
Letture RossoNere
A cosa servono il potere dell'immaginazione, la determinazione e il coraggio? A realizzare il sogno di un bambino: diventare leggenda...
Dolore

Pasadena, 17 luglio 1994
So che questa è l’ultima occasione per vincere ancora con la maglia della Nazionale. Più di quindici anni fa, Spagna ’82, io c’ero. Ho visto e avuto tra le mani la Coppa del Mondo. Ma in Spagna ero molto giovane e non entrai mai in campo. Vidi Paolo Rossi segnare ed Enzo Bearzot insegnare.
Questo è il mio momento. Questo è il mio tempo. Credevo me l’avessero tolto: quella scivolata, il menisco rotto, il dolore, i giornali che titolano: USA, addio Baresi.
E invece sono qui.
Guardo la porta: Taffarel, il portiere del Brasile, è un uomo intelligente oltre che un ottimo calciatore. È la sua dote che mi spaventa di più.
So che posso sbagliare, ma è un dolore che sono disposto ad accettare.
È il mio momento e il pallone tra le mani la mia responsabilità.
Sono coraggioso. Forse.
Molti pensano che il tempo curi le ferite dell’anima. Non è sempre vero. Ci sono dolori tanto profondi che si rafforzano con l’età. Mia madre è morta quando avevo tredici anni, mio padre quando ne avevo diciassette. Mi sono sempre sforzato di non pensarci, se lo faccio vengo travolto da un terremoto emotivo che non sono ancora in grado di gestire. Scrivere queste righe mi costa fatica, ma non posso più nascondermi. Perché se mi guardo indietro sento d’aver costruito la mia carriera anche sul dolore e la rabbia.
So che mia madre morì di malattia. Ma non ne ho memoria. Buio totale. Mi racconto, come a giustificarmi, che in fondo non ci si era resi conto che stesse tanto male. Ma so che non è vero, perché anche la mia sorellina Emanuela, che al tempo aveva quattro anni, si ricorda che teneva la mano alla mamma malata a letto. Io, niente. Perché mia madre era una donna forte. Punto. Non credo di averla mai vista piangere, anche se sicuramente l’avrà fatto di nascosto. Perché era lei a prendersi cura degli altri, non il contrario. Perché era dolce e premurosa, e aveva sempre una parola gentile per tutti, per i figli e per chiunque incrociasse il suo cammino. Aveva una fine intelligenza ed era sempre un passo avanti. Lei, una donna che viveva in campagna negli anni sessanta, fu la prima a prendere la patente al casale. Ricordo che la domenica faceva avanti e indietro più volte dal paese per portarci tutti in auto. Perché i suoi talenti erano sempre al servizio degli altri.
Quando morì, fu mia sorella Lucia a prendersi cura della famiglia, da mio padre alla piccola Emanuela. Fu straordinaria nell’accettare le avversità della vita, stoica nel mantenersi dritta e fiera, nonostante il peso di un ruolo che non sarebbe dovuto essere suo. Divenne un punto di riferimento fondamentale. Ebbe la fortuna di incontrare Bruno, l’uomo della sua vita, e assieme non ci fecero mai mancare nulla in termini di affetto, comprensione e consigli, anche quando io e Beppe eravamo a Milano a rincorrere i nostri sogni.
Mio padre era un uomo alto e forte, aveva spalle larghe e braccia robuste, abituate a lavorare la terra. Era severo come erano i padri a quei tempi. Perché la vita era dura e lui doveva combattere ogni giorno affinché le sue preoccupazioni non diventassero le nostre, per prolungare il più possibile il tempo della nostra infanzia. Quando poi si arrabbiava per qualcosa che era andato storto, evitavo di entrare in casa. Meglio tenersi alla larga. Solo mia madre riusciva a calmarlo. Ma non era per nulla un uomo terribile, anzi. Ricordo lontani momenti felici, come quando mi portava con sé sul trattore tenendomi sulle ginocchia, o quando si lasciava andare a una risata per una battuta di mia madre. Erano complementari. Tra di loro c’era grande complicità e il loro unico obiettivo era tenere la famiglia sempre unita, rinunciando anche a qualcosa.
Quando morì ero già nelle giovanili del Milan da qualche stagione. Un giorno ero a un torneo di calcio e venni informato che aveva avuto un incidente: era stato investito ed era in ospedale. Rientrai a Travagliato per raggiungerlo il prima possibile ma, quando vidi i miei fratelli, capii subito che non ce l’aveva fatta. Ero definitivamente orfano. Provai un dolore e una rabbia indicibili. Mi ritrovai improvvisamente di nuovo al buio, come dopo la morte di mia madre.
Il giorno del funerale ero impietrito. Ricordo solo un senso di vuoto straziante. Rientrai a Milanello col cuore spezzato, e fu solo grazie ai miei compagni e a chi avevo vicino se non caddi in depressione.
Per distrarmi ed evitare che tornassi a Travagliato durante la pausa estiva, mi proposero col consenso dei miei familiari di andare al mare in Liguria, ospite della famiglia Lorini: il figlio Corrado giocava con me al Milan e ne sarebbe stato felice.
La famiglia Lorini si prese cura di me in uno dei momenti più difficili della mia vita, cercando di sostenermi. Mi fecero trascorrere giornate serene, evitando che pensassi tutto il giorno agli affetti che non avevo più. Ho dimenticato tante cose di quel periodo, ma non scorderò mai la loro generosità.
Fu in questa occasione che, a diciassette anni, vidi il mare per la prima volta. Mi parve bellissimo e immenso! Una distesa d’acqua, senza limiti, un simbolo di libertà. Di fronte alla potenza di quelle onde infinite trovai la forza per continuare a inseguire il mio sogno.
Se già dopo la perdita di mia madre avevo cominciato a scendere in campo anche per renderle onore, dopo la morte di mio padre avere successo divenne una necessità: volevo renderli fieri di me, e questo mi portò a trasformare il dolore e la rabbia nel desiderio profondo, quasi viscerale, di onorare tutti i sacrifici che avevano fatto. Cominciai a giocare con una forza e una determinazione che mai avrei pensato di avere.
Mi sono sempre sforzato di comportarmi come se mi guardassero e mi fossero accanto. Non li vedevo, ma li avevo nel cuore, e sapevo che, ogni volta che ne avessi avuto bisogno, mi avrebbero ascoltato. Quante cose avrei voluto raccontargli! Quante parole non dette! Il rimpianto di non aver potuto mostrare loro i miei successi, fargli conoscere mia moglie e i miei figli, condividere con loro l’uomo che sono diventato: è una ferita che mi porterò dentro fino alla fine. Più passano gli anni più paradossalmente sento la loro mancanza. Forse perché crescendo ho imparato a dare maggior valore alle piccole cose, o forse perché da giovane la vita era un susseguirsi di impegni ed emozioni, tutto mi appariva urgente e frenetico, e così non avevo o, meglio, non volevo avere il tempo di pensare a quanto mi mancassero. Oggi le giornate scorrono più lente, il tempo sembra dilatarsi, dando spazio a quella strana forma di malinconia che tende a separare ciò che è stato da ciò che sarebbe potuto essere, i genitori che ho perso troppo presto da quelli che avrei potuto avere qui con me, ormai anziani, a condividere un sorriso per una vecchia fotografia.
Con mia madre non ebbi nemmeno occasione di condividere le ansie e le speranze per il mio primo provino, che avvenne nel maggio del ’74, a quattro mesi dalla sua morte. Di quel periodo non ricordo nulla. Non ho idea di cosa accadde a scuola o con la squadra dell’oratorio. Il primo ricordo mi riporta in auto con Falsina e mister Settembrino. Mi stanno accompagnando a fare il provino al Milan, al centro sportivo dell’Aeronautica a Linate. Erano quasi due anni che Beppe era andato all’Inter e speravo con tutto me stesso di riuscire a seguire le sue orme.
I provini sono crudeli. Tante cose devono andare per il verso giusto: si deve trovare un ambiente favorevole e dei compagni che aiutino a fare bella figura; si deve essere in grado di gestire l’ansia da prestazione e la paura di sbagliare; si deve sperare in situazioni di gioco che permettano di esprimere al meglio le proprie capacità, così che chi osserva possa intravedere quelle doti uniche che sta cercando. In quei momenti c’è anche un po’ di egoismo che porta a esagerare, nel tentativo di mettersi in mostra. E naturalmente ci vuole anche fortuna.
Quel pomeriggio mi sentivo oppresso dalle aspettative, sia mie sia di chi credeva in me, e finii per fornire una prova mediocre. Il viaggio di rientro in auto fu malinconico. Potevo leggere la delusione negli occhi del mister e di Falsina. Rientrammo in paese senza proferir parola.
Ma Settembrino aveva promesso a mia madre che si sarebbe preso cura di me. Così non si diede per vinto, e nei giorni seguenti chiamò nuovamente il Milan insistendo affinché mi concedessero un’altra occasione, facendo leva in parte sull’assenza al provino a Linate di Zagatti, il responsabile del settore giovanile, e in parte sul momento difficile che stavo vivendo. Il Milan acconsentì e per rivalutarmi invitò addirittura l’intera squadra dell’USO a Milanello, per giocare una partita amichevole coi pari età rossoneri.
Partimmo da Travagliato tutti assieme: una comitiva capeggiata dal presidente Verzeletti, da Falsina e da mister Settembrino. Tutti presenti per sostenermi. A ripensarci, mi emoziono ancora. Naturalmente anche per tutti i miei compagni poteva essere un’occasione per mettersi in mostra, ma erano lì soprattutto per me, e lo dimostrarono sul campo: non mancarono occasione per passarmi la palla e darmi più opportunità possibili di esibire le mie capacità.
Quando arrivammo a Milanello rimasi senza fiato: un centro sportivo splendido, isolato e immerso nella natura, con svariati campi da calcio coperti da un manto erboso perfetto. Non avevo mai visto nulla di simile.
Ero molto teso, ma giocare coi miei compagni mi diede la fiducia necessaria per non subire la pressione come nel provino a Linate. E poi sentivo che era la mia ultima occasione. Non potevo più fallire, e mi concentrai sul gioco in sé, sulla gioia che mi regalava, sulla confidenza che sentivo col pallone, come nelle partitelle coi miei amici in campagna. E così scesi in campo libero di esprimermi come volevo e di divertirmi a fare ciò che amavo.
Ricordo che, al termine di una partita già buona, presi palla dalla difesa, feci una grande azione fino all’area avversaria dove, dopo uno scambio con un compagno, mi trovai a tu per tu col portiere e segnai. Fu una giocata spettacolare che permise a Zagatti e ai suoi collaboratori di cogliere appieno tutte le mie potenzialità.
Entrai negli spogliatoi felice e soddisfatto come non mi capitava da mesi. Mi cambiai velocemente. Ero curioso di conoscere l’esito del provino. Sbirciavo gli allenatori (Trezzi, Annovazzi, Galbiati e Zagatti, tecnici che avrei frequentato negli anni delle giovanili) che si scambiavano le rispettive impressioni. In breve venni a sapere che i dubbi sul mio conto non riguardavano le mie qualità tecniche ma fisiche. Quanto sarei potuto crescere in altezza? Mi sarei irrobustito? Mi chiesero persino quanto fossero alti i miei genitori. Al che intervennero Falsina e il mister, che garantirono fermamente sulle mie capacità e sulla mia serietà sia come giocatore sia, più in generale, come ragazzo. Ricordo bene la convinzione con cui dissero a Zagatti che non si sarebbe pentito della scelta. E alla fine mi presero! Ero al tempo stesso incredulo ed entusiasta. E avevo anche la grande soddisfazione di aver ripagato le persone che avevano creduto in me.
Una volta rientrato a casa, trascorsi i giorni che seguirono in attesa della convocazione ufficiale del Milan in un’altalena di emozioni contrastanti. Da una parte c’erano speranze e desideri per la nuova avventura, dall’altra i timori per il cambiamento radicale che mi aspettava. Stavo per lasciare il mio piccolo mondo, il casale, l’oratorio, i miei amici, per una realtà sconosciuta, in una città come Milano, che riuscivo a malapena a immaginare.
Oggi penso con affetto a tutti quei ragazzi che ogni giorno partono per inseguire un sogno. Penso ai loro sacrifici, alla famiglia e agli affetti che si lasciano alle spalle. Oggi sento di poter dire loro che la strada sarà lunga e faticosa e che, qualsiasi cosa facciano, ci saranno comunque tanti momenti difficili, perfino umilianti. Quanto aveva ragione mia madre a dire che tra le cose più ardue della vita ci sono fidarsi degli altri e perdonare! Ma se si impara a farlo, se si rimane fedeli a se stessi, al proprio sogno, anche a costo di avere qualche rimpianto, allora il viaggio che si intraprende porterà più lontano di quanto si possa immaginare.
Il mio viaggio ebbe inizio un pomeriggio di maggio, quando suonò il campanello di casa: era arrivata una raccomandata per me. Era la prima che ricevevo in vita mia. La aprii con difficoltà. Quasi mi tremavano le mani. La busta conteneva una lettera con tanto di stemma del Milan. La rilessi più e più volte. Non riuscivo a smettere. Diceva: Franco Baresi è convocato il giorno…, del mese…, dell’anno…, alle ore…, nel luogo… Ero ufficialmente un giocatore delle giovanili del Milan! Provai subito una gioia immensa. Poi, per quella strana dinamica per cui non si può immaginare come si reagirà a un cambiamento finché questo non diventa reale, seguì il panico per l’incertezza che mi attendeva. Travagliato è distante solo un centinaio di chilometri da Milanello, ma erano mondi lontanissimi. Se non mi fossi trovato bene? Se non fossi piaciuto ai nuovi compagni? Se mi fossi sentito solo senza gli affetti più cari? Mio padre, Angelo e Lucia mi rincuorarono. A Milano c’era già Beppe, e poi se avessi avuto bisogno sarebbero venuti da me in qualsiasi momento.
A casa, nei giorni precedenti la partenza, si discuteva su chi mi avrebbe accompagnato al raduno del Milan e soprattutto in che modo. Alla fine, oltre a mio padre, venne mio zio Francesco, il fratello della mamma, perché, grazie al suo lavoro da commerciante, era abituato a viaggiare in auto e Milano un po’ la conosceva.
Arrivò dunque il grande giorno. C’era forte emozione in tutta la famiglia. A turno, ognuno mi chiedeva se fossi tranquillo, se mi fossi ricordato di mettere tutto in valigia, se non avessi dimenticato questo o quello. Dopo le ultime raccomandazioni, gli abbracci e qualche lacrima, io, papà e lo zio partimmo per il luogo di ritrovo, che era il centro sportivo dell’Aeronautica, lo stesso dove avevo svolto il primo provino, accanto all’aeroporto. Quando arrivammo a Linate, li abbracciai così forte che feci fatica a staccarmi da loro.
Salii sul pullman assieme agli altri ragazzi e partimmo alla volta di Milanello. Regnava un silenzio irreale, per essere un bus pieno di adolescenti. Era come se volessimo concentrarci su ciò che quel viaggio significava per ognuno di noi.
Guardavo fuori dal finestrino e pensavo con una punta di nostalgia a ciò che mi stavo lasciando alle spalle. Al tempo stesso, nonostante la perdita della mamma, ero fortunato. Sapevo bene che tanti avrebbero desiderato essere al mio posto.
Il paesaggio che sfilava oltre il finestrino sembrava non finire mai. Poi, a un certo punto, arrivammo al cancello di Milanello. Ci aprirono e il pullman entrò. Mi sentivo spaesato, quasi impaurito. Seguii gli altri e scesi. Ognuno prese la propria valigia e ci presentammo all’ingresso. Ci indicarono la palazzina dove si trovavano gli alloggi dei ragazzi che come me avrebbero vissuto al centro sportivo. Eravamo in tutto circa una ventina. Venni messo in camera con gli unici tre della mia età. La stanza era piccola ma pulita, con due letti a castello uno di fronte all’altro. Non ricordo come ci distribuimmo, chi decise di dormire sopra o sotto, ma oggi, dopo aver misurato il mondo in lungo e in largo dalla Cina all’Argentina, dal Canada all’Australia, posso dire senza esitazione che quella sessantina di chilometri da Linate a Milanello sono stati il viaggio più lungo della mia vita
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