
Letture RossoNere
A cosa servono il potere dell'immaginazione, la determinazione e il coraggio? A realizzare il sogno di un bambino: diventare leggenda...
Cambiamento

Pasadena, 17 luglio 1994
Quando il pallone diventa pesante, cambia tutto. Le misure assumono un valore relativo: undici metri diventano un’infinità, il portiere immenso e la porta minuscola.
Sbagliare è un attimo.
Perché in quel momento il rivale non è più il portiere ma le paure, le ambizioni, i ricordi.
Perché il calcio di rigore è un gesto tecnico elementare solo in teoria.
Ne ho tirati molti nella mia vita, ma soprattutto da ragazzino in campagna, quando c’era la regola che i calci d’angolo non si battevano, perché si giocava in spazi stretti, e così ogni tre calci d’angolo si batteva un rigore.
Da professionista, invece, ne ho calciati pochi. Non sono mai stato uno in grado di guardare il portiere fino alla fine per poi spiazzarlo.
Fa sempre più caldo. I muscoli sono ancora contratti e rigidi. Ma è il tempo in cui le gambe non servono più. Serve la testa.
Io ci sono.
Esistono uomini straordinari in grado di cambiare il destino di chi li incontra. Agiscono come costruttori di sogni, creando opportunità laddove non sembrava esserci spazio per l’immaginazione. Uno di questi uomini, don Piero Gabella, arrivò a Travagliato nel 1966 per prendersi cura, nemmeno trentenne, della nostra piccola comunità contadina.
Aveva gli occhi luminosi di chi non teme i cambiamenti, e ogni suo gesto era teso a trasformare una realtà che era troppo statica per la sua visione fuori dagli schemi. All’inizio questo modo d’essere generò una vera e propria resistenza in quei parrocchiani che trovavano conforto nella stabilità delle tradizioni, ma col tempo anche i più conservatori seppero apprezzare il suo entusiasmo.
Don Piero doveva aver capito che la chiave per liberare il meglio dai suoi nuovi fedeli non era mostrar loro ciò che erano, ma ciò che sarebbero potuti diventare. Fu proprio così che nei pochi anni che rimase a Travagliato riuscì a creare un piccolo miracolo sportivo che avrebbe contribuito a scrivere alcune pagine della storia del calcio.
Poco dopo il suo insediamento cominciò a rivoluzionare il lavoro in oratorio. L’idea di don Piero era semplice: mettere chiunque nelle migliori condizioni possibili per sviluppare il proprio talento. Non importava di cosa si trattasse, se calcio o pallavolo, pittura o musica classica, l’obiettivo era assecondare le passioni di noi ragazzi senza porre limiti. E così l’oratorio divenne una fabbrica di talenti. Don Piero però non poteva fare tutto da solo: per mettere in pratica le sue idee in campo sportivo, ovvero la creazione di una vera e propria squadra di calcio giovanile, aveva bisogno di aiuto. In breve tempo ebbe la fortuna di trovare la collaborazione di un imprenditore locale, Mario Verzeletti, che finanziò la nascita dell’Unione Sportiva Oratorio Travagliato, di cui poi divenne presidente; di Guido Settembrino, un allenatore della zona, a rappresentare l’anima tecnica della società, assieme all’altro storico mister, Battista Pasinelli; e degli infaticabili Eugenio Falsina, Sergio Romanini e dei fratelli Giuseppe e Giovanni Bettoni, un ristretto gruppo di parrocchiani appassionati di calcio che, in qualità di dirigenti, si dedicarono anima e corpo alla riuscita del progetto.
L’USO nacque due anni dopo l’arrivo di don Piero con una sola squadra giovanile composta da ragazzi di età differente che si allenavano assieme per poi, negli anni, riuscire ad avere più squadre nelle rispettive categorie. Io in quel periodo frequentavo già l’oratorio, come tutti i bambini della zona, ma non a scopo sportivo, più che altro per seguire il catechismo e prendere caramelle allo spaccio.
Il primo in famiglia a far parte dell’USO Travagliato fu mio fratello Angelo, che aveva quattro anni più di me. Lo vedevo rientrare felice dagli allenamenti e mi chiedevo cosa si provasse a giocare in una squadra vera, ma ero ancora troppo piccolo, e poi, a casa mia, l’eventualità che io e Beppe giocassimo a calcio a livello agonistico non era proprio argomento di discussione.
Trascorsero così un altro paio d’anni in cui continuai a giocare solamente al casale. Poi, verso la fine della scuola elementare, mister Settembrino venne a trovare i miei genitori per convincerli a far entrare in squadra anche me e Beppe, in parte perché cercavano di reclutare più ragazzi possibili e in parte perché nostro fratello Angelo gli aveva detto diverse volte che col pallone ce la cavavamo piuttosto bene.
I miei genitori non erano appassionati di calcio e tanto meno erano propensi a farci giocare troppo tempo in oratorio: la scuola veniva prima di tutto. Intervenne allora don Piero, che li rassicurò, spiegando loro l’importanza di far parte di una squadra in cui si trasmettevano valori come la disciplina e la solidarietà e convincendoli a dare il loro benestare.
È così che, poco prima dei dieci anni, cominciò la mia avventura calcistica, in una vera squadra e giocando su un vero campo, con porte fatte di pali e traverse e non di sola immaginazione.
All’inizio, far parte di un gruppo organizzato fu più difficile per me che per mio fratello Beppe. Forse perché lui era più grande di due anni, o più semplicemente perché era più estroverso, mentre io soffrivo nel confrontarmi con chi non conoscevo e soprattutto ad avere un ruolo ben definito in campo. Comunque, far parte di una squadra era completamente diverso dal giocare sui prati o nell’aia del casale.
Non venni inserito in quella di Beppe ma tra i più giovani, anche se poi il mister ci faceva giocare contro squadre di ragazzi più grandi, per farci crescere maggiormente a livello agonistico.
Nonostante non fossi in squadra coi miei fratelli, andavamo assieme agli allenamenti in oratorio. Mi tornano alla memoria con grande emozione i nostri viaggi in bicicletta. Ero il più piccolo e mi sentivo protetto dalla loro presenza. A volte si chiacchierava dell’allenamento che stavamo per affrontare, o di quello che avevamo appena terminato, altre volte pedalavamo in silenzio godendoci la campagna.
Gli allenamenti erano duri, il mister credeva fermamente nella disciplina. Assieme ai dirigenti vennero stabilite alcune regole per responsabilizzare noi ragazzi, regole che molto probabilmente furono la base del formidabile successo dell’USO Travagliato.
La prima regola era che le regole valevano per tutti, nessuno escluso. Non c’erano prime donne. Anzi, più un ragazzo era bravo, più veniva portato a essere un esempio virtuoso per gli altri.
A parte alcune eccezioni, i genitori non erano ammessi al campo di allenamento e dovevano rimanere a casa. Alle partite dovevano mantenere un comportamento decoroso, limitandosi a incitare la squadra, e non era permesso protestare per le decisioni di arbitri e allenatori. Questo per creare il clima più sereno possibile attorno ai giocatori.
Anche i ragazzi, in campo e fuori, dovevano mantenere un comportamento serio e rispettoso, perché l’agonismo e la voglia di vincere non pregiudicassero la correttezza.
Ogni giocatore si impegnava a partecipare agli allenamenti e alle partite. In caso di assenza ingiustificata veniva multato di cinquanta o cento lire, cifre che a quei tempi per molte delle nostre famiglie non erano trascurabili.
A ogni ragazzo veniva consegnato un borsone col materiale: zoccoli, accappatoio, shampoo, scarpe da calcio lucidate, tuta e divisa lavate e stirate. Chi dimenticava qualcosa o non aveva le scarpe e gli indumenti perfettamente puliti veniva multato. Tutti i ragazzi, che avessero giocato o meno, dovevano fare la doccia, per rilassarsi ed essere sempre puliti e in ordine.
A ciascuno veniva fornito anche un pallone, da portare con sé per esercitarsi tirandolo contro il muro o palleggiando, per affinare la tecnica personale. Si doveva essere a casa entro le dieci di sera e possibilmente già a letto. Condizione che saltuariamente veniva verificata dagli stessi dirigenti. (Quest’ultima regola mi fa sorridere, devo averla interiorizzata a tal punto che la seguo d’istinto ancora oggi che ho terminato la carriera da più di vent’anni.)
Ai nuovi arrivati il mister impartiva delle vere e proprie lezioni pratiche su come allacciare le scarpe da calcio e su come inchiodare col martello i tacchetti di legno nella suola, in modo che penetrassero il giusto – non troppo, perché non dessero fastidio alla pianta del piede, né troppo poco, per non rischiare di perderli durante il gioco. Ci si esercitava per ore e ogni minimo dettaglio doveva essere perfetto, altrimenti si veniva multati.
Ricordo ancora quando ricevetti la multa di cinquanta lire per essermi presentato con le scarpe sporche di fango. Venni rimandato a casa senza poter svolgere l’allenamento. Mi sarei dovuto ripresentare a quello successivo con i soldi per pagare la multa. A casa però non dissi nulla. Mi vergognavo. Non volevo mettere in difficoltà la mia famiglia, far spendere loro dei soldi per una mia sciocchezza. Così scelsi la strada più semplice: mettere a tacere la cosa e non presentarmi più in oratorio, lasciando di fatto la squadra.
Dopo una settimana di assenza ingiustificata, un pomeriggio vidi arrivare al casale in bicicletta don Piero che, senza degnarmi di uno sguardo, andò dritto a parlare con mia madre. Doveva aver capito il motivo delle mie assenze e, senza mettermi ulteriormente a disagio, risolse il tutto con un sorriso e una stretta di mano. E da quel momento non venni multato mai più.
Oltre a dover essere bravi in campo, dovevamo essere i più ordinati e distinti, perché una squadra vincente la si vede anche nella forma, e così c’era particolare attenzione per la qualità delle nostre divise e l’abbinamento dei colori sociali. La foto di gruppo era un rito fondamentale: il mister vietava la presenza di chi non fosse giocatore, perché i protagonisti dovevamo essere noi.
Quelle regole applicate rigidamente ci trasmisero nel profondo il senso di appartenenza alla squadra e, cosa ancor più importante, il rispetto, per l’allenatore, per i compagni, per le cose che ci venivano affidate e, soprattutto, per noi stessi.
Molte famiglie si lamentavano per l’eccessiva disciplina, oltre che per le multe che giudicavano troppo salate. Allora spesso, per evitare problemi, interveniva il buon Falsina, che dava di tasca sua le cinquanta lire al ragazzo che doveva pagare, il tutto ovviamente all’insaputa del mister.
Sono queste le persone che ricordo con maggiore affetto, come il presidente Verzeletti e i fratelli Bettoni con la loro generosità, uomini veri che hanno sempre dato tutto quello che potevano senza mai chiedere niente in cambio. A tutti loro sono sinceramente grato, non solo per i gesti in sé, meravigliosi nella loro umiltà, ma soprattutto per avermi indicato la strada da seguire.
Questi uomini non si limitarono ad aiutarci sul campo da calcio. D’estate noi ragazzi andavamo a fare il bagno in luoghi pericolosi, come i fiumi della zona pieni di mulinelli, perciò costruirono in oratorio una piccola piscina alta massimo un metro, dove potevamo giocare e rinfrescarci, sia maschi che femmine (cosa non scontata dato che a quei tempi il senso del pudore avrebbe voluto impedirlo).
Allo stesso modo, sapevano che non avevamo le possibilità economiche per andare in vacanza, così ogni anno organizzavano un soggiorno di almeno una decina di giorni in montagna, a San Colombano di Collio, in Val Trompia, a cui partecipavamo tutti noi ragazzi dell’oratorio, con alcune mamme al seguito per dare una mano a preparare da mangiare. Ci si svegliava la mattina presto per fare subito ginnastica agli ordini del mister, poi si passeggiava per i boschi, si giocava… Si imparava a stare assieme e ad aiutarsi a vicenda, come in una vera squadra.
In campo venni messo in difesa, come terzino o come centrale. Mi trovavo a mio agio soprattutto in quest’ultimo ruolo, che mi permetteva di avere una visione totale del gioco. Mi piaceva interrompere gli attacchi avversari per poi impostare le nostre ripartenze.
Giocavamo in un campionato provinciale in cui cominciammo a farci la nomea di squadra da battere nella zona di Brescia e dintorni. Al termine della stagione si partecipava a dei tornei locali, che spesso si dividevano in gare tecniche e partite di calcio a undici. Durante le gare tecniche quattro o cinque membri di ogni squadra si sfidavano in esercizi di abilità, come palleggiare il più possibile senza far cadere la palla o superare un percorso in cui nel minor tempo si doveva dribblare birilli o tirare in una specifica porzione della porta. A ogni gara si guadagnava un punteggio e alla fine le due squadre i cui giocatori avevano accumulato i migliori punteggi si sfidavano in una partita vera e propria.
A undici anni fu una grande soddisfazione essere aggregato alla squadra di Beppe. Potevo finalmente giocare con mio fratello! Lui era mediano a centrocampo, con ottime qualità tecniche. Eravamo un gruppo forte e affiatato e spesso il nostro portiere rimaneva inoperoso per tutto il corso della partita. In breve tempo diventammo pressoché imbattibili.
Grazie ai contatti di don Piero e mister Settembrino, diversi osservatori di squadre come Inter, Milan e Juventus cominciarono ad assistere ai nostri incontri. Fu così che, nel 1971, due dei nostri giocatori vennero invitati ufficialmente a un provino al campo d’allenamento delle giovanili del Milan: mio fratello Angelo, che era del ’56, e Giovanni Lorini, del ’57. Entrambi avrebbero potuto essere scelti, ma il Milan optò per l’ottimo Lorini e scartò mio fratello, giudicandolo ormai troppo grande. Lorini in seguito arrivò a esordire in Serie A col Milan ed ebbe una discreta carriera da professionista, in cui vinse anche una Coppa Italia.
Anche mio fratello Angelo aveva talento e prestanza fisica, ma quell’anno di troppo fece tutta la differenza del mondo. Non riesco a evitare di pensare che, se don Piero fosse arrivato a Travagliato un anno prima, forse anche Angelo avrebbe avuto l’opportunità di crescere nel vivaio del Milan o dell’Inter, e ora staremmo parlando di un’altra storia. Ma il destino aveva evidentemente altri piani per lui. Una volta terminate le medie, Angelo iniziò subito a lavorare imparando un mestiere. Si prese le sue soddisfazioni sportive dapprima giocando a calcio nelle serie minori della zona e, in seguito, aiutando sul campo i giovani che si avvicinavano a questo sport. Per me è stato il fratello maggiore ideale. Non ricordo di averlo mai visto arrabbiato e, nonostante fosse taciturno, sapeva farsi apprezzare per la bontà d’animo e la generosità. Anche se meno famoso di me e Beppe, in paese è sempre stato amato e rispettato per la sua nobile concezione della vita e il coraggio con cui ne ha affrontato le difficoltà.
Come fu lui a introdurmi all’USO Travagliato, è stato ancora Angelo a organizzare un incontro con don Piero ed Eugenio Falsina, mentre scrivevo queste pagine. Oltre al piacere di rivederli, mi interessava il loro punto di vista sulla mia crescita all’USO. E così ci siamo ritrovati dopo tanti anni in un’osteria del piccolo paese dove don Piero si è ritirato da quando è in pensione. Ripercorrere assieme quegli anni straordinari è stato per me molto emozionante, anche perché mi hanno raccontato cose che non ricordavo o che più semplicemente non avevo mai saputo e poi, tra una risata e un sospiro commosso, ci siamo aggiornati sulle rispettive vite. È così che sono venuto a sapere che don Piero, dopo aver lasciato Travagliato nel ’72, ha vissuto per quarant’anni assieme alle comunità sinti e rom, portando anche a loro la sua intraprendenza illuminata. I suoi occhi ancora oggi, seppure stanchi per l’età, sanno infondere speranza in chi ha il privilegio di incontrarli e la sua vita, vissuta al servizio degli ultimi, spesa nell’eroica impresa di ridistribuire le opportunità invece delle ricchezze materiali, è un esempio virtuoso.
Durante la nostra rimpatriata, abbiamo ricordato con affetto anche il presidente Verzeletti e mister Settembrino, che da tempo non sono più tra noi. Il presidente fu un uomo molto gentile, un modello di eleganza la cui sola presenza sapeva infondere serenità in chi gli stava attorno. Il mister aveva valori e princìpi solidi, ma alla fine anche i suoi baffi burberi si ammorbidivano in un sorriso. Ci permise di crescere e imparare molto più di quanto avremmo mai potuto immaginare. Sarebbe potuto apparire poco socievole, ma era fondamentalmente buono d’animo. Si affezionava ai suoi giocatori e si sarebbe buttato nel fuoco per noi, e questo era tutto ciò di cui avevamo bisogno.
Nel 1972, dopo la partenza di Giovanni Lorini, Inter, Milan e Juventus intensificarono i contatti con l’USO e cominciarono a portare le loro squadre giovanili a Travagliato, per affrontarci sul campo e così valutarci direttamente contro i loro giocatori. Vincemmo contro tutte e tre e finì che l’Inter prese cinque dei nostri: Amerio Toninelli, Emer Romanini, Riccardo Zini, mio fratello Beppe e Franco Pancheri, che sarebbe riuscito anche lui a esordire in Serie A e a vincere da protagonista uno scudetto coi nerazzurri.
I miei genitori erano naturalmente dubbiosi nel mandare mio fratello fuori casa così giovane e, anche in questo caso, furono fondamentali le rassicurazioni di don Piero, che conosceva direttamente le persone che si sarebbero occupate della crescita di Beppe.
Mio fratello, come Lorini, divenne un ulteriore stimolo per noi ragazzi. Era la prova che il salto in una grande squadra era possibile. Ebbe così inizio il periodo d’oro dell’USO Travagliato: un piccolo oratorio di un paesino della Bassa Bresciana che, negli anni settanta, sfornò talenti a ripetizione, molti dei quali sarebbero andati a rinforzare i settori di squadre professionistiche, alcuni arrivando a giocare in Serie A, altri a vincere scudetti, coppe europee e campionati mondiali.
Io nel ’72 ero considerato ancora troppo giovane, ma c’era un osservatore dell’Inter, il signorile dottor Garoia, che ogni sabato veniva da Milano a vedermi giocare e a fine partita mi diceva: “Franchino, tu verrai con me all’Inter”. Io ovviamente sognavo di poter raggiungere Beppe in nerazzurro, ma il dottor Garoia morì di lì a poco e il mio destino cambiò radicalmente.
Qui voglio precisare che, a differenza di ciò che molti credono, io non feci mai un provino all’Inter. La storia infatti fu molto più semplice. Venuto a mancare il dottor Garoia, don Piero decise di propormi con forza ai nerazzurri per farmi ricongiungere con Beppe, arrivando a convincere il presidente Verzeletti a offrirmi gratuitamente. L’Inter però non ne volle sapere di prendermi quell’anno, perché mi considerava ancora troppo gracile per inserirmi con successo nelle sue giovanili, e rimandò la decisione alla stagione seguente. Il parroco allora cominciò a rivolgersi alla concorrenza.
Quello fu un periodo di grandi cambiamenti anche in famiglia. I miei genitori, dopo anni di sacrifici, erano infatti riusciti a costruire una villetta in paese, dove ci trasferimmo tutti, poco prima che Beppe ci lasciasse per andare all’Inter. Per loro poterci finalmente dare comodità come il bagno in casa e l’acqua calda corrente era un sogno che si avverava.
In quel lontano periodo della mia vita tutti, in famiglia, a scuola, nella comunità dell’oratorio, si adoperarono per offrirmi più opportunità possibili. Se ripenso in particolare all’USO Travagliato, mi viene in mente tutto il talento che ogni giorno si perde in giro per il mondo soltanto perché non ha la fortuna di incontrare l’opportunità che meriterebbe. Perché a Travagliato non eravamo superiori per natura, né si registrava una densità di talento fuori dal comune. È più semplicemente una questione di sistema, e noi fummo fortunati ad avere intorno persone di intelligenza e competenza eccezionali. Ed è anche una questione di opportunità: quelle stesse persone credettero così tanto in noi da lottare in prima persona per garantirci possibilità fino a poco prima inimmaginabili.
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