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Le vestali dell'invidia ed il potere abnorme dell'UEFA

 

I reali motivi per i quali viene osteggiata la nascita della SuperLega

 

Nella serata di ieri 12 club europei hanno annunciato la nascita della SuperLega e, subito dopo, sono partite le intemerate gratuite e sapientemente orchestrate dai benpensanti contro questo progetto che esisteva ormai da molti anni.
Il primo a preconizzare la nascita di una SuperLega di calcio fu il Presidente del Milan Silvio Berlusconi nel 1988; forse all'epoca i tempi non erano maturi, ma Berlusconi aveva ben chiaro già 30 anni fa quali fossero le esigenze del calcio europeo.
Certamente bisogna partire da un presupposto: la SuperLega è un progetto oligarchico, con 15 squadre (12 attuali più altre 3 che a breve si aggiungeranno) che saranno qualificate di diritto alla competizione, avendo lo status di club fondatori.
Probabilmente bisognerà implementare il meccanismo che consentirà alle 5 squadre partecipanti di qualificarsi, anche se è molto probabile che tal sorte potrebbe toccare alla squadra meglio piazzata in campionato nelle prime leghe europee.
 
Nella serata di ieri, in molti hanno ben pensato di dare manforte all'UEFA che, dall'alto della propria autorità si è permessa di bacchettare club privati che, legittimamente, esercitavano un loro diritto d'impresa.
"Il calcio si basa su competizioni aperte e meriti sportivi", ha tuonato l'organismo di Nyon, venendo applaudita da tanti buonisti dormienti sulla sponda del fiume della competitività che, da anni, è stato ormai prosciugato dalle decisioni prese in seno all'UEFA.
Di grazia, qualche domanda e qualche relativa risposta, sarebbe assolutamente lecita: in primis, ci piacerebbe capire se risponde al merito il meccanismo infernale del Financial Fair Play, creato dall'UEFA in una sorta di delirio di onnipotenza.
Inoltre ci piacerebbe chiedere a chi si sta stracciando le vesti, se trovano oggi meritocratica e democratica l'attuale formula della Champions League, alla quale si può partecipare solo dopo attenti esami contabili sui passivi di bilancio pregressi?
Tutto questo lo chiamate merito? E, perdonate l'insistenza, cosa c'è di meritocratico nel veder vincere l'Europa League, quasi ogni anno, da squadra che inizialmente non vi partecipavano e che venivano ripescate dalla Champions League?
Vi sembra meritorio che il Milan non possa partecipare alle Coppe perché ha fatto importanti passivi di bilancio, mentre il PSG può farlo perché l'emiro del Qatar ha aggirato il problema mediante maxisponsorizzazioni casalinghe?
Vi sembra divertente e meritorio un calcio in cui le principali leghe europee vedono vincere da un decennio quasi sempre la stessa squadra (o le stesse squadre nel caso della Spagna e dell'Inghilterra)?
Questo tipo di stato delle cose è figlio del destino cinico e baro o, magari, è la conseguenza prevedibile e prevista di una serie di decisioni prese dall'UEFA che hanno leso il merito sportivo, il diritto di proprietà ed il diritto di fare impresa?
In molti oggi si sono svegliati da un torpore decennale, iniziando a farfugliare argomentazioni di natura antiplutocratica, legata ad una visione romantica del calcio ed alla convinzione che senza una qualificazione sul campo alle coppe finisce il bello del gioco.
 
A chi scrive pare semplicemente che qualcuno stia guardando la pagliuzza e si stia rifiutando di guardare la trave. La pagliuzza è solo una mera conseguenza, mentre la trave è la causa reale e principale di questo stato di cose.
L'UEFA, da oltre 10 anni, ha scientemente scelto di rovinare il calcio piegandolo alle sue logiche geopolitiche, eliminando una competizione sentita come la Coppa delle Coppe ed imponendo una Champions League sempre più noiosa.
Oggi 15 grandi club hanno preso una decisione che si presta di certo a molti rilievi e a varie critiche ma che, a causa della sfera d'azione sempre più tentacolare ed invasiva dell'UEFA, era divenuta ormai non più procrastinabile.
Si rischia di continuare a vedere una massima competizione europea in cui si dà sempre più spazio a squadre non competitive (vedi ultimo aumento delle partecipanti alla CL da 32 a 36 dal 2024) ed in cui il valore dei brand non viene adeguatamente sfruttato.
Questi aspetti sono in discussione da anni, ma dinanzi ad essi l'UEFA ha sempre fatto le classiche orecchie da mercante, più preoccupata di mantenere il suo punto di equilibrio geopolitico e poco incline ad assecondare i grandi club nei loro piani di sviluppo.
Oggi tuttavia nel momento in cui la pandemia da COVID presenta il suo conto ai bilanci dei club, un organismo come l'UEFA non può pretendere che la locomotiva trainante dell'intero sistema (i grandi club) rimanga ferma mestamente al palo.
 
Pensare di fare calcio senza porsi il problema della scarsa resa commerciale della Champions League ed immersi fra i lacci ed i lacciuoli della normativa sul FPF (che limita la possibilità di ricorrere a prestiti) è un'impresa quasi utopistica.
Probabilmente, prima di minacciare squalifiche e ritorsioni (in pieno stile mafioso), l'UEFA farebbe bene a dare un'occhiata alle normative comunitarie in tema di sviluppo d'impresa e di diritto di proprietà.
Non esiste alcun organismo organizzativo che possa impedire a dei club privati di perseguire il loro fine d'impresa, commercializzando e sfruttando il brand come più credono. Non ci sono azioni minatorie che tengano dinanzi cotanta follia.
Ai luminari che continuano a pontificare contro i grandi club che lo fanno per soldi andrebbe invece risposto che sono i soldi la benzina che garantisce alla macchina del sistema di poter andare avanti.
Più soldi per i grandi club significa, a cascata, più soldi anche per gli altri club che, inevitabilmente, beneficeranno dell'arrivo nel sistema calcio di nuove entrate economiche che, ad oggi, non sono accessibili.
L'invidia, da sempre, è il peggior alleato della logica; se i 15 club rinunciassero alla SuperLega quei soldi non verrebbero dati equamente a tutti gli altri club, bensì verrebbero soltanto bloccati su dei conti corrente.
La ricchezza, da sempre, può creare altra ricchezza; l'invidia invece, fin dalla notte dei tempi, crea soltanto livore e porta ad una redistribuzione delle risorse iniqua, ingiusta, perniciosa e mai meritocratica.
 
Impedire a 15 club di creare una SuperLega non portererebbe un euro in più ad alcuno. Porterebbe solo un danno ai 15 club fondatori della SuperLega che sarebbero impossibilitati a perseguire il loro fine d'impresa.
L'UEFA sta cercando di difendere la sua zona di comfort nella quale può fare il bello ed il cattivo tempo, chiudendo gli occhi su certe cose e aprendoli sin troppo dinanzi ad altre, comportandosi da ducetto che tutto può contro i club che non seguono le sue regole.
Se la SuperLega andasse in porto, il suo potere decisorio calerebbe, sino a diventare risibile perché una Champions League senza i grandi club diventerebbe molto meno attrattiva. La questione, in sintesi, è tutta qui. La retorica, invece, continua ad abbondare.
 
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