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Delusione Kessiè

 

Non si può essere sia simboli e sia professionisti: è troppo comodo tenere il piede in due staffe

 

 

Sono passati oltre 40 giorni dall'intervista rilasciata da Frank Kessiè alla Gazzetta dello Sport, nella quale aveva voluto tranquillizzare i tifosi milanisti sulla sua permanenza in maglia rossonera.

"Torno e sistemo tutto" aveva detto il centrocampista ivoriano, esplicitando anche, senza alcun sollecito da parte dell'intervistatore, la sua volontà di rimanere al Milan per tutta la carriera.

 
Ha ragione Bobo Vieri quando sostiene che il calcio, per i calciatori, è un lavoro e che approcciano ad esso con la mentalità dei professionisti che scelgono la soluzione migliore per sé stessi.
Nel contempo però si potrebbero evitare certe dichiarazioni alla Kessiè, atte a dare la sensazione alla tifoseria di un giocatore che si è legato ai colori, al di là di qualsiasi tentazione.
Perché se è vero che il calcio per i giocatori è un lavoro e questo è un aspetto che va assolutamente rispettato, è tuttavia altrettanto vero che per i tifosi di un club il calcio è una questione di appartenenza.
E l'appartenenza, esattamente come il professionismo, merita rispetto, misura nella scelta delle parole, cosa che purtroppo non c'è stata nell'atteggiamento di Kessié.
 
Il centrocampista ivoriano è libero di non rinnovare il contratto col Milan anche se gli stanno triplicando l'ingaggio perché magari c'è dietro una squadra disposta a quadruplicarglielo.
Queste sono questioni che attengono alle dinamiche professionali ed alle libere scelte che un professionista può compiere tenendo presente quelle che sono le sue prospettive di carriera.
Frank Kessiè, spiace dirlo, ha voluto scientemente tenere il piede in due scarpe, quella della convenienza economica e quella del giocatore simbolo per la tifoseria rossonera.
Il giochino è venuto allo scoperto troppo facilmente perché se dichiari che appena torni sistemi tutto non puoi impantanarti su una distanza contrattuale non siderale.
 
Se era esclusivamente una questione economica sarebbe stato sufficiente rimanere muti, silenti, senza mai esporsi, rimanendo in quell'alveo professionale asettico.
Ed invece il prode Frank ha pensato di poter giocare su due tavoli per cercare di portare a casa il contratto più alto possibile, sia in termini di parte fissa, sia in termini di bonus.
Non si è accorto Kessié che, al netto di qualsiasi tentativo di toppa da apporre sul buco, la sua immagine di leader della squadra è stata fortemente compromessa agli occhi di una tifoseria calda, ma non stupida.
 
Per fare i presidenti non bastano le battute dei compagni o le sboronate sui social tipiche dei giorni nostri: basta o basterebbe un minimo di rispetto del buonsenso e dell'appartenenza. Che peccato Frank!

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