
Letture RossoNere
A cosa servono il potere dell'immaginazione, la determinazione e il coraggio? A realizzare il sogno di un bambino: diventare leggenda...
Fantasia

Pasadena, 17 luglio 1994
Non avrei mai immaginato di arrivare fino a questo punto, ma so che a volte i sogni si avverano.
Al triplice fischio dell’arbitro il caldo umido è ancora soffocante. Le maglie sono diventate tutt’uno con la pelle.
Tra poco ci toccherà chiudere i conti con la storia: calci di rigore.
Il mister ci aspetta davanti alla panchina.
Noi ci guardiamo alla ricerca di quella complicità che ci ha portato a sfidare la sorte.
Siamo tutti in silenzio.
Non è paura. Mi sembra rispetto… per il nostro destino.
Al mister rispondo: “Sì, il primo lo tiro io”.
Mi manca la neve della mia infanzia. Gli inverni erano freddi e rigidi ma, quando nevicava, per noi bambini era come se dal cielo cadesse qualcosa di magico, che ricopriva ogni cosa d’incanto. Le spigolose macchine agricole si trasformavano in morbide sculture scintillanti e la terra scura e ghiacciata diventava un soffice manto in cui affondare gli stivali. La campagna imbiancata aveva qualcosa di fiabesco. Tutto era rivestito di un candido silenzio.
C’erano volte che nevicava così tanto che lo spazzaneve ci metteva qualche giorno a raggiungere il casale dove vivevamo, e così ci ritrovavamo isolati dal resto del mondo. Era una sensazione unica, come se la vita si fosse arrestata di colpo per concederci una pausa dalle sue fatiche. Noi bambini non potevamo andare a scuola e allora giocavamo a palle di neve fino a che le mani non diventavano livide per il gelo. A volte, però, mio padre legava al trattore un carretto e ci trainava in mezzo alla neve fresca fino a Travagliato, per non farci perdere nemmeno un giorno di scuola.
I nostri genitori fecero sacrifici enormi per darci opportunità che loro non avevano avuto. Il loro timore era che l’ambiente semplice in cui crescevamo non ci desse prospettive per il futuro. Per loro era fondamentale che avessimo la migliore istruzione possibile e che prendessimo buoni voti. Tutto il resto veniva dopo.
Ho un ricordo nitido del mio primo giorno di scuola. Mia madre mi sistema il fiocco bianco sul grembiule nero già usato da Angelo, che adesso è in quinta. Mi va un po’ grande, sono esile per la mia età, ma non mi lamento, perché non ci si deve lamentare e perché sono troppo agitato per ciò che mi attende. Un’ultima aggiustata ai capelli e, quando sono finalmente perfetto agli occhi di mia madre, lei mi prende per mano e mi accompagna.
Una volta rimasto solo, mi sento smarrito. Mi fanno entrare in classe, mi siedo a un banco con un nodo alla gola, sforzandomi di sorridere ai compagni. Ma ho la sensazione che il mio, più che un sorriso, sembri una smorfia impaurita, perché nessuno ricambia il mio goffo tentativo di fare amicizia. Finché arriva lei, la maestra Bastiani, la donna che mi avrebbe poi guidato come un faro nella notte per cinque anni della mia vita.
La ricordo vestita sempre in modo impeccabile, come quando si andava in chiesa la domenica. Portava spesso un vestito grigio scuro con la gonna sotto al ginocchio e scarpe chiare; i capelli castani tagliati corti. Il suo portamento severo era compensato da uno degli animi più gentili che io abbia avuto il privilegio di incontrare.
Mi aiutò molto a inserirmi in classe, facendomi sentire da subito accettato e benvoluto. Aveva sempre una parola amorevole per noi alunni. A ripensarci, era come se un’entità superiore avesse guardato Travagliato con occhio benevolo e avesse deciso di donarci la maestra Bastiani per rendere la nostra infanzia meno difficile. Sapeva esattamente quando avevamo bisogno di un rimprovero e quando di una carezza.
A dirla tutta, la scuola non fu mai il mio forte. Facevo fatica a studiare, volevo sempre e solo giocare a pallone, ma mi comportavo bene in classe e, per compiacere sia la maestra sia mia madre, mi sforzavo di ottenere buoni risultati in tutte le materie, soprattutto nella scrittura.
È grazie alla Bastiani se il periodo delle elementari conserva ancora nella mia memoria un alone di spensierata armonia, senza inutili ansie. Cosa che invece non accadde alle medie, dove un ambiente più rigido rese la mia vita scolastica particolarmente dura.
Ricordo ancora come un vero e proprio supplizio le lezioni di francese, che avrebbero inaugurato una lunga stagione di fatiche scolastiche, culminata nell’abbandono degli studi appena firmai il primo contratto da calciatore professionista, al quarto anno delle superiori. La scusa ufficiale furono gli allenamenti al mattino, ma la verità è che lasciare l’istituto tecnico fu una vera e propria liberazione.
Solo crescendo, quando ormai era troppo tardi, ho capito quanto fosse importante studiare. Non aver preso il diploma è un mio grande rimpianto.
Ogni volta che tornavo a casa, chiedevo notizie della maestra Bastiani. Non saprei dire perché ma per molti anni non sono mai andato a trovarla. Forse la gratitudine è un sentimento rivolto al passato, e fino a poco tempo fa il mio sguardo era rivolto solo al futuro, con le sue ambizioni e paure, o forse in cuor mio temevo di far riaffiorare emozioni sepolte. Fatto sta che pochi anni fa mia sorella Lucia, che vive ancora a Travagliato, mi avvisa che la maestra Bastiani, ormai più che novantenne, è in casa di cura. Avverto il desiderio di rivederla. Non posso più rimandare. Voglio dirle un’ultima volta grazie.
Mi presento in casa di cura vestito di tutto punto, neanche fosse il primo giorno di scuola. L’infermiera mi avvisa che la Bastiani, per quanto ancora lucida, potrebbe non riconoscermi. D’altronde sono passati quasi cinquant’anni dall’ultima volta che ci siamo visti.
Quando entro nella sua camera, lei è seduta su una sedia a rotelle di fianco al letto. Tutto nella sua figura tradisce il peso degli anni. Abbozzo un timido saluto, mentre l’infermiera le spiega chi sono.
Mi avvicino e l’abbraccio goffamente. I suoi occhi sembrano illuminarsi e vengo travolto da cinquant’anni di mancati sorrisi e parole di conforto. Adesso è lei ad averne bisogno e, anche se impacciato, tento di sorriderle, di farle sapere che va tutto bene, che qualsiasi cosa accada va tutto bene, come faceva lei quando mi sentivo smarrito in un grembiule più grande di me.
La lascio restando col dubbio d’esser stato riconosciuto, un dubbio che alimenta il rimpianto per non averle dimostrato la gratitudine che meritava. è uno di quei momenti in cui mi rendo conto di aver avuto molto più di ciò che ho dato, spesso da persone che hanno lasciato un’impronta dentro di me, per poi talvolta svanire nella memoria. Troppo spesso ho dato per scontato il bene ricevuto, quando invece è ciò che di più prezioso ho avuto la fortuna di ottenere.
Da bambino la mia gratitudine era rivolta quasi esclusivamente al pallone. Le mie giornate, tra la scuola e le faccende da sbrigare a casa, erano piene, ma sfruttavo ogni momento libero per giocare a calcio, anche da solo, anche scalzo sul cemento dell’aia per evitare di rovinare l’unico paio di scarpe che avevo. La mia passione cresceva sempre di più e la domenica ai miei occhi divenne un giorno sacro, non tanto per la messa mattutina alla chiesa di Travagliato, quanto per le partite del campionato di Serie A.
Nel primo pomeriggio io, i miei fratelli e i miei amici ci ritrovavamo sotto i portici del casale ad ascoltare le partite alla radio, in religioso silenzio, per poi esultare o disperarci per un gol fatto o subìto dalla nostra squadra del cuore. A quei tempi, gli anni sessanta, il Milan e l’Inter erano le squadre italiane più forti e molti di noi bambini tifavano per una delle due. Non saprei dire perché mi affezionai al Milan, di sicuro non fu un sentimento tramandato dalla famiglia, come spesso capita, perché mio padre non aveva alcun interesse per il calcio. Mi piace credere che in me ci fosse un qualche sentore di ciò che sarebbe stato. In un cesto di palloni, d’istinto sceglievo sempre quello rossonero.
Comunque fosse, eravamo affascinati da quel mondo fatto di emozionanti radiocronache che ci raggiungevano da stadi che ribollivano di entusiasmo. Sentivamo i nomi dei protagonisti in campo e sognavamo a occhi aperti. L’immaginazione spesso nasce da ciò che non si vede, e così, una volta terminate le partite alla radio, giocavamo le nostre, immedesimandoci in quei campioni.
C’era chi voleva essere Trapattoni e chi gli interisti Guarneri e Picchi. Io preferivo immedesimarmi nei giocatori offensivi, e così una volta facevo Riva, bomber del Cagliari e della Nazionale, un’altra lo juventino Haller, altre ancora uno dei miei beniamini rossoneri come Prati, Sormani o Rivera.
Se ripenso a quei momenti, lontani e vicini al tempo stesso, e alle emozioni che provavo, istintivamente mi chiedo come nasca un sogno, come prenda forma nella mente di un bambino. Perché alcuni sognano di diventare atleti, altri astronauti, medici, scrittori o poliziotti? È qualcosa di innato, di intrinseco alla propria natura o dipende dall’ambiente in cui siamo cresciuti? Forse è una sintesi di elementi fortunati, di passione e dedizione.
Da piccolo non andavo allo stadio e non vedevo partite alla televisione. Non avevo idea di che aspetto avessero i calciatori, se portassero i capelli lunghi o corti, se fossero acclamati dalla folla o se guadagnassero tanti soldi. Non mi importava. Non sapevo nemmeno chi fossero Pelé, Beckenbauer o Cruijff. Non avevo immagini che ispirassero i miei sogni. Almeno fino ai Mondiali del ’70 in Messico, quando avevo appena compiuto dieci anni.
Era finalmente finita la scuola e potevo godermi appieno le lunghe giornate, dando una mano in casa e giocando il resto del tempo. Il mio mondo era piccolo e si estendeva per una manciata di chilometri. Il Messico non avrei nemmeno saputo indicarlo sul mappamondo. Sapevo solo che era molto lontano. Talmente lontano che quando in Messico era pomeriggio, in Italia era sera inoltrata.
Era la prima volta che sentivo parlare dei Mondiali. Non immaginavo le emozioni che potessero trasmettere. Ma ne sembravano tutti entusiasti, anche chi di solito non seguiva il calcio. Non avevo la minima idea di quali fossero le squadre favorite e quante partecipassero. Sapevo solo che c’era l’Italia, e tanto mi bastava per sentirmi coinvolto. Gli azzurri poi stavano andando bene. Avevano superato il girone e battuto nei quarti di finale i padroni di casa del Messico.
Un pomeriggio sentii che quella sera ci sarebbe stata una partita. Chiesi con chi avremmo giocato e seppi che era la semifinale contro la Germania Ovest, quella che sarebbe passata alla storia come la partita del secolo. Fu la prima che seguii in televisione, naturalmente in bianco e nero. La guardammo tutti insieme in cucina. Fu per me un evento incredibile, una specie di battesimo del calcio mondiale. Poter vedere per la prima volta i campioni, in cui mi immedesimavo quando giocavo con gli amici nell’aia, aveva qualcosa di miracoloso.
La partita si gioca a Città del Messico. Lo stadio si chiama Azteca ed è impressionante. In televisione dicono che ci sono centomila spettatori. Sento il nostro inno nazionale e penso, chissà come dev’essere ascoltarlo davanti a tutti quei tifosi. La Germania può contare su fior di campioni, che avrei apprezzato e ammirato in seguito, come il capitano Franz Beckenbauer e l’attaccante Gerd Müller.
Guardo la partita senza capire se siamo noi a giocare meglio, ma sono felice perché andiamo subito in vantaggio con un gran tiro di Boninsegna. Continuo a seguire la gara con la speranza che arrivi la vittoria, ma allo scadere Schnellinger, che gioca pure nel Milan, segna il suo primo e unico gol in Nazionale e pareggia.
L’arbitro fischia la fine e sento che ci saranno i tempi supplementari, che non sapevo nemmeno esistessero e che mi portano ad assistere a uno dei momenti più incredibili della storia del calcio. In poco tempo succede di tutto. Non riesco quasi a star dietro all’altalena di emozioni: appena gioisco per un gol azzurro, arriva la delusione per un gol tedesco, e viceversa. Il primo tempo supplementare termina 3 a 2 per noi. Poi, nel secondo tempo supplementare, la Germania Ovest riesce ancora a pareggiare con un rocambolesco gol su calcio d’angolo; ma dopo solo un minuto il destino vuole che sia proprio il mio idolo Rivera a segnare il definitivo 4 a 3! L’Italia è in finale!
È tardi e vado a letto coi miei fratelli. Ma fatico a prendere sonno per le tante emozioni vissute. Parlo con loro, che mi dicono che la finale si terrà pochi giorni dopo contro il Brasile. Non vedo l’ora di assistere a un’altra partita della Nazionale. Possiamo diventare campioni del mondo!
La finale si gioca a Città del Messico a mezzogiorno. Da noi sono le otto di sera. Siamo tutti riuniti davanti alla televisione. Sento che l’Italia non è favorita ma, si sa, i sogni di un bambino spazzano via i pronostici come foglie al vento e sono fiducioso che si possa compiere l’impresa.
Inizia la partita. Non conosco i brasiliani. La mia attenzione è solo per gli azzurri ma mi impressiona il modo in cui giocano. Sono affascinato dalla padronanza del loro tocco di palla e dalla naturalezza dei loro passaggi. Solo in seguito avrei capito che giocavano autentici fenomeni come Pelé, Rivelino, Jairzinho e Gérson. I brasiliani si portano in vantaggio dopo nemmeno venti minuti, ma noi reagiamo e grazie a una loro ingenuità arriva il pareggio con un gol di Boninsegna. Sento dire che siamo stanchi per aver giocato i tempi supplementari nella partita precedente e, davanti alla tv, tutti discutono su cosa dovrebbe fare l’allenatore Valcareggi: cambia questo, metti quell’altro, fa’ entrare Rivera… Io ascolto in silenzio, per me sono tutti bravi. Ho ancora speranza. Nel secondo tempo però i brasiliani approfittano del nostro calo fisico e con le giocate dei loro campioni si portano in vantaggio, per poi dilagare e vincere 4 a 1. Chissà se i sogni dei bambini brasiliani erano in qualche modo migliori dei miei. O forse semplicemente i sogni di un bambino non potevano influire sul risultato di una finale.
Qualcuno spegne la televisione. I grandi cercano di rincuorarci. Poi in silenzio si va a letto. C’è un chiaro di luna che illumina tutta la campagna. Mi avvio verso le scale che portano alla camera. Non riesco a togliermi la finale dalla testa. La delusione è troppa. I miei pensieri viaggiano. Chissà cosa si prova a indossare la maglia del proprio paese a un Mondiale. Chiudo gli occhi e fantastico d’essere in piedi ad ascoltare l’inno di Mameli mentre milioni di persone mi guardano in televisione. Dev’essere un’emozione incredibile, ma non provo niente di tutto ciò. Forse per la tristezza per la finale appena persa o forse perché i campionati del mondo e gli stadi con centomila spettatori sono una realtà troppo lontana dalla mia cascina.
La semplicità della mia infanzia è stata una delle mie fortune. La vita era dura e, che fosse tirare calci a un pallone, dipingere o cantare, ogni momento di gioia, piccolo o grande, era prezioso e andava protetto.
A letto vedo che anche Beppe non riesce a dormire.
Prima che la stanchezza prenda il sopravvento, trattengo le lacrime per la delusione. Non piangerei per niente al mondo, perché mostrare le mie emozioni sarebbe una debolezza. E io non voglio essere un bambino debole.
===
Libero di sognare: Prima dell'inizio - Coraggio - Fantasia
=====
Altre letture RossoNere QUI















