo».

Io non ho chiesto rispetto a Materazzi, me lo sono preso.

A modo mio.

A proposito di sfide da derby, mi ha fatto ridere Lukaku quando si è autoproclamato «il vero re di Milano…».

Lui non mi ha fatto un’entrata cattiva, ma le parole che ha detto in campo dovrà rimangiarsele.

In un anno a Manchester non ha mai aperto bocca, è stato buono come un agnellino, poi è arrivato in Italia, i giornalisti gli hanno fatto credere di essere diventato un top player e si è sentito un re.

Romelu non è una persona cattiva, ma ha commesso un grave errore: si è messo contro di me.

Al secondo anno a Manchester mi infortunai gravemente, non giocavo e prendevo il venti per cento dello stipendio. Ogni occasione era buona per recuperare qualche soldo, allora gli lanciai una sfida. Eravamo a pranzo prima di una partita: «Ascolta, Romelu. Per ogni stop che sbagli, mi dai cinquanta sterline. Ok?».

«E se lo azzecco?» mi chiese.

«Ti prometto che ti faccio diventare più forte. Dai, Rom, accetta che divento milionario.»

Lui rideva. Pensava davvero di essere un giocatore di alto livello, ma ogni volta che provava a stoppare un pallone, poi doveva rincorrerlo.

Attenzione, però. La mia sfida, che ero sicuro di vincere, era anche un modo per suggerirgli dove lavorare per migliorarsi. Lo stavo aiutando. Infatti poi è cresciuto. Oggi è molto più forte di quanto fosse a Manchester. Ma mentre in Inghilterra non mi sfidava, appena arrivato in Italia, mi ha provocato subito: «Il nuovo re di Milano».

Si vede che doveva ancora imparare la legge della giungla: per essere il nuovo re leone, devi prima ammazzare quello vecchio.

Arriva il derby di campionato: febbraio 2021. Lo vinciamo con una mia doppietta e annuncio sui social: «Milano non ha mai avuto un re, solo un dio».

Un mese più tardi ci ritroviamo contro in quello di Coppa Italia.

Lukaku litiga con Romagnoli, il capitano. Ok, può succedere. Tutti litighiamo. È un derby, c’è grande tensione in campo. Poi però litiga anche con Saelemaekers.

La mia squadra è troppo giovane, non è come il mio vecchio Milan. Se andavi contro Gattuso, quello ti ammazzava.

Allora mi dico: qui devi intervenire, Zlatan. I ragazzi non hanno paura, ma così rischiano di ritrovarsi in una situazione di debolezza.

Prendo Lukaku in disparte e gli dico in inglese: «Chiudi la bocca e stai al tuo posto».

E lui: «Altrimenti cosa mi fai?».

Lo guardo sorpreso: ma questo sta parlando con me?

Ripete: «Altrimenti cosa mi fai?».

Glielo spiego in inglese: «I’m gonna break every bone in your body if you open your mouth».

Ti spacco tutte le ossa del corpo se apri la bocca.

Lui si avvicina.

Nelle regole di strada, ti puoi avvicinare fino a un certo punto, perché dopo io mi difendo.

Appoggio la testa contro la sua e lo spingo indietro.

Lui comincia a insultare mia moglie, allora tocco il suo punto debole, che so bene qual è: il vudù della mamma.

Quando era passato dall’Everton al Manchester United, aveva spiegato pubblicamente che un rito vudù di sua madre gli aveva consigliato di cambiare squadra.

Nel mio mondo, uno tira fuori le palle e annuncia semplicemente di voler andare al Manchester, senza inventarsi tante storie.

Io gli dico: «Vai da tua mamma, fatti fare un vudù».

Lui qui perde la testa: «Cosa hai detto di mia madre? Cosa hai detto?».

Nulla. Io non l’ho offesa.

Finisce il primo tempo.

Per le regole del Covid, non possiamo uscire dal campo tutti insieme, ogni squadra imbuca il suo tunnel per raggiungere gli spogliatoi. Io però, da solo, esco con gli interisti. La tv ha mostrato delle immagini in cui si vede Lukaku accanto a me e io che sorrido.

Gli sto dicendo: «Vieni giù con me e fammi divertire».

Nel tunnel non ci vedrà nessuno, penso.

Vado giù, lo aspetto, ma vedo che lui resta su, bloccato da Barella. Dal piccolo Barella? Un gigante come te? Allora significa che non hai tanta voglia di raggiungermi.

Lukaku mi minaccia da lontano: «Ti sparo tre colpi in testa!».

Cosa fai?

Gli rispondo: «Quando finisce il film nella tua testa, vieni a trovarmi».

Gli interisti mi mandano via, mi dicono: «Sappiamo cosa hai in mente, Zlatan. Vuoi fargli perdere la testa».

Un mio amico dell’Inter mi ha confidato: «Lukaku ti soffre troppo. Quando hai fatto un regalo ai tuoi compagni di squadra, qualche giorno dopo lui ha fatto lo stesso con i suoi. Tutto quello che fai tu, lo fa anche lui».

Vado nel nostro spogliatoio. Ricordo che davanti alla porta c’era anche Paolo Maldini. Esco per primo e aspetto che arrivi Lukaku. Quando passa, applaudo molto lentamente come a dire: «Sono qua, ti aspetto. Cosa vogliamo fare?».

Lui fa una specie di applauso e tira dritto in campo.

Purtroppo nel secondo tempo mi faccio ammonire per la seconda volta e devo uscire. Ma non ho perso la testa. Avevo il totale controllo della situazione. Non ero più il ragazzino che esplodeva alla prima provocazione.

Da quel derby, comunque, le cose hanno cominciato ad andarmi male: l’espulsione, la sconfitta, le polemiche sulla società di scommesse, gli infortuni, il Covid al mio fisioterapista…

All’inizio ho pensato che il Festival di Sanremo mi avesse portato sfortuna. Ma forse era Lukaku che mi aveva fatto un rituale per farmi del male?

Nella mia testa ho deciso che con Lukaku devo risolvere tutto in campo, proprio come ho fatto con Materazzi. Purtroppo ha lasciato la serie A e non abbiamo pescato il Chelsea in Champions. Ma ci saranno altre occasioni…

Ci sono diverse categorie di avversari. Quello duro, ma corretto. Quello che gioca per farti male. Quello che fa il bullo in campo, perché tanto sa che, se si accende una rissa, non ci sarà mai lo scontro, perché interverranno l’arbitro e i compagni. Quello che non ha paura di fare i conti nello spogliatoio.

Ma i più temibili sono i giocatori buoni e tranquilli che, quando perdono il controllo, diventano una furia. Sono i più pericolosi perché non sai cosa aspettarti, non sai come si comporteranno.

Un esempio: Francesco Toldo.

Francesco è la persona più buona del mondo, dolce, sempre allegro. Nella mia immaginazione non era in grado di far male neppure a una zanzara.

Poi succede quella rissa a Valencia, nel 2007, durante una partita di Champions League.

Toldo cerca di separare Burdisso dagli spagnoli, ma, mentre lo tiene fermo, arriva quel gentiluomo di Navarro e gli tira un colpo sul naso stortandoglielo tutto. Mi viene la pelle d’oca a ripensarci.

Francesco, che si sente in colpa, scende in spogliatoio e parte verso lo stanzone degli spagnoli. Ci sono quindici persone davanti a lui. Penso: il primo spagnolo che incontra ce lo rimanda indietro. E invece li supera tutti, non ce n’è uno che riesca a fermarlo, neppure le guardie di sicurezza.

Toldo si precipita nello spogliatoio del Valencia alla ricerca quel coniglio che si chiude in bagno, terrorizzato. Con uno come Francesco devi stare molto attento.

Un altro insospettabile del genere era Patrick Vieira.

Un Bayern Monaco-Juve.

Van Bommel gioca sporco, picchia duro, parla, provoca. Se la prende con Patrick che in campo non dice una parola, poi però, a fine partita, senza farsi notare, esce dal nostro spogliatoio ed entra da solo in quello del Bayern per insegnare a Van Bommel che certe cose non si fanno.

Anche uno come Patrick non lo dovevi mai provocare. Meglio lasciarlo in pace.

Nesta, Cannavaro, Thuram, Thiago Silva. Io non ho mai temuto i difensori che mi picchiavano, ma quelli che non mi facevano vedere il pallone.

Mi facevano un passaggio, io decidevo dove scattare e, quando arrivavo, loro erano già là ad aspettarmi, con il pallone tra i piedi. Essere più potente di loro, più abile tecnicamente non mi bastava a superare la loro velocità di pensiero.

Thiago Silva forse era il più bravo di tutti, ma anche a Nesta non mancava nulla: qualità, grinta, personalità.

In allenamento a Milanello, mi sfidava e mi motivava. Se gli segnavo un gol in partitella, lui minimizzava: «Hai avuto fortuna», oppure «Ho sbagliato io».

Non voleva darmi soddisfazione, non riconosceva i miei meriti. Così io mi caricavo, davo il massimo e tutti e due ci allenavamo bene.

Ma se devo scegliere i due centrali della mia squadra ideale dico Thuram e Cannavaro, perché come coppia erano insuperabili: cattivi tutti e due, sempre connessi, affiatati, si completavano, si aiutavano, erano un unico blocco di marmo.

Un allenatore non può entrarti in scivolata, ma ha i suoi mezzi per provare a fermarti.

Incrociare Mourinho, per esempio, è sempre uno spettacolo.

Quando l’ho affrontato con il Psg, lui era al Chelsea. Mi ha parlato per tutta la partita. Mou ti mette in difficoltà più dei suoi giocatori.

Mi dà fastidio non sapere cosa ha detto a Guardiola quella volta che si è avvicinato alle sue spalle e gli ha parlato all’orecchio, durante la semifinale di Champions League 2010, Barcellona-Inter.

Io ero a bordo campo, pronto a entrare. Guardiola, accanto a me, mi stava dando le ultime indicazioni tattiche. José è partito dalla panchina dell’Inter, è venuto dietro di noi e ha sussurrato qualcosa a Pep per innervosirlo.

Mi chiedo ancora adesso cosa gli abbia detto. Ero troppo concentrato sulla partita e non ho sentito.

Mou è terribile.

Bello ritrovarlo in Italia ora che è allenatore della Roma.

Anche Gattuso mi caricava da allenatore.

Quando l’ho affrontato a Napoli con il mio Milan ci siamo divertiti. Ognuno punzecchiava l’altro.

Io gli dicevo: «Dai, Rino, siediti, stai buono in panchina». E lui: «Stai zitto, brutto slavo».

E io: «Stai zitto tu prima che ti meno».

Giocare contro Rino è sempre un cinema. Come quando eravamo compagni al Milan, lui mi faceva gli scherzi e io lo infilavo a testa in giù nei bidoni, ma questa storia ormai la sanno tutti.

Allegri è cambiato molto da quando l’ho conosciuto, dieci anni fa. Ha acquistato fiducia, spazio, parla sempre con grande sicurezza.

Ricordo il match di Londra contro l’Arsenal, nel 2012.

All’andata abbiamo vinto 4-0, al ritorno Max si porta due portieri in panchina solo perché Galliani ha appena assistito a una partita in cui si sono infortunati il primo e il secondo portiere e non ne avevano un terzo.

Una specie di scaramanzia, insomma.

Perdiamo 3-0, una figuraccia, rischiamo l’eliminazione, ma in spogliatoio Allegri è tutto contento.

Io urlo davanti a tutti: «Ah, sei contento, bravo. Come fai a essere contento di una sconfitta per 3-0?».

Lui mi risponde: «Tu pensa a prenderti le tue responsabilità in campo che hai fatto cagare».

E io: «Sei tu che hai fatto cagare che ti sei portato due portieri in panchina!».

Dirsi le cose in faccia è sempre la strada migliore. Il rapporto tra noi è rimasto sempre buono, schietto e di grande rispetto. Ora mi fa impressione vederlo così sicuro di sé, arrogante, ma in senso buono. In conferenza stampa parla sempre con il petto in fuori.

Però non deve dimenticare chi l’ha costruito: il mio Milan. È stato grazie allo scudetto vinto con quella squadra che ha potuto proporsi ai grandi club. Aveva dimostrato di saper vincere e ora tutti lo sapevano. Anche se tatticamente non era un genio, Max era bravo soprattutto a gestire lo spogliatoio, era intelligente, un buon politico.

Una cosa però non mi è piaciuta di lui: il no al Real Madrid. Io so che l’offerta era concreta. Perché ha fatto la scelta più sicura in Italia, invece di andare là e raccogliere la sfida? Questo rifiuto racconta anche che tipo di persona sei.

Tira fuori il coraggio, vai là, impara, prova a vedere cosa vuol dire lavorare all’estero, dove tutto è più difficile, cammina sul fuoco, fai come Ancelotti che ha vinto dappertutto ed è cresciuto sempre di più, grazie alle nuove esperienze.

Io avrei potuto restare a lungo nell’Ajax, a lungo nella Juve, ma ho preferito accettare tutte le sfide per imparare e diventare il migliore. In Svezia ci ho giocato solo quando ero nella Primavera e poi sempre fuori casa, nel giardino degli altri, dove per uno straniero le cose sono molto più difficili.

Allegri invece ha fatto la scelta più semplice, la meno rischiosa, ed è rimasto in Italia.

Sarebbe anche stato bello se anche Conte fosse rimasto in Italia e avesse raccolto la sfida di provare a vincere ancora con un’Inter più debole. La grandezza della battaglia non la determina il risultato, ma il coraggio con cui la combatti. Uno come lui non può mettersi a fare il commentatore televisivo; fa piacere vederlo di nuovo in panchina al Tottenham.

Peccato, con Conte e Gattuso la serie A sarebbe stata ancora più spettacolare: Mourinho, Sarri, Allegri, Spalletti, Pioli. Chissà che battaglie.

C’è un videogioco nel quale affronto novantanove avversari in un colpo solo. Siamo tutti su un’isola, ci spariamo addosso e alla fine ne resta vivo uno solo.

L’ho scoperto quando eravamo a Manchester. Ci giocavano i miei figli e a prima vista mi sembrava un’animazione per bambini. L’ho snobbata fino a quando Maxi e Vincent mi hanno provocato: «Sei così scarso che sull’Isola ti farebbero fuori in cinque minuti».

«Ok, adesso imparo, mi alleno e poi facciamo i conti.»

E così mi sono impallinato di brutto con un videogioco che è strategia, lotta, riflessi, adrenalina. Quando appariva sullo schermo la scritta Vittoria Reale, esultavo come un pazzo. Li avevo sconfitti tutti, ero l’ultimo dei sopravvissuti sull’Isola, il solo trionfatore!

Se perdevo all’ultimo duello, ero capace di scagliare il joystick contro il muro o spaccare le cuffie.

Infatti un giorno i miei figli mi hanno fatto fuori: «Papà, sei troppo aggressivo, non giochiamo più con te».

Anche perché spesso combattevamo insieme, facevamo squadra e, se ci eliminavano, davo la colpa a loro. Mettevo pressione anche sull’Isola.

Giocavo spesso di notte, sfidavo compagni di squadra, colleghi, entravo nelle chat con la mia skin anonima, se mi scappava qualche parola e mi riconoscevano, «Ma tu sei Ibra…», sparivo immediatamente e andavo a killare da qualche altra parte.

Poi la passione è sfumata. Ma di quel gioco mi è rimasto lo spirito che poi è quello con cui ho sempre giocato a calcio: spazzati via tutti i re dall’Isola, resta un solo vincitore.

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Adrenalina: Prepartita - La rovesciata - Il dribbling - L'avversario

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