letture

 

Letture RossoNere

 

A cosa servono il potere dell'immaginazione, la determinazione e il coraggio? A realizzare il sogno di un bambino: diventare leggenda...

 

 

Tolleranza

 

libero di sognare

Pasadena, 17 luglio 1994

Esiste una stanchezza della mente, ed è la peggiore di tutte, perché porta ad ammalarsi, a infortunarsi, com’è successo a me.

L’infortunio però mi ha permesso di riposare, così, anche se il corpo non era pronto per una finale, la mente ha potuto prendere il controllo, e forse è per questo che oggi ho giocato la partita quasi perfetta.

Ma ancora non me ne rendo conto. Non è ancora finita.

Non ricordo nemmeno l’ultima volta che ho tirato un rigore.

Sono abituato a giocare sotto pressione, ma subisco l’emozione e, quando comincio la rincorsa per calciare il pallone, mi ritrovo a pensare e finisco a impartire ordini confusi al corpo, che è troppo stanco per reagire, come ha sempre fatto, sin da bambino, sin da quando sognavo di essere qui.

Sto per calciare per liberarmi dalla paura.

 

Ogni inizio ha una fine.

Poter decidere quando concludere una storia è un privilegio che nella mia carriera mi sono concesso due volte. Nel primo caso però, riguardo alla mia avventura azzurra, ho anticipato i tempi.

Dopo la mancata qualificazione agli Europei del ’92, decisi di ritirarmi dalla Nazionale. A trentadue anni temevo di non avere sufficienti energie per dare il meglio sia con il Milan sia con l’Italia, e poi volevo lasciar spazio ai più giovani, così che si potesse aprire un nuovo ciclo in vista di USA ’94. Ma quando si è parte di un gruppo scegliere il momento ideale per fare un passo indietro non dipende solo da noi. E così, dopo la prima partita di qualificazione ai Mondiali americani, in cui l’Italia non va oltre il 2 a 2 con la Svizzera a Cagliari, la federazione si muove per farmi cambiare idea. Vogliono che torni a essere il capitano degli azzurri. Mi chiama Sacchi. Il presidente federale, Antonio Matarrese, rincara la dose e invia un mazzo di fiori a Maura, prima di venire direttamente a casa mia assieme a Galliani. Il messaggio è chiaro: il Milan non ha nulla in contrario.

Ci vuole coraggio per tornare su quella decisione. Avrei tutto da perdere, anche perché la stampa, dopo tanti anni di successi, non aspetta altro che un mio passo falso. Ma per me è un onore rappresentare il mio paese, e sento che non posso rifiutare. Ritorno in maglia azzurra a metà novembre del 1992 a Glasgow, in Scozia. Fa freddo e piove. Il terreno è pesante e gli scozzesi sono ben organizzati e pericolosi. È fondamentale non perdere per ritrovare fiducia. La nostra difesa regge e mi carico la squadra sulle spalle. Portiamo a casa un prezioso 0 a 0.

Il resto del cammino nel girone lo affrontiamo bene e a San Siro nel­l’ultima partita battiamo anche il Portogallo, il nostro principale avversario per la qualificazione, vincendo 1 a 0 grazie a un gol di Dino Baggio. Vado al mio terzo Mondiale, quello in cui sentirò la squadra maggiormente mia. Perché sono tornato, perché sono il capitano e perché in America ci sarà un folto gruppo rossonero: Maldini, Costacurta, Tassotti, Massaro, Albertini e Donadoni, oltre ai miei ex compagni Evani e Mussi.

L’avvicinamento al Mondiale è difficile sia per me sia per la squadra. Ho trentaquattro anni e la stagione 1993/94 è stata molto intensa. Abbiamo vinto campionato e Champions League e non ho mai potuto staccare il piede dall’acceleratore. Comincio il ritiro con la Nazionale per il Mondiale addirittura prima ancora che si giochi la finale di Champions ad Atene contro il Barcellona, perché sia io sia Costacurta siamo squalificati. Sacchi ci dà comunque il permesso di andare ad Atene a seguire il nostro trionfo per 4 a 0. Il tempo di partecipare alla premiazione, salutare e abbracciare i compagni per l’impresa, e il giorno dopo siamo già al centro di Sportilia in Romagna. Fa molto caldo e sono spossato. Già dai primi allenamenti non mi sento in forma. Non riesco a recuperare dalle fatiche della stagione, anche perché la preparazione atletica che devo seguire è particolarmente intensa.

Le prime amichevoli non danno segnali incoraggianti. Perdiamo anche contro il Pontedera, una squadra di Serie C2. Noi siamo preoccupati e la stampa scettica. Partiamo per l’America senza il favore dei pronostici.

Ci stabiliamo a Warren, un piccolo paese del New Jersey, a un’ora da Manhattan. Siamo ai piedi di un bosco e il campo d’allenamento della Pingry High School è a pochi minuti di pullman. L’albergo è grande e confortevole, anche se non lussuoso. Abbiamo camere singole comunicanti con quella di un compagno. Io faccio coppia con Nicola Berti, avversario di tanti derby e compagno al­l’ultimo Mondiale. Condividere le Notti magiche di Italia ’90, giocando in casa, era stata un’esperienza meravigliosa. Eravamo riusciti a divertirci e a entusiasmare. Sentivamo la spinta di un intero popolo. Il ricordo dello stadio Olimpico di Roma ricoperto di tricolori è tuttora indelebile. Eravamo una squadra molto unita e di grande personalità, composta da molti capitani, presenti e futuri, come Bergomi, che lo era anche della Nazionale, Giannini, Tacconi, Zenga, Maldini, Vialli, Ferrara, Mancini e Roberto Baggio, per non dimenticare l’incredibile esplosione di Totò Schillaci che, con sei gol nel torneo, ne sarebbe diventato capocannoniere. Ci mancò poco per assaporare la finale, forse sarebbe bastata solo un po’ di malizia, o di fortuna, nella semifinale persa ai rigori contro l’Argentina di Maradona. Dopo l’1 a 1 alla fine dei supplementari andammo ai rigori. Il ct Vicini, a cui ero molto legato, mi chiese se me la sentissi di tirare. Calciai il primo e segnai. Ma non bastò. Dovemmo accontentarci di giocare la finale per il terzo e quarto posto, in cui battemmo l’Inghilterra 2 a 1. Credo che Italia ’90 abbia segnato la mia definitiva consacrazione con la Nazionale.

Ora, in America, ho l’occasione di portare a termine quello che non mi è riuscito quattro anni prima. Ma anche questa volta non sono al meglio e il clima afoso è debilitante. Il calcio di Sacchi inoltre è molto dispendioso fisicamente, difficile da eseguire se non si è in ottime condizioni atletiche. Siamo in apprensione per ciò che ci attenderà nelle prime due partite perché, oltre a incontrare squadre più forti fisicamente, il clima torrido potrebbe non permetterci di fare pressing e di tenere alti i ritmi, caratteristiche fondamentali del gioco del mister. E se non corriamo più degli avversari, finiremo col perdere anche il vantaggio tecnico che abbiamo.

Così avviene al­l’esordio mondiale contro l’Irlanda. Arrivati allo stadio, il caldo è opprimente. Il campo è duro e mi mette in difficoltà. Non riusciamo a esprimere il nostro gioco né a essere pericolosi. Al­l’11', su un mio rinvio di testa, Ray Houghton recupera la palla, se la porta sul sinistro e da fuori area indovina un gol eccezionale. Finisce 1 a 0 per loro. Veniamo criticati duramente dalla stampa, io in particolare per il rinvio che ha portato al gol irlandese. Non hanno tutti i torti.

Arriviamo alla seconda partita del Mondiale già con le spalle al muro. È il 24 giugno 1994. Fa caldo ed è umido. Giochiamo al Giants Stadium contro la Norvegia. La tensione è alta. La partita comincia bene. Creiamo buone occasioni ma non riusciamo a concretizzare. Poi, al 21', il nostro portiere, Gianluca Pagliuca, si vede costretto a parare di mano fuori area un tiro che altrimenti sarebbe finito in rete. Espulso e noi in dieci. Sacchi, per inserire Luca Marchegiani in porta, sostituisce Roberto Baggio, che non la prende bene.

Al­l’intervallo siamo sfiniti. Negli spogliatoi restiamo in silenzio nel tentativo di recuperare le forze. Buste cariche di ghiaccio passano di mano in mano. Ne metto una dietro il collo per riprendermi. Sacchi fa un discorso che ci trasmette la fiducia necessaria a non darci per vinti.

Al quarto minuto del secondo tempo entro in scivolata per anticipare un avversario vicino alla nostra area e sento una fitta tremenda. Mi rialzo, cerco di camminare, ma non ci riesco. Provo a flettere il ginocchio, ma lo sento bloccato. Esco dal campo zoppicando e mi accascio a terra. Vengo soccorso. Sembra grave. Non riesco a continuare. Chiedo il cambio. Mi portano a braccia in panchina, mentre vengo sostituito da Apolloni, che prende il mio posto in mezzo alla difesa, di fianco a Costacurta.

Il ginocchio mi fa male, ma il dolore fisico è niente rispetto a un sogno spezzato. Non riesco a evitare di pensare che in fondo questo infortunio me lo sarei dovuto aspettare. Ero troppo stanco, da troppo tempo. C’è un limite oltre cui si cede, le cose come le persone. E lo apprendo nel momento peggiore possibile. Durante il mio ultimo Mondiale. L’unico da capitano. In Spagna, nel­l’82, l’ho vissuto solo da spettatore, non avendo mai giocato. A Italia ’90 ci sono andato vicino, e il rimpianto è ancora forte. Questa è la mia ultima occasione. Sento cadermi il mondo addosso. Seduto in panchina cerco comunque di concentrarmi sul campo. C’è una partita da vincere.

I miei compagni resistono alla Norvegia, che non sembra in grado di approfittare della superiorità numerica. A una ventina di minuti dalla fine abbiamo una punizione sulla trequarti offensiva. Beppe Signori crossa in mezzo al­l’area. Dino Baggio prende perfettamente il tempo e segna di testa l’1 a 0, che difendiamo fino al termine. Una vittoria incredibile, in dieci per più di un’ora. Abbiamo avuto la forza di reagire. Siamo ancora in corsa.

Adesso però devo affrontare la cruda realtà del mio infortunio. Il gol di Dino mi ha alleggerito l’animo ma non può curarmi il ginocchio. Vengo portato subito in ospedale. Mi accompagna il medico della Nazionale, il professor Andrea Ferretti; averlo al mio fianco mi rassicura, è un professionista gentile e in grado di infondere serenità. L’esito degli esami diagnostici è impietoso: rottura del menisco mediale del ginocchio destro. Tradotto: Mondiale finito. Vedo svanire il sogno di una vita, quel sogno nato nel mio casale quando da bambino guardavo la Nazionale del ’70.

Ma non è il momento di versare lacrime, non l’ho mai fatto, neanche in momenti peggiori. Non voglio far pesare il mio sconforto. Devo mostrarmi forte. C’è da decidere quando e dove operarmi. Ferretti si consulta con Rodolfo Tavana, il medico del Milan. Sono tutti concordi, compresi il presidente e Galliani, a farmi operare il prima possibile in America, per accelerare i tempi di recupero in vista della preparazione estiva col Milan. Io voglio solo che passi il dolore, almeno quello fisico.

La mattina seguente vengo operato in artroscopia in una clinica americana. Un lavoro eccezionale. In serata mi raggiunge anche Tavana da Milano. Rimane tre giorni a supporto dello staff azzurro. Mi tranquillizza sui tempi di recupero. Non dovrei avere problemi a rimettermi in forma in tempo per la nuova stagione e questo pensiero mi rincuora. Il Mondiale è sfumato, ma almeno non ci saranno altre ripercussioni.

In questi casi di solito il giocatore infortunato torna subito a casa per iniziare la riabilitazione nelle condizioni migliori possibili. Sacchi invece, al mio ritorno dal­l’ospedale, passa a trovarmi in camera. Per dimostrarmi la sua riconoscenza mi dice che sarebbe felice se volessi rimanere col gruppo. Mi dice anche che la squadra farà il massimo per arrivare fino in fondo, perché solo così avrei ancora un’opportunità per giocare – parole che oggi mi appaiono quasi profetiche. Del resto, sono pur sempre il capitano e c’è ancora un Mondiale da vivere. Decido di restare in America coi miei compagni. Cercherò di dare una mano come posso.

Nel frattempo, alla notizia che non sarei rientrato in Italia, Maura decide di raggiungermi a New York, con mio figlio Edoardo, mio suocero e alcuni amici. Una vera e propria delegazione a supporto. Vederli mi scalda il cuore e rende la riabilitazione meno penosa.

Rientro in New Jersey assieme ai miei compagni e comincio la degenza seguendo gli allenamenti della squadra a bordo campo, col ginocchio convalescente, spesso affiancato da Gigi Riva, il nostro team manager, giocatore che avevo ammirato ai Mondiali del ’70 e che ho poi scoperto essere anche un uomo eccezionale, dotato di valori importanti e grande empatia, sempre pronto a sostenere chi ne avesse bisogno.

Dopo un paio di giorni comincio la riabilitazione vera e propria per non perdere tono muscolare. Faccio elettrostimolazioni, a cui il massaggiatore aggiunge esercizi a gamba estesa per effettuare contrazioni isometriche. Non provo dolore. Non c’è nemmeno gonfiore e non sembrano esserci effetti collaterali del­l’operazione. Con Ferretti e Tavana non si imposta alcuna tabella sui tempi di recupero. Anche perché da un infortunio simile, operato in artroscopia, generalmente si riprende a correre dopo circa tre settimane e a giocare dopo minimo un mese, se non di più. Il Mondiale termina ventitré giorni dopo l’intervento chirurgico, quindi non rientra nei nostri piani. Per la preparazione estiva, invece, c’è tempo a sufficienza.

Il 28 giugno è prevista la terza gara del girone contro il Messico. Non possiamo assolutamente perdere. Purtroppo si gioca al­l’RFK Stadium di Washington. Non sono in grado di sostenere un simile viaggio, perciò saluto i compagni in partenza e raggiungo la mia famiglia a New York, presso l’Hotel Michelangelo, dove sono alloggiate anche le famiglie degli altri giocatori.

Seguo la partita alla tv, in camera. Il Messico ha gli stessi punti e la stessa nostra differenza reti, ma ha segnato più gol, quindi ci precede in classifica. Un pareggio può comunque bastare perché, su sei gironi, si qualificano anche le quattro migliori terze e con 4 punti avremmo buone probabilità di qualificarci.

Si gioca alle 12.30. Sono molto teso. Maura mi lascia tranquillo a guardare la partita. La sento giocare col piccolo Edo nella stanza a fianco. Il primo tempo è avaro di emozioni. Nessuna delle due squadre si prende dei rischi, anche se noi tentiamo di costruire più gioco. Al­l’intervallo Sacchi inserisce Massaro, indovinando la scelta, perché proprio Daniele, dopo tre minuti, ci porta in vantaggio. Dopo un quarto d’ora, però, il Messico pareggia, ed è 1 a 1. Per il resto del­l’incontro da entrambe le parti si cerca di mantenere il risultato, e così avviene. Ci qualifichiamo grazie alla vittoria della Russia sul Camerun. Sono soddisfatto, la speranza continua.

Raggiungo Maura ed Edoardo, che ha solo tre anni e non si rende conto della situazione. Ma la sua presenza mi riempie il cuore di gioia. La mia famiglia aumenterà negli anni a venire con l’arrivo di Gianandrea, il mio secondo figlio. Oggi sono grandi, ma per me saranno sempre i miei bambini. Edoardo è il più introverso, è molto sensibile e sempre attento e protettivo verso Gianandrea, che ha un carattere più aperto. Mentre scrivo queste righe, Edoardo si è laureato da poco in economia; Gianandrea invece si interessa di arte, la sua passione sin da piccolo. Sono un padre orgoglioso. Parlerei al­l’infinito dei miei figli, ma non è corretto, saranno loro un giorno ad avere la loro voce. Nel frattempo, l’unica cosa che importa è che siano felici.

Torno in ritiro con la squadra. Accediamo agli ottavi di finale come ultima squadra ripescata. Non è esaltante e la stampa non manca occasione di criticarci; per noi, però, conta solo la partita successiva, in cui ci aspetta la sorprendente Nigeria. è una squadra che pecca forse sul piano tattico e organizzativo, ma ha giocatori forti fisicamente ed è cresciuta anche da un punto di vista tecnico. Dopo l’exploit del Camerun a Italia ’90, il calcio africano non è da sottovalutare.

Giocheremo gli ottavi di finale a Boston di lì a una settimana. Abbiamo tutto il tempo per recuperare le energie. In camera Berti mi racconta com’è andata a Washington. Ci confrontiamo spesso, con me è sempre gentile anche se da avversari ci siamo affrontati a viso aperto e spesso mi sono divertito a provocarlo in campo, nello spirito combattivo dei derby di Milano. Ora mi rendo conto che vuole tirarmi su di morale.

Riprendo il mio programma di riabilitazione. Faccio qualche esercizio nuovo, seguito passo dopo passo da Carlo Ancelotti, che adesso è l’allenatore in seconda di Sacchi. Sembra che tutto proceda per il meglio. Per il resto, rimango coi compagni: si chiacchiera, si gioca a biliardo e ci si sostiene l’un l’altro. Siamo un gruppo unito nel perseguire gli obiettivi, disposto a soffrire, che respira calcio. Abbiamo tutti molta esperienza, il che ci porta a non esaltarci per un risultato positivo, ma nemmeno ad abbatterci alle prime difficoltà. Osservo gli allenamenti, vedere i loro sforzi mi stimola a dare il massimo nella riabilitazione. L’idea di poter rientrare a giocare nel Mondiale non mi passa nemmeno per la testa. Non ho tempo per essere ottimista o pessimista. Vivo alla giornata come gli altri, anche perché ogni partita potrebbe essere l’ultima.

Italia-Nigeria si gioca alle 13 allo stadio Foxboro, che ospita abitualmente le gare casalinghe dei New England Patriots di football americano. Chi perde va a casa. C’è un’afa terribile. È vero che i nigeriani sono più forti fisicamente, ma hanno avuto due giorni in meno di riposo. Io vengo inserito ufficialmente in squadra, così che possa sedermi in panchina con gli altri. Lo stadio è pieno. La maggior parte dei tifosi, come a New York, tifa per noi, perché in questa zona degli Stati Uniti la comunità italiana è molto numerosa.

La partita inizia coi nigeriani che sembrano non soffrire il caldo. Partono forte e vengono premiati al 25' quando, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, un nostro errore regala un facile pallone ad Amunike, che segna a due passi da Marchegiani. In panchina Sacchi è agitato. C’è tensione e preoccupazione. Non riusciamo a superare il muro africano che ribatte ogni nostro tentativo, sfruttando la maggiore prestanza fisica. La situazione si mette ancora peggio a un quarto d’ora dalla fine, quando Gianfranco Zola viene ingiustamente espulso una decina di minuti dopo il suo ingresso in campo al posto di Signori. Siamo stanchi, sotto di un gol e di un uomo, e manca poco alla nostra eliminazione dal torneo. È la seconda volta in quattro partite che ci ritroviamo in dieci a dover recuperare. Ma vedo i miei compagni non perdersi d’animo e la nostra caparbietà viene premiata.

Mancano due minuti alla fine, quando Mussi, dopo l’ennesima corsa sulla fascia, riceve palla, entra in area di rigore, vince un contrasto e serve un comodo assist per Roberto Baggio, che calcia nel­l’angolo basso alla destra del portiere. 1 a 1! In panchina esplode l’entusiasmo. Siamo ancora vivi! Certo, sarà lunga e difficile: siamo pur sempre sotto di un uomo e loro sembrano resistere meglio al caldo. Ma stiamo facendo valere la nostra esperienza e la nostra abitudine a giocare partite d’alto livello. Andiamo ai supplementari. Sacchi avrebbe ancora un cambio a disposizione, ma non lo usa. Immagino che non voglia rompere gli equilibri che ci hanno permesso di resistere. Si gioca a oltranza, cercando di limitare i rischi. Data l’inferiorità numerica, l’idea di andare ai calci di rigore mi sembra un buon compromesso ma, verso la fine del primo tempo supplementare, Benarrivo viene goffamente atterrato in area da un difensore nigeriano. L’arbitro fischia. Calcio di rigore per noi.

Roberto Baggio si porta sul dischetto. Una breve rincorsa e spiazza Rufai, il loro capitano. Siamo riusciti a ribaltare una situazione drammatica. Passiamo il resto dei supplementari a difendere coi denti il vantaggio. Siamo maestri in questo e i nigeriani non riescono a superarci. Termina 2 a 1. Andiamo ai quarti! Non eravamo disposti a mollare, contro le critiche della stampa, contro un clima debilitante, contro l’ingiustizia d’essere rimasti in dieci. In un modo o nel­l’altro andiamo avanti, sempre più uniti. Ci stiamo compattando nelle avversità.

Rientriamo in New Jersey in aereo. Abbiamo quattro giorni di riposo prima di affrontare la Spagna, che ha battuto la Svizzera per 3 a 0. L’atmosfera in squadra è positiva. Aver scampato l’eliminazione per un soffio mi fa pensare che le cose si siano messe per il verso giusto. Riprendo la fisioterapia con entusiasmo.

Dopo le partite ho generalmente un giorno libero che trascorro con la famiglia a New York, una città incredibile che mi affascina profondamente. Così cerco di distrarmi dal­l’amarezza di non poter giocare. Un pomeriggio vado con Maura e Edo da FAO Schwarz, lo storico negozio di giocattoli sulla Fifth Avenue, il più bello che abbia mai visitato. Assistere alla felicità di mio figlio mi carica di energia.

In quei giorni mai avrei immaginato che due anni dopo sarei tornato a New York a rappresentare lo sport, non più come calciatore, ma come tedoforo per le Olimpiadi di Atlanta ’96. Dopo un viaggio straordinario, superando la barriera del suono su un Concorde da Parigi a New York, avrei corso un chilometro per le vie di Manhattan con la fiaccola olimpica in mano, tra gli applausi della gente assiepata lungo il percorso.

Con la Spagna invece giochiamo di nuovo a Boston. È una squadra solida, con uomini di classe ed esperienza, molti del Barcellona appena battuto in finale di Champions League ad Atene. Dal­l’altra parte, dopo lo spavento superato, noi siamo più fiduciosi e consapevoli della nostra forza. Anche in questo caso la gara si disputa a mezzogiorno per esigenze televisive, ma finalmente non affrontiamo una squadra atleticamente superiore, quindi il clima non dovrebbe avvantaggiare nessuna delle due.

Partiamo bene, ci rendiamo pericolosi in più occasioni senza però riuscire a concretizzare. Al 25' Donadoni si libera di un avversario sulla fascia sinistra e appoggia in mezzo a Dino Baggio, che stoppa e calcia in porta da lontano, segnando un gol strepitoso. È il suo secondo nel torneo. Sta giocando da protagonista, fornendo tanta quantità e qualità alla squadra. Andiamo al­l’intervallo in vantaggio per la prima volta nel Mondiale. Vedo i miei compagni concentrati e carichi al punto giusto. Non abbiamo molto da dirci. La partita sta andando secondo i piani.

Ricomincia il secondo tempo con una Spagna più aggressiva. Non riusciamo quasi a superare la metà campo, tanta è la loro pressione, che si concretizza al 58' con Caminero che conclude di sinistro dal­l’interno del­l’area di rigore, beffando Pagliuca per il pareggio. Tutto da rifare.

Abbiamo vissuto di peggio nel torneo e non ci scomponiamo. La partita resta in equilibrio anche se, per il gioco espresso, saremmo già dovuti tornare in vantaggio. I tempi supplementari sembrano inevitabili, quando, a due minuti dalla fine, con la Spagna in attacco, una ripartenza veloce di Berti e Signori mette Baggio davanti a Zubizarreta. Roberto lo salta e da posizione defilata segna il gol della vittoria. Ancora 2 a 1. A fine gara c’è grande gioia: siamo fra le prime quattro! In semifinale ci toccherà la Bulgaria, che il giorno seguente eliminerà a sorpresa la Germania campione del mondo in carica.

Nei giorni antecedenti la semifinale riprendo gradualmente a corricchiare e a toccare il pallone. Svolgo qualche primo esercizio blando sul campo, sempre assieme ad Ancelotti. Il ginocchio risponde bene. Non c’è nessun gonfiore. I medici sono soddisfatti del recupero. Nessuno ancora ipotizza che io possa rientrare durante il Mondiale. Continuo a vivere alla giornata, e recuperare più velocemente del previsto mi carica.

Torniamo a giocare al Giants Stadium. La Bulgaria è la sorpresa del torneo. Ha una generazione d’oro capitanata dal grandissimo Hristo Stoičkov del Barcellona, che a fine anno vincerà il Pallone d’Oro. La partita finalmente è a un orario accettabile, col fischio d’inizio alle 16.

Aggrediamo subito la Bulgaria con grande intensità. Roberto Baggio si dimostra in forma smagliante. Lo vedo combattere su ogni pallone. Giochiamo la nostra miglior partita. Verso la metà del primo tempo nel giro di quattro minuti Robi fa due gol, uno più bello del­l’altro. In mezzo, un palo da fuori area di Albertini. Siamo in vantaggio 2 a 0 meritatamente. A fine primo tempo però loro accorciano le distanze con un rigore di Stoičkov. Andiamo negli spogliatoi sul 2 a 1. Siamo fiduciosi.

Rientriamo determinati a portare a casa il risultato, e così avviene, anche se a pochi minuti dal termine rischiamo molto quando non viene concesso un rigore alla Bulgaria. Un altro 2 a 1. Siamo in finale contro il Brasile. Un risultato incredibile considerando tutte le disavventure che ha dovuto affrontare la squadra, un gruppo che si è esaltato nelle difficoltà, dimostrando grande carattere e senso di responsabilità di fronte a un paese intero. Terminata la partita, entro in campo per congratularmi coi miei compagni. Vedo Costacurta. Sto andando a fargli i complimenti. Sta giocando un Mondiale strepitoso. Ma lo vedo scuro in volto. È stato ammonito e sarà squalificato per la finale, come per quella di Champions League ad Atene. Due finali perse in pochi mesi per un’ammonizione. Immagino la sua delusione, vorrei confortarlo, anche se in queste occasioni non ci sono parole adatte.

Dodici anni dopo la prima volta arrivo di nuovo a una finale mondiale, e anche in questo caso resterò a guardare da fuori. Penso al destino beffardo. Sarò probabilmente in panchina a supportare i miei compagni. Finisco per credere che la sorte ha voluto che mi fermassi per recuperare, perché la mia scarsa condizione fisica avrebbe potuto danneggiare la squadra. Allo stesso tempo non riesco a evitare di pensare al nuovo e definitivo addio alla Nazionale. Questa è l’ultima partita, non ce ne saranno altre. La mia avventura in azzurro sta giungendo al termine. Ritirarsi non è facile. È importante scegliere il momento giusto, senza che ci siano rimpianti e senza diventare ingombrante. È difficile individuare quel momento. C’è il rischio di credersi ancora utili anche se non è così.

Tre anni dopo il Mondiale negli USA mi sarei trovato ad affrontare la stessa decisione, non per la Nazionale, ma per la mia carriera. Dopo lo scudetto 1995/96 mi sento immortale ma, con un’altra stagione intensa alle spalle e l’età che avanza, il mio corpo si sta lentamente logorando, e non passerà molto tempo prima che debba farci i conti. La stagione seguente, 1996/97, un infortunio al tendine di Achille non mi consente di allenarmi come vorrei. Faccio fatica a recuperare e salto diverse partite. Passano settimane in cui convivo col dolore e rientro non sentendomi al meglio. Alla fine, cerco d’essere onesto e guardare la realtà per quello che è: meglio fare un passo indietro, farmi da parte. Sono il capitano e non voglio essere un peso per nessuno. Lo comunico alla società, che mi lascia tutta la libertà di decidere serenamente. Ho vinto tutto, non ho rimpianti, sono passati vent’anni dal mio esordio e li ho trascorsi vestendo sempre gli stessi colori e la stessa maglia, la numero 6. Mi sento fortunato e onorato. Gioco la mia ultima partita il 1° giugno 1997 al­l’età di trentasette anni.

Poco tempo dopo, la società mi chiede se sono d’accordo a organizzare una partita d’addio. Penso di rifiutare. Non ricordo nemmeno di averne mai vista una. Riescono a convincermi e si mette in moto un’incredibile organizzazione, gestita dal marketing del Milan, a cui si aggiunge il fondamentale supporto di Vittorio Petrone, il manager di Roberto Baggio. Si spendono tutti con grande passione.

Nel frattempo, d’estate, alla presentazione della squadra per la nuova stagione al Forum di Assago, Berlusconi prende un’iniziativa allora inedita in Italia: il ritiro della maglia. Il numero 6 del Milan non potrà mai più essere indossato. C’è uno spettacolo grandioso in cui la mia maglia viene innalzata verso il cielo. Poi, consegno la fascia di capitano nelle mani di Paolo Maldini.

Arriva il giorno del mio addio al calcio, il 28 ottobre 1997. A San Siro si gioca una partita tra ex compagni e avversari di una vita che vengono da tutto il mondo. È una festa incredibile. Un’emozione mai provata prima. Sono tutti lì per me. Mancano solo pochi amici impegnati con la Nazionale.

Lo stadio è pieno. Una celebrazione senza precedenti. Prima del­l’incontro il presidente Berlusconi mi fa una sorpresa e mi regala un simbolico Pallone d’Oro, l’unico trofeo che manca nella mia bacheca. Resto in campo fino al­l’85', quando lascio il terreno di gioco senza essere sostituito e la gara si interrompe. Faccio il giro di campo sulle note di My Way di Frank Sinatra. Non potrebbe esserci canzone più adatta. Abbraccio e ringrazio tutti.

Nel ’94, negli Stati Uniti, non avrei mai immaginato una festa simile per il mio addio. Quando mancano pochi giorni alla sfida col Brasile, nella mia mente la fine è ancora lontana. Costacurta è squalificato e il mio ginocchio risponde bene. Non ho la minima idea se Sacchi stia pensando o meno a un mio possibile utilizzo. Non se ne parla.

Comincio un lavoro specifico in campo con Ancelotti, che tuttavia mi lascia intendere che potrebbe esserci la possibilità di farmi giocare. Non chiedo altro. Spingo sempre di più per vedere se il ginocchio regge. Corro, faccio allunghi, tento cambi di direzione sempre più rapidi, scatti brevi. Il ginocchio effettivamente regge, anche se non mi alleno mai con la squadra. Sacchi mi conosce bene. Sa cosa posso dare, non c’è bisogno che io svolga lavoro tattico coi miei compagni. È solo una questione fisica. Sa che se mi facesse giocare darei tutto. Partecipo giusto a una partitella in spazi ridotti.

La finale si avvicina. Il sogno torna a coincidere con la realtà. Sento che c’è grande attenzione nei miei confronti. Tutti si chiedono se sarò in grado di giocare.

Anche Roberto Baggio è in dubbio. Un problema muscolare potrebbe fargli saltare la finale. Lo vedo attento a ogni minimo dettaglio per non perdere questa occasione. Spero riesca a recuperare. Coi suoi gol ci ha portato in finale, la sua presenza sarebbe un’ulteriore preoccupazione per i brasiliani.

Ormai manca un solo giorno. Siamo già volati in California, la finale sarà a Pasadena. Mi sento bene. Sacchi finalmente mi parla della possibilità di farmi giocare. Immagino i dubbi che lo tormentano. Ma l’ultima decisione spetta a me, mi dice.

Mi si apre uno scenario totalmente inaspettato. Non ci sono precedenti clinici per recuperi così veloci da un infortunio come il mio. Per una finale mondiale, poi. A pensarci bene, ho tutto da perdere a scendere in campo. Sono stato il leader di una squadra che ha cambiato il calcio. Se il mio ginocchio non dovesse reggere, se commettessi errori decisivi, se obbligassi Sacchi a fare un cambio anticipato, verrei massacrato come l’egoista che, pur di non perdere la finale, ha condannato la propria squadra.

Ma in qualche modo sento d’essere in grado di guidare i miei compagni. Sono disposto a rischiare per ripagarli degli sforzi per essere arrivati in finale. Tutto ciò che ho vissuto nella mia vita era teso a questo unico momento. È una decisione naturale. Sono pronto.

Arriva il 17 luglio, il giorno della finale. La mattina si fa riscaldamento muscolare nel salone del­l’hotel. Io e Roberto ci muoviamo con attenzione. Ci rincuora la nostra condizione fisica. Possiamo scendere in campo. Alla riunione tecnica con la squadra viene ufficializzato il nostro impiego da titolari. Si parte per il Rose Bowl, uno stadio da quasi centomila spettatori.

Questo non è il solito Brasile basato su tecnica e fantasia. Ha una solidità tipica europea, grazie al­l’esperienza di uomini come Mauro Silva, Mazinho, Aldair, Branco e Dunga. Tutti giocatori di grande sostanza. È una perfetta sintesi tra fantasia e concretezza. In avanti poi ha la coppia più forte del Mondiale, Romário e Bebeto: veloci, dotati di tecnica sopraffina, capaci di creare pericoli apparentemente dal nulla. E abituati da anni a confrontarsi con le difese europee. Entrambi giocano nella Liga spagnola. Romário viene da una stagione da trenta gol col Barcellona e Bebeto da sedici col Deportivo La Coruña.

Giochiamo alle 12.30 per le solite esigenze televisive. Le condizioni climatiche sono difficili per me in particolare, date le mie condizioni atletiche precarie. Ma è la finale. Non ci possono essere alibi. Se non mi fossi concesso di pensare in grande, probabilmente non sarei qui adesso. Non mi starei mettendo la fascia al braccio negli spogliatoi. Mentre infilo la maglia azzurra, non ho paura di farmi male, del dolore o delle possibili conseguenze sulla mia carriera. L’unico timore è non riuscire a guidare i miei compagni come vorrei. Mi concentro su quello che devo fare per supportare la squadra.

Inizia la partita. Non ho idea di come possa reagire il mio fisico e sono un po’ contratto. La svolta avviene al primo contrasto. Il ginocchio non cede. Non mi preoccupo del corpo. E così la mia mente prende il controllo. Intervengo su ogni pallone senza risparmiarmi. Entro in scivolata, anticipo, non lascio spazio a Bebeto e Romário. Metto in campo tutta la mia conoscenza del gioco. Per me, diventa una partita di dominio mentale.

La forza che mi ha permesso di compiere la miglior prestazione in carriera in condizioni fisiche precarie ha radici potenti: nella solidarietà della mia infanzia, nel­l’aver perso i genitori troppo presto, nella riconoscenza per tutte le persone che mi sono state vicino, nel senso di responsabilità per essere il capitano.

Molti anni dopo, in un viaggio in Messico, Bebeto mi avrebbe raccontato divertito di quanto Romário fosse sorpreso al­l’intervallo: negli spogliatoi si lamentava del fatto che continuassi a fermarlo pur essendo infortunato. Ancora oggi, io per primo sono stupito d’esser riuscito a giocare in quelle condizioni. Ma era appunto, semplicemente, la mia vita. Era il destino a cui mi ero preparato sin da bambino.

La partita è prevalentemente tattica. Giochiamo tutti molto accorti. Da entrambe le parti ci sono poche occasioni da gol, anche se i brasiliani sembrano provarci più di noi, con continue folate offensive che mi obbligano a un grande dispendio di energie. Al punto che d’un tratto vengo colto dai crampi. Sono a terra dolorante. I miei compagni e lo staff sanitario della Nazionale accorrono in mio aiuto. Urlo di dolore. Vengo portato fuori dal campo su una di quelle macchinine, tipo golf kart, che si usavano a quei tempi. Resto lì finché i muscoli non si rilassano quanto basta per rientrare e mi ributto nella mischia. La partita è dura e nervosa com’è normale che sia la finale di un Mondiale.

Ogni errore può costare caro. Loro arrivano in fase offensiva con più giocatori e quindi noi siamo più impegnati in fase difensiva. Ho la sensazione che il risultato si possa sbloccare da un momento al­l’altro. Ma non accade. Si resta in equilibrio. I tempi regolamentari terminano 0 a 0. E così i tempi supplementari, in cui si cerca entrambi di rischiare sempre meno. Si va ai calci di rigore.

Sono stremato come molti miei compagni. Ma sono il capitano. Perciò decido di calciare io il primo. È un gesto tecnico di per sé elementare, ma solo in teoria, perché incide anche il caso. I passi che mi separano dal dischetto sembrano infiniti, la porta minuscola. Penso a dove tirare. Decido a sinistra. Poi, mentre prendo la rincorsa, vedo con la coda del­l’occhio Taffarel fare un piccolo movimento proprio verso sinistra e commetto l’errore peggiore. Cambio idea, e così la calcio alta sopra la traversa.

Mi accascio in ginocchio sul dischetto. Mi copro il volto con le mani. Mi crolla il mondo addosso. Taffarel viene a rincuorarmi. Non devo disperare, è solo il primo rigore. Possiamo recuperare. L’abbiamo già fatto tante volte in questo Mondiale. Torno un po’ frastornato a centrocampo dai miei compagni.

Poi, vedo Pagliuca parare il rigore a Márcio Santos. Si riparte da 0 a 0. I seguenti due rigori li segniamo sia noi sia i brasiliani: 2 a 2. Noi però sbagliamo ancora, mentre Dunga, il loro capitano, segna. E così, il nostro successivo errore consegna la Coppa del Mondo al Brasile. Di nuovo. Come nel ’70. Come in quella lontana finale a Città del Messico, che avevo visto con mio papà e i miei fratelli al casale. In una finale anche la buona sorte può fare la differenza, e oggi mi piace credere che forse loro avessero una stella in più che li guardava dal­l’alto, quella del grande Ayrton Senna, morto tragicamente un paio di mesi prima e a cui i brasiliani avrebbero poi dedicato la vittoria.

Ma in quel momento non penso a trovare un senso agli eventi. Mi ritrovo in mezzo al campo, sopraffatto dalle emozioni. Mi terrei tutto dentro, come ho sempre fatto. Ma non mi trattengo. E comincio a piangere. Sacchi mi abbraccia. Tenta di consolarmi e io mi lascio andare. A trentaquattro anni piango ogni lacrima che ho in corpo davanti al mondo intero. Piango per aver perso la finale, per la fatica delle ultime settimane, per il rigore fallito, per aver visto sfumare il sogno al­l’ultimo momento, per aver dato ogni briciolo di energia, per la mia squadra, per il mio paese, per tutte le sofferenze che ho affrontato nella vita, per il sogno infranto di quel bambino che giocava scalzo nel­l’aia. Piango anche le lacrime che trattenni quella notte del ’70. Piango libero, perché non temo più di sembrare debole.

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Libero di sognare: Prima dell'inizio - Coraggio - Fantasia - Cambiamento - Dolore - Sacrificio - Lealtà - Rivoluzione - Tolleranza

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