
Letture RossoNere
In questo libro pieno di confidenze e aneddoti, Ibrahimović si mette a nudo con franchezza, senza tacere dei dubbi e degli ostacoli che si sono frapposti alla sua corsa verso la grandezza
IL GIORNALISTA (o della Comunicazione)

C’è stato un episodio che ha fatto cambiare il mio atteggiamento verso la stampa, un articolo. Anzi, non era neppure un articolo. Era un piccolo box, un riquadro colorato di verde, sulle pagine sportive di «Aftonbladet», popolare quotidiano svedese. Avevo ventun anni, giocavo nell’Ajax.
Fino a quel momento mi ero mostrato ai giornalisti senza filtri e senza particolari preoccupazioni. Ero stato sempre me stesso, come in genere mi piace essere. All’inizio mi divertiva leggere ciò che scrivevano su di me. Era un gioco nuovo. Ne ero orgoglioso, naturalmente.
Ricordo l’emozione le prime volte che trovavo il mio nome e le prime fotografie sul giornale. Ritagliavo le pagine per conservarle, poi ho smesso e mio padre mi ha dato il cambio. Incorniciava ogni ritaglio e lo appendeva alle pareti del soggiorno, tanto che un giorno ho dovuto dirgli: «Papà, metti tutto in una stanza, non in sala. Sembra che abiti in un museo».
Oggi mi piace quando vedo i miei figli che si fermano davanti a quelle foto e a quei ritagli. Li guardano, li leggono, li commentano tra loro. Sembrano davvero in visita a un museo. Il museo del loro padre.
Comunque, tornando all’inizio della mia carriera, tutto doveva ancora cominciare, ero partito alla conquista del mondo e anche i giornali che parlavano di me facevano parte della festa, della nuova avventura, e contribuivano alla mia grande eccitazione. Ogni sera aspettavo il notiziario sportivo del telegiornale per vedere se pronunciavano il mio nome. Quando succedeva, andavo a letto contento. Poi è arrivato l’articoletto di «Aftonbladet».
Sono in ritiro con la Nazionale svedese. Chiacchiero un po’ di tutto con un giornalista, anche del fatto che ad Amsterdam, ogni tanto, mi capita di sentirmi solo. Ci sta, sono lontano da casa. Con una fidanzata la situazione sarebbe diversa, butto lì. Nessuno sapeva ancora di Helena, avevamo tenuto ben nascosta la nostra storia per molto tempo.
Il giorno dopo, accanto all’intervista, il giornale pubblica una specie di annuncio personale dal titolo: «Vuoi vincere la Champions con me?».
Hanno scritto qualcosa tipo: «Ragazzo atletico di ventun anni, 195 cm per 84 kg, cerca donna dell’età giusta per rapporto serio. Non fumo, non bevo, amo le belle auto. Mi piacciono i bambini. Mi trovo ad Amsterdam: tu dove sei? Scrivere alla Federazione calcio svedese».
Hanno perfino pubblicato un vero recapito della Federcalcio. Molti non hanno capito che fosse uno scherzo e hanno risposto per davvero.
Ok, era solo uno scherzo, ma io ho preso malissimo quella buffonata. Appena il tipo dell’intervista ha provato a scusarsi, gli ho urlato che era un pagliaccio, che mi aveva mancato di rispetto e tante altre cose. Per anni non ho più parlato con quella testata.
Rispondevo solo nelle conferenze stampa della Nazionale, ma non concedevo più interviste esclusive. Dicevo solo l’essenziale, ero controllato, non ridevo e non scherzavo come facevo di solito, non rispondevo più con la prima cosa che mi veniva in mente, d’istinto. Non mi mostravo più. Mi ero messo una corazza per difendermi.
Poi in Svezia hanno cominciato a scrivere che mi comportavo da diva, che non sapevo stare in gruppo, che ero un esaltato, che parlavo troppo, che non avrei mai combinato niente di buono. Li ricordo tutti i giornalisti che scrivevano queste parole, uno per uno. Se le sono dovute rimangiare, perché ho avuto successo ovunque e ovunque sono stato il leader del gruppo. Hanno scritto, e scrivono ancora, a proposito del mio ruolo in Nazionale: che sono egoista, individualista e che non rispetto il sistema. Ma ho vinto più titoli collettivi io che tutti i giocatori della Svezia messi insieme. Significa che se c’è uno che sa come si vince in squadra quello sono io.
Ho imparato presto che il giochino della stampa era innalzarmi per poi buttarmi giù. All’inizio ho chiesto anche consiglio ai compagni di Nazionale più esperti, tipo Henrik Larsson. Come devo comportarmi con i media?
Tutti mi rispondevano: «Zlatan, noi non abbiamo mai avuto così tante attenzioni dai giornali e non abbiamo mai sperimentato la situazione che vivi tu. Nessuno di noi può darti consigli».
Così da quel momento ho deciso di fare tutto di testa mia, anche con la stampa. Di imparare dalla mia esperienza e dai miei errori.
Ricordo che al termine di una partita della Svezia, ai tempi dell’Ajax, mi intervistano in diretta. Il giornalista comincia a farmi domande su un certo problema tattico che abbiamo trovato in campo e io gli do la mia risposta. Non si accontenta. Cambia parole, ma continua a martellarmi sullo stesso tema, quattro o cinque volte.
Mi rompo e, in diretta, gli propongo: «Senti, vai in campo e ci pensi tu. Ok?».
In Olanda, all’inizio, non sapevano bene chi fossi e quanto fossi bravo.
Ricordo un giornalista che mi chiese: «In trasferta ti fischiano?».
«Tutti» ho risposto.
«Allora sei forte» ha concluso.
Giocai bene contro il Milan nel torneo estivo di Amsterdam e cominciarono subito i paragoni con Van Basten. Aumentò la pressione. Se sbagliavo una partita, mi fischiavano e i giornali mi criticavano di brutto. Si aspettavano che fossi sempre Van Basten. A vent’anni.
La mia immagine in Svezia è cambiata quando mi hanno assegnato il premio Jerringpriset nel 2008. È un riconoscimento prestigioso che va al migliore atleta svedese. A votare è la gente comune, che deve scegliere tra dieci candidati.
Un calciatore non lo aveva mai vinto, l’aveva vinto la Nazionale per il terzo posto al Mondiale americano del ’94. Ma un giocatore singolo, mai. Ho pianto d’emozione per quel premio.
Da quel giorno gli svedesi hanno cominciato a guardarmi con occhi diversi. La gente, intendo. I giornalisti no. Per loro ero sempre un bad boy, una prima donna, la mela marcia. Ma, come dico sempre io, la guerra con la stampa non la vinci mai.
Nel 2014 il giornale «Dagens Nyheter» ha stilato la classifica dei più grandi sportivi svedesi di tutti i tempi. Sono finito secondo, alle spalle di Björn Borg. Mi hanno chiesto un commento.
Ho risposto: «Per me, arrivare secondo è come arrivare ultimo. Con tutto il rispetto per gli altri sportivi, io al primo posto avrei messo Ibrahimović, al secondo Ibrahimović, al terzo Ibrahimović, al quarto Ibrahimović e al quinto Ibrahimović».
L’hanno riferito a Borg che si è messo a ridere: «Ibra è divertente, un bel personaggio. E comunque nel mondo è più famoso dell’Ikea ed è più conosciuto di quanto lo fossi io ai miei tempi».
Naturalmente scherzavo. Borg è l’unico sportivo svedese che sono stato davvero felice di incontrare: «Cazzo, ma quello è Borg».
Cioè uno che ha vinto cinque volte Wimbledon e sei Roland Garros.
La mia era stata solo una battuta. Ma non scherzavo del tutto. La verità è che per i giornalisti svedesi mettere il cognome Ibrahimović, non svedese, in testa a tutti era una sofferenza.
È successo anche quando ho superato i 49 gol di Sven Rydell e sono diventato il primo cannoniere nella storia della Nazionale svedese. Quel record durava da ottant’anni. Ora in vetta c’era scritto Ibrahimović, non più un cognome svedese. Oggi forse sarebbe diverso, le nuove generazioni sono più abituate a una società multietnica. Ma allora la cosa dava molto fastidio.
Ad Amsterdam ho fatto amicizia con un giornalista, Thijs Slegers. Mi ha fatto un’intervista per «Voetbal International» e mi è sembrato un tipo in gamba. Giocavamo a tennis insieme e qualche volta andavamo in giro. Nei primi tempi in Olanda non conoscevo quasi nessuno. Thijs mi ha aiutato e, soprattutto, mi ha messo in contatto con Mino Raiola. È stato lui a presentarmelo.
Un’eccezione. Non mi piace avere rapporti personali con la stampa. Se vogliono interviste, devono passare dal club o dai miei sponsor. Non do mai il mio numero di telefono a un giornalista. Se qualcuno lo recupera e mi spedisce messaggi, non rispondo. Nessuno osa chiedermi informazioni o suggerimenti per la formazione. Se qualche mio compagno spiffera alla stampa cose che riguardano lo spogliatoio per avere un trattamento migliore, è meglio che io non venga a saperlo. Meglio per lui, intendo.
Lo spogliatoio è casa mia. E in casa mia devo sentirmi libero di dire e fare ciò che voglio, senza che qualcuno venga a saperlo.
E lo stesso principio vale per ciò che accade in campo.
Io non leggo i giornali sportivi, al massimo sbircio i titoli. Ogni tanto qualcuno mi segnala qualche articolo su di me, nel bene o nel male. Se poi decido che è il caso di intervenire, avviso Mino e ci pensa lui.
Le pagelle delle partite non mi interessano. Mi è capitato di vedere voti bassi quando ho giocato bene e volti alti quando ho fatto male. So giudicarmi da solo, non ho bisogno del parere degli altri.
Solo i giocatori insicuri si preoccupano delle pagelle del lunedì.
Come ho già detto, secondo me, gli ex giocatori che diventano giornalisti o commentatori televisivi lo fanno perché hanno bisogno di attenzione, hanno paura di essere dimenticati. Non per l’adrenalina. Se vieni dal campo, non puoi trovare adrenalina su uno sgabello con una cuffia in testa.
Ho provato una volta a fare il commentatore tv, per beIN SPORTS, durante il Mondiale di Russia. Non ero per niente a mio agio. Mi sembrava di essere l’ex giocatore costretto a criticare quelli in attività. Avevo un contratto con la tv del Qatar, ma dopo la prima partita ho spiegato: «Scusate, non fa per me. Non riesco. Tenetevi pure i soldi che mi dovete, non voglio nulla».
Come ho detto, ho uno staff di consulenti che cura i miei affari e un pool di specialisti che segue ogni aspetto della mia professione di calciatore, ma non ho un esperto che si occupi in modo specifico della comunicazione. Non ho bisogno di qualcuno che usi filtri magici per far apparire migliore la mia immagine e piena di felicità la mia vita. Come fanno molti colleghi.
Vale sempre la mia regola: «Basta essere me stesso e sono perfetto così».
Tutto ciò che posto sulle piattaforme digitali me lo confeziono da solo. Mi sono informato, ho chiesto, ho imparato. Tutte le foto e le frasi che pubblico su Instagram sono opera mia. Ogni tanto qualcuno viene a chiedermi soldi per i diritti delle immagini che uso. Mi sembra così strano: su tutte le piattaforme del mondo usano la mia immagine senza pagarmi nulla e poi dovrei pagare io per quelle che posto?
Con i media inglesi mi sono divertito, l’ho già detto.
Mi hanno accolto con i fucili spianati: il bad boy, l’arrogante, quello che non segna mai a una squadra inglese.
Dopo tre mesi al Manchester United, hanno messo i fiori nei cannoni. Mi chiamavano di continuo per avere interviste o anche solo un parere su ogni questione immaginabile. Io parlavo volentieri con tutti, ma a un certo punto ho dovuto dire basta: scusate, ragazzi, ma devo concentrarmi anche sul mio lavoro.
Il rapporto con i giornalisti francesi, come ho già avuto modo di dire, è stato più complicato, per via della mia sparata di Bordeaux e per il fatto che il ricco Psg non era amatissimo e suscitava invidie. Mi sono sforzato di spiegare certe cose, ma la mettevano sempre sul personale. Non capivano o facevano finta di non capire. Alla fine ci ho rinunciato. Inutile sprecare troppe energie nella comunicazione.
Invece nelle conferenze stampa godo.
Mi sento in un’arena. Solo contro tutti. Non pongo mai limiti alle domande. I giornalisti possono chiedermi tutto quello che vogliono, ma devono essere pronti alle mie risposte. E devono sapere che il livello della risposta dipende dal livello della domanda: se la domanda è stupida, la mia risposta sarà stupida.
Una volta, durante una conferenza stampa, un giornalista svedese si è alzato e se n’è andato perché non era soddisfatto delle mie risposte. Uno che fa così è debole. E sbaglia.
I giornalisti svedesi in conferenza sono molto timidi, hanno paura delle mie risposte e di come io possa giudicare le loro domande. Così ne fanno poche.
Mi è capitato perfino di doverli sollecitare: «Siete così in tanti e mi fate solo due domande? Sicuri? Coraggio. Non volete chiedermi altro? Ok, buongiorno».
Mi sono alzato e me ne sono andato.
Quelli italiani invece sono più aggressivi. Ti fanno domande su tutto, senza paura.
Appena tornato al Milan, una giornalista mi ha chiesto: «Tutti quelli che sono tornati al Milan la seconda volta hanno fatto male. Perché tu non dovresti fallire?».
«Perché non sono come gli altri» le ho risposto.
Con un’altra giornalista televisiva era andata molto peggio, una decina di anni prima.
Marzo 2012, San Siro. Dopo la partita con il Lecce, vinta 2-0, mi fermo per le interviste in campo, con le tv. Lei mi chiede qualcosa che mi innervosisce, riprende una voce su una mia presunta discussione con Allegri. Rispondo in modo brusco, taglio corto, e passo a un’altra emittente. Lei non se ne va. Probabilmente si è arrabbiata e aspetta che io finisca l’intervista per chiedermi spiegazioni.
Continua a fissarmi, senza togliermi gli occhi di dosso. Io me ne accorgo mentre sto rispondendo alle domande dell’altro giornalista. La cosa mi dà fastidio. A un certo punto, durante la diretta, mi rivolgo a lei e le chiedo: «Cazzo guardi?».
La frase naturalmente va in onda.
Finita l’intervista, lei mi fa un gesto come per dirmi: «Taci, stai zitto» o qualcosa del genere.
Io le tiro l’elastico dei capelli perché mi ha innervosito.
Il Milan poi le ha spedito delle rose a mio nome per scusarsi e mi sono arrabbiato ancora di più, perché decido io se mi voglio scusare o meno. Come quando ho litigato con Lukaku e qualcuno del Milan ha proposto: «Si ritroveranno a prendere un caffè».
Cosa? Un caffè? Con Lukaku? Quello dovete solo tenermelo lontano.
Però questa è un’altra storia.
Lo Zlatan di oggi avrebbe chiesto scusa alla giornalista, anzi non l’avrebbe mai insultata. Allora ero giovane, immaturo. Se ripenso a quella scena e alle parole che le ho detto, mi sento un idiota. Mi spiace.
Non ho la minima riserva sulle giornaliste che si occupano di calcio. Anzi, è giusto e bello che lo facciano.
Anche nei talk show americani mi divertivo come un matto, perché erano interviste spassose e mi lasciavano fare qualunque cosa. Loro avevano il terrore di mettermi in imbarazzo e facevano di tutto per farmi sentire a mio agio.
«Le spediamo le domande che le faremo in trasmissione qualche giorno prima» mi dicevano.
E io rispondevo che non era necessario: «Non serve, grazie. Io non voglio conoscere le domande prima. Così c’è più gusto».
«Ma tutti gli ospiti ce le richiedono sempre. Attori, cantanti, politici. Non vogliono fare brutte figure.»
Allora spiegavo: «Tranquilli. Risponderò in modo spontaneo, con ciò che mi verrà in mente al momento. Sarò me stesso, perciò non farò brutte figure».
Una volta, prima di entrare in scena, in uno studio di Los Angeles, il responsabile di produzione mi ha martellato con cento consigli: «Fai questo, fai quello. Sai, molti sportivi, quando si siedono su quel divano davanti alla telecamera, rimangono pietrificati».
Gli ho detto: «Ascolta. Tu apri la porta e vedrai che, quando entro in scena, quello diventerà il mio show. Gli altri spariranno. Goditela…».
E così è stato, al Jimmy Kimmel Live e a tutti i più popolari talk show cui ho partecipato.
A Jimmy Kimmel ho raccontato della visita a una villa di Beverly Hills che abbiamo fatto appena sbarcati in America.
A Helena è piaciuta e ha voluto firmare il contratto e trasferirsi subito: «Ha un solo difetto. Non è ammobiliata».
«Compriamo i mobili all’Ikea» ho suggerito.
È intervenuto il broker che ci accompagnava con una smorfia di leggera indignazione: «Qui le persone ricche non vanno all’Ikea…».
«Quelle intelligenti sì» ho ribattuto.
Al The Late Late Show di James Corden mi hanno sottoposto al test «Zlatan Can» per dimostrare che ero in grado di fare ogni cosa. Mi hanno fatto svitare il tappo di un barattolo di cetrioli, mi hanno chiesto i nomi dei mariti di Kim Kardashian, mi hanno fatto dire «Zlatan Ibrahimović» con la bocca piena di marshmallow, mi hanno fatto ballare la Floss dance. Mi sono trovato molto bene con James, gli sketch che abbiamo fatto sono stati molto divertenti.
La tv mi cercava perché funzionavo, ottenevo sempre ottimi ascolti. Lo so, quando posso essere me stesso, do spettacolo. In campo o nei talk show.
Ho cominciato a diciannove anni in un campo sperduto nel sud della Spagna a urlare Showtime! Showtime! e non ho ancora smesso...
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Adrenalina: Prepartita - La rovesciata - Il dribbling - L'avversario - Il pallone - Il procuratore - Il giornalista
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