
38 lordi
Che confusione, sarà perchè tifiamo, è un emozione che sale piano piano, stringimi forte e stammi più vicino, e chi non salta...
Introduzione

Se non siete boomer, nati cioè negli anni ’50 o ’60, sicuramente lo ignorate. Se però siete appassionati di calcio, conoscere questo fatto di tanti anni fa vi incuriosirà. Perché non è una cosa che capita tutti i giorni. Anzi, forse è capitato solo quella volta.
È il 1961. La Russia manda il primo uomo nello spazio, Jurij Gagarin, in Germania viene costruito il Muro di Berlino che per 28 lunghi anni dividerà dolorosamente il paese in due, John Fitzgerald Kennedy viene eletto nuovo presidente degli Stati Uniti d’America e in Italia, dove Betty Curtis e Luciano Tajoli hanno vinto l’undicesimo Festival di Sanremo con la canzone Al di là, c’è la Democrazia Cristiana al governo. Il presidente della Repubblica, terzo in ordine di tempo, è Giovanni Gronchi, uno dei fondatori della Dc; figura di spicco, verrà ricordato anche per un francobollo che lo raffigura, il “Gronchi rosa”, emesso proprio nel 1961, il 3 aprile, e subito ritirato per un marchiano errore: mostra la carta geografica del Sudamerica con i confini del Perù non aggiornati, quelli ante guerra all’Ecuador. Il francobollo viene sostituito dal “Gronchi grigio” con mappa corretta e diventa subito una rarità: chi ha avuto la fortuna di acquistarlo possiede una piccola fortuna. È il 1961, dicevamo, e un “Gronchi rosa” – cioè una rarità assoluta – spunta anche nel calcio di casa nostra. È un fatto imprevedibile che accade non in una partita qualunque, ma nella partita più importante della stagione, Juventus-Inter. Un evento che merita di essere raccontato e conosciuto perché dice molto su come funzionava il calcio italiano ieri, che poi è lo stesso modo in cui funziona oggi (e, speriamo, non più domani).
È il 16 aprile 1961, 62 anni fa. In Serie A (campionato a 18 squadre, la vittoria vale 2 punti) si gioca la ventottesima giornata e la Juventus di Charles, Sivori e Boniperti, prima in classifica con 4 punti di vantaggio sull’Inter di Helenio Herrera, sfida a Torino proprio i nerazzurri. Se la Juve vince mette una seria ipoteca sullo scudetto; se invece perde, con 6 partite ancora da disputare tutto torna in discussione.
È il grande giorno e allo stadio Comunale viene stabilito il nuovo record d’incasso del calcio italiano: 109 milioni di lire versati nelle casse juventine da 61.000 spettatori paganti cui va aggiunta la quota assicurata dai 7.000 abbonati. Quando le squadre scendono in campo agli ordini dell’arbitro Gambarotta di Genova basta un colpo d’occhio per accorgersi che lo stadio ribolle in modo strano: ci sono troppi spettatori accalcati ovunque, a occhio 4-5.000 in più di quanti lo stadio ne possa contenere. Sprovvisti di biglietto, molti tifosi hanno scavalcato i cancelli e si sono intrufolati nello stadio riempiendo gli spalti all’inverosimile. Comincia a piovere. Migliaia di ombrelli si aprono e in quella calca vedere la partita diventa impossibile. Quando l’arbitro Gambarotta dà il fischio d’inizio, in diversi punti del Comunale drappelli di spettatori scavalcano le recinzioni e sgattaiolano sulla pista di atletica che circonda il campo. Prima una cinquantina, poi un centinaio, poi molte centinaia, poi migliaia.
Si gioca in un’atmosfera irreale, tesa, straniante; fino a che al minuto 31, quando Morbello dell’Inter colpisce un palo provocando l’ondeggiare e il rumoreggiare della folla che incombe a pochi passi dai giocatori, l’arbitro giudica che il pericolo sia troppo grande e sospende l’incontro. Dalla tribuna d’onore si catapultano sul terreno di gioco Umberto Agnelli, presidente della Juventus, e Gian Marco Moratti, figlio del presidente Angelo. Discutono animatamente con l’arbitro e con alcuni funzionari, la tensione è alle stelle. Su richiesta dell’arbitro, dall’altoparlante i tifosi ammassatisi sulla pista di atletica vengono invitati a riprendere il proprio posto in tribuna, ma la tribuna è stipata come un uovo, farvi ritorno è impossibile. Gambarotta prova a far riprendere il match ma dopo due minuti rinuncia e lo sospende definitivamente.
Di lì a poco, negli spogliatoi, il capitano nerazzurro Bruno Bolchi bussa alla sua porta e gli consegna una busta: è l’avviso di ricorso che l’Inter sporgerà per chiedere la vittoria a tavolino per 2-0. E infatti, come scontato, il giudice sportivo assegna in settimana il 2-0 all’Inter che avvicina così la Juventus in testa alla classifica portandosi a -2 punti. «Li avremmo battuti lo stesso, siamo i più forti, vinceremo il campionato» infiamma i suoi tifosi Helenio Herrera. Ritrovatasi sconfitta in base al principio della responsabilità oggettiva, cardine inamovibile dell’ordinamento sportivo, la Juventus non si rassegna e contrattacca. Umberto Agnelli, che a 26 anni riveste la carica sia di presidente della Juventus che di presidente federale – non è uno scherzo, dovete crederci sulla parola –, annuncia a sorpresa che la Juventus farà ricorso verso lo 0-2 a tavolino: lo inoltra alla Caf – un po’ come dire che lo inoltra a se stesso – e dopo una sfibrante attesa durata 50 giorni, il 3 giugno, a dispetto dei mille precedenti in materia, tutti di segno contrario, la Caf evoca lo 0-2 a tavolino disponendo la ripetizione della partita. È un colpo di scena clamoroso: manca una sola giornata al termine del campionato (più il recupero Juventus-Inter, a questo punto) e in classifica 2 soli punti dividono l’Inter dalla Juventus con i bianconeri che sembrano però in crisi: nella penultima giornata hanno perso 1-0 a Padova mentre l’Inter ha strapazzato il Napoli 3-0 e appare assai più in palla.
La sentenza-Caf è però uno shock per i nerazzurri che a Catania, l’ultima giornata, scendono in campo completamente svuotati: perdono 2-0 ed è un peccato perché la Juventus non riesce a vincere e si fa fermare in casa dal Bari (1-1). Una vittoria a Catania avrebbe portato l’Inter a -1 e con Juventus-Inter ancora da giocare. E invece…
Dopo snervanti e laceranti polemiche Juventus-Inter, la partita dello scandalo, si rigioca a Torino sabato 10 giugno. Lo scudetto è ormai assegnato e l’Inter, per decisione del presidente Angelo Moratti, in segno di protesta decide di mandare in campo la formazione De Martino, che poi sarebbe la Primavera di oggi. Contro Sivori e Mattrel, Charles e Boniperti, Mora e Stacchini scendono in campo (senza nemmeno Herrera in panchina: il Mago è rimasto a Milano, la squadra è stata affidata a Giuseppe Meazza) Annibale, Riefolo e Tacchini; Morosi, Masetto e Dal Maso; Manini, Mazzola, Fusari, Guglielmoni e Ghelli. È la prima partita in Serie A per il diciottenne Sandro Mazzola, figlio di Valentino, che segnerà l’unico gol nerazzurro su rigore, e l’ultima di Giampiero Boniperti, capitano juventino, che a fine match sorprenderà tutti annunciando il ritiro dal calcio giocato. E la partita?
La partita finisce 9-1 con la Juventus che infierisce senza pietà e con Sivori, fresco vincitore del Pallone d’Oro, che dopo un avvio abulico e svogliato si risveglia, dissotterra l’ascia di guerra e si accanisce sui ragazzini dell’Inter segnando 6 gol. «Boniperti se l’era presa perché non mi impegnavo» racconterà a fine match «e allora ho pensato: ho vinto il Pallone d’Oro, ho vinto lo scudetto, la sola cosa che mi resta da vincere è il premio Petrol Caltex del capocannoniere. Danno una bellissima statuetta, in casa ne ho già una. Così dopo 2 gol ho pensato: vuoi vedere che ce la faccio a battere Brighenti? E ne ho segnati 6.» Col numero 4 sulla schiena gioca la sua ultima partita con la maglia della Juventus Giampiero Boniperti, il capitano che a soli 33 anni decide di appendere le scarpe al chiodo. E chissà, forse è proprio in quel sabato di giugno, mentre l’inutile goleada sui ragazzini dell’Inter si compie e lui invita Sivori a non fermarsi e a non fermarsi nemmeno davanti al giovane portiere Annibale, che Boniperti concepisce e plasma nella sua testa il motto che il giorno del suo insediamento a presidente enuncerà e che per mezzo secolo lo renderà celebre, e la Juventus con lui: «Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta». L’unica cosa. Sì, l’avevamo capito.
Qualsiasi persona onesta appassionata di calcio sa che i 9 scudetti consecutivi vinti dalla Juventus di Andrea Agnelli dal 2012 al 2020 dovrebbero essere considerati falsati: dopotutto, in Francia hanno cancellato dall’albo d’oro i 7 Tour consecutivi vinti dal 1999 al 2005 da Lance Armstrong che – si scoprì – si lasciava tutti alle spalle perché si dopava come un cavallo. Qualsiasi persona onesta appassionata di calcio sa che i 2 scudetti tolti alla Juventus di Luciano Moggi dopo il processo di Calciopoli del 2006 furono una ben misera punizione: come la Cassazione scrisse nelle sue motivazioni, la cupola del malaffare di “Big Luciano”, ammesso a corte della Real Casa da Umberto Agnelli nel 1994 con la benedizione del fratello Giovanni («Lo stalliere del re deve conoscere tutti i ladri di cavalli» spiegò l’Avvocato rendendo perfettamente l’idea), alterò la regolarità dei campionati ben prima dell’esplosione dello scandalo: per la cronaca, nei 12 campionati svoltisi nell’era Moggi, tra il 1994-1995 e il 2005-2006 la Juventus di scudetti ne vinse 6. E insomma, potremmo andare avanti (anzi, indietro) all’infinito ma inciamperemmo sempre nel refrain riadattato di quella famosa canzone: «Alla fiera dell’Est / per due soldi / un topolino / mio padre comprò», un ritornello che comincia, finisce, ricomincia e non finisce mai. «Alla fiera del gol / per due soldi / uno scudetto / Agnelli agguantò.» Perché le cose stanno proprio così, e qualsiasi persona onesta appassionata di calcio – e magari un po’ avanti con gli anni – sa che un’infinità di scudetti conquistati dalla Vecchia Signora anche prima dell’avvento di Moggi andrebbero cancellati: lo scudetto 1998 di Juventus-Inter del rigore-non rigore Iuliano-Ronaldo, lo scudetto 1981 di Juventus-Roma del gol di testa annullato a Turone, lo scudetto 1982 del rigore di Brady a Catanzaro con titolo sottratto alla Fiorentina di “Picchio” De Sisti, lo scudetto 1972 sfilato al Toro di Giagnoni per un gol “alla Muntari” segnato da Agroppi sul campo della Samp non visto (?) dall’arbitro Barbaresco di Cormons. Più torni indietro negli anni, anzi nei decenni, e più scopri che il copione è sempre rimasto lo stesso: e ovunque risuona quel ritornello che ti rimbomba in testa all’infinito. «Alla fiera del gol…»
E siccome la realtà supera spesso la fantasia succede che oggi, anno di grazia 2023, la Juventus esponga in bella vista nel suo stadio, che non è più il Comunale ma l’Allianz Stadium, un numero di scudetti superiore a quello che l’albo d’oro le assegna, 38 invece di 36; e lo faccia con una disinvoltura che sconfina nell’improntitudine, anzi nella sfacciataggine, senza che nessuno nel Palazzo abbia il coraggio di dire: “Sono stati revocati, per favore toglieteli”. Nonostante ciò la Juventus non è mai riuscita a metabolizzare, e quindi ad accettare nemmeno a distanza di quasi quattro lustri che i 2 scudetti che le sono stati tolti per le ruberie di Calciopoli non compaiano più nel suo palmares. E mentre tutti gli altri club, Milan e Inter, Napoli e Roma, Torino e Fiorentina sopportano in silenzio che i loro albi d’oro restino mutilati, per sempre, per le amputazioni inferte dalle scorrerie bianconere, la Vecchia Signora fa l’offesa per 2 titoli confiscati, e tiene il broncio e non smette di rivendicarli.
E la Federazione?, direte voi: possibile che la Federazione la lasci fare visto che quei 2 scudetti ostentatamente esibiti non sono altro che refurtiva recuperata (o meglio: per l’Italia non juventina una minima parte del grande taccheggio)?
Già, la Federazione…















