
Viaggio al termine della notte
La squadra di Giampaolo è un transatlantico alla deriva. E la situazione non è più sostenibile per un milanista...
Detto e fatto. Non è questione di negatività, di pessimismo cosmico: semmai di coscienza di una situazione che davvero non è più sostenibile per un milanista, ovvero quella del declino inarrestabile e dell'accettazione di esso, la metabolizzazione di una mediocrità sempre più greve a dispetto di qualsiasi mutamento negli uomini, dalle scrivanie al terreno passando per la panchina. Perché sopra, da tempo, non c'è più niente, non c'è vertice, chi mette e rischia soldi veri. È un transatlantico lasciato alla deriva. Questo ė ciò che sento è capisco, pensando al Milan degli ultimi anni, e che personalmente mi mette al muro ancor più della Serie B, dei tempi duri di Farina e dintorni. Le macerie della precedente gestione – quella vera, intendiamo - sono ancora lì, il passato non è ancora passato, se il Milan è in mano alla non-proprietà di Elliott è perché siamo ancora nel pieno del complicato, sanguinoso piano di dismissione partito nel 2015 e che di fatto ha previsto il sacrificio di un futuro immediato per il Milan.
Un limbo ancora senza sbocchi, e che tuttavia avrebbe potuto comunque produrre frutti commestibili, soddisfazioni e risultati che, pur lontani dai luccichii degli anni belli, avrebbero garantito il minimo sindacale che spetta a qualsiasi supporter di qualsiasi squadra: le emozioni, la sensazione di potere giocarsi ogni partita, anche quando sei sfavorito, il possibile raggiungimento di un obiettivo. O semplicemente, vedere giocare bene i tuoi, avere quei tre-quattro-cinque che possono insaporire persino una sconfitta, perché danno tutto, perché sanno cosa è un pallone. Magari segnano pure, pensa te. Invece anche un bel gol prodotto da una altrettanto bella azione pare un sogno mostruosamente proibito, in questa palude rossonera in cui alle spalle del deprimente presente navigano ancora i ricordi dello 0-0 di Frosinone e di Bologna dell’anno scorso, di uno 0-0 a San Siro con il Carpi nell’epoca Brocchi in cui non si vedeva l’ora di cambiare canale, i tre quarti abbondanti della gestione Inzaghi, tutti conditi da un elenco telefonico di comprimari, incompiuti, leader mancati, presunti campioni, miracolati che racconteranno un giorno di avere vestito la maglia di Van Basten, Rivera, Sheva, persino una fascia di capitano. Dirigenti, lasciamo perdere. Sul videomessaggio dal salotto in arte povera, fossi stato interista, ci starei marciando ancora oggi. Credo, forse ingenuamente, che il vero Milan manchi a tutti e non solo ai milanisti, che inghiottiti dal buio provano a illuminare con l'affezione, l'attaccamento viscerale tornato fuori proprio quando le vacche grasse sono definitivamente fuggite dal recinto di Milanello.
Tutto questo potrà finire – forse. Ripetiamo, forse – quando Elliott terminerà la sua lecita operazione finanziaria e venderà a una vera proprietà: il prezzo, che non sarà comunque popolare comprendendo il progetto-stadio già varato, fa sperare che l’acquirente sia assai abbiente e soprattutto strutturato per ricreare un club e una squadra di prim'ordine. Nel frattempo, il rischio tangibile è quello di trasformarsi in un Bologna, in un Torino, in un Genoa, detto con enorme rispetto di queste società e rispettive tifoserie. Continuare a ripetersi “noi siamo il Milan” e voltarsi indietro per raccontare qualcosa, gonfiare il petto, mentre a fianco c'è il nulla, è una deriva impensabile, devastante, totalmente immeritata per milioni di Diavolisti. Giovedì si va proprio dal Toro, attaccati a un Bennacer, a un “discorso” di Maldini e Massara a ragazzi apparentemente distanti, al risveglio di Giampaolo. Il viaggio al termine della notte continua, infinito, partita dopo partita, anno dopo anno, tunnel dopo tunnel.















