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E' una buona notizia per tutti
Il derby di Milano rimette a posto i conti con la storia
Milano s’è ripresa l’Europa. In una stagione pazza come questa, condizionata da un Mondiale celebrato a novembre e dicembre, il derby in semifinale tra Milan e Inter, vent’anni dopo, è un risultato che rimette le cose a posto tra il calcio e la sua storia. Milan e Inter tra le quattro grandi d’Europa è una buona notizia, anche per chi italiano non è. Nella profonda e turbinosa trasformazione che sta vivendo, il calcio, per restare il grande romanzo popolare che è sempre stato, deve sì aggiungere nuovi protagonisti, ma non può permettersi di perdere troppo a lungo quelli che hanno scritto capitoli memorabili. La semifinale è stata conquistata con merito. Fortemente voluta, da due club, da due tecnici, da due squadre che stanno ancora in mezzo alle tempeste di un campionato che poteva affondare entrambe. Anche ieri l’Inter ha tirato fuori la determinazione giusta per non accendere le speranze del Benfica, ritrovando Lautaro e perfino Correa.
I grandi risultati sono sempre collettivi, ma non tutti partecipano con la medesima quota al successo. Credo che nella cavalcata europea del Milan ci sia moltissimo di Pioli. Così come credo che in quella dell’Inter il peso del club sia stato determinante. Pioli non ha avuto soccorso dal mercato. Nella doppia sfida dei quarti ha giocato con la squadra dello scudetto, con un Kessie e un Ibra in meno, con un Giroud più vecchio di un anno e con sulle spalle un Mondiale. Quando si è infortunato Maignan ha dovuto affidarsi a Tatarusanu. Ha provato in tutti i modi a trasformare De Ketelaere e Origi nell’oro promesso, ma non c’è riuscito. Almeno per ora. L’eliminazione della squadra largamente più forte d’Italia, il Napoli, porta la firma di Pioli. Spalletti ha messo in piedi una squadra bellissima e anche solida. Ha avuto la sfortuna contro il Milan di avere Osimhen soltanto nel ritorno e al sessanta per cento. Certo ha pagato altre assenze, ma oggi il nigeriano è, dopo Haaland, il centravanti più forte d’Europa: c’è tanto del lavoro di Spalletti nella sua evoluzione tecnica. Così come nel rendimento di Kvaratskhelia. Giuntoli e il suo staff di osservatori sono di sicuro bravissimi nello scoprire talenti, ma sono convinto che quei giocatori senza Spalletti avrebbero reso molto meno. Il Napoli non deve avere comunque rammarichi, ha raggiunto una dimensione europea che nella prossima stagione potrà capitalizzare.
L'Inter ha una rosa superiore a quella del Milan, ma solo in Champions si è espressa al livello dei costi e delle aspettative. Inzaghi gioca meglio le partite che somigliano a finali, quelle in cui non c’è bisogno di mettere pressione ai giocatori, perché ci pensa già l’avversario. Se hai davanti il Barcellona non servono altre motivazioni. Servono con l’Empoli e il Monza, invece. Si spiegano così le tante, periodiche amnesie nerazzurre in campionato, dopo magari eccellenti sfide in Champions. Undici sconfitte sono un'enormità, se non hanno travolto l’Inter è perché il club ha retto, ha sostenuto Inzaghi, aiutandolo nella faticosa gestione dei giocatori, diversi dei quali già sanno che tra poche settimane lasceranno Appiano.
Per questo il derby con vista su Istanbul riempirà di senso una stagione che sembrava, per entrambe, non averne. Vale anche per chi la finale la vedrà a casa. Milan e Inter hanno collezionato già abbastanza errori, non commettano l’ultimo, imperdonabile: vivere la semifinale come un doppio giorno del giudizio. Sono tutte e due le sorprese autentiche di questa Champions, arriverà fino in fondo chi vivrà con più leggerezza le settimane davanti. E magari con quella leggerezza chi andrà in finale potrà regalarsi la sorpresa più grande.
Adriano Galliani lo battezzò habitat naturale del Milan, documentato dalle 7 Champions collezionate e dalle finali disputate (11). Col passare degli anni (addirittura 16 sono trascorsi dalla precedente semifinale datata 2007), delle epoche calcistiche (dagli invincibili di Sacchi ai meravigliosi di Ancelotti) e il ricambio generazionale (gli olandesi Gullit e Van Basten cedettero il passo alla strana coppia slava Boban-Savicevic, poi arrivarono Kakà, Seedorf e Sheva), il Milan ha sempre custodito ed esaltato una sorta di dna che è fatto di tradizioni tramandate, di metodi nell'affrontare e preparare gli eventi e di comportamenti virtuosi.
La suggestione, spontanea, è nata martedì notte grazie alla spavalda cavalcata di Leao, partito palla al piede per 50-60 metri, saltando tre birilli napoletani, molto simile a quella storica di Ruud Gullit che mise il sigillo di lacca al gol decisivo del 1 maggio 1988, data di nascita del primo scudetto berlusconiano di Arrigo Sacchi. Sul punto, il Napoli e Napoli hanno allestito un clima tossico dopo la sfida dell'andata. Maldini e Pioli, per contro, hanno alimentato motivazioni straordinarie prendendo spunto dalle polemiche frasi di Spalletti e Juan Jesus, dall'accoglienza pirotecnica dei tifosi sotto l'albergo (fuochi d'artificio sparati fino a notte fonda («mi sono svegliato ma me li aspettavo più belli» la chiosa di Pioli). La scena finale del Maradona è da consegnare al manuale del fair play: tutti i rossoneri, Theo, Calabria e Giroud, in prima fila, a consolare Kvara e ad abbracciare gli altri delusi della compagnia azzurra.
Poi sono intervenuti fattori calcistici sottovalutati nelle ultime settimane da critici e addetti ai lavori: non hanno visto arrivare il Milan che nel frattempo è stato restituito a una splendida condizione fisica e capace di un piano partita utile per spegnere le luci di Kvara e la forza esplosiva del recuperato Osimhen nella serata di martedì. In 18 giorni di aprile, il mese della rinascita rossonera, il Milan ha rifilato 6 gol a 1 al Napoli padrone del campionato durante i tre appuntamenti tra serie A e Champions. Certo il contributo decisivo è arrivato al Maradona, come a San Siro e a Londra, dalla prodezza di Maignan sul rigore del georgiano. Costacurta è stato categorico («si può dire ufficialmente: Mike è il più forte al mondo») ma nessuno ha dimenticato il ruolo di Calabria e Kjaer, l'aiuto fondamentale di Krunic, Diaz, Messias e Tonali nel triplicare la marcatura.
Perciò Stefano Pioli può essere considerato più vicino alle idee e al calcio praticato da Ancelotti che a quello ambizioso di Sacchi. Non avendo la stessa collezione di fuoriclasse, ha puntato sulla gioventù migliorandone le perfomances e sull'esperienza dei rari senatori. Nel primo caso Leao può essere il simbolo. «Mi ha preso la mano come un figlio» il riconoscimento stregato del portoghese nella notte del Maradona abbracciando l'allenatore. Nel secondo, Giroud ha rimediato a un errore (dal dischetto) che poteva costare caro e ieri ha firmato il rinnovo contrattuale per il prossimo anno (3,5 milioni bonus compresi).






