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Letture RossoNere

 

A cosa servono il potere dell'immaginazione, la determinazione e il coraggio? A realizzare il sogno di un bambino: diventare leggenda...

 

 

Coraggio

 

libero di sognare

Pasadena, 17 luglio 1994

Sento il silenzio sordo dello stadio mentre mi accascio a terra. I crampi mi impediscono ogni movimento. Ma non ho paura. Non perdo fiducia. Arriva la macchina elettrica su cui mi caricano.

È la seconda volta che esco in questi Mondiali.

La prima contro la Norvegia. Rottura del menisco. Quando tutto sembrava finito.

La seconda, oggi pomeriggio. Quando tutto sembra essere ricominciato.

Il medico mi chiede se ce la faccio. Non vengo nemmeno sfiorato dal dubbio. Il dolore è uno stato mentale. Riprendo a correre.

Nulla può impedirmi di finire questa partita.

Io conosco la felicità. E l’ho conosciuta quando ero ancora piccolo, prima di giocare negli stadi più importanti del mondo. Prima di avere i tifosi migliori, i compagni più forti. Prima di vincere e di perdere, perché la felicità va oltre i risultati. Perché ero uno spirito libero. Amavo stare nella natura, come quando facevo il bagno nei fossi inondati per l’irrigazione che circondavano i campi, coi piedi nella terra umida e il viso immerso nel­l’acqua cristallina. Amavo il profumo del­l’erba appena tagliata, un profumo magico, in particolare a metà primavera, quando si falciavano i campi lasciati crescere durante l’anno. Assieme agli altri bambini, attendevo quel momento con impazienza perché, abituato al­l’asfalto del­l’aia, avrei potuto giocare per alcuni giorni su un prato perfetto. E correre scalzo su quel terreno meraviglioso, con l’erba fresca che accarezza i piedi, era una gioia assoluta. Se qualcuno si fosse chiesto che cos’è la felicità, sarebbe bastato darci un pallone su quei campi e l’avrebbe vista.

Nella natura ero nato, la primavera del 1960, al­l’ospedale di Travagliato, un paese di campagna vicino a Brescia. Non ho mai avuto buona memoria, ma questo inconveniente non mi ha turbato, forse perché l’ho sempre inteso come un modo per ricordare solo ciò che importa veramente, quei frammenti di passato che uniti tra loro hanno l’ambizione di spiegare una vita intera: passioni, incontri fortuiti, incidenti, persone eccezionali, dolori laceranti e gioie assolute. Elementi che, analizzati singolarmente, sembrano risolvere l’enigma del perché un uomo è riuscito a raggiungere certi risultati e un altro no, ma che presi assieme rendono ogni esistenza unica e irripetibile. Quando mi fermano per strada, in una scuola o su un campo da calcio, e mi chiedono come si fa a diventare un campione, rispondo sempre: “Fate ciò che vi appassiona. Solo così potrà nascere qualcosa di straordinario e inimmaginabile”.

I miei primi ricordi riguardano un periodo magico in cui non c’era la televisione e noi bambini portavamo il grembiule, io quello bianco del­l’asilo e i miei fratelli quello nero col fiocco della scuola elementare. La più grande era Lucia, seguita da Angelo, Beppe e poi da me. Quando cominciai l’asilo, Beppe era in prima elementare, Angelo in terza e Lucia in quinta. Due anni di differenza tra un figlio e l’altro, con la sorpresa dopo nove anni del­l’arrivo della piccola Emanuela, la mia sorellina coccolata da tutti. I miei genitori erano persone metodiche. In particolare mia madre, Regina, ci teneva che fossimo sempre in perfetto ordine: capelli pettinati, grembiule immacolato, scarpe pulite. Nessuno doveva pensare che fossimo in alcun modo trascurati. Ancora oggi, se ripenso a mia madre e la rivedo mentre mi sistema i capelli o mi abbottona il grembiule, mi commuove la forza d’animo che deve aver avuto per crescere tanti figli a quei tempi, in campagna. La sua attenzione, anche nelle piccole cose, la ritrovo ancora nei miei gesti più semplici, come quando preparo i vestiti per un evento o arrivo regolarmente in anticipo a un appuntamento, perché non è educato far aspettare.

Quando a quattro anni andai finalmente al­l’asilo, per lei fu un sollievo avere mezza giornata senza figli cui badare, per potersi dedicare alle faccende domestiche. Per me invece fu difficile, soprattutto al­l’inizio. Ero un bambino timido e introverso, e quella era la prima volta che uscivo dal mondo chiuso e protetto del casale. Tante volte al­l’asilo saltai il pranzo perché abituato solo a ciò che preparava mia madre. Lo stesso valeva per le amicizie. Non mi sentivo a mio agio in mezzo a tanti bambini che non conoscevo. Non perché preferissi stare da solo, ma perché ho sempre avuto bisogno di tempo per abituarmi alle novità. Se incontro un luogo e delle persone con cui mi trovo bene, preferisco non cambiare. Forse è anche per questo che sono ancora al Milan, dopo più di quarant’anni da quando misi piede per la prima volta a Milanello.

Abitavamo in un casale a una manciata di chilometri dal paese. Era una costruzione che si sviluppava a ferro di cavallo attorno al­l’aia. Sotto i porticati venivano messe le macchine agricole e l’ampio cortile aveva tre uscite: una, quella centrale, dava sulla strada che portava al paese; un’altra dava sul­l’orto, sui frutteti e su un fiumiciattolo d’acqua di sorgente, fresca e buona da bere; l’ultima uscita portava il trattore direttamente ai campi da coltivare.

Ci vivevamo in sei famiglie di contadini. Eravamo circa una trentina, fra zii, cugini e un altro paio di famiglie. Quando ero molto piccolo si mangiava tutti insieme in un’ampia stanza. Poi i miei nonni hanno diviso il casale e ogni famiglia ne ha avuta una parte. Noi abitavamo su uno dei lati, di fronte alle stalle con le mucche.

Il nostro appartamento al piano terra era composto dalla cucina, coi fuochi alimentati a carbonella, e da una piccola sala in cui si mangiava tutti insieme attorno a un massiccio tavolo di legno scuro; poi una scala esterna portava al piano superiore, dove c’erano due camere da letto, quella dei miei genitori e quella di noi figli: io, Beppe e Angelo dormivamo assieme in un letto matrimoniale, mentre Lucia dormiva sola in un lettino separato da una tenda. Il bagno era al­l’esterno, a un angolo del casale. Per lavarsi, si scaldava del­l’acqua sul focolare e poi la si metteva in una tinozza, da dove la si prendeva a turno per sciacquarsi dopo essersi insaponati. Con l’arrivo del­l’inverno, queste operazioni si svolgevano nella stalla, perché era la zona più calda, grazie alla presenza degli animali.

Noi bambini condividevamo tutto: la curiosità di mungere il latte da una mucca, la noia di dare il mangime alle galline, la soddisfazione di portare con mio padre e mio zio le mucche al pascolo e al fiume per l’abbeveraggio, così come la meraviglia per un pulcino appena nato, fino alla grande passione di giocare a pallone, un’emozione talmente pura che niente e nessuno l’avrebbe potuta scalfire. Sistemavamo delle magliette a terra per delimitare porte immaginarie e giocavamo senza portiere. Le squadre si facevano in base a chi c’era. Se mancava qualcuno, si andava a chiamare un paio di bambini alla cascina più vicina. A volte si giocava due contro due, altre tre contro tre. Poi si cambiavano le squadre e si ricominciava. L’importante era giocare: passare, stoppare, tirare, tentare un dribbling o un colpo imprevedibile come i trucchi di un illusionista.

Usavamo il pallone che avevamo in quel momento. Poteva essere piccolo e bitorzoluto, oppure grande, liscio e così leggero che a calciarlo forte prendeva effetti imprevedibili. Poco importavano la forma e la consistenza, anche un mucchio di stracci legati assieme andava bene. Quando poi ci veniva regalato un pallone vero, di quelli di cuoio marrone come usavano i professionisti, ce ne prendevamo cura come fosse un tesoro che la nostra piccola confraternita doveva custodire gelosamente. La maggior parte del­l’anno giocavamo nel­l’aia, e sul­l’asfalto il cuoio si usurava e il pallone si spellava. Da marrone e lucido diventava grigiastro e ruvido. Così ogni giorno, dopo aver giocato, prendevamo della cotenna di maiale dalla cantina e la passavamo più volte sulla superficie del pallone per ingrassarlo e conservarlo più a lungo. Tra di noi non c’erano né vincitori né vinti. Non giocavamo per battere un avversario, per sentirci migliori o più forti; in quel tempo che non bastava mai, eravamo liberi: senza costrizioni, senza preoccupazioni, senza timori.

Giocavo anche da solo, tirando la palla contro il muro o una colonna del porticato. Lo facevo semplicemente perché mi piaceva calciare il pallone, di interno, d’esterno, di prima. Sentirlo rimbalzare sul piede. Potevo andare avanti per ore senza stancarmi o annoiarmi. Inconsapevolmente, già a quattro anni mi allenavo in alcuni esercizi che si fanno svolgere ai ragazzini delle giovanili per affinare la tecnica.

Era la natura a dettare i tempi. Con l’alternarsi delle stagioni cambiavano le mansioni e, di conseguenza, anche la quotidianità. C’era il tempo della semina in autunno, quando le giornate si accorciano e si poteva stare meno in cortile o nei campi dopo la scuola. Un po’ ne soffrivo, dato che amavo stare al­l’aria aperta, ma l’approssimarsi del­l’inverno aveva anche i suoi vantaggi.

Non sento la mancanza della campagna in sé, al massimo mi dispiace non svegliarmi al canto del gallo o con gli uccellini che a primavera fanno festa. Col tempo mi sono abituato ai ritmi e ai rumori della città, che finiscono per farmi compagnia. Non sento la mancanza della terra da lavorare, che per me significa prevalentemente fatica e povertà, ma nel profondo del­l’animo rimpiango la terra della mia infanzia, quel luogo prodigioso in cui tutto poteva accadere e che custodisco religiosamente nella mia memoria. E mi manca Santa Lucia, la festa che dalle nostre parti sostituisce il Natale e che oggi quasi non esiste più.

Il 12 dicembre era il giorno più emozionante del­l’anno. La santa arrivava di notte su un carretto trainato da un asinello per portare i doni a noi bambini. Per ingraziarcela facevamo i bravi e mettevamo nella stalla una ciotola di latte e un po’ di paglia per sfamare il povero asinello, che in una sola notte doveva fare il giro di tutte le cascine. Lei lasciava qualcosa a tutti i bimbi, un pallone o una bicicletta ai più fortunati, un giocattolo di latta e delle caramelle ai più poveri. Ognuno al risveglio aveva di che rallegrarsi per la magia che si era avverata quella notte.

Oggi alla santa chiederei di riportarmi anche solo per un attimo a quei momenti spensierati, in cui tutto era possibile, anche che il sogno di un bambino di campagna venisse esaudito nella notte più buia del­l’anno. Vorrei tornare all’entusiasmo con cui giocavo a pallone in quel­l’epoca tanto lontana, senza progetti, divise e coppe da vincere, in cui l’unica ambizione era sentire, ogni volta che ce n’era occasione, la gioia immensa del gioco libero da schemi precostituiti; o all’emozionante appuntamento pasquale del­l’arrivo del luna park a Travagliato, mentre noi bambini assistevamo meravigliati ai numeri di magia, per poi perderci in un labirinto di specchi.

Intanto le giornate riprendevano ad allungarsi e iniziava il tempo della crescita, fino al­l’estate, il momento di raccogliere. La mietitura del grano era una festa a cui partecipavamo anche noi bambini, quando la sera ci si ritrovava tutti insieme nel­l’aia, dove erano stati portati i covoni per separare il grano dal resto della pianta. Ci si metteva seduti in cerchio e si pulivano le spighe una a una. Si raccontavano storie, si cantava e si celebrava il raccolto che avrebbe concesso la prosperità necessaria a passare un altro inverno al riparo dai morsi della fame.

Uno dei momenti che amavo di più era la vendemmia, tra fine settembre e i primi di ottobre, quando al­l’alba la campagna era coperta di rugiada. La scuola era già cominciata da alcuni giorni e la vendemmia era l’occasione per disertare i banchi. Mi piaceva tagliare l’uva dalle viti con le forbici o aiutare a eliminare dal raccolto foglie e scarti, ma la mia parte preferita era la pigiatura: dopo essermi lavato con cura, venivo messo al­l’interno di un grosso catino di legno dove, assieme agli altri bambini e alle donne, schiacciavo l’uva e sorridevo, per le gambe che si coloravano di viola e per la piacevole sensazione degli acini che si aprivano sotto i piedi, rilasciando il mosto.

Io ero esile di corporatura, introverso e di poche parole, ma non per questo mi divertivo meno a osservare la mia famiglia e i miei amici che gioivano di quello che in fondo, per quanto faticoso, era un momento di allegria collettiva. Tutti insieme, aiutandoci l’un l’altro, ognuno facendo quello che poteva. Nessuno si sentiva escluso e tutti sapevano di dover contribuire per il bene comune. Prima venivano gli altri e poi venivi tu. Era semplice e naturale. Quel senso di comunione e solidarietà era totalizzante e mi è entrato sottopelle, come una parte fondamentale di me, e tale è rimasto nel tempo.

Oggi il calcio è sempre più fatto di protagonismi. Una volta tutto era più romantico o, forse, me lo racconto così perché è romantico il tempo del­l’infanzia. Ricordo quando si giocava a orario unico la domenica pomeriggio e si sentivano alla radio le voci storiche di Ciotti e Ameri. Rimpiango il calcio dove la libertà e la poesia erano caratteristiche essenziali del gioco. Oggi spesso gli interessi personali prendono il sopravvento. Si pensa meno al gruppo e ai compagni. Apparire diventa indispensabile, condizionati da ingaggi milionari, sponsor personali, follower sui social… Forse si sta correndo troppo velocemente, senza sapere dove si è diretti. C’è degrado nel linguaggio verbale, ci si dimentica di chi ci circonda, si è perso il valore delle piccole cose. È un mondo a cui a maggior ragione sento di dover contribuire. Dalla mia infanzia ho imparato quanto sia importante non lasciare indietro nessuno e saper valorizzare le qualità di ognuno. La mia dedizione alla squadra non nasceva da un mero calcolo, era il mio approccio spontaneo. Il leader lo si riconosce nel­l’uomo sincero. Non è sempre chi fa del proprio meglio, ma chi fa ciò che va fatto. E io mi relazionavo coi compagni senza fare calcoli, tante volte anche a muso duro. Ma cercando di mantenere quel coraggio gentile che serve a ispirare.

In parte credo di aver sempre avuto in me queste doti, anche se mi è impossibile affermare se il mio temperamento fosse intrinseco alla mia natura o dipendesse dal­l’educazione votata al sacrificio che mi è stata impartita nel­l’infanzia. Di sicuro, oltre a questa attitudine personale, ho avuto la fortuna di cominciare la carriera potendo osservare da vicino una leggenda come Gianni Rivera. Ricordo, nella mia prima esperienza a Milanello, come si proponeva senza far pesare la sua posizione, facilitando il compito dei compagni. Chi lo ascoltava rimaneva stupito dal­l’eleganza e dalla semplicità con cui si faceva capire. Se già avevo in me certe doti, Rivera mi mostrò come poterle declinare su un campo da calcio.

Mi sentii onorato a poter indossare la sua stessa fascia di capitano. Un onore che avrei mantenuto per quindici anni. Qualcuno potrebbe aggiungere che al­l’onore si accompagna anche l’onere. Ma a vent’anni ancora non ci pensavo, tutto mi sembrava accadere con naturalezza e anche le responsabilità erano una gratificazione.

Anche perché ero felice.

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Libero di sognare: Prima dell'inizio - Coraggio

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